Dove ho visto il razzismo

Venerdì sera ho parlato al telefono con mia madre e lei a un certo punto ha iniziato a commentare quello che sta succedendo negli Stati Uniti.
Ha detto che è rimasta scioccata, che non è riuscita a guardare il video, che non pensava che gli USA fossero un paese del genere.
L’ho fermata subito e le ho detto di non commettere l’errore di pensare che solo là, dall’altra parte dell’oceano, il razzismo sia ancora un problema. Per farla arrivare dritta al punto ho voluto spiegarle come il razzismo sia presente anche tra la nostra gente, gli albanesi del Kosovo.

In primis contro noi stessi. Perché noi siamo tutti albanesi quando c’è la guerra, quando gli albanesi del Kosovo sono scappati in Albania e hanno trovato rifugio.
Siamo tutti albanesi quando la nazionale di calcio si qualifica all’Europeo.
Siamo tutti albanesi quando c’è da difendere le minoranze albanesi in Macedonia, Grecia, Montenegro o Serbia.
Siamo tutti albanesi quando un/a cantante di nazionalità albanese diventa famoso/a, c’è da andarne orgogliosi e cerchiamo di farlo notare in tutti i modi possibili che sia albanese. “Perché abbiamo anche cose buone.”

Eppure sin da piccolo ho sentito famigliari e amici distinguere la nostra gente in base a dove abitassero in Kosovo. Questo esercizio trovava il suo apice nei matrimoni.
Il primo commento verso la sposa riguardava la sua provenienza.
È cresciuta in una città? Se sì, quale e dove? Nord, Sud, Ovest o Est.
Oppure arriva da un villagio? Mmm, ancora peggio. Molte volte detto da persone che a loro volta erano cresciute e ancora vivevano in un villaggio. Giusto per fare il primo esempio che mi è venuto in mente.
Un fattore in questo contesto era la distanza che separava la città o il villaggio con quello della sposa. Vicini? Ok. Lontani? No, perché allora lei e la sua famiglia sono “diversi”.
Ma come, mica siamo tutti albanesi?
Ecco, siamo albanesi quando ci fa comodo, poi quando il figlio si sposa è bene che la moglie abiti nelle vicinanze. In tutto questo provate a immaginare cosa può pensare l’albanese medio di tutti coloro che non sono albanesi. Ecco, buona fortuna.
Per non parlare di cosa potranno dire di me che critico la mia gente. Va beh, questa è un’altra storia.

Questo discorso sul razzismo della nostra ha avuto un effetto su mia madre. È rimasta in silenzio per un po’. Presumo non avesse mai pensato a questa cosa.

Ora continuo con voi. Ho visto il razzismo in Kosovo, ma l’ho visto anche in Italia, dove ho vissuto per vent’anni.
In Italia è stato a tratti comico, perché ho scoperto come le credenze sulle quali un razzista costruisce i suoi ideali possano essere smontate con una facilità irrisoria e non abbiamo alcuna coerenza.
Vi spiego. Ho avuto amici che col passare degli anni ho scoperto essere razzisti. Nel momento in cui l’ho scoperto ho chiesto a loro perché con me non lo fossero stati, perché non mi avessero mai insultato, perché non mi avessero mai chiesto di tornare al mio paese. Nel loro caso non si trattava di un razzismo soltanto contro persone dal colore della pelle differente, era un razzismo (lo è ancora) contro qualsiasi straniero vivesse in Italia. Insomma, i famosi immigrati che porterebbero via il lavoro ai figli di papà.
Dopo aver fatto notare a questi miei amici che io facevo parte di quel gruppo di persone che loro avevano e tutt’ora insultano, la risposta ricevuta ogni volta è stata la medesima.

 

“No ma tu sei diverso.”

 

No, non sono e non ero diverso. Mi è andata bene perché non ho mai avuto l’accento da straniero o da albanese. Non calcavo la elle o la erre. Se mi sentite parlare e non mi conoscete penserete che io sia di Milano.
Mi è andata bene perché giocavo a calcio ed ero bravo, quindi ero utile alla società.
Mi è andata bene perché mi vestito più o meno come i miei amici. Se c’era da avere le Adidas avevo le Adidas, se c’era da avere le Nike avevo le Nike. Insomma, ero parte del gruppo ed era impossibile capire che non fossi italiano. Sembravo uno di loro, ma non lo ero.
Quindi non meritavo gli insulti razzisti solo perché il mio accento e i miei vestiti erano conformi a quelli del gruppo dei miei amici italiani?

A quanto pare è proprio così. Il mio caso trova conferma nella storia di questo ragazzo di colore, che dopo essere stato malmenato da ragazzi bianchi perché nero, fa di tutto per diventare bianco e viene accettato dal gruppo che lo aveva malmenato.
Lui si integra, loro però continuano ad avere un atteggiamento razzista contro i neri, ma non contro di lui, perché lui nel frattempo – secondo loro – è diventato diverso da quelli neri. Per diverso si intende che veste come i suoi amici bianchi, ascolta la loro musica e parla come loro, ma è pur sempre nero. Quindi il fattore che ha fatto sì che loro lo menassero è ancora presente, ma ora loro lo considerano diverso, lo considerano come uno del gruppo. È un cortocircuito e mostra la stupidità di questo fenomeno.

Ecco il link del documentario:

https://www.internazionale.it/video/2019/02/20/black-sheep-razzismo-oscar

Questo per dire che non dobbiamo commettere l’errore di puntare il dito contro gli Stati Uniti e pensare che sia un problema esclusivamente loro. No, il razzismo c’è ovunque. Leggendo e studiando ho scoperto di odi tra etnie, popoli, Stati, regioni e religioni che non mi sarei mai immaginato. Perché non è solo una questione di bianco e nero. È un fenomeno che si attacca alla minima differenza fisica, culturale o religiosa e finisce per diventare violenza. Perché si inizia ammanettando una persona per aver commesso un reato, poi dato che è nero si finisce per ucciderlo. È un attimo.

Ho visto ebrei razzisti contro i musulmani. Ho letto di europei razzisti contro gli asiatici. Ho letto di neri razzisti contro i bianchi. Ho visto albanesi razzisti contro gli albanesi. Ho visto italiani del nord essere razzisti contro gli italiani del sud.

Quindi pare che siamo tutti razzisti. Scomodo, vero?

Ero razzista anch’io, avevo dei preconcetti pure io da piccolo. Non sono cresciuto in un ambiente dove la cultura, lo studio e la ricerca stavano al primo posto, anzi. Se non avessi avuto il privilegio di studiare sarei ancora razzista. Sì, proprio io che sono cresciuto in un paese straniero.

Ho letto, ho studiato, mi sono interessato a culture e popoli diversi. Questo mi ha permesso di conoscere l’altro, per quanto sia possibile farlo senza visitare un posto, ma è comunque un buon primo passo leggere degli altri, delle usanze, delle credenze di un altro popolo.
Ciò che mi ha aiutato più di tutto è il fatto di conoscere almeno una persona di ogni continente. Questa è stata la scintilla, parlare con persone di ogni parte del mondo e rendermi conto che non ci sia nessuna differenza tra noi, che tutti quei pregiudizi e quelle convinzioni ci sono state inculcate da fattori come l’educazione in famiglia, la preferenza politica di nostro padre, le amicizie, il periodo storico nel quale stiamo vivendo, ecc…

Quindi, il razzismo c’è ovunque.
Si risolverà? Io non credo. Purtroppo sono realista e non mi piace sognare troppo, soprattutto se si parla di un problema come questo radicato nell’essere umano da tanto, troppo tempo.

Se c’è qualcosa che mi sento di consigliarvi è di dare un peso minore alle foto che postate su Instagram e a concentrarvi di più sulla vita reale. Pubblicare una foto con lo sfondo nero non vi dà nulla. È un esercizio troppo facile che non cambia la vostra mentalità. Dopo i primi like che ricevete vi sentite appagati e non colpevoli, vi siete già dimenticati della storia. Trascorrere una serata a parlare con una persona di un altro continente può cambiarvi la vita. Ok, magari la vita no, ma di sicuro modificherà radicalmente l’idea che avete delle persone che ritenete diverse da voi.

Vi auguro di poter avere, come me, almeno un amico per ogni continente.

Gezim Qadraku

 

23 years old

I’m 23 years old.
Some of my peers have already married and had a child. Most of the others share their lives with another person and are just waiting for the right moment to take the vital step. I, on the other hand, am alone. I who at family dinners always have to be asked the same question by relatives, “so are you seeing someone?”

I’m not even afflicted by a strange disease that prevents me from having relationships.
I am twenty-three years old, and I spend my life reading, preparing exams and trying to understand what I want to do when I grow up. Yes, I know I should already know what to do once I’ve finished my studies, in reality, I do nothing but change my mind every day that passes. So I use the line from the movie The Big Kahuna as an excuse:
Don’t feel guilty if you don’t know what to do with your life, the most interesting people I know at 22 didn’t know what to do with their life, the most interesting 40-year-olds I know still don’t.

I’m one of those who, once finished the studies, would leave with a backpack to travel the world. This could be a great job, going around the world at random. Without a goal. Go explain it to parents and relatives that your dream is not to have a house, get married, have children, have a quiet life. If you just try to bring it up, you’re labelled as the strange, crazy one, the one who doesn’t know what to do with his life, the unripe one, the one who doesn’t want to work, the one who studies so much that he becomes a fool.

I’m twenty-three years old, and for now, I’ve only done a few casual jobs, to try to have some kind of independence and not become a burden for my parents. Comfortable with money, it doesn’t bring happiness but makes everyday life less burdensome. Despite this, the idea of doing the same thing five days a week for years makes me nauseous and afraid.

I am twenty-three years old, and certainties frighten me, although perhaps I would also like to have some assurance.
I am twenty-three years old, and I take refuge in novels, with the hope of finding, between the lines of Dostoevsky or Bukowski, an idea of what I can become when I grow up.
I’m twenty-three years old, and in the evening I willingly stay home and watch an episode of the television series of the moment. My idols are Heisenberg (Bryan Cranston in breaking bad) and Rustin Spencer (Matthew McConaughey in True Detective). By dint of watching TV series, my prototype woman has become Meredith Grey (starring in Grey’s Anatomy). My only interest right now is the start of the second season of Better Call Saul.

I’m twenty-three years old, and I’ve discovered that alcohol, taken in acceptable doses, can become a great life companion.
I’m twenty-three years old, I’ve known love, and I carry my wounds on my heart. We meet different people every day. Some mornings we wake up in a bed that is not our own wondering where the hell we are. Then we turn our heads and connect that this was yet another late evening ended in a bed of a stranger until a few hours before. We all had one true love, and although we do everything we can, we will find it hard to forget it.
I’m twenty-three years old, and I screwed up diets and the mirror, I realized that if there is someone who wants me, he will have to be content with who I am.

I’m twenty-three years old, and I was lucky enough to grow up with very little technology, I realize how sad the adolescence of future generations is.
Ten-year-old children wander around me with their heads already fixed on the screen and their brains wholly lost.
I’m twenty-three years old, and I’m part of the middle generation, the ones who used technology first and now try to use it sparingly. I laugh in the face of my parents’ inability to use apps, and I cry when I watch children fiddling around on the computer better than I do.

I’m twenty-three years old, a lot has changed since high school; with some old friends we don’t say greet anymore, some friends stayed, some decided to move, to go to another country. So I stop and think, my parents’ words come back to my mind…
“enjoy life, because every moment is unique and never comes back.”
I think back to all the moments I spent with my friend, who now lives thousands of miles away from me. I wonder if I enjoyed them enough if I could have seen him more often when he lived across the road if it was worth keeping his face for some nonsense he had done.
I get lost in these thoughts. Then I come to the conclusion that if I can’t wait to hear or see him, then despite those miles, friendship is still there and maybe it will be there forever. Despite the distance, despite the daily problems, despite all the friendship remains and this allows me to sleep quite calmly.

I am twenty-three years old. I don’t follow any model, I don’t want to look like anyone. I would like to leave home as soon as possible, to become independent, to do something with my life, but I don’t know what.
I’m twenty-three years old, I don’t have bright ideas, but I’m one of those with whom a simple beer at the bar on a mid-week evening can be much more interesting than you can imagine.

I’m 23 years old, and I have no desire to grow up.

Gezim Qadraku

This article was written in 2016.

Those summers in Kosovo

Returning to Kosovo every summer meant being able to finally breathe the air of freedom. After nine months of inflexible hours, school, homework, tests and questions, I always had at least a month of pure fun. I spent most of my time in the village where my father was born and raised. There, togethere with my cousin and other boys, I am sure I reached the peak of happiness.

We were a group of six or seven children. I was the youngest. We spent our afternoons playing in the endless meadows of the countryside. They’d take the cows out to pasture, and one always had the ball with him. We’d go and challenge the other children in the village. I used to play football in Italy, I trained twice a week and did everything according to the rules. But there, among them, I looked like a fish out of water. I thought I was playing another game. They were better, faster, stronger. Growing up, I always wondered where they’d get to if somebody gave them a chance.

Those afternoons were beautiful. We didn’t just play football, we stole the cobs and ate them together. We’d divide up our duties. Three went to take the cobs. Two were the field workers, while one was outside to check if the owner arrived. The other three or four stood at the base, which was nothing but the shadow of an oak tree. Down there we prepared the wood and the fire. We grilled the cobs. By looking at our faces, it was like someone had opened us the doors of a starred restaurant. Those weren’t just cobs. It was the organization of a theft, the anxiety of waiting, the adrenaline of those who had to carry out the plan and then the happiness of being able to enjoy them together.

I felt good in their midst, even though I was totally different. I had everything: original shoes, beautiful, clean and ironed clothes. A simple life in Italy and the possibility to think of a rosy future. They had nothing, but I didn’t know that.
How I cried every time I had to go back to Italy. I wanted to stay with them, and I would have given everything just to stay in Kosovo.
They never told me anything, but who knows how they envied me. And I was so stupid to barter my wealthy life for their nothing.

I liked everything about them. Even when they got dirty playing, I had the feeling that their dirt was more beautiful than mine, more original. Even the mud or dust looked good on them. How many times I think back to those moments listening to the beautiful notes of “Il ragazzo della via Gluck“. I get emotionally touched every time.

The memory of the best food I’ve ever eaten is also linked to those moments. No, I’m not talking about grilled cobs.
When we went out to play, our mothers knew we’d be late, and at some point, we’d be hungry. So Mom would always make me a sandwich with sliced tomatoes and a generous amount of salt. A simple sandwich, actually, quite a thin one if I think about it.
It was the end of the world, believe me. When the tomato juice wet the bread, and there was salt in that piece, a mixture came to life that made me literally fly.
God, what happiness.

Mom used to yell at me when I went out too often to play with my friends. She used an expression that can’t be translated into English, Sokak. The word refers to the narrow streets that separate houses in a village or town. But it is the way it is used and all the meaning it is given to create a world of its own. Mom always told me not to stay in Sokak all day. It was like, to try to say it in English, a sort of reminder not to spend the whole day walking around the village wasting time.

She wanted me to study to do my homework, but all I cared about was playing football with my friends. They protected me from that world of unwritten rules, pride and courage. Something far away from the concept of fun that there was in Italy when I played after school in the park with my classmates.

They were all wearing old, ugly, dirty clothes and I wanted them. I dreamed of being like them, but instead, I had much more beautiful stuff. I was ashamed of myself.
One day I realized where they were buying those bad things I liked so much. I also saw that they were really cheap, and I began to understand something of their reality. I was at the market with my parents, which in Albanian we call pazar, from bazaar. You should spend a day in this place, you would understand so much about our people. The manners of the salesmen, the kindness and willingness to give you credit for one, two or three weeks. The atmosphere, the smells and the sounds. Try to ask to buy a single pepper and receive all the crate that will contain at least thirty.

“Oh no, they’re too many. I only need one.”
“But ma’am, you don’t want to buy a single pepper, do you? Come on, one euro and take it all.”

And you can’t say no. And it’s nice that way.

Now it happens, when I come back, less and less, unfortunately, to meet those boys again. They’ve grown, they’ve become men. They’ve started a family, a home and their lives have taken an acceptable path. But it’s as if nothing has changed when they see me. We meet in the most unthinkable places, even if for me every time it is as if someone catapults us on the meadows of our beloved countryside. We talk, discuss the present and how things have changed. They are even kinder than before, and I feel uncomfortable every time. I wonder why I deserved such a blessed life, and they didn’t.

I meet Amir, and I’m reminded of what his reality was like as a child. He lived about 50 yards away from my cousin. We were separated by a hill that people used to take out the garbage. Behind the trash was Amir and his family. One afternoon we went to his place. I don’t remember why. They didn’t have a house, they lived in a shack. The roof was open, and the place was tiny. I don’t remember how many members there were in total, also because every day I discovered a new brother or sister. You should see it now Amir and his two-floor house built with who knows how many sacrifices. He takes me in there proudly and introduces me to his wife Jetmira, who is pregnant.

It’s a boy,” he tells me excited. There are a lot of photos in the living room. The biggest one is of his father, who left too soon. I’m in one also. That’s us in the group, all together in front of my cousin’s house. I get touched, can barely keep my tears inside. I didn’t expect that picture. It’s an avalanche of emotion that’s hard to handle.

We drink coffee, eat some dessert, and they’re all trying to hold me back for dinner. I tell Amir that I’m already invited for dinner elsewhere. That’s the only reason that convinces him to give up. I greet Jetmira with a handshake and give Amir a big hug. I leave their nest and head towards my cousin, who is waiting for me for dinner.

While walking, I think about the life I have led in Italy and that of my Italian friends. Sometimes I wonder what happened to our childhood if we did nothing but complain about what we missed. The Play-Station game, the branded shoe, the moped, etc…

I grew up among people who were economically well, who could afford everything a human being needs to live well. Still, I realize that they gave me nothing. They taught me how to choose restaurants, how to eat certain dishes and how to dress on certain occasions.
Poor people have given me so much. I always feel comfortable with them, even if I’ve never been poor. They have suffered, they have something to tell you, you can find life in their eyes. And if fate was not too cruel and they still have the strength to laugh; well, in those smiles, you will understand why life is the best thing that could have happened to you. The poor have taught me and shown me the meaning of the word happiness.

I arrive at the gate, and before entering, I take a look around. A lot of things have changed. The houses are all more beautiful now. The colours of the walls are bright, the road has been paved, an acceptable amount of water flows in the river, and there is no longer any sign of war. Despite all these differences, my mind recreates the images of those summer days. I see myself as a child running out of the courtyard to meet the boys in the group. I savour the taste of those sandwiches and hear our happy voices as we chase the ball. I’m reminded of the words at the end of the movie Stand by Me.

“I never had any friends later on like the ones I had when I was twelve. Jesus, does anybody?”

I walk into the courtyard and see my cousin on the balcony smiling at me. He tells me dinner’s ready. In my heart, I hope there are bread, tomatoes and salt.

Gezim Qadraku

Goccie di malinconia

Non rideva mai, lui.
Sorrideva, a tratti, come per fare un favore a chi gli stava intorno.
O forse a se stesso, semplicemente per evitare che la gente gli chiedesse come stava.

Era un tipo taciturno.
Odiava l’esercizio del parlare.
La considerava l’azione più inutile che l’uomo fosse in grado di fare.

Era un adulatore del silenzio.
La solitudine gli aveva permesso di apprezzarlo, il silenzio.
Quella meravigliosa assenza di inutili rumori.

Così aveva etichettato le chiacchiere delle persone: inutili rumori.
In silenzio, da solo, aveva letto i libri che gli avevano salvato la vita.
Era un tipo taciturno, incapace di essere felice, sempre vestito di un velo di tristezza.

Eppure su di lui aveva un buon odore quel profumo di malinconia.
A modo suo stava bene e non gli interessava che gli altri capissero la sua situazione.
Aveva lottato e perso pezzi di se stesso per conquistarla, e ora se la godeva.

Sorridendo, ogni tanto, senza mai lasciarsi andare del tutto.

Gezim Qadraku.

Il tempo di un caffè

Ricordo che in quel periodo mi ero preso questa abitudine di scrivermi la lista delle cose che desideravo fare durante la giornata.
Avevo letto un po’ di libri motivazionali e tutti suggerivano di mettere per iscritto il proprio programma quotidiano appena svegli e poi, prima di andare a dormire, segnare tutte le attività che si era stati in grado di svolgere.

Da’ una motivazione in più, spiegavano. Quando torni a casa e controlli quante cose sei riuscito a fare, in caso positivo, provi un senso di fierezza nei tuoi confronti. In caso contrario rimane comunque uno strumento utile per capire come organizzare la propria giornata.
Era un periodo nel quale mi svegliavo veramente presto ogni mattina, praticavo lo Yoga, mi allenavo prima di andare al lavoro e avevo totalmente cambiato la mia alimentazione. Abitudini lontane anni luce dalla mia passata quotidianità.

Dopo averla incontrata iniziai a lasciare sempre uno spazio vuoto tra le attività per lei. Ci conoscemmo tra i corridoi degli uffici. Lavorava due piani sopra al mio, ma molto spesso era costretta a scendere. Un giorno necessitava di parlare proprio con me e fu un’ottima scusa per fare una pausa e prenderci un caffè. Giusto il tempo di una breve chiacchierata e quella diventò una routine.

Caffè?” e ci si incontrava da qualche parte, con queste pause che iniziarono ad allungarsi sempre di più. E tutto diventava sempre più interessante. Lei, i suoi modi di fare, le sue abitudini e la sua timidezza che non ne sapeva di voler sparire. Le accennai che a breve me ne sarei dovuto andare dal quell’ufficio. Dall’alto mi avevano fatto sapere che le mie capacità servivano a dei nostri collaboratori in un’altra città.

Trasferirsi per lavoro, una cosa che avevo sempre amato. Un punto che probabilmente aveva giocato a mio favore durante il colloquio. Avevo dato la mia piena disponibilità nel muovermi e spostarmi periodicamente.

In quei giorni però, l’unica cosa che volevo fare era tornare indietro e non dare più quella disponibilità.
Capii perché avevo sempre avuto così tanta voglia di muovermi.
Non avevo mai avuto un motivo per fermarmi in un posto.
Mi accorsi che non mi era mai successo di pensare che una persona mi sarebbe potuta mancare.
Non l’avevo mai detto a nessuno, salutandolo: “mi mancherai“.
Era arrivato il momento e non sapevo proprio come gestirlo.
Avrei sentito la sua mancanza. Questo era poco ma sicuro.
Mi mancava ancora prima andarmene, mi mancava nonostante la vedessi ogni giorno e speravo che ogni secondo con lei potesse durare per sempre.
Nonostante fossimo coscienti che non ne sarebbe scaturito nulla di più, era comunque qualcosa. Un sentimento nuovo che mi aveva scombussolato la quotidianità.

Si stava bene in quegli attimi.
Non eravamo quel tipo di persone che hanno bisogno di parlare per capirsi e questo ci aveva avvicinati sin da subito, come lo possono ben comprendere tutte quelle persone che almeno una volta nella vita sono stati in silenzio con qualcuno per una serie di minuti senza sentirsi a disagio.
Senza provare quella terribile sensazione di dover per forza dire qualcosa.
Capita raramente, con poche persone, ed è giusto così.

Andammo avanti per un periodo che ora mi sembra infinito – ripensandoci – ma all’epoca mi parve un battito di ciglia. Finché non glielo dissi, perché alla fine poi le cose bisogna dirle. E bisogna farlo guardando negli occhi le persone. Cosa che con lei mi riusciva più semplice. Mi trovavo a mio agio guardandola, mi sentivo al sicuro dentro alle sue pupille.

Non è mai abbastanza” le confessai, accarezzandole un sopracciglio e perdendomi per l’ennesima volta nei suoi occhioni.
Cosa?” mi domandò lei, con un tono sorpreso e curioso.
Il tempo con te!“replicai io, sorridendo.
Cercando in qualche modo di mostrarle quanto stare con lei mi rendeva felice.

Gezim Qadraku.

I’ll be back soon

I’m at the airport, waiting for a friend who’s coming back from London after two months of work. The speaker announces that the plane is half an hour late. Not having many options I decide to take a walk aimlessly. I wonder for a while until I reach the departure gates.
My attention is immediately captured by a child and what should be his father. I am kidnapped by the way the little one is glued to the parent. I sit on a bench and keep watching them. I can already imagine how this story will end.

After a couple of minutes, the father hugs his woman with a touching and deep gesture. They remain attached to each other for an indefinite time. When they come off, both have shiny eyes.  He is a little less, while she just can’t hold back her tears. It’s a blow to the heart to look at her, it hurts me. She tries to hide the emotion by looking up and putting on her sunglasses. She doesn’t want the child to see her like that.
The father is holding back because now comes the impossible part. He lowers himself towards his little one, caresses his hair and pulls out a forced, hard-fought smile, while he succeeds in the very complicated exercise of keeping tears inside his body. I can get a very clear idea of the power of the knot in the throat she’s trying.

He hugs him hard and the son literally clings to his body. It’s a snapshot, a flash. There should be someone – for each one of us – who takes pictures or films certain moments of our existence. That gesture should be shown in schools to explain the meaning of parent, child, family.
It is impossible to think that those two bodies could come off. It would be like asking or expecting, that a natural event stops following its course. Ask the flowers not to bloom in spring or the water of the rivers not to feed the seas. You can’t do that.
The mother is forced to do what she does not want. She pulls the baby to herself with a quick gesture, somehow trying to reduce the pain. As if that was possible.
I read the father’s lips: “I’ll be back soon”.
The child knows that he is lying to him and bursts into a roaring cry. He turns around and hugs the legs of the mother. She looks at her man, gently caresses his face and tells him to go. In my heart, selfishly, I wish myself the good fortune to find such a woman.
He looks at the little one and then turns his back on his family.

The emptiness that is created is deafening. For a moment I think the whole airport has stopped and is watching them. I don’t feel anything. I can only feel the pain of those three people that increases dramatically every second that passes.
I know this kind of stories. I’ve already heard those words. I know how that child feels. He doesn’t understand why her father is doing something as terrible as going to work somewhere far away. He feels betrayed and is not wrong. But what he doesn’t know is that his father is doing such a bad thing just for him. So that he doesn’t miss anything now that he’s small and above all, so that, in a certain way, he can secure a future when he’ll be big.
That child will understand it, he will understand all this when he is grown up. But now he doesn’t care. Now he just wants to have his father there with him to play and go and eat ice cream together.

What the father doesn’t know is that he will lose pieces of his son’s life forever. He’ll let days, months and maybe years slip by. This will last until he can take it with him or decides to return. It may happen if the period of distance is prolonged for too many years, that that son will not be able to recognize him and will go into the arms of someone else when he will be back.
He will ask his mother, “Who is this man?”.
And then that father will take all the blame in the world. He will wonder if it was worth it to make his creature suffer. To live far from his family and then to return so as not to be recognized.
What all those who left their land asked themselves at least once in their lives: “but was it really worth it?”
Yes, as if a simple human being were able to answer such a question.

I take one last look at that child and remind of the story my mother used to talk to me. The photo of the three of us, with my father holding me in his arms a few days after birth next to my mother, who I asked her to kiss before falling asleep while he was away. When he came back and I told her to make him sleep under the bed, that man.
I didn’t call him Daddy anymore. He had become “that man”. It had been a long time since he left and I was just a child. I was not to blame, neither was my father. It’s nobody’s fault actually, it’s life.
I always wondered how he felt, but I never had the courage to ask him directly.
I go outside to smoke a cigarette and I pray that no father should be forced to make such decisions.

Gezim Qadraku.

Una vita che non esiste

Il mal di testa era fortissimo. Innumerevoli e fastidiosissime fitte continuavano a premere incessantemente sul mio cervello.
La sensazione era che quel dolore stesse per spaccarmi il cranio.
Non avevo mai provato una sofferenza tale.
Non potei fare altro che chiudere gli occhi e lasciarmi cadere sul letto. Nonostante fossi caduto quasi a peso morto e mi sembrava di non essere in grado di controllare i muscoli, continuavo a tenere con la mano destra il mio smartphone.

Erano le 9 del mattino di una domenica qualunque. Ero sveglio dalle 8 e da quell’istante non avevo fatto altro che controllare i miei profili social.
Facebook, Instagram, WhatsApp, poi di nuovo Facebook, una controllata alla mail e ancora Instagram.
Non potevo farne a meno.
Mi era impossibile immaginare di perdermi anche il minimo avvenimento che stava accadendo online.
Avevo trascorso la prima ora di quella giornata senza bere, mangiare o andare in bagno. Sessanta minuti con lo sguardo concentrato su quello schermo.
Prima da sdraiato sotto le coperte e successivamente seduto sul letto.
La mia testa era riuscita a resistere un’ora.
Poi il buio.
Mi lasciai cadere sul letto e la sensazione fu di perdere i sensi.

Mi ripresi più tardi, circa un’ora e mezza dopo.
Non mi fu difficile comprendere che quel dolore era stato causato dall’eccessivo utilizzo del cellulare.
Il risveglio fu traumatico. Mi parve di essere scampato alla morte e la paura, il terrore di aver visto la fine di fronte agli occhi, mi fece dimenticare tutto il resto.
Per la prima volta dopo parecchio tempo mi fermai a pensare.

Da un paio di anni il mio unico interesse era la vita online.
Il mio profilo.
Le mie attività.
Le mie foto.
I miei “amici”.
I messaggi delle ragazze.
Le richieste di amicizia.
I “mi piace”.
I commenti.
Le condivisioni.
Gli apprezzamenti.
I nuovi follower.
Le nuove follower.
Le stories.
Chi le aveva visualizzate.
Chi non ancora.
Chi mi aveva taggato.

Trascorrevo le mie giornate connesso. Ogni secondo libero era buono per prendere in mano lo smartphone e osservare le vite degli altri.
Controllare cosa stava succedendo: chi aveva pubblicato una foto, chi era in viaggio, chi aveva ottenuto un nuovo lavoro, chi si era fidanzato, chi si era sposato, chi era nato, chi era morto, a chi piacevano le mie foto, come stava andando un mio post, chi voleva diventare mio amico, chi iniziava a seguirmi, quali ragazze rispondevano ai miei messaggi.

Qualsiasi cosa facessi: dal mangiare agli allenamenti, dal viaggiare alle uscite con gli amici era fatto esclusivamente con l’intento e la speranza che pubblicandolo avesse potuto fare di me un personaggio migliore secondo la prospettiva del web.
Sognavo di diventare un influencer. Impazzivo di felicità e mi sentivo importante, completo, arrivato quando qualcuno mi chiedeva consigli su qualsiasi argomento.

Uscivo con i miei amici e votavo sempre per andare nei locali più costosi per dare un’idea di ricchezza.
Andavo a mangiare due o tre volte alla settimana al ristorante, sempre per lo stesso motivo.
Successivamente iniziai anche a viaggiare, prima nei posti più vicini a casa e man mano mi allontanavo sempre di più, fino a varcare i confini.
Odiavo viaggiare e soprattutto prendere l’aereo.
Però le foto in aeroporto e dei monumenti delle città famose avevano un enorme seguito.
Non esitavo a condividere con i miei “amici” del web tutto ciò che mi succedeva.
Avevo un bisogno vitale della loro opinione. Ogni giorno era una lotta per farmi accettare e stare al passo con le mode del momento.
Fotografavo appunti e libri mentre studiavo oppure le scarpe sportive e i pesi prima di iniziare ad allenarmi.
Postavo le foto dei programmi televisivi che guardavo.
Arrivai a pubblicare una foto di me e Jessica sotto le lenzuola, nudi, dopo aver fatto l’amore.
Addirittura la bara di mio nonno mentre lo portavamo al cimitero.
Ebbe un enorme successo.

Dopo il risveglio compresi di aver un problema e quel trauma mi convinse che la cosa giusta da fare era rivolgermi a un dottore. Scoprii che soffrivo di nomofobia: la paura di restare disconnessi dalla rete.
Iniziai un percorso di guarigione. La base era cercare di ridurre al minimo, e ai soli momenti indispensabili, l’utilizzo dello smartphone.
I primi giorni furono un disastro assoluto. Semplicemente non ce la facevo.
Poi con il passare del tempo migliorai sempre di più, fino a sentirmi in grado di poter prendermi una pausa dai social.
Non cancellai i profili, disinstallai le app dallo smartphone e provai a vedere se era possibile vivere senza.
Era fattibile eccome, anzi, era una meraviglia.

Le riflessioni di quel periodo mi fecero capire che avevo buttato via gli ultimi anni della mia vita.
Svolgere un’attività, fare una foto, modificarla, trovare la frase giusta da scrivere, pubblicarla e aspettare. Sperare che la foto piaccia e dopo i primi apprezzamenti sentirsi appagati.

Mi sentivo felice e completo, ma per cosa?
In realtà tutto quello era un bel niente.
Solo pura immaginazione. Così forte da farmi perdere il contatto con la realtà.

Contavo i mi piace, giudicavo gli apprezzamenti a seconda di chi li aveva dati. L’apprezzamento di uno sconosciuto valeva molto di meno della ragazza che mi interessava. Eppure per l’algoritmo del social network sempre uno era.

Mi ero costruito una vita che non esisteva, fatta di foto ritoccate, false amicizie, apprezzamenti di circostanza.
Una vita immaginaria che per tutti ormai vale molto di più di quella reale.

A distanza di diversi mesi dall’inizio del percorso di guarigione mi sentii così bene e sicuro di me stesso, da provare la sensazione di poter essere in grado di controllare i social network.
Decisi di installare di nuovo le app sul mio smartphone.

Così ritornai sui social, i miei profili erano lì dove li avevo lasciati.
Era trascorso un sacco di tempo eppure nessuno sembrava essersi accorto della mia assenza.

Gezim Qadraku.

 

Ti auguro

Ti auguro di trovare il coraggio di fare di testa tua.
Di prendere decisioni importanti.
Di fregartene di quello che ti diranno gli altri.
Probabilmente nessuno capirà perché ti sei messo in testa di fare quella cosa, ma questo non significa che quella non sia la strada giusta per te.
Hai visto com’è passato veloce questo anno? 
Quanti rimpianti hai oggi?
Ti auguro di averne sempre di meno ogni volta che ti fermerai a pensare a come sta andando la tua vita.
Fai in modo che ogni giorno sia un nuovo anno.
Ti auguro di svegliarti ogni mattina con la voglia di sbagliare, perché gli errori e le delusioni sono il segnale che ci stai provando, che stai rincorrendo il tuo sogno.
Ti auguro di trovare qualcuno che ti aspetti per mangiare con te, anche se sono le 22 e l’ora di cena è già passata da un pezzo.
Qualcuno che prenda un aereo solo per vederti.
Qualcuno che abbia bisogno di te.
Ti auguro di avere persone da chiamare e da andare a trovare appena hai un po’ di tempo libero.
Ti auguro tanti libri e tanti viaggi. Soltanto la curiosità e la voglia di conoscere quello che ci sembra diverso può permetterci di migliorare questo mondo.
Ti auguro di avere la possibilità di poterci provare.
Una fortuna che purtroppo non tutti hanno.
Non commettere l’errore di sprecarla.

Gezim Qadraku.

Straniero

Nasci in un paese e diventi adulto in un altro.
Parli una lingua in casa e un’altra quando sei con i tuoi amici.
Hai trascorso la maggior parte delle tue vacanze dove i tuoi genitori sono cresciuti.
Lì dove li vedi felici e questo succede solo una volta all’anno.
Gli altri undici mesi li passano contando quanto manca a quel mese.
Dividi la tua vita nei momenti in cui hai preferito un paese e in quelli in cui hai preferito l’altro.
A volte ti prometti che ritornerai, altre invece ti convinci che il posto che ti ha adottato sia casa tua.
Che poi non lo sai neanche cosa significhi casa. O meglio, per te non è la stessa sensazione che possono provare i tuoi amici. Quelli che sono cresciuti in un posto e ci moriranno lì.
Proprio l’altro giorno un amico te l’ha chiesto:
“ Ma tu dove ti senti a casa?
“Sai perché io quest’estate sono tornato dopo tanti anni nella città dove sono nato e non mi ero mai sentito così straniero”.
 
Il bello di tutto questo è che ognuno la vive a modo suo, c’è chi si integra di più, chi di meno. Chi decide di tagliare una volta per tutte le radici e chi invece le lascia crescere diventando così una persona speciale, come ti piace definirti a volte.
Sei speciale perché ogni cosa è come se tu la osservassi con quattro occhi e la spiegassi utilizzando due lingue.
A volte ti senti speciale e ringrazi di esserlo.
Altre invece ti senti in difficoltà.
Finisci sempre col domandarti:
“Ma io chi sono?”
Sì perché in un posto ti chiamano in una certa maniera mentre nell’altro pronunciano il tuo nome correttamente, col suono naturale, originale.
Tu sei lo stesso, pensi. Forse lo sei o forse cambi ogni vola che superi un confine.
Alla fine non l’hai ancora capito e probabilmente non lo comprenderai mai.
 
Pensieri che prendono forma mentre osservi una scena che ti fa sorridere e ti rende triste allo stesso tempo.
Un bambino piccolo che chiede informazioni al controllore del treno perché il padre non sa parlare bene la lingua.
Guardi gli occhi pieni di vergogna del genitore e l’innocenza del bambino che ascolta concentrato tutto quello che il controllore gli dice.
Non sai perché ma finisci a immaginare le feste di compleanno di quel bambino.
 
Immagini lui che viene invitato alle feste dei suoi amichetti. Si diverte, porta i regali e come ogni altro bambino sogna di fare una festa uguale per il suo di compleanno.
Immagini che si chieda se possa permettersela, perché magari la casa dove vive non è grande come quella dei suoi compagni.
Forse lui una stanza tutta per sé non ce l’ha. Figurarsi un giardino dove mettere un tavolo lunghissimo pieno di prelibatezze da gustarsi mentre si gioca a pallone.
Te lo immagini che pensa a un’altra cosa, ai suoi genitori.
È consapevole che i suoi genitori non la sanno parlare bene la lingua dei suoi amici.
Che figura ci farebbe a invitarli a casa?
Non vorrebbe sentire mamma e papà pronunciare male le parole che lui dice così bene e in maniera così veloce, proprio come i suoi compagni di classe.
Te lo immagini che prima di andare a dormire, ogni volta, se lo chieda:
“Ma perché io riesco a parlare entrambe le lingue come se fossero le mie?”
Te lo immagini che si addormenta cercando di darsi una risposta, ma ogni volta non ce la fa.
 
Finisci di immaginare la vita del bambino e guardi il padre.
Ti auguri di non vederlo mai più quello sguardo pieno di vergogna mentre il suo piccolo gli faceva da traduttore.
Quale padre vorrebbe dipendere dal figlio?
Sono i padri che si occupano dei figli, non il contrario.
Te lo immagini che ha firmato un contratto a vita che lo legherà a un posto di lavoro che non gli piace, che sicuramente è duro e faticoso, ma che gli permette di portare a casa il cibo.
Perché questo è il pensiero principale dei padri stranieri che incontrate ogni giorno.
Portare a casa da mangiare, vestire i propri figli, mandarli a scuola e cercare di creare le condizioni migliori possibili nelle quali farli crescere.
 
Tutti i genitori stranieri che incrociate per strada nel momento in cui hanno abbandonato la propria casa hanno smesso di vivere e hanno iniziato a sopravvivere.
Hanno abbassato la testa, hanno iniziato a lavorare, hanno cercato di parlare il meno possibile perché si sono vergognati della loro pronuncia scorretta e non si sono mai concessi niente per sé stessi.
Solo quel viaggio, una volta all’anno. Tornare a respirare l’aria di casa, abbracciare famigliari e amici. Continuare a fare finta che là, dove si sta bene economicamente, tutto vada a gonfie vele.
Tutto questo per provare a dare ai propri figli un futuro migliore.
Il futuro, incognita e speranza.
Sì perché i figli crescono e capita che prendano la strada sbagliata.
Oppure non parlino, o parlino male la lingua dei genitori.
Capita che non vogliano più tornare nel posto dove sono nati.
Allora? Ne valeva davvero la pena mollare tutto e partire?
Provate a immaginare come possa sentirsi un genitore che non ascolterà mai parlare suo figlio in quella che dovrebbe essere la sua lingua madre.
 
Succede però anche che i figli la lingua non la dimentichino.
Che ogni anno non vedano l’ora di tornare là dove vedono i loro genitori felici.
Che facciano fruttare al meglio possibile tutti quei sacrifici di mamma e papà.
 
Guardi ancora una volta padre e figlio.
Si parlano nella lingua madre del genitore e lui sembra un’altra persona quando si esprime usando il suo idioma.
A suo agio, senza alcun timore.
Come il naturale scorrere degli eventi.
Ti immagini un’altra scena prima di scendere alla tua fermata.
Un futuro lontano.
Il bambino è diventato grande.
Sorride per il traguardo che ha raggiunto e festeggia con i suoi amici.
Ci sono anche i suoi genitori.
Parlano e scherzano con i fratelli e le sorelle di vita che il figlio si è scelto.
Il padre lo guarda e piange, commosso e orgoglioso.
 
Gezim Qadraku.