Domani è venerdì

L’orologio segna le 12 quando la campanella suona.
Non è una scuola, ma una fabbrica.
Il segnale indica che è arrivato il momento della pausa pranzo. Un’ora per riposarsi e mangiare. Ogni operaio lascia la propria postazione di lavoro e si dirige, chi più velocemente, chi meno, verso i bagni.

È qui che si incontrano Mario e Alberto, due dipendenti storici della fabbrica e amici di vecchia data. Entrambi entrati nello stabilimento nello stesso anno.
Un rapporto sincero nato durante un numero infinito di giornate passate fianco a fianco a lavorare. Poi negli anni uno è stato spostato nel reparto torni, mentre l’altro è finito ai forni. Temperature altissime per otto ore al giorno, con uomini che si guadagnano da vivere mettendo e togliendo pezzi di metallo in questi forni bollenti.
Il lavoro è sempre stato faticoso, ma prima si guadagnava bene. C’erano i soldi per potersi permettere un buon mutuo per la casa, una buona macchina e due settimane al mare ad agosto. C’erano gli straordinari pagati profutamente e le cose procedevano meravigliosamente, nonostante la fatica giornaliera.
Poi tutto è iniziato a peggiorare. Niente più straordinari, settimane lavorative che si accorciano e stipendi che non fanno altro che diminuire. A tutto questo si aggiunge la fatica di più di vent’anni di lavoro fisico.

“Allora Berto, quanto manca ad Alessio?”
“Ci siamo quasi dai. Ancora due esami. Pensa di laurearsi quest’estate.”
“Tosti?”
“Dice di no. Ma penso lo faccia per non farci stare in pensiero. 
Martina invece? Trovato qualcosa?”
“Ma va! Solite offerte imbarazzanti, soliti sputi di stipendi. È arrivata all’esasperazione, sono convinto che se ne andrà via!”
“Guarda, mi dispiace dirlo, ma penso sia la scelta migliore.” 
“Lo penso anche io guarda. “

Mentre si asciugano le mani, Alberto tira fuori lo smartphone per mostrare qualcosa all’amico, ma questo gli scivola via e cade, rischiando di rompersi. Berto sbuffa e si mette le mani sui fianchi, sfinito.

“Stanco è?”
“Cotto!”
“Dai che domani è venerdì!”

Si dirigono insieme verso la mensa, mentre commentano le ultime partite di calcio del campionato italiano. Un’ora per pensare ad altro, poi altre quattro ore di lavoro fino alle 17. La giornata in fabbrica è scandita dalla routine che ognuno si impone.
Prima la pausa caffè dopo un’oretta di lavoro, poi un giro in bagno nella speranza di trovare qualcuno per scambiare due chiacchiere, prima che arrivi la pausa pranzo.
Un’ora dopo la ripresa c’è un’altra pausa e poi la tirata fino alla fine.
Una vita fatta di conteggi, di quanto manca al weekend, alla prossima vacanza e alla pensione.
Una vita trascorsa a fare ciò che non si è potuto scegliere, per poter portare da mangiare a casa e istruire i figli.
Ancora quattro ore, poi il ritorno a casa, la cena e la televisione da guardare sdraiati sul divano, per cercare di sconfiggere la fatica.
La settimana è quasi finita, il weekend è ad un passo.
Tutto ricomincerà inesorabile, il lunedì arriverà come sempre troppo presto.
Ma ora non importa, perché domani è venerdì.

Gezim Qadraku.

Hei tu, mi piaci.

Venerdì sera, Berlino, orario di punta, la metropolitana è piena. Nessuno vorrebbe essere qui in questo momento, le facce delle persone non sono un gran programma. Tutti distrutti dalla settimana lavorativa appena conclusa. La giornata è iniziata nella peggior maniera possibile, solo quando ho preso la metro stamane, mi sono accorto di aver dimenticato l’ipod a casa. Non sono uno che legge, mi annoia, mi fanno addormentare i libri. La musica è l’unico modo che ho trovato per far passare più velocemente possibile, il tempo che separa la mia fermata da Alexandeplatz. In ufficio è stata una gara a chi lavorava di meno, il venerdì è il giorno dell’orologio. Un continuo chiedersi quanto manca alla fine della giornata.
Sono appena salito e non c’è posto per sedersi, inizio a fissare la gente che mi sta intorno, provando ad immaginarmi le loro vite, ma questo esercizio risulta poco interessante. Dopo due fermate mi giro verso le porte per osservare chi entra, la decisione risulta essere ottima perché mi accorgo di una ragazza che è appena salita. E’ molto giovane,  è vestita in modo elegante, starà facendo uno stage in qualche azienda importante. Ci scambiamo uno sguardo intenso, mi piace, le piaccio, mi sorride, le sorrido. Dopo questi fugaci primi secondi di sintonia, entrambi, cercando di non dare nell’occhio, cerchiamo di avvicinarci. Passano due fermate e siamo vicinissimi, la folla di persone attorno a noi facilita le nostre intenzioni, le nostre braccia si toccano. Non ci guardiamo, ma ci sentiamo. Lei è rivolta verso le porte, io guardo dalla parte opposta. Non manca molto al capolinea, non so che fare, nonostante abbia un mucchio di scuse per tentare l’approccio. Ha un libro in mano, non riesco a vedere la copertina, ma potrei lo stesso chiederle com’è. Potrei spacciarmi per uno che è appena arrivato a Berlino e farle qualche domanda stupida.
Il tempo passa inesorabile, la mia fermata si avvicina. Cambio idea, qualcosa mi dice che scenderà con me. Mi convinco che una volta soli sarà tutto più facile.  Penultima fermata.
Non sento più il suo braccio, mi giro, sta uscendo. Se ne va con un passo veloce e deciso. Si aspettava la mia mossa, è rimasta delusa.
Mi guardo attorno, i posti sono quasi tutti liberi. Manca una sola fermata, mi siedo lo stesso.
Mi sono bastati quei pochi secondi di contatto per rivitalizzarmi. Il mio corpo è da ormai troppo tempo teso come una corda. Mi manca l’amore. Mi manca il contatto con una donna, accarezzarla, baciarla, tenerla per mano. Mi sto dimenticando cosa si prova.
La metro è arrivata al capolinea, scendo.
Passo il tempo che mi separa dalla stazione a casa mia pensando a come sarebbe potuto essere il futuro con lei. Non riesco a fare nessuno sogno erotico, era una di quelle ragazze con la quale sarei rimasto abbracciato tutto il giorno.
Forse ci si ama di più durante un abbraccio che mentre si fa l’amore.
Ripenso a tutte volte che è già successo, quante ragazze interessanti ho lasciato andare via senza fare niente. Mi ripeto la frase che utilizzo sempre in queste situazioni, per cercare di voltare subito pagina.
Non era quella giusta, tranquillo.
Se vi piace una persona, fermatela e diteglielo.
Hei tu, mi piaci.

Gezim Qadraku.

Venerdì sera

Sono le 19:10, scendo le scale della metro, mi dirigo verso il tornello, tiro fuori il portafoglio dalla tasca posteriore dei pantaloni, lo appoggio sopra la banda magnetica, ma non mi legge la tessera dell’ATM. Mi tocca tirarla fuori dal portafoglio, dietro di me si è già creata la fila. Passo il tornello, sento che il treno sta arrivando, faccio le scale di corsa, arrivo giusto in tempo.
“DUOMO, FERMATA DUOMO”.
Si è appena fermato, si aprono le porte e mi fiondo dentro. Vedo un posto libero, mi ci butto letteralmente sopra. Sono stanco morto, non sento le gambe, vorrei distenderle ma non posso. Mi fa male tutto, la schiena, le braccia, la testa. La metro si è riempita, fa caldo, la gente non parla semplicemente al telefono, urla.
Dovrei mettermi le cuffie e isolarmi, ma non ho voglia di fare neanche questo. Arrivo da una settimana di sessanta ore lavorative. E’ da lunedì che entro in negozio alle 7 del mattino e ne esco alle 19, dodici ore di lavoro al giorno.
Luisa è in maternità, quell’imbecille di Giacomo non riesce a trovare una persona in grado di sostituirla e quindi tocca fare tutto a me in quel negozio di merda. Il cellulare inizia a vibrare, è il gruppo dei ragazzi.
13 messaggi:
“Raga tavolo stasera?”
“Grande bomber io ci sono”
“Io anche”
“Io no raga, sono con la Vero stasera”
“Dai coglione, hai tutto il weekend per scopare vieni a ballare”
“Figa oh sei il solito”
“Dai Andreeeeeeeeeeee”
“No davvero raga le avevo promesso questa cena da tempo”
“Sì sì metti sempre in secondo piano i tuoi amici”
“BRAVO BRAVO!”
“Oh raga ma Tia?”
“Boh non ha ancora visualizzato”
“Finisce tardi di lavorare, ma sicuro viene”
Invece no, non ho nessuna voglia di venire a ballare stasera, non ce la faccio. Anzi, non ho neanche voglia di rispondere. Ho bisogno di riposare, dormirò tutto il weekend, non ho voglia di fare assolutamente niente. Mi rinchiuderò in camera due giorni a dormire.
Rimetto il telefono in tasca, continua a vibrare, saranno sempre loro. Si saranno accorti che ho visualizzato. Alzo lo sguardo e una ragazza attira la mia attenzione.
Si è appena laureata, ha la corona d’alloro in testa, un vestito blu elegante che le arriva sopra le ginocchia la fa sembrare una di quelle donne in carriera.
Sento la madre parlare, non parla bene l’italiano, sono stranieri, devono essere dell’est.
Sì io conoscere quella persona. Brava persona lui“.
Ucraini, Bulgari o Russi, non sono in grado di distinguerli. La madre continua a parlare con una signora italiana, il padre scherza con il fratellino. Lei invece sembra sia chiusa in una bolla, è ferma, immobile, solo le brusche frenate del treno la fanno muovere.
Ha un sorriso timido, quasi si vergogna a mostrare quanto è felice. La sorella maggiore ogni tanto la tocca, le sfiora il viso, le sistema i capelli.Come a ricordarle che è tutto vero, si sorridono, ma lei non parla mai. Mi sembra che stia trattenendo tutto quello che sta provando, perché se dovesse lasciarsi andare scoppierebbe in un pianto liberatorio. Quei pianti di chi ce l’ha fatta, di chi è riuscito a coronare il suo sogno. Le lacrime di gioia, le più belle in assoluto. Sì starà immaginando il suo futuro, il lavoro dei sogni e una vita felice. Una vita migliore rispetto a quella dei suoi genitori.
PAGANO, FERMATA PAGANO. APERTURA DELLE PORTE A DESTRA. DOORS OPEN ON THE RIGHT“.
Scendono, andranno a festeggiare, li starà aspettando una cena con i fiocchi.
Mi fanno sentire ancora peggio di quanto io già stia, loro stranieri che ancora non parlano bene l’italiano e la loro figlia laureata. Io invece, che vivo nel mio paese, manco un diploma delle superiori sono riuscito a prendere.
Ora sono obbligato a fare lo schiavo in un negozio di vestiti, nel quale sono entrato solo grazie allo zio. Non bastava la stanchezza, ora mi sento una vera e propria nullità. Io, che nella vita non sono mai riuscito in niente.
Manca un’eternità a Molino Dorino, il cellulare non smette di vibrare, appoggio la testa al finestrino e chiudo gli occhi.
Sono in discoteca, la musica è alta, sto ballando con i ragazzi. Sono brillo e inizio a perdere l’equilibrio, nel frattempo mi arriva un altro drink. Ne bevo subito metà e lo lascio sul tavolo, mi è salita una botta in testa assurda, mi prometto di non bere più altrimenti starò male. Delle ragazze si avvicinano al nostro tavolo, iniziano a ballare,  noi ci guardiamo e iniziamo a ridere. Siamo tutti ubriachi, ne punto una e mi avvicino. Le dico qualcosa e lei sorride, si gira e inizia a ballare con me.
Ci guardiamo, ridiamo, mi dice qualcosa all’orecchio ma non capisco, la musica è troppo alta. Mi avvicino, le metto la mano dietro la schiena, lei continua a ballare. Mi piace, noto solo il vestito corto e provocante, del resto non mi interessa. Non mi ha respinto quindi continuo a provarci.  Mi avvicino ancora di più, le do un bacio sul collo e lei non si tira indietro. Continuiamo a ballare strusciandoci, già mi immagino che lo facciamo in macchina.
“DOORS OPEN ON THE RIGHT”
Mi viene un colpo, la voce dello speaker mi ha svegliato, non ho sentito a quale fermata siamo arrivati. Per un secondo penso di aver superato Molino, invece  siamo ancora a Uruguay fortunatamente. Mi sono addormentato e sono riuscito anche a sognare. La metro è praticamente vuota, davanti a me c’è solo una vecchia signora con una busta della spesa. Non si è accorta del mio risveglio, troppo impegnata a completare la settimana enigmistica. Il telefono inizia a vibrare, non sono messaggi è una chiamata.
Mamma.
“Sì mamma?”
“Mattia guarda che sono venuta a prenderti, sono qui davanti alla stazione”
“Oh grazie mamma”
“Dove sei?”
“Tre fermate e sono arrivato”
“Ok”
Sono le 19:35, scendo dalla metro, salgo le scale a fatica. Fortuna che è arrivata mamma, altrimenti mi sarei dovuto sorbire un’altra mezz’ora di autobus.
Salgo in macchina.
“Ciao ma”
“Com’è andata?”
“Come al solito”
“Abbiamo prenotato le pizze per le 8”
“Bravi”
“Ti ho preso la quattro stagioni”
“Brava”
Finalmente posso allungare le gambe, tiro giù lo schienale del sedile, potrei addormentarmi ancora. Chiudo gli occhi e cerco di tornare a sognare.
“Dove vai stasera?”
“Da nessuna parte”
“Come da nessuna parte? Non esci?”
“No”
“Ma dai Mattia è venerdì sera, hai vent’anni, esci a divertirti”
“Mamma stai zitta”
“Mattia ma ti sembra il modo di parlare a tua madre?”
“Sono stanco mamma, sono stanco”.

Gezim Qadraku.