Il tempo di un caffè

Ricordo che in quel periodo mi ero preso questa abitudine di scrivermi la lista delle cose che desideravo fare durante la giornata.
Avevo letto un po’ di libri motivazionali e tutti suggerivano di mettere per iscritto il proprio programma quotidiano appena svegli e poi, prima di andare a dormire, segnare tutte le attività che si era stati in grado di svolgere.

Da’ una motivazione in più, spiegavano. Quando torni a casa e controlli quante cose sei riuscito a fare, in caso positivo, provi un senso di fierezza nei tuoi confronti. In caso contrario rimane comunque uno strumento utile per capire come organizzare la propria giornata.
Era un periodo nel quale mi svegliavo veramente presto ogni mattina, praticavo lo Yoga, mi allenavo prima di andare al lavoro e avevo totalmente cambiato la mia alimentazione. Abitudini lontane anni luce dalla mia passata quotidianità.

Dopo averla incontrata iniziai a lasciare sempre uno spazio vuoto tra le attività per lei. Ci conoscemmo tra i corridoi degli uffici. Lavorava due piani sopra al mio, ma molto spesso era costretta a scendere. Un giorno necessitava di parlare proprio con me e fu un’ottima scusa per fare una pausa e prenderci un caffè. Giusto il tempo di una breve chiacchierata e quella diventò una routine.

Caffè?” e ci si incontrava da qualche parte, con queste pause che iniziarono ad allungarsi sempre di più. E tutto diventava sempre più interessante. Lei, i suoi modi di fare, le sue abitudini e la sua timidezza che non ne sapeva di voler sparire. Le accennai che a breve me ne sarei dovuto andare dal quell’ufficio. Dall’alto mi avevano fatto sapere che le mie capacità servivano a dei nostri collaboratori in un’altra città.

Trasferirsi per lavoro, una cosa che avevo sempre amato. Un punto che probabilmente aveva giocato a mio favore durante il colloquio. Avevo dato la mia piena disponibilità nel muovermi e spostarmi periodicamente.

In quei giorni però, l’unica cosa che volevo fare era tornare indietro e non dare più quella disponibilità.
Capii perché avevo sempre avuto così tanta voglia di muovermi.
Non avevo mai avuto un motivo per fermarmi in un posto.
Mi accorsi che non mi era mai successo di pensare che una persona mi sarebbe potuta mancare.
Non l’avevo mai detto a nessuno, salutandolo: “mi mancherai“.
Era arrivato il momento e non sapevo proprio come gestirlo.
Avrei sentito la sua mancanza. Questo era poco ma sicuro.
Mi mancava ancora prima andarmene, mi mancava nonostante la vedessi ogni giorno e speravo che ogni secondo con lei potesse durare per sempre.
Nonostante fossimo coscienti che non ne sarebbe scaturito nulla di più, era comunque qualcosa. Un sentimento nuovo che mi aveva scombussolato la quotidianità.

Si stava bene in quegli attimi.
Non eravamo quel tipo di persone che hanno bisogno di parlare per capirsi e questo ci aveva avvicinati sin da subito, come lo possono ben comprendere tutte quelle persone che almeno una volta nella vita sono stati in silenzio con qualcuno per una serie di minuti senza sentirsi a disagio.
Senza provare quella terribile sensazione di dover per forza dire qualcosa.
Capita raramente, con poche persone, ed è giusto così.

Andammo avanti per un periodo che ora mi sembra infinito – ripensandoci – ma all’epoca mi parve un battito di ciglia. Finché non glielo dissi, perché alla fine poi le cose bisogna dirle. E bisogna farlo guardando negli occhi le persone. Cosa che con lei mi riusciva più semplice. Mi trovavo a mio agio guardandola, mi sentivo al sicuro dentro alle sue pupille.

Non è mai abbastanza” le confessai, accarezzandole un sopracciglio e perdendomi per l’ennesima volta nei suoi occhioni.
Cosa?” mi domandò lei, con un tono sorpreso e curioso.
Il tempo con te!“replicai io, sorridendo.
Cercando in qualche modo di mostrarle quanto stare con lei mi rendeva felice.

Gezim Qadraku.

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I’ll be back soon

I’m at the airport, waiting for a friend who’s coming back from London after two months of work. The speaker announces that the plane is half an hour late. Not having many options I decide to take a walk aimlessly. I wonder for a while until I reach the departure gates.
My attention is immediately captured by a child and what should be his father. I am kidnapped by the way the little one is glued to the parent. I sit on a bench and keep watching them. I can already imagine how this story will end.

After a couple of minutes, the father hugs his woman with a touching and deep gesture. They remain attached to each other for an indefinite time. When they come off, both have shiny eyes.  He is a little less, while she just can’t hold back her tears. It’s a blow to the heart to look at her, it hurts me. She tries to hide the emotion by looking up and putting on her sunglasses. She doesn’t want the child to see her like that.
The father is holding back because now comes the impossible part. He lowers himself towards his little one, caresses his hair and pulls out a forced, hard-fought smile, while he succeeds in the very complicated exercise of keeping tears inside his body. I can get a very clear idea of the power of the knot in the throat she’s trying.

He hugs him hard and the son literally clings to his body. It’s a snapshot, a flash. There should be someone – for each one of us – who takes pictures or films certain moments of our existence. That gesture should be shown in schools to explain the meaning of parent, child, family.
It is impossible to think that those two bodies could come off. It would be like asking or expecting, that a natural event stops following its course. Ask the flowers not to bloom in spring or the water of the rivers not to feed the seas. You can’t do that.
The mother is forced to do what she does not want. She pulls the baby to herself with a quick gesture, somehow trying to reduce the pain. As if that was possible.
I read the father’s lips: “I’ll be back soon”.
The child knows that he is lying to him and bursts into a roaring cry. He turns around and hugs the legs of the mother. She looks at her man, gently caresses his face and tells him to go. In my heart, selfishly, I wish myself the good fortune to find such a woman.
He looks at the little one and then turns his back on his family.

The emptiness that is created is deafening. For a moment I think the whole airport has stopped and is watching them. I don’t feel anything. I can only feel the pain of those three people that increases dramatically every second that passes.
I know this kind of stories. I’ve already heard those words. I know how that child feels. He doesn’t understand why her father is doing something as terrible as going to work somewhere far away. He feels betrayed and is not wrong. But what he doesn’t know is that his father is doing such a bad thing just for him. So that he doesn’t miss anything now that he’s small and above all, so that, in a certain way, he can secure a future when he’ll be big.
That child will understand it, he will understand all this when he is grown up. But now he doesn’t care. Now he just wants to have his father there with him to play and go and eat ice cream together.

What the father doesn’t know is that he will lose pieces of his son’s life forever. He’ll let days, months and maybe years slip by. This will last until he can take it with him or decides to return. It may happen if the period of distance is prolonged for too many years, that that son will not be able to recognize him and will go into the arms of someone else when he will be back.
He will ask his mother, “Who is this man?”.
And then that father will take all the blame in the world. He will wonder if it was worth it to make his creature suffer. To live far from his family and then to return so as not to be recognized.
What all those who left their land asked themselves at least once in their lives: “but was it really worth it?”
Yes, as if a simple human being were able to answer such a question.

I take one last look at that child and remind of the story my mother used to talk to me. The photo of the three of us, with my father holding me in his arms a few days after birth next to my mother, who I asked her to kiss before falling asleep while he was away. When he came back and I told her to make him sleep under the bed, that man.
I didn’t call him Daddy anymore. He had become “that man”. It had been a long time since he left and I was just a child. I was not to blame, neither was my father. It’s nobody’s fault actually, it’s life.
I always wondered how he felt, but I never had the courage to ask him directly.
I go outside to smoke a cigarette and I pray that no father should be forced to make such decisions.

Gezim Qadraku.

Una vita che non esiste

Il mal di testa era fortissimo. Innumerevoli e fastidiosissime fitte continuavano a premere incessantemente sul mio cervello.
La sensazione era che quel dolore stesse per spaccarmi il cranio.
Non avevo mai provato una sofferenza tale.
Non potei fare altro che chiudere gli occhi e lasciarmi cadere sul letto. Nonostante fossi caduto quasi a peso morto e mi sembrava di non essere in grado di controllare i muscoli, continuavo a tenere con la mano destra il mio smartphone.

Erano le 9 del mattino di una domenica qualunque. Ero sveglio dalle 8 e da quell’istante non avevo fatto altro che controllare i miei profili social.
Facebook, Instagram, WhatsApp, poi di nuovo Facebook, una controllata alla mail e ancora Instagram.
Non potevo farne a meno.
Mi era impossibile immaginare di perdermi anche il minimo avvenimento che stava accadendo online.
Avevo trascorso la prima ora di quella giornata senza bere, mangiare o andare in bagno. Sessanta minuti con lo sguardo concentrato su quello schermo.
Prima da sdraiato sotto le coperte e successivamente seduto sul letto.
La mia testa era riuscita a resistere un’ora.
Poi il buio.
Mi lasciai cadere sul letto e la sensazione fu di perdere i sensi.

Mi ripresi più tardi, circa un’ora e mezza dopo.
Non mi fu difficile comprendere che quel dolore era stato causato dall’eccessivo utilizzo del cellulare.
Il risveglio fu traumatico. Mi parve di essere scampato alla morte e la paura, il terrore di aver visto la fine di fronte agli occhi, mi fece dimenticare tutto il resto.
Per la prima volta dopo parecchio tempo mi fermai a pensare.

Da un paio di anni il mio unico interesse era la vita online.
Il mio profilo.
Le mie attività.
Le mie foto.
I miei “amici”.
I messaggi delle ragazze.
Le richieste di amicizia.
I “mi piace”.
I commenti.
Le condivisioni.
Gli apprezzamenti.
I nuovi follower.
Le nuove follower.
Le stories.
Chi le aveva visualizzate.
Chi non ancora.
Chi mi aveva taggato.

Trascorrevo le mie giornate connesso. Ogni secondo libero era buono per prendere in mano lo smartphone e osservare le vite degli altri.
Controllare cosa stava succedendo: chi aveva pubblicato una foto, chi era in viaggio, chi aveva ottenuto un nuovo lavoro, chi si era fidanzato, chi si era sposato, chi era nato, chi era morto, a chi piacevano le mie foto, come stava andando un mio post, chi voleva diventare mio amico, chi iniziava a seguirmi, quali ragazze rispondevano ai miei messaggi.

Qualsiasi cosa facessi: dal mangiare agli allenamenti, dal viaggiare alle uscite con gli amici era fatto esclusivamente con l’intento e la speranza che pubblicandolo avesse potuto fare di me un personaggio migliore secondo la prospettiva del web.
Sognavo di diventare un influencer. Impazzivo di felicità e mi sentivo importante, completo, arrivato quando qualcuno mi chiedeva consigli su qualsiasi argomento.

Uscivo con i miei amici e votavo sempre per andare nei locali più costosi per dare un’idea di ricchezza.
Andavo a mangiare due o tre volte alla settimana al ristorante, sempre per lo stesso motivo.
Successivamente iniziai anche a viaggiare, prima nei posti più vicini a casa e man mano mi allontanavo sempre di più, fino a varcare i confini.
Odiavo viaggiare e soprattutto prendere l’aereo.
Però le foto in aeroporto e dei monumenti delle città famose avevano un enorme seguito.
Non esitavo a condividere con i miei “amici” del web tutto ciò che mi succedeva.
Avevo un bisogno vitale della loro opinione. Ogni giorno era una lotta per farmi accettare e stare al passo con le mode del momento.
Fotografavo appunti e libri mentre studiavo oppure le scarpe sportive e i pesi prima di iniziare ad allenarmi.
Postavo le foto dei programmi televisivi che guardavo.
Arrivai a pubblicare una foto di me e Jessica sotto le lenzuola, nudi, dopo aver fatto l’amore.
Addirittura la bara di mio nonno mentre lo portavamo al cimitero.
Ebbe un enorme successo.

Dopo il risveglio compresi di aver un problema e quel trauma mi convinse che la cosa giusta da fare era rivolgermi a un dottore. Scoprii che soffrivo di nomofobia: la paura di restare disconnessi dalla rete.
Iniziai un percorso di guarigione. La base era cercare di ridurre al minimo, e ai soli momenti indispensabili, l’utilizzo dello smartphone.
I primi giorni furono un disastro assoluto. Semplicemente non ce la facevo.
Poi con il passare del tempo migliorai sempre di più, fino a sentirmi in grado di poter prendermi una pausa dai social.
Non cancellai i profili, disinstallai le app dallo smartphone e provai a vedere se era possibile vivere senza.
Era fattibile eccome, anzi, era una meraviglia.

Le riflessioni di quel periodo mi fecero capire che avevo buttato via gli ultimi anni della mia vita.
Svolgere un’attività, fare una foto, modificarla, trovare la frase giusta da scrivere, pubblicarla e aspettare. Sperare che la foto piaccia e dopo i primi apprezzamenti sentirsi appagati.

Mi sentivo felice e completo, ma per cosa?
In realtà tutto quello era un bel niente.
Solo pura immaginazione. Così forte da farmi perdere il contatto con la realtà.

Contavo i mi piace, giudicavo gli apprezzamenti a seconda di chi li aveva dati. L’apprezzamento di uno sconosciuto valeva molto di meno della ragazza che mi interessava. Eppure per l’algoritmo del social network sempre uno era.

Mi ero costruito una vita che non esisteva, fatta di foto ritoccate, false amicizie, apprezzamenti di circostanza.
Una vita immaginaria che per tutti ormai vale molto di più di quella reale.

A distanza di diversi mesi dall’inizio del percorso di guarigione mi sentii così bene e sicuro di me stesso, da provare la sensazione di poter essere in grado di controllare i social network.
Decisi di installare di nuovo le app sul mio smartphone.

Così ritornai sui social, i miei profili erano lì dove li avevo lasciati.
Era trascorso un sacco di tempo eppure nessuno sembrava essersi accorto della mia assenza.

Gezim Qadraku.

 

Ti auguro

Ti auguro di trovare il coraggio di fare di testa tua.
Di prendere decisioni importanti.
Di fregartene di quello che ti diranno gli altri.
Probabilmente nessuno capirà perché ti sei messo in testa di fare quella cosa, ma questo non significa che quella non sia la strada giusta per te.
Hai visto com’è passato veloce questo anno? 
Quanti rimpianti hai oggi?
Ti auguro di averne sempre di meno ogni volta che ti fermerai a pensare a come sta andando la tua vita.
Fai in modo che ogni giorno sia un nuovo anno.
Ti auguro di svegliarti ogni mattina con la voglia di sbagliare, perché gli errori e le delusioni sono il segnale che ci stai provando, che stai rincorrendo il tuo sogno.
Ti auguro di trovare qualcuno che ti aspetti per mangiare con te, anche se sono le 22 e l’ora di cena è già passata da un pezzo.
Qualcuno che prenda un aereo solo per vederti.
Qualcuno che abbia bisogno di te.
Ti auguro di avere persone da chiamare e da andare a trovare appena hai un po’ di tempo libero.
Ti auguro tanti libri e tanti viaggi. Soltanto la curiosità e la voglia di conoscere quello che ci sembra diverso può permetterci di migliorare questo mondo.
Ti auguro di avere la possibilità di poterci provare.
Una fortuna che purtroppo non tutti hanno.
Non commettere l’errore di sprecarla.

Gezim Qadraku.

Straniero

Nasci in un paese e diventi adulto in un altro.
Parli una lingua in casa e un’altra quando sei con i tuoi amici.
Hai trascorso la maggior parte delle tue vacanze dove i tuoi genitori sono cresciuti.
Lì dove li vedi felici e questo succede solo una volta all’anno.
Gli altri undici mesi li passano contando quanto manca a quel mese.
Dividi la tua vita nei momenti in cui hai preferito un paese e in quelli in cui hai preferito l’altro.
A volte ti prometti che ritornerai, altre invece ti convinci che il posto che ti ha adottato sia casa tua.
Che poi non lo sai neanche cosa significhi casa. O meglio, per te non è la stessa sensazione che possono provare i tuoi amici. Quelli che sono cresciuti in un posto e ci moriranno lì.
Proprio l’altro giorno un amico te l’ha chiesto:
“ Ma tu dove ti senti a casa?
“Sai perché io quest’estate sono tornato dopo tanti anni nella città dove sono nato e non mi ero mai sentito così straniero”.
 
Il bello di tutto questo è che ognuno la vive a modo suo, c’è chi si integra di più, chi di meno. Chi decide di tagliare una volta per tutte le radici e chi invece le lascia crescere diventando così una persona speciale, come ti piace definirti a volte.
Sei speciale perché ogni cosa è come se tu la osservassi con quattro occhi e la spiegassi utilizzando due lingue.
A volte ti senti speciale e ringrazi di esserlo.
Altre invece ti senti in difficoltà.
Finisci sempre col domandarti:
“Ma io chi sono?”
Sì perché in un posto ti chiamano in una certa maniera mentre nell’altro pronunciano il tuo nome correttamente, col suono naturale, originale.
Tu sei lo stesso, pensi. Forse lo sei o forse cambi ogni vola che superi un confine.
Alla fine non l’hai ancora capito e probabilmente non lo comprenderai mai.
 
Pensieri che prendono forma mentre osservi una scena che ti fa sorridere e ti rende triste allo stesso tempo.
Un bambino piccolo che chiede informazioni al controllore del treno perché il padre non sa parlare bene la lingua.
Guardi gli occhi pieni di vergogna del genitore e l’innocenza del bambino che ascolta concentrato tutto quello che il controllore gli dice.
Non sai perché ma finisci a immaginare le feste di compleanno di quel bambino.
 
Immagini lui che viene invitato alle feste dei suoi amichetti. Si diverte, porta i regali e come ogni altro bambino sogna di fare una festa uguale per il suo di compleanno.
Immagini che si chieda se possa permettersela, perché magari la casa dove vive non è grande come quella dei suoi compagni.
Forse lui una stanza tutta per sé non ce l’ha. Figurarsi un giardino dove mettere un tavolo lunghissimo pieno di prelibatezze da gustarsi mentre si gioca a pallone.
Te lo immagini che pensa a un’altra cosa, ai suoi genitori.
È consapevole che i suoi genitori non la sanno parlare bene la lingua dei suoi amici.
Che figura ci farebbe a invitarli a casa?
Non vorrebbe sentire mamma e papà pronunciare male le parole che lui dice così bene e in maniera così veloce, proprio come i suoi compagni di classe.
Te lo immagini che prima di andare a dormire, ogni volta, se lo chieda:
“Ma perché io riesco a parlare entrambe le lingue come se fossero le mie?”
Te lo immagini che si addormenta cercando di darsi una risposta, ma ogni volta non ce la fa.
 
Finisci di immaginare la vita del bambino e guardi il padre.
Ti auguri di non vederlo mai più quello sguardo pieno di vergogna mentre il suo piccolo gli faceva da traduttore.
Quale padre vorrebbe dipendere dal figlio?
Sono i padri che si occupano dei figli, non il contrario.
Te lo immagini che ha firmato un contratto a vita che lo legherà a un posto di lavoro che non gli piace, che sicuramente è duro e faticoso, ma che gli permette di portare a casa il cibo.
Perché questo è il pensiero principale dei padri stranieri che incontrate ogni giorno.
Portare a casa da mangiare, vestire i propri figli, mandarli a scuola e cercare di creare le condizioni migliori possibili nelle quali farli crescere.
 
Tutti i genitori stranieri che incrociate per strada nel momento in cui hanno abbandonato la propria casa hanno smesso di vivere e hanno iniziato a sopravvivere.
Hanno abbassato la testa, hanno iniziato a lavorare, hanno cercato di parlare il meno possibile perché si sono vergognati della loro pronuncia scorretta e non si sono mai concessi niente per sé stessi.
Solo quel viaggio, una volta all’anno. Tornare a respirare l’aria di casa, abbracciare famigliari e amici. Continuare a fare finta che là, dove si sta bene economicamente, tutto vada a gonfie vele.
Tutto questo per provare a dare ai propri figli un futuro migliore.
Il futuro, incognita e speranza.
Sì perché i figli crescono e capita che prendano la strada sbagliata.
Oppure non parlino, o parlino male la lingua dei genitori.
Capita che non vogliano più tornare nel posto dove sono nati.
Allora? Ne valeva davvero la pena mollare tutto e partire?
Provate a immaginare come possa sentirsi un genitore che non ascolterà mai parlare suo figlio in quella che dovrebbe essere la sua lingua madre.
 
Succede però anche che i figli la lingua non la dimentichino.
Che ogni anno non vedano l’ora di tornare là dove vedono i loro genitori felici.
Che facciano fruttare al meglio possibile tutti quei sacrifici di mamma e papà.
 
Guardi ancora una volta padre e figlio.
Si parlano nella lingua madre del genitore e lui sembra un’altra persona quando si esprime usando il suo idioma.
A suo agio, senza alcun timore.
Come il naturale scorrere degli eventi.
Ti immagini un’altra scena prima di scendere alla tua fermata.
Un futuro lontano.
Il bambino è diventato grande.
Sorride per il traguardo che ha raggiunto e festeggia con i suoi amici.
Ci sono anche i suoi genitori.
Parlano e scherzano con i fratelli e le sorelle di vita che il figlio si è scelto.
Il padre lo guarda e piange, commosso e orgoglioso.
 
Gezim Qadraku.