Vendetta mancata

Sembrava già tutto scritto, Atlético Madrid campione e giustizia fatta.
Sembrava, perché era già successo al Milan. Perdere in maniera assurda una finale e prendersi la rivincita due anni dopo.
Sembrava, perché anche questa volta gli ingredienti erano quasi gli stessi.
A due anni di distanza, il destino ha dato la possibilità agli uomini di Simeone di riprendersi ciò che gli era stato tolto a Lisbona a soli due minuti dal fischio finale, ancora una volta contro di loro, gli odiati rivali del Real Madrid.
Forse per la prima volta i colchoneros erano favoriti contro i blancos, per tanti motivi.
A partire dal cammino per arrivare alla finale di Milano; i biancorossi sono stati in grado di superare due colossi come Barcellona e Bayern Monaco. Il Real invece ha avuto vita decisamente più facile, nonostante abbia deciso di  complicarsela contro il Wolsfburg per poi superare di misura il Manchester City, in una doppia semifinale tra le più noiose mai viste.
Oltre a questo c’era la sensazione che dovesse vincere l’Atlético perché sarebbe stato giusto così, perché due anni fa si erano fatti raggiungere nel peggiore dei modi, quando ormai erano ad un passo da alzare la coppa.
Poi perché non l’hanno ancora vinta, e prima dell’arrivo di Simeone, avevano raggiunto la finale solo una volta , con l’argentino in panchina sono arrivate due finali in tre stagioni.
Dovevano vincere loro anche perché gli odiati rivali ne hanno già vinte abbastanza, a Lisbona era arrivata la decima, si poteva pensare che fossero già felici e soddisfatti così.
Invece no, non è tutto questo che ti permette di vincere una Champions.
Puoi partire favorito, puoi avere un conto in sospeso con la sorte, ma una finale devi giocarla e vincerla.
Non è stato l’Atlético che siamo abituati a vedere, nel primo tempo sembravano degli agnellini impauriti. La tensione e la paura erano ben visibili nei loro volti, ma soprattutto nelle loro giocate. Un Real ordinato e convinto dei propri mezzi, giocando una buona partita ha portato a casa il massimo risultato.
Sarà che loro sono abituati, per i blancos giocare una finale di Champions è quasi la normalità, per i biancorossi no.
Una vita passata ad avere a che fare contro un vicino di casa che li ha sempre sovrastati in tutto: ricchezza, trofei, campioni. Per questo quando ti trovi lì, al secondo appuntamento con la storia, ancora una volta contro chi odi di più e il favorito sei tu, capita che ti tremino le gambe. Capita che la cattiveria e la grinta che ti contraddistinguono le lasci a casa. Capita che se ti chiami Torres e hai sempre tifato Atlético, senti così tanto la partita da non azzeccare un pallone.
Capita che calci un rigore pessimo nei novanta minuti, per poi tirarne uno perfetto dopo i supplementari e rammaricarti di non averlo calciato così anche prima.
Capita che in porta hai fatto i miracoli per tutta la stagione e anche nei 120 minuti della finale, ma dei rigori non riesci a sfiorarne manco uno.
Capita che sbagli il rigore decisivo perché hai troppa fretta di calciarlo e poi scrivi una lettera ai tuoi tifosi, scusandoti e promettendo a loro che quella coppa il vostro capitano la alzerà prima o poi.
Una squadra abituata a soffrire, abituata a stare nelle posizioni meno note, abituata a vincere le partite con il sangue e con la fame.
Una squadra e un popolo che riusciranno a superare questa ennesima delusione.
Tra due anni la finale si giocherà a Madrid, in quello che sarà il nuovo stadio dell’Atlético.  Vincerla a casa propria, davanti al proprio popolo, potrebbe essere il modo migliore per cancellare queste due atroci sconfitte.
Sarà la volta buona?

Gezim Qadraku.

Il ragazzo venuto dal cielo

È l’estate del 2003 quando il calcio italiano viene colpito da un fulmine a ciel sereno. Nessuno si accorge di niente, il lampo ha le sembianze di un ventunenne brasiliano che si presenta agli arrivi internazionali della Malpensa, in giacca cravatta e occhiali da vista. Potrebbe sembrare un giovane neolaureato venuto a far carriera in Italia.
Invece no, è il nuovo acquisto del Milan e non lo conosce nessuno, nemmeno il suo allenatore e i suoi futuri compagni. Il suo nome è lungo e complicato, Ricardo Izecson Dos Santos Leite. Per tutti sarà il ragazzino con la maglia numero ventidue, per tutti sarà semplicemente Kakà.

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Mi ricordo il momento in cui appresi del suo acquisto, mi trovavo in spiaggia in Montenegro e mio padre mi disse: “abbiamo preso un brasiliano”.
Solo per il fatto di aver sentito la parola brasiliano mi si illuminarono gli occhi, “come si chiama?” chiesi.
Kakà”.
Ci fu un momento di silenzio, il dubbio aleggiava sotto il nostro ombrellone, nessuno dei due era molto convinto, ma ci bastò poco per farci cambiare idea.
Prima giornata di campionato, il Milan debuttò ad Ancona, e quel ragazzino giocò titolare.
Secondo tempo, Nesta allontana di testa un cross, la sfera va verso il ragazzino, stop di coscia, un avversario lo pressa, lui con calma quasi irrisoria lo supera con un sombrero, accompagna la discesa della palla con lo sguardo, la stoppa delicatamente; nel frattempo l’avversario appena saltato e un altro suo compagno gli si avvicinano per stringerlo nella morsa, si guarda due secondi attorno e all’improvviso accelera. Il cambio di passo è devastante, considerando che lo fa praticamente da fermo, i due giocatori dell’Ancora sembrano rimanere fermi, in realtà cercano di rincorrerlo ma Ricky è troppo veloce.
Porta la palla per qualche metro e poi serve Cafu nello spazio, il quale crossa per Shevchenko, che non sbaglia.
Mio padre mi guarda, e cercando di non scomporsi troppo mi dice: “mi sa che è bravo”.
Ad Ancelotti e compagni bastarono pochi giorni di allenamento per capire che quello era un fenomeno, si presentò resistendo alle spallate di Gattuso e lasciando sul posto un certo Maldini.
Il calcio italiano venne lacerato in due dal ragazzino, non si era mai visto niente del genere prima. Non così, con quella velocità, con quella semplicità.
Si accaparra subito il posto da titolare, ai danni di Rui Costa, il quale dichiarò:
Stare in panchina mi dispiace. Ma sono il primo a riconoscere che davanti ho un giocatore che presto vincerà il pallone d’oro”.
Risulta troppo decisivo, non è concepibile pensare di lasciare in panchina una forza della natura del genere. Strappa le partite con i suoi cambi di velocità, salta sempre l’uomo, ma non solo uno, tutti quelli che si trova davanti. E’ in grado di fungere sia da vero trequartista, servendo alla perfezione i propri compagni, ma anche da realizzatore, non disdegnando di cercare la soluzione personale arrivando al gol spesso e volentieri. Il suo adattamento al calcio italiano è qualcosa di meraviglioso.
Non è il solito brasiliano cresciuto nella miseria, il passato di Ricardo, economicamente parlando, è stato dei più rosei. Cresce nella borghesia brasiliana, papà ingegnere e madre professoressa di matematica, ha la possibilità di studiare e giocare a calcio sin da piccolo, a tutto questo aggiunge educazione e intelligenza impeccabili. Il classico ragazzo che ogni madre vorrebbe per la propria figlia.
Tutto questo gli ha permesso di non perdere la testa, una vola arrivato in una città come Milano.
I problemi di Ricky da piccolo sono stati più che altro fisici. Dopo essere approdato nella sua prima e unica squadra brasiliana, il San Paolo, il ragazzino inizia a fare i conti con un ritardo della crescita. Fisicamente è sempre indietro di due anni rispetto ai suoi coetanei. Questo lo mette in difficoltà, ma sin da quei momenti  impara a non mollare, a perseverare e impegnarsi. Saranno anni difficili, di sacrifici e sudore, ma da quello che pareva uno svantaggio ne viene fuori una bella scoperta.
Kakà infatti nasce come vera e propria punta, ma il fisico esile gli impediva di riuscire ad essere efficace quando era accerchiato dai difensori, così l’allenatore decise di spostarlo più indietro, in modo tale da avere più spazio per muoversi. È in quel momento che nasce Kakà, il trequartista atipico. Proprio quando tutto il Brasile si stava accorgendo del suo talento, una caduta rischia di portarlo alla paralisi. Molto probabilmente in quel momento avviene l’incontro che gli cambia radicalmente la vita, l’incontro con la fede. L’incidente non ebbe conseguenze negative per il ragazzo, che tornò a correre dietro al suo amato pallone.

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Dopo lo splendido debutto in maglia rossonera, il primo gol arriva nel miglior momento possibile, in un derby. Il Milan vince tre a uno contro i cugini neroazzurri e Kakà segna la sua prima rete in rossonero, entrando dritto nel cuore dei tifosi.
Dopo pochi mesi però, deve subito fare i conti con una sconfitta pesante. Il Milan si gioca la coppa Intercontinentale contro il Boca Juniors, e sono gli argentini ad avere la meglio ai rigori.
Sarà così la carriera del brasiliano, un’altalena di alti e bassi, senza una sequenza precisa, che lo porterà a provare enormi delusioni, ma anche ad arricchire la sua bacheca con qualsiasi trofeo.
L’annata del debutto è anche quella della vittoria dello scudetto, il diciassettesimo per il diavolo. A dir poco decisivo il numero 22, segna dieci reti ed è sempre titolare.
Suo l’assist per Shevchenko, nella partita contro la Roma dove i rossoneri si laureano campioni d’Italia. Un’annata nella quale il Milan avrebbe potuto riconfermarsi anche in Europa, se non si fosse imbattuto in una delle più brutte notti europee, la maledetta sera del Riazor. Nella quale gli uomini di Ancelotti subirono quattro reti dal Deportivo la Coruna e abbandonarono prematuramente la competizione. È un rapporto difficile quello con la Champions League per Ricardo, nel 2005 i rossoneri arrivano in finale, ma ad attenderli c’è la più grande delusione della loro storia. Kakà può solo assaporare il sapore della coppa dalle grandi orecchie, ma è costretto a vederla nelle mani del Liverpool, non sa che il destino gli darà la possibilità di rifarsi.
La sua fama, il suo talento e la sua immagine sono in continua ascesa, ma è soprattutto fuori dal campo che dimostra di essere un ragazzo diverso. Sposa la sua ragazza storica, quella con la quale ha passato gran parte della sua vita, con la quale arriva vergine al matrimonio. Ecco sì, basta questo ultimo particolare per capire che non stiamo parlando del solito calciatore.
Il 2006 porta un’altra cocente delusione a Ricardo, ancora più difficile da digerire perché riguarda il suo amato paese. Il Brasile infatti, parte favoritissimo alla vigilia dei mondiali tedeschi, il reparto avanzato dei Carioca è qualcosa di illegale.
Kakà, Ronaldinho, Adriano e Ronaldo.
Ricky gioca bene la prima partita, dove risulta decisivo segnando alla Croazia, poi però più nulla.
Per quanto quei quattro insieme possano essere difficili da fermare, l’equilibrio della squadra ne risente e i verde-oro vengono sbattuti fuori ai quarti dalla Francia. Un eterno incompiuto, in termini di nazionale, anche il mondiale 2010 sarà una delusione; eppure le premesse con il Brasile erano state delle migliori, c’era anche lui nella selezione campione del mondo del 2002, anche se giocò soltanto diciotto minuti.
Dopo la tempesta però, arriva sempre l’arcobaleno, e così finalmente arriva l’anno della consacrazione per il brasiliano. Un’annata che parte da lontano, dai preliminari di Champions contro la Stella Rossa, un’annata particolare, che vede i rossoneri fare una fatica immane in campionato, e trasformarsi in quello che è da sempre stato il loro habitat naturale, le notti europee. É Ricky a prendere letteralmente per mano la squadra e guidarla nella cavalcata trionfale; strepitoso nel giro eliminatorio, permette ai rossoneri di raggiungere gli ottavi di finale da primi del girone.
Ai quarti ci sono i sempre ostici Scozzesi del Celtic, non bastano 180 minuti, al ritorno infatti sono necessari i tempi supplementari. Ed è qui, che il brasiliano realizza il gol che mi fa emozionare ancora oggi. Riceve palla a centrocampo, resiste alla spinta di un avversario e poi mette il turbo, è incontenibile, nessuno gli si fa sotto, solo una volta arrivato in area è costretto a spostarsi verso sinistra per evitare l’intervento del difensore, il portiere dei biancoverdi nel frattempo è uscito, ma Ricky lo trafigge con un delicato piatto sinistro che passa in mezzo alle gambe dell’estremo difensore.
Non puoi essere in grado di fare un allungo del genere, con una tale lucidità, durante un tempo supplementare, se non sei Kakà.
Ai quarti ci sono i tedeschi del Bayern Monaco, al quale il Milan dà una ripassata di calcio all’Allianz Arena.
La semifinale mette di fronte i due volti più noti del momento, da una parte Cristiano Ronaldo e dall’altra Kakà. Andata a Manchester e ritorno a Milano.
I red devils partono subito forte e si portano in vantaggio, sembra la classica trasferta dove la squadra italiana è chiamata ad evitare la catastrofe, ma no, questa è una partita diversa, perché dopo il gol subito il ragazzo dalla faccia pulita si trasforma in diavolo.
Due gol in pochi minuti, Old Trafford ammutolito, il Manchester si rende conto che dall’altra parte c’è un fenomeno. Il secondo gol rimarrà nella storia dello sport, quando riceve il lancio di Dida, Kakà si trova da solo nella metà campo dei devils contro tre avversari. Vince un contrasto di spalla con Fletcher, supera in scioltezza Heinze con un pallonetto, il quale si rifà sotto insieme ad Evra, ma Ricky si prende letteralmente gioco di loro, toccando la palla di testa e facendola passare in mezzo ai due, pochi attimi prima che si scontrino. Una volta davanti a Van Der Sar non può far altro che appoggiare in rete.
Un gol monumentale, degno del teatro dei sogni.

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I red devils rimontano, vincendo 3 a 2, ma la sensazione dopo il fischio finale è che il Milan può mangiarselo a colazione quel Manchester. Così sarà, nella notte della partita perfetta. Milan 3 – Manchester 0. Dopo il primo gol del solito Ricky, Compagnoni lo definisce “l’extraterrestre”. È la serata perfetta, a Milano piove, il campo è in condizione eccellenti, San Siro è stracolmo e il Milan mette in mostra una delle migliori prestazioni della storia del club.
Kakà sembra giocare una partita tutta sua, ogni momento è buono per accelerare e far impazzire gli avversari. Milan in finale, e ad Atene il destino dà la possibilità ai rossoneri di vendicarsi. La prestazione dei rossoneri in finale è una delle peggiori della stagione, nel primo tempo si vede solamente il Liverpool, ma a pochi secondi dal rientro negli spogliatoi il brasiliano si procura la punizione che permette al Milan di portarsi in vantaggio. Nella ripresa è lui a servire un assist al bacio ad Inzaghi per il due a zero. Il Liverpool sogna un’altra rimonta, ma questa volta la storia è diversa. La vendetta è servita.
La consacrazione di Kakà, che dopo il triplice fischio si inginocchia, chiude gli occhi, alza le mani al cielo e ringrazia. Dopo la Champions arriva anche il meritato pallone d’oro.
Si sa che quando arrivi in cima è dura restarci, e può capitare che tu possa iniziare a scendere e non fermarti più. Esattamente quello che succede al brasiliano.
Nel gennaio del 2009 si arriva a qualcosa di impensabile fino a pochi anni prima, ovvero la possibile cessione del ragazzo.
I soldi che il Manchester City offre sono veramente tanti e la società accetta, sembra che ormai il trasferimento sia cosa fatta, ma poi Ricky regala un gesto d’amore che fa letteralmente impazzire il popolo milanista. È una fredda serata di gennaio, quando il ragazzo si affaccia alla finestra di casa sua per dare la buona notizia ai suoi tifosi,
Siamo venuti fin qua – siam venuti fin qua – per vedere segnare Kakà” cantano in strada i supporters rossoneri. La magia del ragazzo perfetto, con il cuore solo per il Milan dura solo un’altra mezza stagione. A giugno il brasiliano non può rifiutare la chiamata che arriva da Madrid, cosa puoi fare se il Real Madrid ti vuole? Ringraziare e accettare l’offerta.
Questo è stato il suo unico errore, accettare quella proposta, ma come biasimarlo. A Madrid però non è l’unico fuoriclasse, anzi, il destino vuole che insieme a lui arrivi un altro alieno, Cristiano Ronaldo. Uno capace di rubarti la scena, uno abituato a stare al centro dell’attenzione, uno adatto a tutto quello che  la quotidianità madrilena vuole.
Uno capace di non far sentire la tua assenza in campo, e così, di quel ragazzo in grado di sfondare letteralmente le difese di tutto il mondo, si persero per sempre le tracce. Dei quattro anni in maglia bianca non c’è molto da ricordare, se non il  suo addio per ritornare a casa.
Tutti lo aspettano con lo stesso affetto di sempre, il 22 è lì pronto per lui, e anche se non è più quello di una volta, fa sempre bene al cuore vederlo con quei colori addosso.
Resta un anno, giusto in tempo per segnare il suo centesimo gol con il Milan.
All’età di trentadue anni decide di lasciare il calcio europeo, saluta tutti e se ne va prima in Brasile e poi in America.

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È stata una fiamma, durata purtroppo solo quattro anni, nei quali ha mostrato un modo di giocare a calcio che non si era mai visto. Accelerazioni incontenibili, capacità di trasformare un campo di calcio in una vera e propria prateria, nella quale mettere in mostra tutto il suo talento, abbinando velocità, potenza, concretezza e tecnica.
È sempre stato semplice, sia in campo che fuori. Il più europeo dei brasiliani, nessun numero da circo, concretezza e linearità, come il vecchio continente desidera. Dagli occhiali da vista alla numero ventidue cambiava poco, soltanto che quando sulle spalle c’era quella cifra, dietro a quella faccia da angioletto prendeva vita un vero e proprio tornado, che nessuno era in grado controllare. Lo ricorderemo per le sue accelerazioni, per la sua faccia da ragazzino educato e gentile, per il suo numero, per la sua esultanza.
Quelle mani rivolte al cielo dopo ogni i gol. Un gesto di ringraziamento, ma anche un modo per mostrare a noi comuni mortali il luogo della sua provenienza.
Perché solo dal cielo poteva arrivare uno così. 

Gezim Qadraku.

Il leone indomabile

Guarda qui che cicatrice mi sono fatto. Me lo ricordo ancora, il profumo del pane mi piaceva da matti. Il problema è che piaceva anche a lui, al cane gigantesco che comincia a rincorrermi. Ero soltanto un bambino, ho iniziato a correre quel giorno e non mi sono fermato più. Io andavo avanti per quella strada piena di polvere, scalzo e con il sacchetto di pane in mano, e le poche monete di resto. L’ho seminato il disgraziato, ma ho colpito in pieno un palo di ferro che spuntava da non so dove. Le strade di Nkon non sono mica perfette come il Camp nou o San Siro”.
Correre è stato il filo conduttore della sua esistenza. Da piccolo il premio della sua corsa era il pane, poi negli anni per correre è arrivato a ricevere 20,5 milioni di euro.
Ha toccato con mano due estremi molto distanti tra loro, ciò che gli ha permesso di raggiungere due distanze così lontane è stata la voglia di arrivare che solo uno nato in un continente come l’Africa può avere.

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Cresciuto nel nulla, tra polvere e povertà, tra una corsa per scappare dai cani ad un’altra per inseguire il pallone. In mezzo a tutto questo c’era il suo sogno, diventare un calciatore.
A quindici anni viene acquistato dal Real Madrid, dove incontra il suo idolo, Raul.
Alla guida dei blancos c’era Fabio Capello, che gli permise di allenarsi con la prima squadra, Samuel lo salutava con un inchino. L’allenatore italiano gli disse che gli ricordava George Weah e che avrebbe dovuto allenarsi di più, doveva fare doppie sedute perché non calciava bene. Il ragazzo prese alla lettera queste parole e incominciò ad allenarsi sui tiri, ogni giorno; se c’era solo la seduta del mattino Samuel restava in campo anche al pomeriggio.
Calciava, calciava e calciava. Quelle fatiche saranno poi ripagate durante la sua carriera. La sua avventura a Madrid non è di certo da ricordare, le presenze sono pochissime e non arriva nessun gol. Vogliono venderlo, mandarlo dove vogliono senza chiedergli niente, ma lui non ci sta. È uno tosto Samuel, è uno che non si fa mettere in piedi in testa neanche dal Real Madrid. Non accetta di andare al Deportivo la Coruna, sceglie Maiorca. Sarà l’incubo dei blancos, ogni volta che incontrerà la sua ex squara Eto’o farà danni.
A Maiorca incontra quello che lui considera un Dio, l’allenatore Luis Aragones. Un padre putativo, uno che si conquista la fiducia del giovane ragazzo a suon di bastoni e carote.
Quando c’era da sgridarlo lo sgridava, ma poco dopo gli dimostrava tutto l’affetto che provava per lui.
Mi ha amato, non solo come un giocatore, ma come un figlio”. A Maiorca arriva il primo trofeo per il camerunense, la coppa del Re, con una doppietta in finale. Gli piaceva stare a Maiorca perché non c’era pressione, poteva andare al supermercato e scherzare tranquillamente con la commessa, ma era arrivato il momento di fare il salto di qualità, di dimostrare agli altri come si gioca sotto pressione. È proprio il suo amato allenatore a consigliare ai dirigenti del Barcellona l’acquisto di Samuel.
Volete vincere nei prossimi anni? Io ho il giocatore che fa per voi”.
Nell’estate del 2004 Eto’o è un giocatore del Barcellona, si presenta subito vincendo la Liga. È il Barcellona di Rijkaard, del 4-3-3, con davanti Ronaldinho – Eto’o e il terzo non è mai importante, visto che bastano loro due. Si trovano, sia in campo che fuori, sono affiatati, forti e veloci. Distruggono le difese spagnole e quelle europee.
Due anni dopo arriva finalmente l’occasione di dimostrare ai suoi colleghi come si gestisce la tensione delle gare importanti.
17 maggio 2006, a Parigi a contendersi la coppa dalle grandi orecchie ci sono Barcellona e Arsenal. I londinesi si portano in vantaggio nel primo tempo, nonostante l’inferiorità numerica resistono fino al 76’ minuto, quando è proprio Samuel, con un destro sul primo palo, a dare il via alla rimonta blaugrana. Quattro minuti dopo sarà Belletti a firmare il 2 a 1. Gol in finale, una costante nella carriera di Eto’o.

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Nel 2008 alla guida della squadra catalana arriva Guardiola, dopo aver fatto cedere sia Ronaldinho che Deco, risulta chiaro che il camerunense non rientra al centro del progetto.
Ma Samuel non sa perdere, dopo essersi sorbito una lezione tattica di come bisogna attaccare dal neo allenatore, gli risponde a tono:
Tu sei stato un centrocampista, neanche uno dei migliori e mi vieni a parlare a me di come si attacca?”.
Non sarà di certo il preferito di Pep, ma Eto’o gioca e ovviamente risulta decisivo. È subito triplete e in finale naturalmente segna Samuel. È lui ad aprire le danze a Roma contro i red devils, con un tiro di punta che si insacca dietro le spalle di Van der Sar.
Due finali di Champions giocate, due finali vinte, due gol segnati.
Samuel ringrazia  e capisce che la stagione successiva la passerà altrove. Di certo non si immagina con la maglia nero azzurra. In una giornata di quell’estate riceve un messaggio da un numero sconosciuto:
Sei il miglior attaccante del mondo. Questa è una grande famiglia. Sarebbe bello se tu venissi nella nostra famiglia perché sei il migliore. Sarebbe davvero un piacere giocare con te”.
Il numero è di Marco Materazzi.
Muorinho lo chiama e gli chiede che numero di maglia vuole, “La numero nove va bene?”.
È fatta, Samuel Eto’o è un giocatore dell’Inter. Ma questo non è tutto, i dirigenti nero azzurri non si rendono conto dell’affare che hanno appena concluso. Samuel entra nella trattativa che vede la cessione di Zlatan Ibrahimovic al Barcellona, pagato 50 milioni più il cartellino del camerunense. Il miglior colpo della storia dell’Inter.
Lo svedese sceglie i blaugrana per vincere la Champions, i destini delle due squadre si incroceranno e ad avere la meglio sarà proprio Eto’o. Il primo a gioire per la sua partenza è Iker Casillas, “da un lato sono felice che Eto’o sia andato in Italia, per me era un incubo”.
È il giocatore ideale per lo special One, “È un uomo-squadra, che è la cosa più importante. C’è bisogno di difendere? Lui lo fa. Bisogna attaccare? Lui lo fa”.
E’ una stagione pazzesca quella della squadra di Mourinho, irripetibile, suggellata da un triplete da sogno.
Il camerunense è uno dei più decisivi di quella cavalcata trionfale, insieme a Milito formano una coppia mostruosa che nessuno è in grado di fermare.
L’allenatore portoghese lo inventa come esterno sinistro nel 4-2-3-1, da quella posizione punisce il Chelsea negli ottavi di finale; a Barcellona dopo l’espulsione di Thiago Motta si trasforma praticamente in un terzino e in finale si danna l’anima fino all’ultimo secondo. Tre finali di Champions, tre vittorie. A Madrid non segna, basta la doppietta di Milito. L’unico giocatore al mondo ad aver vinto per due volte il triplete.

Bayern Muenchen v Inter Milan - UEFA Champions League Final
Ancora un anno in nero azzurro per poi salutare Milano e andare a giocare nell’Anzhi Makhachkala, dove guadagna 20,5 milioni a stagione.
Sono venuto qui perché credo nel progetto”. E sì certo. Cosa saranno mai tutti quei soldi?
Trascorre due stagioni in Russia, segna 36 gol e guadagna giusto qualche soldino. Poi passa al Chelsea dove ritrova Mourinho, il portoghese lo bolla come “vecchio” e lui risponde segnando e imitando la camminata di un anziano. L’anno successivo veste la maglia dell’Everton, poi il ritorno in Italia, a Genova sponda blu cerchiata. Giusto in tempo per mostrare a Mihajlovic il suo carattere fumantino e complimentarsi con Sarri per il gioco espresso dall’Empoli.
Ora si trova in Turchia, dove oltre a giocare come capitano fa anche l’allenatore. Il palmares del ragazzo parla chiaro, nella sua bacheca c’è tutto.
Il finalizzatore ideale per qualsiasi squadra, agile, veloce, dotato di un’ottima forza fisica, nonostante una struttura corporea non imponente. Capace di utilizzare entrambi i piedi, in grado di segnare sia da rapinatore d’area, sia partendo da lontano. Dotato di un ottimo senso tattico, che gli ha permesso di giocare anche più indietro rispetto al suo ruolo naturale. Bravo anche nell’uno contro uno, la sua velocità di esecuzione gli ha consentito di mettere in difficoltà chiunque.
Solo giocando contro di lui mi viene il mal di testaThiago Silva.
La sua miglior caratteristica è stata sicuramente la capacità di essere decisivo nei momenti importanti. Ha avuto un vero e proprio rapporto d’amore con le finali, 11 giocate e 15 gol realizzati. Sono numeri mostruosi.
E’ stato un leone anche fuori dal campo, soprattutto nella lotta contro il razzismo, l’episodio più famoso risale a quando era in forza ai blaugrana.
In un Real Saragozza-Barcellona del 2006, ad ogni suo tocco di palla alcuni tifosi della squadra di casa iniziarono ad imitare il verso della scimmia. Samuel dopo un po’ non riuscì a reggere l’offesa e cercò di abbandonare il campo. Prima di farlo però, si girò verso i tifosi e indicò la pelle di Alvaro (giocatore del Real Saragozza) come per dire,
non vedete che abbiamo la pelle dello stesso colore?”.
Accorsero tutti, gli avversari, l’arbitro, i suoi compagni e l’allenatore Rijkaard. Riuscirono a convincerlo a restare in campo, non doveva darla vinta ad un gruppo di ignoranti.
Si è sempre fatto rispettare, non ha mai abbassato la testa di fronte a nessuno. Non si è mai tirato indietro neanche se si trattava di mostrare la sua vita lussuosa. Quando arrivò a Milano, comprò una casa di mille metri quadri, di fronte alla sede del Milan. Ci fece subito costruire una piscina. Sempre a Milano i paparazzi lo immortalarono mentre litigava con una vigilessa per una multa. Un divieto di sosta non rispettato, costo della contravvenzione? 38 euro. Chissà che fatica a pagarla..
Durante l’ultimo mondiale brasiliano scelse di soggiornare in una lussuosa suite da 193mq attrezzata con piscina privata, jacuzzi, terrazza vista mare, palestra pesi e una sala cinema. A Mosca soggiornò in una casa da 80mila euro al mese.  Va matto per le macchine sportive e per la Coca Cola con ghiaccio e limone, almeno tre al giorno.
Ha cercato il lusso sin da piccolo, quando si faceva tre docce bollenti in un giorno, voleva stare da comodo. Ci è riuscito.
“Correrò come un negro per guadagnare come un bianco”. Samuel Eto’o.

Gezim Qadraku.