L’astuccio

Una mattina di settembre del 1998.
È il mio primo giorno di scuola.
Ho cinque anni e da pochi secondi ho scoperto il significato della parola “astuccio”.
La maestra ci ha detto di prendere gli astucci e metterli sul banco. Tutti i miei compagni si sono girati verso le cartelle e hanno tirato fuori questi cosi colorati.
Ho fatto lo stesso movimento anch’io, ma nel mio zaino non c’è nessun astuccio.
Lo sapevo, ma per un attimo ho pensato che magicamente potesse apparire.
Purtroppo non è stato così.

La maestra continua a parlare, ma io ho già smesso di ascoltarla. Ho gli occhi fissi sull’astuccio del compagno seduto di fronte a me.
È di colore arancione, bello, grande. Ha tre cerniere.
Nella mia testa quelli sono tre piani.
Lo descriverò così quando tornerò a casa, oggi pomeriggio, a mamma e papà.
“Mi serve un astuccio. È un coso a tre piani.”
Non siamo italiani, non abbiamo una buona gestione della lingua, non ce l’avremo mai.

Poi tutti li aprono. Sono stupendi. Dentro ci sono matite e pennarelli colorati. Sono diversi, ma hanno tutti due cose in comune: sono colorati e hanno tre cerniere. Mi piacciono veramente tanto.
Riporto lo sguardo sul mio banco. È vuoto.
Io ho solo una matita e una gomma.
Ma non è finita qui. Su ogni banco c’è scritto su un pezzo di carta il nome dell’alunno. Il mio non è scritto in maniera corretta.  Dovrei dirlo alla maestra. Alzare la mano e chiederle quello che non capisco. Così mi ha detto di fare mamma.

“Se non capisci una cosa, alza la mano e chiedi alla maestra.”

Non sto capendo perché il mio nome è scritto in quel modo.
Non alzo la mano, non lo farò mai, ma ancora non lo so.
Ora, ripensandoci, mi accorgo che in quella prima ora del mio primo giorno di scuola c’è rinchiusa gran parte della mia vita.

Ho cinque anni, guardo i miei compagni di classe e mi danno l’idea di essere uno uguale all’altro. Hanno tutti un astuccio, una bella cartella colorata e mi sembrano dei pezzi di puzzle che possono incastrarsi tra di loro.
Io no. Io non ho un astuccio, la mia cartella non è colorata come le loro, il mio nome è scritto in maniera scorretta e non suona naturale come quelli italiani. Sono diverso. Provo per la prima volta quella sensazione di un’ombra che mi copre. Come se la stanza fosse illuminata e ci fosse qualcuno da sopra che toglie la luce soltanto a me, facendomi sparire.
Non lo so ancora, ma anche quella sensazione si ripeterà per molto, troppo tempo.

Dovrei dire alla maestra che il mio nome non si scrive così, ma non lo faccio.
Dovrei dirle che non ho l’astuccio, magari lei ne ha uno per me, ma non lo faccio.
Ho paura, mi sento diverso e questa cosa mi mette a disagio.
Ho cinque anni e dovrei chiedere aiuto, ma non lo faccio.
Cerco solo di nascondermi, mi sposto per essere giusto dietro al compagno seduto davanti a me, così penso che la maestra non riesca a vedermi. Trovare una soluzione anche se in mano non ho niente. Farò sempre anche questo e diventerò piuttosto bravo.

 

 

Anche domani andrò a scuola senza l’astuccio, nonostante per tutta la notte avrò sognato di sedermi al mio banco e tirare fuori dalla cartella quel coso arancione a tre piani. Supererò pure il secondo giorno, anche se sarà più difficile del primo. Farò sempre anche questo nella vita, scavalcare qualsiasi ostacolo, ma il problema ogni volta è ciò che lascerò dietro. Me ne sto accorgendo solo ora di tutto quello che ogni ostacolo si è portato via da me.

Finalmente al terzo giorno ce l’avrò anch’io, l’astuccio. Ma il mio non sarà come quello degli altri. Sarà la cosa più lontana possibile da quello arancione a tre piani.  Il mio avrà un solo piano e sarà meno colorato. Non lo so ancora, ma quella è una sorta di regola che mi accompagnerà per molto. Io non posso avere le stesse cose che hanno gli altri. Io le avrò diverse. Saranno meno belle e dovrò aspettare del tempo prima di poterle ricevere. Quando le avrò sarà già troppo tardi, perché nel frattempo i miei compagni o amici avranno trovato altro e così dovrò aspettare di avere l’altro, ma arriverò ancora una volta in ritardo. E questo succederà costantemente.

Non dirò nulla, non mi lamenterò mai, cercherò di trovare sempre una soluzione. Proprio come sto facendo ora, mentre mi nascondo dietro la testa del mio compagno e la maestra non si è accorta che il mio banco è vuoto, che mi manca l’astuccio, che il mio nome è scritto in maniera scorretta, che non mi sto godendo il mio primo giorno di scuola. Che ho paura, tanta paura.

Quei tre piani dell’astuccio sono stati difficili da superare. Erano parecchio alti e io ero così piccolo. Il primo ostacolo della mia vita, il più difficile.
Eppure l’ho superato, ma molto di me è rimasto incastrato in quei piani, mentre cercavo di scavalcarli a fatica. È come se avessi smesso di essere un bambino dopo quel primo giorno di scuola. Gli altri crescevano giocando, ridendo e facendo i bambini in maniera spensierata. Lo facevo anch’io in un certo senso, ma nel frattempo capitava che per qualche istante mi fermassi a guardarli e mi domandassi perché non potevo essere come loro.

Ho cinque anni.
È il mio primo giorno di scuola.
Tutti i miei compagni hanno l’astuccio.
Io no.

Gezim Qadraku.

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Hai da fare stasera?

Abbiamo appena finito di cenare, la pasta al pesto era squisita, che fortuna avere una mamma brava in cucina. Mentre racconto a papà come penso sia andata la versione di latino mi vibra il cellulare. È lei, mi ha scritto su WhatsApp:
“Hai da fare stasera?”
Le regole dei miei sono chiare: niente uscite la sera durante la settimana, solo il sabato a patto che vada a casa di qualche amico. Cavolo, ma come posso non uscire se è lei a chiedermelo?
Dopo aver letto il messaggio rinfilo in tasca il cellulare e penso a cosa inventarmi, nel frattempo proseguo la conversazione con papà e aiuto mamma a sparecchiare.
Quando tutto è in ordine provo ad usare la più banale delle scuse:
“Mamma dovrei portare a Luca gli esercizi di algebra che abbiamo fatto oggi”
“Perché?”
“Perché non è venuto a scuola e mi ha appena scritto se posso gentilmente portarglieli”
“Una cosa veloce mi raccomando è, non tardare, che sono già le 20:15!”
“Faccio velocissimo!”
“Vai in bicicletta?”
“Sììì!”
Vado in camera di corsa, rispondo ad Alice, metto la felpa e prendo la cartella ancora piena di libri e quaderni di oggi.
“Dove stai andando?” mi domanda dubbioso mio padre.
“Papà vado da Luca a portargli gli esercizi di algebra che abbiamo fatto oggi, è da due giorni che non viene a scuola”
“Ah ok ok bravo, salutami Gaetano”
“Va bene!”
Merda, spero che veda il papà di Luca il più tardi possibile, altrimenti gli chiederà di quando sono passato.

Prendo la bicicletta e mi fiondo a casa di Alice, abita vicino alla stazione, sono una decina di minuti da casa mia. Vado velocissimo, ancora non ci credo che mi abbia chiesto di vederci.
Il numero ce lo siamo scambiati qualche mese fa per un lavoro di gruppo, siccome solo io lei e Luca abitiamo a Castelfrotta.
Devo ammetterlo, ho una cotta per lei da due anni ormai, da quel primo giorno di scuola del liceo. Mi piace perché è veramente diversa da tutte le altre ragazze che ho in classe. Con lei è molto difficile attaccare bottone, appena provi a dirle qualcosa in più per provarci lo capisce subito e ti fa passare la voglia. Non se ne fa nulla dei soliti complimenti maschili privi di fantasia, li odia proprio.
Penso che voglia un ragazzo strano quanto lei.
Ha bisogno di qualcuno che le stia vicino, ma non troppo, perché lei ci sa stare da sola e ha follemente bisogno del suo spazio, della sua aria vitale.
Non accetta di essere soffocata.
Però allo stesso tempo, ogni volta che si gira vorrebbe avere una persona al suo fianco, con la mano pronta ad accarezzarla. È una ragazza lunatica, quindi potrebbe tranquillamente passare una settimana ad odiare il suo ragazzo, per poi saltargli addosso nel momento in cui si rendesse conto di come l’ha trattato. È strana e molto particolare, è una ragazza impossibile da conquistare. Sento che ha tanto da dare e ne è consapevole, e proprio per questo vuole essere sicura di dare il suo amore ad un ragazzo che se lo meriti.

Appoggio la bicicletta al lampione e mi siedo sul marciapiede di fronte al suo palazzo ad aspettarla, non faccio in tempo ad avvisarla del mio arrivo che lei è già scesa. Ha una felpa che la sta grande, sarà di suo fratello, a me le ragazze con le felpe dei maschi mi fanno letteralmente impazzire. Ha i pantaloncini cortissimi e le converse nere, si è dimenticata di togliersi gli occhiali. Li usa solo quando deve leggere o fare esercizi.
“Cosa vuoi fare?” le chiedo a fatica mentre lei mi sorride e dà un’occhiata alla mia bicicletta.
“In realtà non posso stare giù più di tanto, ho detto ai miei che andavo a salutare una mia amica delle medie”
“Io invece ho detto ai miei che andavo a portare i compiti a Luca”
Sorridiamo entrambi e decidiamo di andarci a sedere su una panchina poco distante da casa sua. È la prima volta che stiamo da soli, ci sediamo sulla panchina, ma lei si siede un po’ distante da me, chiaro segnale che non devo provare ad avvicinarmi, è già tanto che io sia qui da solo con lei.
Ero convinto di sentirmi in imbarazzo o di non riuscire a parlare, invece la conversazione continua senza interruzioni. I minuti passano e il cielo si copre di nuvole che non promettono bene.

“Mi sa che viene a piovere”
“Sì, è caduta una goccia sulla lente destra degli occhiali”
“Dai torniamo a casa, siamo fuori da quasi un’ora ormai”
“L’hai mai fatto?”
“Cosa?”
“Stare sotto la pioggia”
“No, mai!”
“Dovresti, è bellissimo! Io sto qui, tu vai pure se sei in ritardo”
Non le dico niente e decido di rimanere, col cavolo che me ne vado.
Le gocce si trasformano in un temporale e in un battito di ciglia siamo praticamente fradici, lei ha la testa rivolta al cielo e gli occhi chiusi.
“BELLO VERO?”
“SIII”
In realtà non è bello per niente, chissà cosa dirò a mamma quando tornerò a casa.
Però non posso andarmene così, dovevo dimostrarle che anche io sono strano quanto lei.

Il temporale dura meno di dieci minuti, mi alzo in piedi e cerco di trovare un modo per asciugarmi. Lei rimane seduta, prende il cellulare e inizia scorrere in giù con il pollice.
“Dobbiamo fare un’ultima cosa”
“Cosa?”
“Ascoltiamo una canzone, così ci ricorderemo questo momento per sempre”
Mi siedo di fianco a lei, questa volta non lascio nessun centimetro di distanza. Lei va su YouTube e digita il titolo della canzone. Le prendo la mano e la stringo, lei appoggia la testa sulla mia spalla. È la prima volta che ascolto questa canzone.
Mi piace da subito, parla d’amore e il testo è bellissimo. Mi rimane impressa una frase:
“Continuerai farti scegliere o finalmente sceglierai?”

Gezim Qadraku.