Scrittore

Fuori fa freddo, è arrivato l’inverno
Le giornate si sono accorciate e il buio bussa sempre più presto alla porta
Le mura di casa sembrano aver preso un triste color grigio
La tavola è ancora apparecchiata
Una bottiglia di vino rosso quasi vuota e un pezzo di pane troppo duro da mandare giù
Si respira tristezza e silenzio da queste parti
Guardo fuori dalla finestra alla ricerca dell’ispirazione giusta, ma non trovo nulla
La macchina da scrivere e la sigaretta sono le mie uniche salvezze
Prendo in mano il giornale, sperando di leggere qualcosa di interessante
I ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri
La gente muore in nome del proprio Dio, sperando di avere una vita migliore
Sempre le solite notizie, chiudo quelle maledette pagine
Finisco la sigaretta e mi sdraio sul divano
Spengo la luce e cerco di dormire
Lo stomaco brontola, la cena è stata troppo misera
Piange anche il portafoglio, ma non ho nessuna voglia di trovarmi un lavoro e diventare uno schiavo
I miei amici si sposano e io sogno di fare lo scrittore
Il prossimo racconto sarà quello giusto.

Gezim Qadraku.

Scrivo.

“Posso chiederti perché scrivi?”

“Scrivo perché è l’unico modo che ho trovato per farmi capire.
Sono sempre stata timida, sin da bambina. In classe non alzavo mai la mano per fare domande. Rimanevo sempre in silenzio, anche quando non capivo. Avere la testa piena di dubbi era un’opzione decisamente migliore, rispetto a quella di parlare mentre i miei compagni e la maestra avrebbero ascoltato quello che avevo da dire.
Non sono mai riuscita a stare al centro dell’attenzione. Solo l’idea di essere l’unica a parlare in mezzo a tante persone, mi ha sempre fatto provare un’enorme sensazione di timore.
Questa timidezza, poi, me la sono portata avanti per tutta la vita. Si presentava nelle situazioni di tutti i giorni, condizionando fortemente la mia esistenza.
Quando si stava tra amici in compagnia,  ero quella che non apriva mai la bocca, ma se poi c’era da isolarsi e confidarsi privatamente, non sapevo più fermarmi.
Per non parlare delle discoteche, sono state un trauma. Con che coraggio potevo buttarmi in mezzo alla pista e ballare?
Avevo la sensazione che tutti si sarebbero fermati a guardarmi.”

“Mi viene da pensare che la scrittura ti abbia in qualche modo salvato la vita.  Però forse esagero, vero?”

“No, non esageri per niente. Hai pienamente ragione.
Avrei dovuto capirlo subito che ero nata per scrivere.  Alle elementari impazzivo di gioia il giorno in cui era previsto il tema di italiano. Quello sì che era il mio momento. Mi sentivo bene e a mio agio, ero sempre rilassata, nessuna paura, nessun dubbio. Mi sembrava di volare e non ne volevo sapere di fermarmi.
La maestra mi ripetava costantemente la frase che avrebbe accompagnato la mia intera carriera scolastica:
‘Mi raccomando, non dilungarti troppo’.
Era più forte di me, avevo bisogno di scrivere, di mettere su un foglio tutto quello che non dicevo. E di cose da dire ne avevo parecchie, visto che non parlavo mai.
C’è un’azione che penso tutti sogniamo di fare, ma che la natura ci ha precluso: il volo. Crescendo ho capito che ogni essere umano trova il proprio modo per volare.
Chi corre, chi balla, chi canta e chi dipinge, o quelli che fanno del parlare in pubblico la propria salvezza, la propria sensazione di volo.
Io quando scrivo volo, ballo, corro a tutta velocità,  urlo a squarciagola.
Ho deciso di trascorre la mia vita scrivendo, perché è l’unica azione che mi permette di toccare con mano la felicità.
Ora nulla mi fa più paura, perché sono cosciente che qualsiasi cosa possa succedere, mi metterò sulla mia macchina da scrivere, inizierò a schiacciare i tasti, il loro rumore farà da colonna sonora e tutto si risolverà.
Scrivo e continuerò a farlo, perché mi sembra che sia l’unico modo per fare di questa vita, qualcosa che valga la pena di essere vissuta.”

Gezim Qadraku.

Quella sera al bar

Andai al bar quella sera, con la convinzione di riuscire ad annegare la sofferenza nell’alcool. Mi sedetti al bancone e iniziai ad ordinare.
Una birra media, grazie”.
Mi sentivo perso, il mio cervello non riusciva a creare alcun pensiero logico, incominciai a bere senza accorgermi di chi mi avesse servito o di quanta gente ci fosse nel locale. Sentivo solo un inquietante silenzio nella testa. L’immagine era sempre la stessa, la tomba di mio padre che veniva ricoperta di terra, i vestiti neri dei presenti e le loro facce sconvolte.
Cercai di ripensare alla sua vita.
Era un uomo di poche parole mio padre, le aveva sempre usate con cautela, quasi le volesse conservare per i suoi libri. Era uno scrittore, anche se non era mai riuscito a raggiungere il successo. Ci avevo messo tanto a capire quanto avrei dovuto essere orgoglioso di aver avuto un padre del genere, uno che passava gran parte della sua vita a non fare niente, ma quando si sedeva e toccava i tasti della macchina da scrivere, creava dei piccoli capolavori.
Era uno di quegli scrittori che riusciva a far piangere i suoi lettori, lui ci diceva sempre che quello era il miglior complimento che avesse mai sognato di ricevere. Toccava direttamente le corde del cuore, facendoti commuovere quasi sempre.
Mi rimarrà per sempre il rammarico di non aver visto nessuno dei suoi libri tra i best seller, ma lui non scriveva per diventare famoso, non aveva mai cercato la gloria personale.
Joël Dicker ha scritto: “Non è detto che un bravo scrittore debba per forza essere famoso”, penso che questa frase riuscirà a colmare in parte la mia delusione, per il mancato successo dei suoi romanzi.
Scriveva perché lo faceva stare bene, scriveva per stare lontano dalle persone. La gente non era mai riuscita a capirlo. A partire da mia madre, la quale l’aveva amato tanto, ma non era riuscita a comprenderlo totalmente. Parlava poco e raramente condivideva i suoi pensieri con chi gli stava intorno, il suo carattere introverso rendeva difficile agli altri, il compito di conoscerlo. Era un uomo solitario mio padre, era un uomo forte.
Il film mentale sulla sua vita durò quasi due ore, mi accorsi che avevo appena finito la terza birra, quando una voce diede un senso a quella serata.
Tu non parli con nessuno?” Mi chiese.
Sto aspettando qualcuno con cui stare in silenzio” le risposi.
Penso sia stata la miglior risposta che io abbia mai dato ad una ragazza, non sono mai stato uno che ci prova, che fa il primo passo. Sono sempre stato timido e ogni volta ho paura di dare fastidio, per questo me ne sto sulle mie. Quella bellissima ragazza dai capelli color nocciola e gli occhi verdi, mi stava servendo da due ore e io non mi ero minimamente accorto di lei.
Iniziammo scambiandoci le solite domande banali, nei pochi secondi che lei riusciva a ritagliarsi, tra un ordine e l’altro. Mi girai e vidi che il locale era pieno, ero tornato mentalmente sulla terra. Era pieno di uomini, soprattutto di una certa età, e tutti avevano un unico obbiettivo: attirare l’attenzione della barista.
Io ero riuscito nell’impossibile, stando due ore al bancone a bere, avevo guadagnato il suo interesse. Non vedeva altro che me e questo mi fece provare una sensazione che mai avevo conosciuto in vita mia. Decisi di restare fino all’ora di chiusura, giusto per darle un passaggio a casa.
Il locale chiuse qualche minuto prima delle tre, mentre io cercavo di non addormentarmi sul marciapiede, lei finalmente uscì e mi chiese che piani avessi.
Pensavo di darti un passaggio a casa, è tardi sarai stanca.
Io invece pensavo di fare qualcosa, in modo da dare un senso a questa serata.
La serata aveva assunto un senso nel momento in cui mi aveva rivolta la parola, non potei far altro che accettare volentieri la sua proposta. C’era un fantastico cielo stellato ed entrambi decidemmo di goderci quella magnifica vista.
L’orologio segnava le 3, era una tiepida notte di primavera e io ero sdraiato sul tetto della mia macchina ad osservare le stelle, con la ragazza che avrebbe dato un senso alla mia vita.

Gezim Qadraku.