Dei figli

La stagione dei monsoni aveva appena iniziato a provocare i primi danni.
A causa del maltempo il loro volo era stato cancellato.
Avrebbero trascorso tutta la notte in un piccolo aeroporto sperduto da qualche parte in Asia. La cosa non li disturbava affatto, anzi, l’avrebbero inserita nella lista delle loro infinite esperienze.
Tante ne avevano passate insieme dal giorno in cui si erano conosciuti.
Si erano incontrati in un momento particolare della vita per entrambi.

Lei era sempre stata la ragazza fuori posto, incompresa, solitaria.
Era rimasta in mezzo a quel gruppo di persone formato dalla sua famiglia e dagli amici, che non erano mai riusciti a capirla, fino a quando aveva finalmente trovato il coraggio di salutarli per sempre.
Fece loro soltanto una promessa: se tutto fosse andato nel verso giusto non l’avvrebbero rivista mai più.

Lui invece aveva avuto una vita totalmente diversa. Una bellissima famiglia unita, formata da un grande numero di persone, tra le quali però lui era sempre riuscito ad essere quello che catturava l’attenzione e la stima di tutti, grazie ai suoi successi nel mondo scolastico prima e successivamente in quello del lavoro.
Inoltre un ristretto gruppo di amici fedeli e una persona con la quale era piuttosto sicuro di volerci creare una famiglia.
Un giorno però qualcosa si era rotto e gli aveva permesso di aprire gli occhi.
Davanti alle sue pupille si era materializzata una realtà che non aveva mai visto, o che non gli avevano permesso di osservare.
Si accorse semplicemente che i sogni che aveva realizzato fino a quel giorno non erano i suoi, ma delle persone che gli stavano accanto.
Iniziò a domandarsi chi fosse, ma per un lungo periodo non riuscì a darsi una risposta.

Decise che doveva scoprire chi fosse e pensò che l’unico modo per farlo era quello di mettersi in viaggio. Salì su una bicicletta e dal sud Italia si promise che avrebbe raggiunto le vette più fredde dell’Europa.
Anche lei era in viaggio, ma a differenza sua non aveva una destinazione. Aveva semplicemente bisogno di respirare aria pulita di libertà.

Si incontrarono in un ostello poco fuori dal centro di Parigi.
Lui non lo capì, ma la conquistò nel momento esatto in cui le raccontò cosa stava facendo con quella bicicletta.
Lei comprese subito che quell’uomo avrebbe potuto capire e apprezzare il suo bisogno di libertà.
Lui decise di fermarsi qualche giorno in più nella capitale francese per lei.

Non erano partiti per trovare una persona. Innamorarsi avrebbe soltanto rovinato i piani. Non lo sapevano, o probabilmente se lo erano dimenticati entrambi, che non è il tipo di sentimento che si riesce a tenere sotto controllo.
E così, dopo giorni passati a camminare e chiacchierare tra le vie francesi, in un parco alle spalle della magnifica torre, mentre la primavera rendeva quella città una favola, loro due, davanti a un’ottima bottiglia di vino rosso, si promisero che non si sarebbero promessi niente l’uno all’altra.
Avrebbero vissuto tutto quello che sarebbe arrivato fino a quando quella magia sarebbe durata.
C’era una sola condizione: continuare a viaggiare senza una meta.

Ora, in quell’aeroporto asiatico, le lancette segnavano le 23 e un paio di minuti.
Ne erano passati di anni da quei bicchieri di vino al parco di Parigi.

Non mi sono mai sentito così stanco“, esclamo lui.
L’Asia ci ha distrutti” replicò lei con gli occhi che ancora le brillavano mentre ripensava a quei mesi passati tra India, Vietnam, Laos, Cina e Giappone.
Non intendo questo viaggio in particolare. Mi riferisco al nostro stile di vita. Penso che dovremmo prenderci una pausa. Fermarci da qualche parte.

Erano anni che correvano in giro per il mondo come se qualcuno li stesse inseguendo. Dire quelle parole significava venire meno all’unica promessa che si erano fatti a Parigi.
Non la sentì rispondere e preoccupato riprese: “Lo so che…“.
Lei non lo lasciò finire: “Fermiamoci“.
Cercò i suoi occhi per fargli capire che lo voleva veramente, che non lo aveva detto solo per assecondarlo. Non voleva farlo sentire in colpa.
Anche lei era stanca.
Appoggiò la testa sulla spalla di lui.

“Scegliamo un posto e fermiamoci. Costruiamoci una quotidianità normale. 
Io ora sono pronta a farlo.”

Erano fatti per stare insieme quei due. Da tempo avevano raggiunto entrambi l’obiettivo che si erano posti quando si erano messi in viaggio, ovvero capire chi realmente fossero.
Ora l’avevano compreso.
Ora c’erano le basi per avere una vita normale.

Rimasero in silenzio per una buona mezz’ora, felici del nuovo obiettivo che si erano posti. Ancora stupiti di come riuscissero ad avere i medesimi desideri.

“Non mi hai detto in che città vorresti fermarti però”, gli chiese lei.
“Abbiamo tutta la notte per deciderlo” le disse lui, mentre le rubava un bacio.

Lei stringeva la sua mano da quando avevano iniziato quel discorso.
Dopo quel bacio strinse sempre di più e finalmente si prese coraggio per fargli una domanda che non gli aveva mai fatto.
Tu li vorresti dei figli?
Sì…” rispose lui dopo aver aspettato qualche secondo di troppo e con un tono piuttosto incerto.
Lei lo guardò dubbiosa, invitandolo con gli occhi a concludere quella frase.
Basta che somiglino a te.

Gezim Qadraku.

Annunci

#tenyearschallenge

Ho apprezzato molto la challenge dei dieci anni che è diventata virale sui social in questo ultimo periodo.
Mi ha permesso di fermarmi per prendere un respiro profondo.
Dopo aver buttato fuori tutta l’aria ho fatto questo lungo salto indietro.
Dieci anni fa è stato il peggiore anno della mia vita.
Si ruppe tutto quell’anno. 
Si ruppe una parte del mio corpo.
Si sgretolò l’idea che avevo dell’amicizia.
Rovinai la mia carriera scolastica.
Tutto questo non fece altro che compromettere la fiducia che i miei genitori avevano nei miei confronti.
Sono passati dieci anni e non ho realizzato nessuno dei sogni che avevo all’epoca.
Non mi ci sono neanche minimamente avvicinato alla realizzazione in realtà.
Però questa è probabilmente la cosa più bella che mi sia successa, ovvero capire che quelli che non erano i sogni che volevo realmente.
Se qualcuno mi avesse detto durante quei giorni bui che dieci anni dopo mi sarei trovato dove sono ora, non avrei mai mai potuto credergli.
Avrei soltanto potuto ringraziarlo per la fiducia.
Quindi, che ho fatto in questi dieci anni?
Ho riparato tutto quello che avevo rotto e ogni giorno cerco di rendere quelle ferite sempre più belle.
Sto provando a trasformare le fratture in radici.
Ne sta valendo la pena.

Gezim Qadraku.

Straniero

Nasci in un paese e diventi adulto in un altro.
Parli una lingua in casa e un’altra quando sei con i tuoi amici.
Hai trascorso la maggior parte delle tue vacanze dove i tuoi genitori sono cresciuti.
Lì dove li vedi felici e questo succede solo una volta all’anno.
Gli altri undici mesi li passano contando quanto manca a quel mese.
Dividi la tua vita nei momenti in cui hai preferito un paese e in quelli in cui hai preferito l’altro.
A volte ti prometti che ritornerai, altre invece ti convinci che il posto che ti ha adottato sia casa tua.
Che poi non lo sai neanche cosa significhi casa. O meglio, per te non è la stessa sensazione che possono provare i tuoi amici. Quelli che sono cresciuti in un posto e ci moriranno lì.
Proprio l’altro giorno un amico te l’ha chiesto:
“ Ma tu dove ti senti a casa?
“Sai perché io quest’estate sono tornato dopo tanti anni nella città dove sono nato e non mi ero mai sentito così straniero”.
 
Il bello di tutto questo è che ognuno la vive a modo suo, c’è chi si integra di più, chi di meno. Chi decide di tagliare una volta per tutte le radici e chi invece le lascia crescere diventando così una persona speciale, come ti piace definirti a volte.
Sei speciale perché ogni cosa è come se tu la osservassi con quattro occhi e la spiegassi utilizzando due lingue.
A volte ti senti speciale e ringrazi di esserlo.
Altre invece ti senti in difficoltà.
Finisci sempre col domandarti:
“Ma io chi sono?”
Sì perché in un posto ti chiamano in una certa maniera mentre nell’altro pronunciano il tuo nome correttamente, col suono naturale, originale.
Tu sei lo stesso, pensi. Forse lo sei o forse cambi ogni vola che superi un confine.
Alla fine non l’hai ancora capito e probabilmente non lo comprenderai mai.
 
Pensieri che prendono forma mentre osservi una scena che ti fa sorridere e ti rende triste allo stesso tempo.
Un bambino piccolo che chiede informazioni al controllore del treno perché il padre non sa parlare bene la lingua.
Guardi gli occhi pieni di vergogna del genitore e l’innocenza del bambino che ascolta concentrato tutto quello che il controllore gli dice.
Non sai perché ma finisci a immaginare le feste di compleanno di quel bambino.
 
Immagini lui che viene invitato alle feste dei suoi amichetti. Si diverte, porta i regali e come ogni altro bambino sogna di fare una festa uguale per il suo di compleanno.
Immagini che si chieda se possa permettersela, perché magari la casa dove vive non è grande come quella dei suoi compagni.
Forse lui una stanza tutta per sé non ce l’ha. Figurarsi un giardino dove mettere un tavolo lunghissimo pieno di prelibatezze da gustarsi mentre si gioca a pallone.
Te lo immagini che pensa a un’altra cosa, ai suoi genitori.
È consapevole che i suoi genitori non la sanno parlare bene la lingua dei suoi amici.
Che figura ci farebbe a invitarli a casa?
Non vorrebbe sentire mamma e papà pronunciare male le parole che lui dice così bene e in maniera così veloce, proprio come i suoi compagni di classe.
Te lo immagini che prima di andare a dormire, ogni volta, se lo chieda:
“Ma perché io riesco a parlare entrambe le lingue come se fossero le mie?”
Te lo immagini che si addormenta cercando di darsi una risposta, ma ogni volta non ce la fa.
 
Finisci di immaginare la vita del bambino e guardi il padre.
Ti auguri di non vederlo mai più quello sguardo pieno di vergogna mentre il suo piccolo gli faceva da traduttore.
Quale padre vorrebbe dipendere dal figlio?
Sono i padri che si occupano dei figli, non il contrario.
Te lo immagini che ha firmato un contratto a vita che lo legherà a un posto di lavoro che non gli piace, che sicuramente è duro e faticoso, ma che gli permette di portare a casa il cibo.
Perché questo è il pensiero principale dei padri stranieri che incontrate ogni giorno.
Portare a casa da mangiare, vestire i propri figli, mandarli a scuola e cercare di creare le condizioni migliori possibili nelle quali farli crescere.
 
Tutti i genitori stranieri che incrociate per strada nel momento in cui hanno abbandonato la propria casa hanno smesso di vivere e hanno iniziato a sopravvivere.
Hanno abbassato la testa, hanno iniziato a lavorare, hanno cercato di parlare il meno possibile perché si sono vergognati della loro pronuncia scorretta e non si sono mai concessi niente per sé stessi.
Solo quel viaggio, una volta all’anno. Tornare a respirare l’aria di casa, abbracciare famigliari e amici. Continuare a fare finta che là, dove si sta bene economicamente, tutto vada a gonfie vele.
Tutto questo per provare a dare ai propri figli un futuro migliore.
Il futuro, incognita e speranza.
Sì perché i figli crescono e capita che prendano la strada sbagliata.
Oppure non parlino, o parlino male la lingua dei genitori.
Capita che non vogliano più tornare nel posto dove sono nati.
Allora? Ne valeva davvero la pena mollare tutto e partire?
Provate a immaginare come possa sentirsi un genitore che non ascolterà mai parlare suo figlio in quella che dovrebbe essere la sua lingua madre.
 
Succede però anche che i figli la lingua non la dimentichino.
Che ogni anno non vedano l’ora di tornare là dove vedono i loro genitori felici.
Che facciano fruttare al meglio possibile tutti quei sacrifici di mamma e papà.
 
Guardi ancora una volta padre e figlio.
Si parlano nella lingua madre del genitore e lui sembra un’altra persona quando si esprime usando il suo idioma.
A suo agio, senza alcun timore.
Come il naturale scorrere degli eventi.
Ti immagini un’altra scena prima di scendere alla tua fermata.
Un futuro lontano.
Il bambino è diventato grande.
Sorride per il traguardo che ha raggiunto e festeggia con i suoi amici.
Ci sono anche i suoi genitori.
Parlano e scherzano con i fratelli e le sorelle di vita che il figlio si è scelto.
Il padre lo guarda e piange, commosso e orgoglioso.
 
Gezim Qadraku.

25 anni

25 anni.
Un quarto di secolo.
Il momento in cui la crisi, secondo gli studi,  colpisce il il 90% dei Millenial.
Crisi di cosa? Di esistenza.
25 anni e ci si ferma a porsi qualche domanda:
Chi sono?
Cosa ho fatto fino ad ora?
Sono felice?
Era questo ciò che sognavo?
Abbiamo 25 anni e la verità è che molti di noi hanno smesso di sognare. Dopo aver trascorso un’infanzia impeccabile, con genitori che ci hanno cresciuto in una bolla sicura ed accogliente, ed aver puntato il futuro sugli studi, la maggior parte di noi è disposta ad accettare qualsiasi mansione pur di raggiungere la fine del mese.
25 anni e l’aspirazione di tanti è diventata una vita tranquilla.
Ma come? Mica volevamo tutti cambiare il mondo? Come siamo arrivati al punto di accontentarci di cosi poco? Com’è stato possibile?
Siamo i figli di sacrifici e sacrifici, di lavori pesanti, di qualsiasi mansione pur di non farci mancare nulla. Siamo i figli di persone che hanno lasciato da parte la loro vita, pur di vederci brillare in alto, un domani. E noi che stiamo facendo ora che quel domani è arrivato? Ci stiamo accontentando di vivere come loro. Questa è una sconfitta, sia per noi, che soprattutto per i nostri genitori.
La colpa, se si è arrivati a questa situazione, è sia di chi ci governa, ma anche nostra.

25 anni ed alcuni se ne sono andati. Via, all’estero. Stesso continente o addirittura un oceano o di distanza. Ma non fa la differenza, perché una volta usciti di casa si lasciano alle spalle famiglia, amicizie e posti nei quali si è cresciuti. E fa male. Ma l’unico modo che l’uomo ha scoperto per andare avanti, è lasciarsi qualcosa alle spalle. Come ci ricorda Newton.
25 anni e i più coraggiosi sono coloro che hanno deciso di restare. Quelli che giorno dopo giorno accettano di andare avanti in qualche modo, nonostante tutto.
Nonostante i coeateni che hanno trovato subito un lavoro appropriato dopo gli studi, un appartamento e anche un macchina nuova di zecca. Senza dirci che il lavoro è arrivato grazie alla conoscenza del padre, che la spesa e le bollette le paga la madre. Non ce lo dicono che in realtà, di merito loro, c’è ben poco. Non suonerebbe bello! Ma tranquilli, a questi non c’è nulla da invidiare. Perché c’è ben poco di gratificante nel raggiungere un traguardo grazie all’aiuto di qualcuno.

25 anni e la crisi arriva perché non ci hanno preparato a questo, perché non ci hanno insegnato i sacrifici, la pazienza. Ci hanno dato tutto quello che volevamo, e quando loro hanno smesso ci ha pensato la tecnologia.
25 anni e da casa, con un click, compriamo ciò che ci serve, rompiamo il ghiaccio con una ragazza, fingiamo di essere felici tramite una vita social immaginaria, che è diventata la nostra realtà e ci sta pian piano distruggendo.
La crisi, se arriva, è anche condizionata dall’era in cui viviamo. Quella dell’apparenza.  Delle foto di amici che sono in viaggio, dei loro anniversari con i propri partner, della loro corsa mattutina prima di andare in ufficio, del weekend al mare, del concerto infrasettimanale, del dolce preparato dalla nonna. L’era della condivisione, dell’assenza di privacy. L’era della recitazione e del falso, di quelle foto tutte ritoccate minuziosamente, in maniera tale da sembrare sempre perfette.
L’era in cui ci si crede felici se si ricevono notifiche, se si è belli, se si ha ogni giorno qualcosa da pubblicare. Quasi fosse una sfida, come se ad ogni post il soggetto in questione ti stesse dicendo: “Guardami, io sto vivendo! E tu che stai facendo? Sei solo a casa che guardi i miei post, vero?
Non riusciamo più a goderci le emozioni che derivano da ogni istante, nonostante queste siano l’unica cosa che ci tenga in vita.

25 anni e se la crisi è arrivata è un’ottima notizia, perché forse capiremo che questo è solo un ostacolo da superare, un punto di partenza per quella che sarà la nostra vita.
25 anni e non è mica una tragedia se non sappiamo che lavoro fare, se non ci siamo sposati, se viviamo con i nostri genitori e se abbiamo sbagliato la facoltà. No,  perché è la nostra vita, non quella degli altri. Le cose belle arrivano solo per chi sa aspettare. Perché non si costruisce tutto con un click.  Ci vuole tempo e pazienza, un’infinita pazienza. Chiedetelo ai vostri genitori.
E ricordatevi che dal letame nascono i fiori, non dai diamanti, come ha scritto un certo de André.
25 anni e non saremo mai il nostro lavoro, la nostra macchina o la nostra casa. No, saremo i viaggi che abbiamo fatto, le frasi dei libri che abbiamo sottolineato, i film che ci riguardiamo per la millesima volta, le esperienze che abbiamo vissuto, le persone che abbiamo amato e tradito, gli ostacoli che abbiamo superato, i pezzi di cuore che abbiamo perso per strada. Questo siamo, e saremo.
25 è solo un numero, mica un traguardo. Chi l’ha detto che dobbiamo avere già un posto fisso? Che dobbiamo avere già un figlio? Che dobbiamo essere tranquilli e sicuri? Chi?

25 anni e siamo abituati a volere la luna, pensando di poterla raggiungere volando. Umiltà e piedi per terra, ma sguardo sempre rivolto in avanti. E guai permettere alla fiamma che c’è in ognuno di noi di spegnersi. Non diventiamo passivi alla vita, non permettiamo a governi, giornali e telegiornali di abbatterci.
Impariamo ad apprezzare ciò che abbiamo, perché la felicità  è una famiglia con la quale trascorrere le vacanze, degli amici da andare a trovare, un lavoro faticoso dal quale partire per costruirsi il proprio futuro, una macchina che si rompe un giorno sì e uno no,  una ragazza che alla frase “Ci sentiamo di nuovo allora!” risponde “certo”.
I 25 anni non sono un traguardo, ma solo l’inizio del viaggio.

Leggi anche il pezzo dell’anno scorso: 24 anni.

Gezim Qadraku.

 

8 ore

L’orologio segna le 21:57, il secondo turno è quasi finito, ci guardiamo tra di noi e siamo tutti d’accordo che possiamo andarcene a casa. Rubiamo tre minuti alla giornata lavorativa e cerchiamo di aggiungerli al nostro venerdì sera. Ecco come siamo conciati, a sentirci felici di uscire tre minuti prima dal capannone.
Fuori l’aria è pungente, mi allaccio bene il giubbotto e mi dirigo verso la macchina. Giorgio ci augura buon weekend mentre si accende una sigaretta. Dovrebbe smettere, almeno così gli ha consigliato il medico dopo l’infarto che lo stava facendo secco qualche mese fa.
“Non mi interessa arrivare in forma alla morte, voglio arrivarci con la sigaretta in bocca e il pacchetto pieno da fumarmi insieme a Dio”. Questo è il suo motto.

Neanche il tempo di aprire la macchina che sento Mario fare retromarcia e partire a tutto gas. Trent’anni di uomo che passa ogni venerdì sera con le prostitute meno costose, per poi trascorrere la settimana successiva a inventarsi i migliori racconti di quelle che devono essere le scopate peggiori del mondo.
Tolgo le scarpe antinfortunistiche, le calze sono fradice di sudore e mi sento sempre più sporco. La polvere, quella che devo togliere otto ore al giorno per prendere 1000 euro al mese. Penso che ormai mi sia entrata nelle vene, sono diventato spazzatura. Carta, plastica, vetro, polvere, tanta, troppa polvere in tutti questi anni.

Indosso le scarpe da ginnastica che ho comprato qualche mese fa al mercato e finalmente posso appoggiare la mia schiena malandata allo schienale del sedile. Ogni volta la stessa sensazione di benessere, manco fosse un idromassaggio. L’effetto rilassante provocato dal sedile è momentaneo, ormai ho tutti i muscoli tesi, la schiena, le braccia e il collo sembrano marmo. Tutta la stanchezza dei cinque giorni lavorativi si fa sentire adesso. Accendo la macchina e parto verso casa.
Al primo semaforo mi si affianca un auto piena di giovani. Ci sono due ragazzi davanti e uno dietro seduto tra due ragazze che sembrano decisamente più giovani.
Si passano una bottiglia di plastica che all’interno contiene un liquido di colore roseo. Sarà la solita miscela di alcool. Il semaforo è ancora rosso e il giovane al volante si fa passare la bottiglia, cercando di berne il più possibile incitato dagli altri.
“Non fare cazzate” vorrei dirgli, ma il clacson di quello dietro mi avvisa che è già scattato il verde e devo sbrigarmi. Alla radio nel frattempo lo speaker annuncia quale sarà il tema di questo venerdì sera:
“Cosa sognavate di diventare quando eravate bambini?”

Entro in autostrada, inserisco la quinta e mi rilasso definitivamente. Giusto qualche secondo per godermi la strada completamente vuota e la pioggia inizia a cadere sul parabrezza. Faccio andare i tergicristalli e maledico quelle gocce d’acqua.
È da un mese che i bambini mi chiedono di portarli a fare un picnic al lago, ma ogni volta il tempo peggiora nel weekend. Ho trascorso tutta la settimana a controllare il meteo, dava soleggiato sia sabato che domenica.
Mentre supero uno dietro l’altro i tir e prego che smetta di piovere, ripenso alla mia infanzia.

Ero fin troppo ambizioso quando ero soltanto un bambino, volevo fare l’astronauta, mi affascinavano i pianeti e sognavo di passare la vita in orbita.
Peccato che per raggiungere un sogno del genere avrei dovuto studiare, ma decisi di abbandonare i banchi di scuola a soli sedici anni.
“È bravo ma non si applica”, mi resterà per sempre il rimorso di non essermi applicato, ma non ce la facevo proprio a stare seduto a studiare.

La trasmissione radiofonica prosegue e tra una canzone e l’altra il conduttore  inizia a leggere i primi messaggi. I soliti sogni: calciatore, poliziotto, attrice ecc…
Per un momento immagino di telefonare alla radio e raccontare qual era il mio desiderio:
“Da piccolo avrei voluto fare l’astronauta, sognavo di portare la bandiera del mio paese sulla luna”.
Mentre ripeto quella frase, la mente elabora quella che sarebbe la conversazione con lo speaker : “Alla fine poi, cosa hai fatto nella vita?”
Già, che cosa ho fatto nella vita?
Ho trascorso la mia esistenza facendo per otto ore al giorno un lavoro orrendo, ho mangiato, dormito e sperato che la domenica non piovesse.

Gezim Qadraku.