Non chiedere aiuto

Ho sei anni e sono in prima elementare.
È primavera, quasi estate ormai.
Dopo scuola mamma mi porta al parco a giocare con i miei compagni.
Sono felice, c’è il sole e le giornate mi sembrano tutte belle. Tra un po’ anche la scuola sarà finita, finalmente.
Al parco ci divertiamo sulle altalene, corriamo dietro al pallone e poi concludiamo giocando a nascondino. A una certa ora però dobbiamo tutti andare a casa, le mamme sono inflessibili.

A casa c’è papà, è da poco tornato dal lavoro. Si è fatto la doccia, profuma di buono. È stanco, ma io non lo noto. Sono un bambino, non posso accorgermene. Mamma mi dice sempre di chiedergli se è stanco. Lui mi risponde sempre di no, che non è stanco e mi accarezza la fronte sorridendo. Non capisco perché devo chiederglielo se poi lui mi dice di no. Lo capirò più tardi, quando sarò grande, quando proverò a lavorare anch’io e mi sentirò stanco non appena varcherò la porta di casa. Mi accorgerò quanto avere qualcuno che si preoccupa se sei stanco o meno, che quella semplice domanda, sia in grado di scacciare via tutta la stanchezza.

Mi faccio la doccia e poi vado a sedermi sul divano, di fianco a papà. Ha un libro in mano e la sua faccia ha un’espressione confusa. Sta studiando per la patente. Il libro mi piace, ha un sacco di immagini colorate che attirano la mia attenzione. Papà mi chiede aiuto. Mi domanda cosa vuol dire la parola “carreggiata“. È la prima volta che sento quella parola. Ho sei anni, sto frequentando la prima elementare, il mio vocabolario è ridotto. Quella parola mi sembra difficilissima. Non riesco ad aiutare papà e mi dispiace. Allora lui va a chiederlo alla nostra vicina di casa. Lei le dice che una carreggiata è una strada, però lui non sembra soddisfatto della spiegazione.

Io cerco di capire a cosa voglia dire quella parola e nel frattempo mi chiedo perché papà non lo sappia, perché mi ha chiesto aiuto? Perché è dovuto andare a chiederlo alla vicina? E mamma? Perché neanche mamma sa cosa vuol dire carreggiata?
Ho sei anni, sto frequentando la prima elementare e quella parola mi mostra che mamma e papà non sanno bene la lingua del posto dove stiamo vivendo. Avrei dovuto capirlo prima, penso. A casa parliamo una lingua diversa da quella che le persone usano in televisione. Mamma e papà utilizzano l’italiano solo quando siamo fuori. Perché io invece riesco a usarle tutte e due? Forse ho i superpoteri.

Passerò quel periodo della mia infanzia a pensare che sono un supereroe, che io so parlare sia la lingua dei miei genitori che quella delle maestre, dei miei compagni e delle persone in televisione.
Papà prenderà la patente al primo colpo. Non verrà bocciato né alla teoria né alla pratica.
Crescendo mi accorgerò che per certe cose non potrò chiedere aiuto a mamma e papà. Ci sono cose della vita in Italia per le quali loro non possono aiutarmi. Dovrei chiedere aiuto ai miei compagni di classe o alle mie maestre, ma mi vergognerò di farlo perché non vorrò mostrarmi diverso o inferiore. Allora finirò per non chiedere mai aiuto, per qualsiasi ostacolo io dovrò superare. Linguistico, fisico o psicologico.

Saranno gli altri a chiedermi aiuto, a fidarsi del mio supporto, delle mie conoscenze. Io no, mai.
Mi piace dire che sono un tipo che preferisce ascoltare, che mi mette a disagio chiedere aiuto a qualcuno.
In realtà non ho idea di come funzioni, di cosa bisogna fare e se ne valga la pena davvero.
Non ho ancora imparato a farlo, a chiedere aiuto.

Gezim Qadraku

Quelle estati in Kosovo

Tornare in Kosovo ogni estate significava poter finalmente respirare aria di libertà. Dopo nove mesi di orari inflessibili, scuola, compiti, verifiche e interrogazioni, mi aspettava sempre almeno un mese di puro divertimento. Passavo la maggior parte del tempo nel villaggio in campagna dov’è nato e cresciuto mio padre. Lì, insieme a mio cugino e altri ragazzi, sono sicuro di aver toccato l’apice della felicità.

Eravamo un gruppo di sei, sette bambini. Io ero il più giovane. Trascorrevamo i pomeriggi a giocare negli infiniti prati di campagna. Loro portavano le mucche al pascolo e uno aveva sempre con sé il pallone. Si andava così a sfidare gli altri bambini del villaggio. Io giocavo a calcio in Italia, mi allenavo due volte a settimana e facevo tutto secondo le regole. Ma lì, in mezzo a loro, sembravo un pesce fuor d’acqua. Mi pareva di fare un altro gioco. Loro erano più bravi, più veloci, più forti. Crescendo mi sono sempre chiesto dove sarebbero potuti arrivare, se qualcuno avesse dato loro una possibilità.

Che belli quei pomeriggi. Non si giocava soltanto a calcio, si andava anche a rubare le pannocchie per poi mangiarle insieme. Ci suddividevamo i compiti. Tre andavano a rubarle. Due erano gli addetti ad entrare nel campo, mentre uno stava fuori a controllare che non arrivasse qualcuno. Gli altri tre o quattro stavano alla base, che non era altro che l’ombra di una quercia. Lì sotto preparavamo la legna e il fuoco. Le mangiavamo alla griglia e a guardare le nostre facce pareva che ci avessero aperto le porte di un ristorante stellato. Non erano solo pannocchie quelle. Era l’organizzazione di un furto, l’ansia dell’attesa, l’adrenalina di coloro che dovevano mettere in atto il piano e poi la felicità di potercele gustare assieme.

Stavo bene in mezzo a loro, anche se ero totalmente diverso. Io avevo tutto: scarpe originali, vestiti belli, puliti e stirati. Una vita semplice in Italia e la possibilità di poter pensare a un futuro roseo. Loro non avevano nulla, ma io mica lo sapevo. Quanto piangevo ogni volta che bisognava tornare in Italia. Volevo restare con loro e avrei dato tutto quello che avevo pur di poter rimanere in Kosovo.
Loro non mi hanno mai detto niente, ma chissà quanto mi invidiavano. E io stupido che avrei barattato la mia vita agiata per il loro nulla.

Tutto mi piaceva di loro. Anche quando ci si sporcava giocando avevo la sensazione che il loro sporco fosse più bello del mio, più originale. Anche il fango o la polvere stava bene su di loro. Quante volte ripenso a quegli istanti ascoltando le meravigliose note de “Il ragazzo della via Gluck“. Mi emoziono ogni volta.

A quei momenti è legato anche il ricordo del cibo più buono che io abbia mai mangiato. No, non mi sto riferendo al mais alla griglia.
Quando uscivamo a giocare le nostre madri sapevano che avremmo fatto tardi e che a una certa ora avremmo avuto una fame da lupi. Allora mamma mi preparava sempre un panino con del pomodoro tagliato a fette e una generosa quantità di sale. Un panino semplice, anzi, piuttosto scarno se ci penso.
Era la fine del mondo, credetemi. Quando il succo del pomodoro bagnava il pane e in quel pezzo c’era del sale, prendeva vita un miscuglio che mi faceva letteralmente volare.
Dio che felicità.

Mamma però mi sgridava quando esageravo nell’uscire a giocare con gli altri. Usava un’espressione intraducibile in italiano, Sokak. La parola fa riferimento alle stradine strette che separano le case in un villaggio o in una città. Ma è il modo con cui viene utilizzata e tutto il significato che le viene dato a creare un mondo a sé stante. Mamma mi diceva sempre di non stare n’sokak tutto il giorno. Era come, per provare a dirla in italiano, una sorta di richiamo a non passare tutta la giornata a spasso per il paese a perdere tempo.

Voleva che studiassi, che facessi i compiti, ma a me interessava soltanto giocare a pallone con i miei amici. Loro mi proteggevano da quel mondo fatto di regole non scritte, orgoglio e tanto coraggio. Qualcosa di distante anni luce dal concetto di gioco e divertimento che c’era in Italia, quando trascorrevo il post scuola al parco con i miei compagni di classe. Loro indossavano tutti indumenti vecchi, brutti, sporchi e io li volevo. Sognavo di essere come loro, ma invece avevo tutta roba molto più bella. Me ne vergognavo.

Un giorno capii dove compravano quelle cose brutte che a me tanto piacevano. Vidi anche che costavano veramente poco e iniziai a comprendere qualcosa della loro realtà. Mi trovavo al mercato con i miei genitori, che in albanese chiamamo pazar, da bazar. Dovreste passarci una giornata in questo posto, capireste tanto del nostro popolo. I modi di fare dei venditori, la gentilezza e la disponibilità nel farti credito per una,due o tre settimane. L’atmosfera che si respira, gli odori, i suoni e i profumi. Provare a chiedere di avere un peperone e ricevere tutta la cassa che ne conterrà almeno una trentina.

“Ma no, tutti sono troppi. Me ne serve solo uno.”
“Ma signora, non vorrà mica comprare un solo peperone? Su dai, un euro e si prenda tutto.”

E non puoi mica rifiutare. Ed è bello così.

Ora capita, quando ritorno, sempre meno purtroppo, di incontrare di nuovo quei ragazzi. Sono cresciuti, sono diventati uomini. Hanno messo su famiglia, una casa e le loro vite hanno preso una via accettabile. Ma è come se nulla fosse cambiato quando mi vedono. Ci si incontra nei posti più impensabili, anche se per me ogni volta è come se qualcuno ci catapultasse sui prati della nostra amata campagna. Parliamo, discutiamo del presente e di come le cose siano cambiate. Sono ancora più gentili di prima e io mi sento a disagio ogni volta. Mi domando perché ho meritato una vita così fortunata e loro no.

Incontro Amir e mi torna in mente com’era la sua realtà da bambino. Abitava a una cinquantina di metri da mio cugino. A separarci c’era solo una collinetta che la gente usava per buttarci la spazzatura. Dietro all’immondizia c’era Amir e la sua famiglia. Un pomeriggio andammo da lui, non ricordo il motivo. Non avevano una casa, vivevano in una baracca. Il tetto era scoperto e il posto era minuscolo. Non ricordo quanti membri fossero in totale, anche perché ogni giorno scoprivo un fratello o una sorella nuova. Dovreste vederlo adesso Amir e la sua villa a due piani costruita con chissà quanti sacrifici. Mi ci porta dentro orgoglioso e mi fa conoscere sua moglie Jetmira, che è in dolce attesa.

È un maschio“, mi dice emozionato. Nel salotto ci sono un sacco di fotografie. La più grande è quella del padre, andato via troppo presto. Ci sono anch’io in una.  Siamo noi del gruppo, tutti insieme di fronte alla casa di mio cugino. Trattengo a stento la commozione. Non me l’aspettavo quella foto. È una valanga di emozioni difficile da gestire.

Beviamo il caffè, mangiamo qualche dolce e loro le provano tutte a trattenermi per cena. Dico ad Amir che sono già ospite da un’altra parte. È l’unico motivo che lo fa desistere. Saluto Jetmira con una stretta di mano e abbraccio forte Amir. Lascio il loro nido e mi dirigo verso mio cugino che mi aspetta per cena.

Durante il tragitto penso alla vita che ho condotto in Italia e quella dei miei amici italiani. A volte mi chiedo cosa ne è stata della nostra infanzia, se non abbiamo fatto altro che lamentarci di ciò che ci mancava. Il gioco della Play-Station, la scarpa di marca, il motorino, ecc…

Sono cresciuto in mezzo a persone che stavano bene economicamente, che potevano permettersi tutto ciò che serve a un essere umano per vivere bene, ma mi rendo conto che non mi hanno dato nulla. Mi hanno insegnato a scegliere i ristoranti, come si devono mangiare determinati piatti e come ci si deve vestire in certe occasioni. 

I poveri invece mi hanno dato tanto. Con loro mi sento sempre a mio agio, anche se io povero non lo sono mai stato. Loro hanno sofferto, hanno qualcosa da raccontarti, ci trovi la vita nei loro occhi. E se il destino non è stato troppo crudele e hanno ancora la forza di ridere; beh, in quei sorrisi capirai perché la vita sia la cosa migliore che possa esserti capitata. I poveri mi hanno insegnato e mostrato il significato della parola felicità. 

Arrivo al cancello e prima di entrare do un’occhiata intorno. Sono cambiate tante cose. Le case sono tutte più belle ora, i colori delle mura sono vivaci, la strada è stata asfaltata, nel fiume scorre una quantità d’acqua accettabile e non c’è più nessun segno della guerra. Nonostante tutte queste differenze, la mia mente ricrea le immagini di quei giorni d’estate. Vedo me stesso da piccolo che corre fuori dal cortile per incontrare i ragazzi del gruppo. Riassaporo il gusto di quei panini e risento le nostre voci felici mentre inseguiamo il pallone. Mi tornano in mente le parole del finale del film Stand by me.

Non ho mai più avuto amici come quelli che avevo a dodici anni. Gesù, ma chi li ha?

Entro nel cortile e vedo mio cugino sul balcone che sorride nel vedermi. Mi dice che la cena è pronta. In cuor mio spero ci sia del pane, dei pomodori e del sale.

Gezim Qadraku

 

Permesso di soggiorno

Questo è uno di quei momenti della mia vita di cui ricordo ogni particolare. Le sensazioni, gli odori, i vestiti che indossavo, la musica che ascoltavo e ciò che mi frullava per la testa. Esattamente come per il mio approccio alla scuola elementare, quando a cinque anni dovetti affrontare lo shock di essere l’unico bambino in classe a non avere l’astuccio.

Sono seduto sul pavimento della questura di Milano di via Fatebenefratelli che aspetto il mio turno. No, non ho commesso nessun reato. Me ne andrò da questo paese tra qualche anno con la fedina penale completamente pulita. Non mi trovo qui perchè mi ci hanno portato i Carabinieri, ci sono venuto di mia spontanea volontà. Il mio permesso di soggiorno scade a breve e devo rinnovarlo. Devo rinnovarlo per poter risiedere in Italia, per poter studiare, per poter continuare a giocare a calcio, per poter vivere e fare le stesse cose che fanno i miei amici.

Sono seduto, stanco, esausto, mentalmente sfinito. Mi sono svegliato alle 5 questa mattina e alle 6 ero qua fuori. La coda era già bella lunga e dopo un’ora ero avanzato solo di uno o due metri. Sapendo cosa mi aspettava, ho deciso di commettere qualcosa di inaccettabile, qualcosa di cui ora mi dovrei vergognare, ma non provo nessun rimorso a essere sincero. Ho superato la coda, mi sono fatto scudo del mio aspetto di ragazzo dalla pelle bianca, dei miei pantaloni blu ai quali ho abbinato una camicia azzurra e del faccino innocente per sembrare un italiano. A guardarmi, chiunque avrà pensato che dovevo essere un qualsiasi studente italiano. Ho afferrato in fretta e senza farmi notare il bigliettino con il numero 181 e mi sono intrufolato dentro. Erano le 7 e qualche minuto, ho pensato che dopo pranzo sarei uscito da qua. Ero troppo ottimista. 

Sono le 16:30 e ho appena scritto alla ragazza con la quale mi sto sentendo che sono ancora qua, che il nostro appuntamento deve essere rimandato a domani. Sto ancora aspettando il mio turno e dal momento in cui sono entrato non sto facendo altro che scrutare le persone che mi stanno attorno. C’è puzza, puzza di sudore, di cibi, di sfinitezza. C’è puzza di qualsiasi cosa. Ci sono bambini che piangono, altri che giocano per ingannare il tempo, mamme che allattano, altre che cercano di far addormentare i propri bambini. Padri che perdono la pazienza e altri che non danno alcun cenno di nervosismo. C’è tutto il mondo in questo ufficio immigrazione. America latina, Africa, Europa dell’est, Medio Oriente e Asia. Ci siamo tutti, non manca davvero nessuno.

Sullo schermo è apparso il numero 150, si avvicina il mio turno. Una trentina di numeri e sarà finito questo inferno. Non mi resta altro da fare che pensare a tutto il tempo che ho trascorso qua dentro sin da quando sono in Italia. È la prima volta che ci vengo da solo, è la prima volta da maggiorenne. Prima era un inferno che condividevo con i miei genitori. Andare in questura significava perdere un giorno di scuola. Significava andare a Milano e quindi prendere il treno e la metro. Erano tutte cose che mi piacevano e mi sento un idiota, se ripenso a quanto venire in questura a rinnovare il permesso di soggiorno fosse un giorno bello per me.

Mi è sempre piaciuta Milano. I treni, la metro, la folla di gente, i negozi, il tipo di vita che si respira qui. Ho sempre desiderato viverci. Non lo so ancora in quel momento, ma dopo qualche anno avrò la possibilità di studiare a Milano e finalmente mi toglierò tutto quel desiderio di godermi questa città in ogni angolo.

C’è una famiglia che attira la mia attenzione. Devono essere indiani o pakistani. La famiglia è composta da cinque membri: padre, madre e tre bambine. La figura paterna ha appena ricevuto quello che penso sia il rinnovo del permesso di soggiorno per sé e tutti gli altri. Accenna una corsetta liberatrice verso le sue donne. Le loro facce, i sorrisi e gli abbracci che si danno sono la miglior rappresentazione della felicità che potrei dare in questo momento, se qualcuno me lo chiedesse.

Li guardo e invece di empatizzare la loro gioia ed essere felice, provo una forte compassione. Mi fanno pena, come mi fa pena me stesso. Vorrei alzarmi, raggiungerli e dire a loro di andarsene. Di lasciare questo paese e tornare a vivere nel loro. Io sono così stanco di tutto questo che ci tornerei nel mio, anche subito. A piedi, se fosse necessario. È stata una vita trascorsa così: a rinnovare il permesso di soggiorno. In base alle leggi che i governi si divertono a cambiare ogni volta, la giostra cambia giro. A volte i rinnovi durano più a lungo, altre volte di meno. Dicono che dopo determinati anni hai diritto alla cittadinanza, ma c’è gente che la aspetta da così tanto che si è dimenticata della data di quando l’ha richiesta.

Nessuno ti ha obbligato a venire, potrebbe giustamente dire qualcuno. Mi verrebbe da dare ragione a un’affermazione feroce del genere in questo momento. Tornerei indietro e farei di tutto per fermare mio padre. Gli direi di restare, di non convincere mia madre a seguirlo. Proverei a convincerli a stare in un posto dove anche se vuoi lavorare il lavoro non c’è. In un posto dove arriverà la guerra e chissà se sarai fortunato o no da sopravvivere. Perché dopo aver ascoltato i racconti di guerra penso che sia tutta questione di fortuna. Ma queste attese, questa burocrazia, questo continuo riflettore che ti ricorda che non sei come quelli del posto mi ha stancato. E ora, mentre allungo le gambe e cerco di rilassare i muscoli, quasi me ne fotto di tutte le cose che un paese sviluppato ti mette a disposizione. Vorrei chiudere gli occhi e catapultarmi là dove sono nato.

Come se non bastasse, cresci in un ambiente dove costantemente ti senti ripetere che siamo tutti uguali, che siamo tutti sulla stessa barca. Cazzate. Io per poter andare a scuola, per giocare al parco con i miei amici e potermi registrare alla squadra di calcio del mio paese avevo bisogno di un permesso di soggiorno. No, non siamo tutti uguali. Non lo saremo mai. È la triste e cruda verità. Ma va bene così.
Mentre seguo con gli occhi quella famiglia uscire dalla questura mi dico che non voglio neanche essere uguale agli altri. Che non me ne frega più niente in realtà. Perché arrivi a un certo punto che tutto questo ti toglie la forza e lo accetti passivamente. Vieni qui, ti metti in fila e aspetti il tuo numero. Ricevi il tuo permesso rinnovato e te ne torni a casa.

È passata un’ora e finalmente è il mio turno. Il ragazzo allo sportello avrà qualche anno in più di me. Gli do tutto quello che mi chiede e dopo una decina di minuti mi fa firmare un foglio sul quale c’è una tessera di colore arancione. Il mio nuovo permesso di soggiorno. È valido dal 2009 fino al 2014. Siamo nel 2010, un anno è già trascorso.
Cinque anni, mai avuto un permesso di soggiorno così lungo. Prima di andarmene mi ricorda che il prossimo sarà indeterminato. Si aspetta che la notizia mi faccia piacere, che io sorrida e reagisca in chissà quale maniera. Lo ringrazio e me ne vado.
“Non me ne frega un cazzo”, gli vorrei dire. Ma non è colpa sua, lui non c’entra niente. Non è colpa di nessuno in realtà, vorrei poter trovare un colpevole a tutto questo. A chi fa sì che certi popoli debbano lasciare i propri luoghi e passare una vita in posti come le questure a rinnovare permessi di soggiorno. 

Non posso fare altro che uscire da questo posto. Ci sono entrato dieci ore fa. Era buio, lo è di nuovo. Scrivo a mamma che ho finito, che mi fermo a mangiare qualcosa perché sono distrutto. C’è un McDonald’s a pochi passi dalla questura e mi ci catapulto dentro. Ordino un menù grande e cerco di godermelo con tutta la calma del mondo. Dopo un paio di patatine e il primo sorso di Coca Cola sento il cellulare vibrare. È il mio migliore amico.

“Calcetto tra un’oretta?”
“Non ce la faccio, sono a Milano”
“Che ci fai a Milano a quest’ora?”
“Ero in questura. Ho appena finito.”
“In questura? Che cazzo hai combinato?”
“Niente tranquillo. Dovevo rinnovare il permesso di soggiorno.”

Do il primo morso all’hamburger e sorrido. I miei amici italiani conoscono la questura come il posto dove vieni portato se hai commesso qualche reato. Non lo sanno che c’è un ufficio immigrazione, una sala dove gli stranieri trascorrono la propria vita a rinnovare il permesso di soggiorno. L’hamburger è buono, do un altro morso più grande. Penso che tra quattro anni sarò ancora qui, un’altra volta.
Sarà l’ultima, ma non lo so ancora.

Gezim Qadraku

 

L’immagine in evidenza è stata scattata da Claudio Furlan.

 

Pezzi di puzzle

È un venerdì di metà dicembre e le temperature sono più alte del previsto. Dovrebbe fare molto più freddo in questo periodo dell’anno. Io vorrei tanto vedere un po’ di neve e invece niente, solo una nebbia inutile e fastidiosa. C’è qualcosa che non va, ma sembra che nessuno se ne preoccupi, tanto meno io in realtà.
Ci sto pensando solo perché mi sono appena tolto la felpa e sotto ho una di quelle magliette estive leggerissime. Mi vestirei così a settembre, normalmente, non a dicembre. Sono un tipo freddoloso, al minimo abbassamento delle temperature corro subito a coprirmi. Invece eccomi qui, con un classico abbigliamento autunnale e ora rimango addirittura in maglietta a maniche corte.

Mi sono alzato tardi oggi, ho trascorso la giornata a fare ricerca per la presentazione del corso di relazioni internazionali. È tra una settimana e non ho la più pallida idea di come organizzarla. Il tema sono i rapporti tra Stati Uniti e Cina, fino ad arrivare ai giorni nostri e alla guerra dei dazi. Ne parlano tutti così incessantemente che ho la sensazione di ripetere cose già fritte e rifritte.

È stato il professore ad assegnarci i temi, altrimenti avrei optato per altro, qualcosa di cui nessuno è interessato. Sono rimasto davanti al pc per non più di due ore, giusto il tempo di trovare un paio di pubblicazioni abbastanza affidabili sulle quali basare il mio lavoro.
Per pranzo ho preparato una pasta al pesto, accompagnata da una bistecca senza contorno, buttata su un piatto troppo grande, sul quale sembrava ancora più piccola di quello che era.
Poi ho preparato il caffè e mangiato un Ferrero rocher. Non mangio mai dolci, cerco di lasciare il cibo poco salutare per il weekend, ma mentre mi scottavo le labbra assaggiando il caffè, mi sono accorto che il pranzo non era stato abbastanza. Avevo ancora fame e l’unico modo per riempire il buco, in questi casi, è divorare qualcosa di dolce.

Ho lavato le stoviglie e poi le ho asciugate, il tutto mentre Spotify riproduceva musica tranquilla, come dal nome della playlist. Ho portato fuori la spazzatura e perso un po’ di tempo su YouTube, prima che arrivasse il momento di prepararmi per andare in Università. Mi sono messo il primo paio di jeans che ho trovato,  una maglietta nera che ho abbinato alla felpa verde scuro. Si è ristretta un po’ dopo vari lavaggi e ora mi calza a pennello, le maniche arrivano giuste ai polsi e sento che sto incominciando a riempirla all’altezza delle spalle. Non avevo molta voglia di venire a lezione oggi, sarà per il fatto che è nel tardo pomeriggio. Inizia alle 16 e finisce alle 17:30. Quel periodo della giornata che in università trascorreresti molto più volentieri a berti un caffè con un amico, parlando di discorsi futili, lamentandoti della mole di studio, per poi passare a commentare l’ultimo episodio della serie del momento di Netflix. Il tutto accompagnato dal senso di colpa che ti travolge in questi casi, mentre ti accorgi che stai buttando il tuo tempo e la sensazione è che tu stia facendo lo stesso con la tua vita.

Invece sono qui che mi levo la felpa per il caldo, mentre faccio finta di seguire la presentazione di quattro compagni. Stanno parlando della storia dell’Iran e non mi sembra che abbiano colto in pieno il significato di quegli eventi. Li ascolto solo di sfuggita, so già tutto e lo so piuttosto bene. Ma non è merito mio, sono solo stato fortunato ad avere un padre che per lavoro doveva muoversi da un continente all’altro e io e mia madre non avevamo altra scelta che seguirlo. Teheran è una di quelle città che non dimenticherò mai. Ho finito per tornarci una volta, per i fatti miei, senza mamma e papà. Penso siano gli occhi di quel popolo a essermi rimasti impressi, come se mi avessero rapito, in un certo senso. L’unica città nella quale ho provato il desiderio di rimanere, come se mi fossi sentito a casa, nonostante io non abbia idea di cosa significhi sentirsi a casa.

Guardo le slide dove appaiono le facce di Mossadeq, dello Shah e di Khomeini. Poi muovo lo sguardo verso di lei, la ragazza mora con gli occhi verdi che ha appena finito di esporre la sua parte. Si è spostata verso sinistra, di fianco alla cattedra, per lasciare la scena al suo compagno. Un ragazzo minuto con una voce così dolce e insicura che se non fosse per una barba non curata e senza senso, non gli si potrebbe dare neanche la maggiore età. Continuo a fissarla, quasi impotente e fregandomene che lei o qualcun altro se ne possa accorgere. Cerca gli occhi del suo ragazzo, seduto un paio di sedie davanti a me, e li trova. Lui le fa un cenno con la testa, non riesco a vedere il suo volto, solo la sua nuca che si muove in avanti e indietro lentamente, in maniera quasi impercettibile. Emana sicurezza quel movimento, ma anche il suo modo di fare e pure il suo abbigliamento. Ha addosso la felpa dell’università e un paio di pantaloni di colore oliva semi eleganti. Non è di certo l’abbinamento che avrei fatto io, ma su di lui sta bene. Quella felpa su di me starebbe bene solo in casa, per dormire. Forse. 

Si cercano e si trovano in maniera così facile e naturale che viene da commuoversi osservandoli. Lei sorride e si copre le mani allungando le maniglie del maglioncino color crema che le sta divinamente. È quasi imbarazzata, impaurita che qualcuno si stia accorgendo delle loro effusioni in lontananza. Fatica a nascondere la felicità per aver esposto bene, in maniera chiara e sicura, senza mai permettere all’ansia che le si era dipinta in volto di avere la meglio. È soddisfatta, leggo nella sua espressione una certa fierezza.
Il corso è iniziato da due mesi e con lei ho avuto solo un brevissimo scambio di battute. Non sono riuscito ad andare oltre. Quando mi ha rivolto la parola mi è sembrato di perdere tutte le difese immunitarie. È incredibile in che condizione riesca a metterti una persona che ti interessa, quanto potere siamo in grado di darle. Le ho risposto, non ricordo come e poi sono rimasto in silenzio, impaurito e preoccupato.
Li guardo e provo un misto di invidia e gioia. Li invidio perché sono entrambi del posto, ho scoperto che hanno studiato assieme e sono nati qui. Ci faccio sempre caso a questi dettagli, non per un motivo in particolare, ma per il semplice fatto che quando cresci come sono cresciuto io, sballottato da un paese all’altro, finisci per non vedere nessuno che ti assomiglia.

Chi c’è, là fuori, che è cresciuto come me?
Che non ha mai vissuto nello stesso paese per più di tre anni di fila?
Che ha frequentato più di dieci scuole diverse?
Nessuno, vero?

Continuo nell’esercizio di guardarli, fissarli, provare a entrare nelle loro teste, nelle loro vite. Mi piacerebbe essere così, essere nato in un posto ed esserci cresciuto. Avere un forte senso di appartenenza verso un paese o una città. Insomma, avere delle radici. Che poi ce le ho anch’io le mie radici, ma parlano lingue diverse e si muovono per tutti i continenti. Da Gerusalemme a Teheran, per poi andare a Tokyo, fare una sterzata a Mosca e saltare a New York. Poi l’Europa, prima Roma, poi Madrid e ora Berlino. Andando in giro per il mondo l’inglese è stata la lingua che ho imparato per prima e ho sempre frequentato le scuole in inglese, anche se a mamma piaceva molto farmi seguire dei corsi intensivi sulla lingua del posto. So un po’ di persiano, arabo, spagnolo e italiano, mentre con il giapponese sono proprio bravo. Con quei suoni e quei caratteri è stato amore a prima vista. Con il russo odio totale.


Ricordo che quando eravamo in Asia, il periodo dai 10 ai 15 anni, chiedevo a mamma perché tutti mi fissassero e perché non c’era nessuno chi mi assomigliasse esteticamente. Mi facevano un po’ ridere gli occhi a mandorla dei bambini giapponesi e cinesi. Un giorno le chiesi che cosa ci facevamo lì, perché dovevamo stare in un posto così strano. Mamma non utilizzò, come sempre faceva, la scusa del lavoro di papà.
Quella volta mi raccontò di un giornalista italiano che si chiamava Tiziano Terzani, il quale aveva trascorso gran parte della sua vita in Asia. Aveva raccontato le guerre che si erano svolte in quel periodo storico e si era portato sempre la famiglia con sè. Mi raccontò che i suoi figli avevano frequentato la scuola in cinese ed erano in grado di parlare perfettamente la lingua. Fu come ascoltare una favola e in quel momento pensai di aver trovato una sorta di supereroe, qualcuno da imitare o comunque qualcuno da considerare come noi, persone strane senza casa che abitano ovunque nel mondo.

Anche papà col passare del tempo si è accorto di questo mio malumore, questo mio problema d’identità. Sono sicuro che erano a conoscenza del rischio che avrebbe rappresentato crescere un figlio sapendo che avrebbero trascorso la loro vita girando il mondo. Ma non erano due sprovveduti, avevano entrambi le basi per gestire una situazione del genere.
Quando era lui a parlarmi della mia situazione, diceva che la mia esistenza così diversa e particolare, mi avrebbe portato a diventare qualcosa di unico, qualcosa che tutti avrebbero invidiato. Guardavamo le partite di NBA insieme e mi faceva sempre l’esempio di Kobe Bryant. Mi diceva che il fatto di essere cresciuto in Italia e aver imparato a giocare in un paese dove si insegnava quello sport dando tantissimo valore ai principi tecnici, gli aveva permesso di diventare ciò che era.
Concludeva sempre alla stessa maniera, papà: “immagina se fosse cresciuto negli states, sarebbe stato un altro giocatore straordinario come gli altri“.
Papà, ma allora Micheal Jordan?“, ribattevo io, quando ne avevo voglia.
E lui, puntuale e ripetitivo, mai domo, rispondeva sempre: “Jordan, Alì, Maradona e Federer non sono esseri umani. Loro fanno parte di un’altra categoria. Non commettere l’errore di paragonarli agli altri“.
Era un appassionato bulimico di qualsiasi sport, guardava gli eventi con una passione vorace. Il gesto tecnico, misto alla tensione emotiva e fisica, lo trasportava su un’altra dimensione. Perdeva qualsiasi pudore e contegno. A volte era più bello ammirare da vicino le sue reazioni a un canestro o a un rovescio, piuttosto che l’atto stesso eseguito dall’atleta, per quanto poteva essere stato magnifico.

Era lo sport che gli aveva fatto incontrare mamma. A Parigi, durante il Roland-Garros. Lei faceva la giornalista, lui invece era a caccia di clienti ed emozioni dal vivo. Trovò l’emozione più grande della sua vita, trovò l’amore.
“Tua madre mi ha reso umano“, diceva sempre quando parlava del loro incontro.
Amava gli articoli di mamma. Penso che lei l’abbia conquistato prima con le sue parole che con l’aspetto fisico.
Tua madre ti racconta una partita che hai visto e ti fa credere di esserti perso ogni secondo. Lei vede di più, vede meglio, va a fondo in ogni cosa. Da una partita di tennis è in grado di tirare fuori un compendio sulla vita e su come affrontare gli ostacoli.

Mamma invece seguiva solo il tennis. Con quello sport era un rapporto di amore e odio. Come con un qualcosa che ti fa del male, che ti tira via gran parte dell’ossigeno di cui hai bisogno per vivere, ma senza di esso sei a conoscenza di non poter andare avanti.
È uno sport individuale“, diceva, sottolineando ancora di più il fatto di non prendere in considerazione tutti gli altri sport individuali, i quali riteneva di relativa importanza.
Sei solo, nudo e hai tutti gli occhi puntati addosso, con il tuo avversario che vede dove colpire per ucciderti. Devi essere forte, non hai altre possibilità.
Iniziai ad amare anch’io i suoi pezzi. Ci trovavo tutto quello che avrebbe voluto dirmi da figura materna, ma che non riusciva o non voleva. Mi sembrava quasi imbarazzata, a tratti. Lo era diventata sempre di più mentre crescevo, come se le parole fossero diventate inutili nel nostro rapporto, bastavano gli sguardi.
Non le ho mai chiesto di mandarmi i suoi pezzi, andavo a cercarmeli mentre si svolgevano i grandi tornei. Diceva che se avessi voluto fare l’artista, qualsiasi fossero state le mie opere, non avrei mai dovuto inviarle a qualcuno e chiederne il parere.
La gente ti dice che sai fare qualcosa per compassione, se glielo chiedi. Non è un giudizio attendibile. Lascia che siano loro a trovare le tue opere. Solo di quei commenti ti potrai fidare.

Il frastuono rumoroso di un fulmine improvviso mi riporta alla realtà. Sono a Berlino, e in una grigia giornata di dicembre, mentre quattro compagni parlano di Iran e medio oriente, guardo una coppia di ragazzi tedeschi e mi sembra di vedere due pezzi di puzzle che si incastrano. La sensazione di piacere che mi danno mentre si amano, lascia il posto a un sentimento misto tra timore e scoraggiamento. Vorrei essere come loro, vorrei essere come quel ragazzo, essere in grado di conquistare e amare una ragazza del genere.
Il mio sguardo scende in basso verso le mie scarpe e mi accorgo che ho una scarpa slacciata. Quella stringa che tocca per terra mi fa sentire così sbagliato e fuori posto. Non ha senso, lo so. Come non ha senso giudicare una relazione amorosa in base alla nazionalità dei due protagonisti, ma non lo faccio apposta, è più forte di me.
Sono tanti i fattori che ti condizionano nella tua crescita. I genitori, gli amici, le persone che incontri, chi ti ama, chi ti ferisce, e ciò che per te è normalità. Per me normale è stato crescere e sentirmi la pecora nera del posto.
Ripenso a tutti quei viaggi con mamma e papà, a tutte le persone che ho avuto la fortuna di incontrare in questo arco di tempo che è stata la mia esistenza e mi accorgo di come tutti, in qualche modo, fossero dei pezzi di puzzle che si trovavano nel posto giusto ed era solo questione di tempo affinché incontrassero la parte nella quale incastrarsi. Noi invece ci distinguivamo sempre per qualcosa, che fosse il colore della pelle o la lingua. Mi ci sono abituato, in qualche modo, a non avere nulla a che fare con chi mi circonda. Però a volte sono stanco, molto stanco. Come oggi per esempio.

Mi tocco l’orologio, ci passo il pollice sopra come per pulirlo, ma in realtà non faccio altro che inumidirlo. Mi lascio letteralmente andare sullo schienale della sedia, infilo le mani nelle tasche della felpa e continuo ad ascoltare i miei compagni. Sono già arrivati all’accordo nucleare siglato dall’amministrazione Obama, hanno finito. Eravamo solo a Khomeini, mi dico, mentre cerco di capire quanto tempo ho trascorso vagabondando senza meta nei miei pensieri.
Si fermano, hanno terminato. Il silenzio copre l’aula ed è la voce profonda del professore a risvegliarci dai nostri pensieri. Si congratula con il gruppo, aggiunge un paio di considerazioni sull’accordo nucleare e sugli avvenimenti odierni.
Poi ci racconta una curiosità, chiede a tutti gli studenti internazionali se sanno come si dice “scacchi” in tedesco. Nessuno risponde.
Poi lui, con un sorriso inebriato, ci dice: “Shach”. E tutti noi capiamo il riferimento che vuole fare con l’Iran e la figura dello Shah.
Riprende in fretta le vesti di professore accademico e chiede se qualcuno di noi ha domande. Nessuno ha niente da chiedere. Il professore mette la parola fine alla lezione, ci augura un buon weekend e il rumore delle sedie che si muovono copre la stanza.

Butto il quaderno in cartella, indosso il giubbotto con un movimento veloce e sistemo le cuffie altrettanto in fretta. Esco senza cercare lo sguardo di nessuno, non ho alcuna voglia di parlare in questo momento. Dopo un paio di passi rapidi nel corridoio principale dell’università, rallento l’andatura e continuo a pensare a quei due. Quei due pezzi di puzzle così belli e naturali. Mi verrebbe voglia d’andare e abbracciarli, dire a loro di mettere su famiglia e fare un sacco di figli. Un sorriso forzato accompagna questo pensiero, mentre mi accorgo che ho le cuffie infilate nelle orecchie, ma non ho voglia di ascoltare nessuna canzone.

Arrivo all’uscita e il primo impatto con l’ambiente esterno è più freddo del previsto. Abbasso la testa e nascondo la bocca sotto il bavero del giubbotto. Tremo un paio di secondi, prima che il corpo si abitui alla temperatura esterna. È già buio e penso che non prenderò la metro per tornare a casa. Ho voglia di camminare e continuare a pensare. Passo davanti a un negozio di alimentari africano così colorato che mi viene da chiedermi come sia possibile che esistano alimenti dai colori così intensi e vivaci.
La vetrata mi permette di guardarmi. Mi fermo per un paio di secondi, facendo finta di dare un’occhiata all’interno, in realtà cerco solo i miei occhi e osservo il riflesso della mia immagine. Mi accorgo che è da un po’ di tempo che non mi guardavo allo specchio. Ciò che vedo continua a non convincermi del tutto, mi sembra di essere diventato il pezzo di un puzzle che non ha alcuna caratteristica per incastrarsi da un’altra parte. C’è un contrasto enorme tra i colori degli alimenti e il grigio opaco che vedo su di me. Questo fatto mi urta, mi colpisce all’interno e per un attimo non vedo più niente riflesso sul vetro.

Sento tutto il mio peso scivolare verso le gambe. Non ho più alcuna forza in corpo, soltanto rassegnazione. Vorrei essere arrabbiato, vorrei piangere, ma non ne ho neanche la forza per farlo. Smetto di guardarmi e continuo a camminare, con la vista che si annebbia sempre di più. Dovrei fermarmi, dovrei bere un bicchiere d’acqua e sedermi, ho la sensazione di poter cadere da un momento all’altro, ma continuo imperterrito. Sento un paio di gocce di pioggia bagnarmi i capelli. Diventano sempre più fitte col passare dei secondi. Ho l’ombrello in cartella, ma non lo prendo. Mi lascio bagnare dall’acqua con un atteggiamento passivo e disinteressato alla vita. Voglio tornare a casa fradicio, farmi una doccia bollente infinita, andare a dormire e stare a letto per tutto il weekend.
Arrivo a un semaforo, è rosso, mi fermo. Dall’altra parte della strada scorgo una ragazza, il suo cappellino di lana di un arancione troppo acceso mi colpisce. Sembra carina, ma non riesco a captare i suoi lineamenti. In un batter d’occhio arriva un sacco di gente, sia dalla mia parte che dalla sua. Mi sembra che il suo corpo minuto sparisca in mezzo agli altri, riesco a fatica a scorgere il suo cappellino ora. Scatta il verde e attraversiamo la strada. Riesco nel miracolo di non vederla e lei di sparire tra folla. Forse non sono concentrato abbastanza.

Arrivo dall’altra parte della strada e dopo pochi passi sono di nuovo solo. Mi chiedo dove siano finite tutte quelle persone che hanno appena attraversato le strisce pedonali con me. Ma la mia mente torna ancora a quell’idea, quel concetto dei pezzi di puzzle, quel più che incontra il meno, lo yin che bacia lo yang, la luce e l’ombra.
D’improvviso la memoria fa un salto carpiato fino al meraviglioso documentario su quel fisico italiano che scoprì la particella senza antiparticella.
Una particella che si differenzia dalle altre, perché in fisica ogni cosa ha il suo opposto, invece questa è ombra e luce nello stesso momento, si completa da sé. Se non sbaglio è un argomento legato alla fisica quantistica o qualcosa del genere.
Nel documentario uno scienziato americano dice di averla ribattezzata “la particella angelo“, quella che non ha nessun demone. Forse dovrei smetterla di pensare alle persone come a dei pezzi di puzzle, ma piuttosto come a queste particolari particelle fisiche. C’è chi ha bisogno del suo opposto e chi si completa da solo.

Mi fermo e mi accorgo che ho sbagliato strada. Sono davanti all’ambasciata britannica, lontanissimo da casa. Ma perché sono finito qui? 

Che domanda, è da oggi in classe che ho il cervello disconnesso. Non ho altra scelta se non prendere la metro. Nel frattempo ha smesso di piovere e sono quasi fradicio, non il livello che speravo di raggiungere però. Do un’occhiata alla luna, è piena, luminosa, enorme, resterei tutta la notte a guardarla, ma non posso. Scendo le scale e al penultimo gradino mi accorgo che le porte della metro si sono appena aperte. Affretto il passo e mi immergo nella folla. Entro e mi siedo immediatamente. La metro riparte, accendo la musica. I Kodaline cantano “follow your fire” e finalmente sento il sangue tornare a circolare in maniera naturale, come se avessi ricominciato a vivere, come se la fiamma dentro di me non si fosse ancora spenta. Non poteva partire canzone migliore in questo preciso istante.
È un caso? Non penso. Mi piace pensare che la vita sia un disegno in parte già compiuto e noi possiamo soltanto migliorarlo o peggiorarlo.

Giro la testa verso sinistra senza un motivo preciso e incrocio il viso di una ragazza. Ha gli occhi color nocciola, rossetto rosso acceso e veste in maniera elegante. Ha in mano un Kindle. Starà tornando a casa dal lavoro. Giovane e già in carriera. Qualcosa di troppo lontano per me, mi dico, mentre sto per voltare la testa dall’altra parte. Poi però è lei a girare il volto verso di me, le sue pupille incontrano le mie e ho la sensazione che il fuocherello al mio interno divampi in un incendio. Vorrei distogliere lo sguardo dalla vergogna, ma rimango su di lei, è troppo bella. Non riesco fisicamente a fare a meno di guardarla. 

Mi sorride.
Le sorrido anch’io.

Gezim Qadraku.

Ero felice

Mentre osservavo il miscuglio di colori che dipingevano il cielo, mi tornò alla mente il passaggio di un libro che avevo letto tempo addietro. Non ricordavo esattamente le parole che l’autore aveva utilizzato, ma descriveva la magia di essere felici ed essere in grado di accorgersene.
Non succede quasi mai, se ci si pensa.
Fa sempre più clamore l’infelicità o un periodo negativo che un bel momento.
In quegli istanti mi resi conto che mai mi sarei potuto dimenticare quel periodo.

Quella era stata una di quelle giornate che preghi affinché possano durare per l’eternità. Mancavano ancora una manciata di minuti prima che le persone terminassero la propria giornata lavorativa e intasassero le strade.
Pareva che la poca natura ancora presente in città si stesse godendo l’ultimo respiro prima di assistere alla solita corsa degli esseri umani.

Era ancora inverno secondo il calendario, ma il calore che i raggi di sole sprigionavano davano la sensazione che la primavera volesse iniziare il suo corso in anticipo.
Tutto pareva essersi vestito dell’indescrivibile colore del cielo, un arancione roseo che lasciava senza fiato.
Non vi erano dubbi, sarebbe stato un tramonto coi fiocchi. Ero uscito a fare due passi dopo una calda e infinita doccia rigenerante. Ero solito provare dei brividi di freddo quando uscivo a quell’ora, soprattutto dopo essermi lavato. Quel giorno però si stava divinamente.

Il leggero giubbottino primaverile si era rivelata la scelta giusta. Camminavo senza una vera e propria destinazione, lasciandomi colpire dai raggi di sole e cercando di godermi i suoni di ciò che mi circondava. Le grida dei bambini al parco giochi, i freni delle automobili al semaforo rosso, il cinguettio degli uccelli e il leggero venticello che mi accarezzava i capelli. Decisi che la cosa migliore da fare era trovare un posto che mi permettesse di avere una visuale dall’alto della città. Volevo trovarmi nel posto più alto possibile per godermi l’arrivederci del sole e l’arrivo del buio.

Ero proprio felice in quel periodo e la cosa buffa è che non vi era un motivo ben preciso. Per anni, come penso tutti, avevo erroneamente collegato la felicità a un traguardo, a una persona o comunque sempre a un qualcosa. Quello è sicuramente stato il periodo più felice della mia vita, nonostante fossi lontano da tutto ciò che di più caro avevo. Eppure di niente e di nessuno più mi importava e per la prima volta la persona che guardavo allo specchio mi piaceva.

Era una felicità inspiegabile e che nessuno avrebbe potuto comprendere. Non persi tempo per provare a condividerla. Mi ricordai delle parole di Oscar Wilde, scrisse che quando una persona gli piaceva non ne rivelava il nome per gelosia.
Lo stessi feci io con quella parte della mia vita, non la manifestai a nessuno e provai a godermela fino all’ultima goccia. Ricordo un particolare di quei momenti, guardavo sempre in alto.
Fissavo il cielo e provavo ad accarezzare le stelle.
Ero felice e tutto mi sembrava possibile.

Gezim Qadraku

Torno presto

Sono all’aeroporto. Aspetto un amico che torna da Londra dopo due mesi di lavoro. Lo speaker annuncia che l’aereo è in ritardo di mezz’ora. Non avendo molte opzioni decido di intraprendere una camminata senza meta. Vago per un po’, finché non raggiungo i gate delle partenze.

La mia attenzione viene subito catturata da un bambino e quello che dovrebbe essere suo padre. Mi rapisce il modo in cui il piccolino è incollato al genitore. Mi siedo su una panchina e continuo a osservarli. Già me lo immagino come andrà a finire questa storia.

Dopo un paio di minuti il padre abbraccia la sua donna con un gesto commosso e profondo. Restano attaccati l’uno all’altra per un tempo indefinito. Quando si staccano, entrambi hanno gli occhi lucidi.  Lui un po’ meno, mentre lei non riesce proprio a trattenere le lacrime. È un colpo al cuore guardarla, mi fa male. Cerca di nascondere la commozione guardando in alto e sistemandosi gli occhiali da sole. Non vuole che il bambino la veda in quello stato.
Il padre si sta trattenendo perché ora arriva la parte impossibile. Si abbassa verso il suo piccolino, gli accarezza i capelli e tira fuori un sorriso forzato, combattuto, mentre riesce nell’esercizio complicatissimo di mantenere le lacrime all’interno del suo corpo. Riesco ad avere un’idea chiarissima della potenza del nodo alla gola che sta provando.

Lo abbraccia forte e il figlio si aggrappa letteralmente al suo corpo. È un’istantanea, un flash. Ci dovrebbe essere qualcuno – per ognuno di noi –  che fotografa o riprende certi attimi della nostra esistenza. Quel gesto andrebbe mostrato nelle scuole per spiegare il significato di genitore, di figlio, di famiglia.
È impossibile pensare che quei due corpi possano staccarsi. Sarebbe come chiedere, o aspettarsi, che un evento naturale smetta di seguire il suo corso. Domandare ai fiori di non sbocciare in primavera o all’acqua dei fiumi di non nutrire i mari. Non lo si può fare.
La madre è costretta a fare ciò che non vorrebbe. Tira a sè il bambino con un gesto rapido, tentando in qualche modo di ridurre il dolore. Come se fosse possibile.

Leggo il labiale del padre: “torno presto”.

Il bambino lo sa che gli sta mentendo e scoppia in un pianto scrosciante. Si gira e abbraccia le gambe della figura materna. Lei guarda il suo uomo, gli accarezza dolcemente il viso e gli dice di andare. In cuor mio, egoisticamente, auguro a me stesso di avere la fortuna di trovare una donna del genere.
Lui guarda il piccolo e poi volta le spalle alla sua famiglia.

È assordante il vuoto che si viene a creare. Per un attimo penso che tutto l’aeroporto si sia fermato e li stia osservando. Non sento nulla. Riesco solo a percepire il dolore di quelle tre persone che aumenta vertiginosamente ogni secondo che passa.

Le conosco queste storie. Le ho già sentite quelle parole. Lo so come si sente quel bambino. Non capisce perché il padre stia facendo una cosa così tremenda come andare a lavorare in un posto lontano. Si sente tradito e non ha torto. Ma quello che non sa è che il padre sta facendo quella brutta cosa solo per lui. Per non fargli mancare nulla ora che è piccolo e soprattutto per potergli, in un certo modo, assicurare un futuro quando sarà grande.

Lo capirà quel bambino, comprenderà tutto questo quando sarà cresciuto. Ma ora non gli importa. Adesso vuole soltanto avere suo padre lì con lui per giocare e andare a mangiare il gelato insieme.

Quello che il padre invece non sa è che si perderà per sempre pezzi di vita del figlio. Si lascerà scappare giorni, mesi e forse anni. Questo durerà finché non riuscirà a portarselo con sé o deciderà di tornare. Potrà capitare, se il periodo di distanza si dovesse prolungare per troppi anni, che quel figlio non sarà in grado di riconoscerlo e andrà nelle braccia di qualcun altro quando lui sarà tornato.
Chiederà a sua madre: “chi è quest’uomo?”.

E allora quel padre si addosserà tutte le colpe del mondo. Si domanderà se ne valeva la pena far soffrire la propria creatura. Vivere lontano dalla sua famiglia e poi tornare per non essere riconosciuto.
Ciò che si sono domandati almeno una volta nella vita tutti quelli che hanno lasciato la propria terra: “ma ne valeva veramente la pena?”
Già, come se un semplice essere umano fosse in grado poter rispondere a un quesito del genere.

Do un’ultima occhiata a quel bambino e mi tornano in mente i racconti di mia madre. La foto di noi tre, con mio padre che mi teneva in braccio pochi giorni dopo la nascita accanto a mia madre,  che le chiedevo di baciare prima di addormentarmi mentre lui non c’era. Quando poi lui tornò e le dissi di farlo dormire sotto il letto, quell’uomo.
Non lo chiamavo più papà. Era diventato quell’uomo. Ne era passato di tempo da quando era andato via e io ero soltanto un bambino. Non avevo colpe, neanche mio padre ne aveva. Non è colpa di nessuno in realtà, è la vita.
Mi sono sempre chiesto come si sia sentito lui, ma non ho avuto mai il coraggio di domandarglielo direttamente.

Esco fuori a fumarmi una sigaretta e prego che nessun padre debba essere costretto a prendere decisioni del genere.

Gezim Qadraku.

 

Ti auguro

Ti auguro di trovare il coraggio di fare di testa tua.
Di prendere decisioni importanti.
Di fregartene di quello che ti diranno gli altri.
Probabilmente nessuno capirà perché ti sei messo in testa di fare quella cosa, ma questo non significa che quella non sia la strada giusta per te.
Hai visto com’è passato veloce questo anno? 
Quanti rimpianti hai oggi?
Ti auguro di averne sempre di meno ogni volta che ti fermerai a pensare a come sta andando la tua vita.
Fai in modo che ogni giorno sia un nuovo anno.
Ti auguro di svegliarti ogni mattina con la voglia di sbagliare, perché gli errori e le delusioni sono il segnale che ci stai provando, che stai rincorrendo il tuo sogno.
Ti auguro di trovare qualcuno che ti aspetti per mangiare con te, anche se sono le 22 e l’ora di cena è già passata da un pezzo.
Qualcuno che prenda un aereo solo per vederti.
Qualcuno che abbia bisogno di te.
Ti auguro di avere persone da chiamare e da andare a trovare appena hai un po’ di tempo libero.
Ti auguro tanti libri e tanti viaggi. Soltanto la curiosità e la voglia di conoscere quello che ci sembra diverso può permetterci di migliorare questo mondo.
Ti auguro di avere la possibilità di poterci provare.
Una fortuna che purtroppo non tutti hanno.
Non commettere l’errore di sprecarla.

Gezim Qadraku.

Domani è venerdì

L’orologio segna le 12 quando la campanella suona.
Non è una scuola, ma una fabbrica.
Il segnale indica che è arrivato il momento della pausa pranzo. Un’ora per riposarsi e mangiare. Ogni operaio lascia la propria postazione di lavoro e si dirige, chi più velocemente, chi meno, verso i bagni.

È qui che si incontrano Mario e Alberto, due dipendenti storici della fabbrica e amici di vecchia data. Entrambi entrati nello stabilimento nello stesso anno.
Un rapporto sincero nato durante un numero infinito di giornate passate fianco a fianco a lavorare. Poi negli anni uno è stato spostato nel reparto torni, mentre l’altro è finito ai forni. Temperature altissime per otto ore al giorno, con uomini che si guadagnano da vivere mettendo e togliendo pezzi di metallo in questi forni bollenti.
Il lavoro è sempre stato faticoso, ma prima si guadagnava bene. C’erano i soldi per potersi permettere un buon mutuo per la casa, una buona macchina e due settimane al mare ad agosto. C’erano gli straordinari pagati profutamente e le cose procedevano meravigliosamente, nonostante la fatica giornaliera.
Poi tutto è iniziato a peggiorare. Niente più straordinari, settimane lavorative che si accorciano e stipendi che non fanno altro che diminuire. A tutto questo si aggiunge la fatica di più di vent’anni di lavoro fisico.

“Allora Berto, quanto manca ad Alessio?”
“Ci siamo quasi dai. Ancora due esami. Pensa di laurearsi quest’estate.”
“Tosti?”
“Dice di no. Ma penso lo faccia per non farci stare in pensiero. 
Martina invece? Trovato qualcosa?”
“Ma va! Solite offerte imbarazzanti, soliti sputi di stipendi. È arrivata all’esasperazione, sono convinto che se ne andrà via!”
“Guarda, mi dispiace dirlo, ma penso sia la scelta migliore.” 
“Lo penso anche io guarda. “

Mentre si asciugano le mani, Alberto tira fuori lo smartphone per mostrare qualcosa all’amico, ma questo gli scivola via e cade, rischiando di rompersi. Berto sbuffa e si mette le mani sui fianchi, sfinito.

“Stanco è?”
“Cotto!”
“Dai che domani è venerdì!”

Si dirigono insieme verso la mensa, mentre commentano le ultime partite di calcio del campionato italiano. Un’ora per pensare ad altro, poi altre quattro ore di lavoro fino alle 17. La giornata in fabbrica è scandita dalla routine che ognuno si impone.
Prima la pausa caffè dopo un’oretta di lavoro, poi un giro in bagno nella speranza di trovare qualcuno per scambiare due chiacchiere, prima che arrivi la pausa pranzo.
Un’ora dopo la ripresa c’è un’altra pausa e poi la tirata fino alla fine.
Una vita fatta di conteggi, di quanto manca al weekend, alla prossima vacanza e alla pensione.
Una vita trascorsa a fare ciò che non si è potuto scegliere, per poter portare da mangiare a casa e istruire i figli.
Ancora quattro ore, poi il ritorno a casa, la cena e la televisione da guardare sdraiati sul divano, per cercare di sconfiggere la fatica.
La settimana è quasi finita, il weekend è ad un passo.
Tutto ricomincerà inesorabile, il lunedì arriverà come sempre troppo presto.
Ma ora non importa, perché domani è venerdì.

Gezim Qadraku.

Stranieri

Quando insulti uno straniero dicendogli – per esempio – di tornarsene nel suo paese, devi sapere che se fosse stato per lui, nel tuo paese, non ci sarebbe mai venuto.
Tu lascieresti famiglia, amici, parenti e le tue amate abitudini, per andare a vivere in un posto del quale innanzitutto non comprendi la lingua e dove non conosci nessuno?
No, non lo faresti. Almeno che tu non fossi in un certo modo obbligato.
Ecco, allora ricordati che quella persona è stata obbligata ad andarsene dalla sua amata terra madre.
Probabilmente c’era una guerra, magari era perseguitato o “semplicemente” non stava riuscendo a costruirsi il futuro che aveva immaginato e così ha pensato di provare a farlo in un paese che dava più possibilità del suo.

Sai, è brutto sentirsi incolpati dei problemi che affliggono uno Stato o essere etichettati come ladri di lavoro. Nessuno viene nel tuo paese a rubare nulla.
Sì, a parte quelle persone che optano per l’illegalità. Ma parliamoci chiaro, quelli ci sono dappertutto. Ce li abbiamo anche noi, come ce li avete voi.
E poi credimi, non saranno di certo gli stranieri ad incidere sulla mancata crescita del PIL o sull’aumento del debito pubblico. Anzi, dovresti sentirti onorato che abbiano scelto il tuo paese, perché significa che vedono in te e nei tuoi connazionali, persone che sono state in grado di dar vita ad uno Stato che funziona. Presumo però, che questo concento non ti sia mai passato per la mente.

Dovresti vederli, tutti questi stranieri che coniugano male i verbi della tua lingua e fanno i lavori che tu non ti sogneresti mai di accettare, quanto sono felici quando tornano a casa loro. Sempre se possono permetterselo. Piangono quando arrivano, ma ancora di più quando se ne vanno.
Vai da qualsiasi straniero e chiedigli che piani aveva quando è arrivato. Ti garantisco che 9 su 10 ti risponderanno dicendoti che le loro intenzioni iniziali erano di lavorare per guadagnare un po’ di soldi, il sufficiente per poter tornare a casa e costruirsi una vita. Poi sai come si dice, la vita è quello che ti succede mentre fai progetti.
Alla fine sono rimasti tutti, hanno messo su famiglia e hanno continuato a lavorare.
Può capitare che i figli non sappiano parlare correttamente la lingua dei genitori, ma abbiano il tuo stesso accento. Che quando tornano nella terra natia di mamma e papà, fatichino a creare un legame con i propri nonni perché non li capiscono.
Succede inoltre, che quella generazione che ha mollato tutto e si è costruita una vita nel tuo paese, non riesca nemmeno ad essere presente ai funerali dei propri cari. Perché la morte arriva da un momento all’altro e magari non riesci a trovarlo il biglietto aereo quella sera.
Nessuno vuole lasciare la propria casa, credimi. E puoi verificarlo te stesso, osservando in quanti hanno cercato di costruire nel tuo paese una loro mini terra madre. Aprendo per esempio negozi alimentari tipici, nei quali ogni tanto ci entri anche tu a mangiare.
Lo vedi allora quanto ne sentono la mancanza.

Io capisco la tua rabbia e la tua frustrazione di fronte a coloro che rubano, che non rispettano le leggi e tu giustamente pensi che si approfittino del tuo amato paese. Lo capisco che è più facile trovare un colpevole e generalizzare, se tu non riesci a trovare il lavoro per il quale hai sacrificato anni di studio, se i tuoi genitori perdono il loro posto fisso e la tua felice realtà si trasforma in uno schifo. Comprendo la tua ira, perché è la stessa che hanno vissuto coloro che etichetti come colpevoli.

Se vuoi veramente capire com’è la vita di uno straniero, prova a chiedere ai tuoi connazionali che sono andati, e continuano ad andare via. Domanda a loro cosa si prova a non sapere la lingua del posto in cui si vive, a dover accettare qualsiasi lavoro, a doversi accontentare di una videochiamata nel weekend per sentire la voce di famigliari e amici. E che fortuna ora che c’è internet, pensa com’era dura prima.

Credimi, non è una vita facile quella di uno straniero. A volte vorresti solo nasconderti e non farlo capire a nessuno. Però ci si mette in mezzo la natura, che ti ha dato il colore della pelle diverso. Se non è la pelle, allora sarà il tuo nome ad incastrarti, o magari il tuo accento. E non è di vergogna che parlo, nessuno si vergogna delle proprie origini. Semplicemente che a volte vorresti soltanto essere uno del posto o almeno poter vivere nel tuo paese e sentirti identico a tutti gli altri.
Sei straniero sempre, anche se ti integri e parli bene. Sei comunque diverso. Nessuno pronuncia bene il tuo nome, nessuno intorno a te ha le abitudini e le usanze con le quali ti ha cresciuto la tua famiglia. Uno poi cerca di adattarsi, di sdoppiarsi, di fare due vite contemporaneamente, finendo per non capire più chi è.
Arrivando ad essere semplicemente considerato come il colpevole di tutti i mali.
Perché sei straniero.
Perché non dovresti essere qua, ma saresti dovuto restartene dove sei nato.

Gezim Qadraku.

L’immagine raffigura l’opera di Bruno Catalanto, “Les Voyageurs”.

Caro Diario

Giorno: 19/3/2018
Ora: 23:03

Caro Diario,
è passato più di un mese dall’ultima volta che ti ho scritto. Lo sai come sono io. Un giorno ti prometto che ti terrò aggiornato sulla mia vita regolarmente, poi finisco per lasciarti ad aspettarmi per tempi infiniti. 
In realtà, dall’ultima volta, nulla di eccezionale è accaduto. Questa parte della mia vita penso di poterla inserire nella sezione “nulla di nuovo”. Il tutto procede sulla stessa linea, senza ostacoli o interruzioni. Non che la cosa mi dispiaccia è, ma qualche scossa mi servirebbe.
Ieri, al lavoro, è accaduto un fatto che mi ha scombussolato in positivo. È arrivato un ragazzo nuovo. Oddio, ragazzo, ha 35 anni se non ricordo male.
Il primo approccio ovviamente non è stato dei migliori. Mi sono limitato a presentarmi e poi sono rimasto sulle mie durante le prime ore, finché le mansioni da effettuare non ci hanno obbligato a doverci parlare.
Ho notato subito la sua timidezza e ne ho apprezzato la gentilezza con la quale mi ha domandato come doveva svolgere il lavoro.
Tutto questo mi ha permesso di sciogliermi e dopo pochi minuti, mi sono ritrovato a spiegargli tutti i piccoli segreti che il nostro lavoro ha.
Successivamente abbiamo cambiato argomento, passando alla nostra vita personale, con lui che mi ha raccontato della sua famiglia, del suo passato e delle sfide giornaliere che un padre in cerca lavoro deve combattere.

Mi sono lasciato andare anche io, raccontadogli un po’ di me e ho notato nei suoi occhi un forte interesse. La giornata lavorativa si è conclusa nel migliore dei modi. Ora lo aspettano altri quattro giorni di prova per completare la settimana e poi il capo deciderà se tenerlo o no. Sono qui a sperare che continui a fare bene anche nei prossimi giorni e possa rimanere con noi. Forse è un po’ troppo presto, non posso dire di conoscerlo, ma il suo comportamento e il modo di fare, mi hanno convinto che sia una persona per bene.

Prima, mentre mi facevo la doccia, immaginavo al suo ritorno a casa. Alle domande dei figli e della moglie. Chissà cosa staranno passando, chissà quanto potrà esere importante questo posto di lavoro.
Mentre ti scrivo, sto provando una sensazione di fierezza nei miei confronti, che non provavo da tempo.
Avrei potuto comportarmi come facciamo tutti di solito con un nuovo arrivato. Lasciarlo in disparte, fargli notare solo gli errori e rendendogli così la giornata un incubo. È andato via sorridendo e penso che un po’ del merito sia anche mio.
Lo so, lo so, non ho fatto niente di che. Ma è comunque una piccola cosa positiva.
Sono felice di aver cambiato il mio atteggiamento.
Mi sono sentito utile, ed è una sensazione bellissima.

Ora ti saluto che la stanchezza inizia a farsi sentire e il letto mi chiama.
Prometto che ti aggiornerò sul mio collega, magari già da domani.
Buonanotte caro Diario.

Gezim Qadraku.