Foglie d’autunno

Avevo impostato la sveglia presto per oggi, 7:00. Ho bisogno di dare un cambiamento netto alla mia vita. Ho deciso di lasciare lo smartphone sulla scrivania, così che dovevo per forza alzarmi dal letto per spegnere la sveglia.
Quante me ne sono dette in quell’istante. Mi sono alzato, a momenti cadevo, l’ho spenta e ho immediatamente guardato il letto, con la volontà di buttarmici dentro. I sensi di colpa però mi hanno impedito di farlo.

Mentre aspetto che il latte bolla, preparo la mia tazza blu con l’emoji sorridente. La guardo e cerco di ricordarmi da quanto ce l’ho, dovrei cambiare anche lei. Ci butto dentro un cucchiaio di zucchero di canna e mezza bustina di Nescafé, nel frattempo sento che il latte è pronto. Lo verso nella tazza e per un soffio non esce fuori. Faccio per prendere la tazza e dirigermi verso la scrivania, ma penso che sia troppo rischioso, il latte uscirebbe facilmente e inizierei la giornata sporcando il pavimento.

Allora decido che è meglio berne un pochino e inizio a girare il cucchiaio fino a quando il caffè si è mischiato con il latte, dando vita a un colore marrone uniforme. Faccio un sorso, quanto basta. La temperatura è perfetta, ho spento il fornello nel momento esatto. Qualcosa di giusto ogni tanto. Mi dirigo alla scrivania, appoggio la tazza e torno in cucina a prendere i muesli. Mi accorgo che sono quasi finiti, ce ne sono abbastanza per oggi e domani, di più non credo. Devo ricordarmi di comprarli quando vado a fare la spesa sabato. Sarebbe meglio se me lo appuntassi da qualche parte, ma poi mi dico che tanto me lo ricorderò, consapevole che invece mi dimenticherò e già mi immagino la scena di me incazzato dopo essere tornato dal supermercato ed essermi accorto di non averli comprati.

Torno alla scrivania e verso un po’ di muesli nella tazza. Inizio a mescolare aspettando che si ammorbidiscano. Guardo fuori dalla finestra. Tutto sembra colorato di grigio nebbia, l’autunno è arrivato. Finalmente mandarini e castagne, tè caldo alla sera e domeniche sotto le coperte a guardare Netflix.

Mentre giro il cucchiaio ripenso a ieri. Ai silenzi pesanti di Greta. Si è rotto qualcosa tra di noi. Abbiamo parlato pochissimo. La serata è scappata via senza sfiorarci. Giusto il bacio iniziale e quello della buonanotte. È finita, non c’è più niente da fare. Non la sento presente quando siamo insieme, è da un’altra parte. Controlla sempre ansiosa il cellulare, risponde confusa, non c’è più. Non mi vede più. Penso che se non le scrivessi si dimenticherebbe della mia esistenza. Sto male, è come se qualcuno mi stia sparando un proiettile al giorno dritto nel cuore. Così è ancora più doloroso, la sua indifferenza mi uccide.

Starà sentendo qualcun altro, ne sono sicuro. Non so che fare, non so neanhe se ho voglia di provare a salvarla la nostra relazione. Voglio provare a salvare me stesso questa volta. Concentrarmi sulla mia vita e il resto che si fotta pure. Non ho più tempo, ho corso tutta la vita dietro alla gente, ho perso pezzi per salvare relazioni e non è servito a nulla. Sto andando avanti senza parti di me, le ho buttate via per gli altri. Se almeno l’avessi fatto per me avrebbe avuto senso.

Finalmente i raggi di sole iniziano a bucare il grigio denso della nebbia, i muesli sono morbidi abbastanza. Guardo le foglie colorate cadute ai bordi della strada e mi pare di vedere me stesso. A terra, non preso in considerazione, pronto ad essere spazzato via da una leggera folata di vento senza neanche la forza di opporre resistenza.

Gezim Qadraku.

Scatta, modifica, pubblica

Li osservavo, mentre indaffarati si precipitavano giornalmente su ciò che aveva attirato la loro attenzione.
O meglio, su ciò che pareva essere diventato l’unico motivo per il quale vivere.
La condivisione della propria quotidianità con il mondo della rete.
Si affannavano a scattarsi fotografie e a mostrarsi felici e completi. Il picco di questo impegno lo si notava durante le feste.
Immagini di famiglie sedute a tavola, di gite fuori porta o di radunate tra amici per passare quella festività insieme.
Una valanga di scatti, foto e video. Ogni creazione accompagnata da una frase banale e ripetitiva che la si ritrovava nel profilo di qualcun altro.

Il processo era sempre il medesimo: posizionati, sorridi, scatta e controlla. Riposizionati, sorridi di nuovo, scatta e ricontrolla. Così fino a quando il risultato catturato dalla fotocamera era abbastanza finto da sembrare perfetto. Per raggiungere il livello estetico più alto i social network mettevano a disposizione programmi per modificare le foto. Una volta raggiunto l’apice della bellezza, l’ultima e la più importante delle azioni: pubblica.

Pubblica la tua foto finta che utilizzi per far sembrare la tua vita felice.
Pubblica e condividi tutto ciò che fai con persone che fingono di interessarsi a te.
Scatta, modifica, pubblica.
Fallo di nuovo.
Poi di nuovo ancora.
Continua così fino all’infinito.

Li osservavo e ridevo.
Mi lasciava senza parole l’impegno che impiegavano nel scattarsi una foto e la cura maniacale nel ritoccarla.
Ogni tanto giocavo a prenderli in giro. Commentavo qualche contenuto, facevo un paio di complimenti e nelle risposte vedevo questa esplosione di felicità. Ci credevano davvero alle mie parole.
Quando mi divertivo. Erano così tristi e frustrati, ma non se ne sarebbero mai accorti.
Avrei voluto essere come loro, riuscire a impegnarmi in quella maniera in azioni tanto futili.

Gezim Qadraku

Passeggiata

È stata una calda giornata di ottobre. Oggi pomeriggio la temperatura è salita fino a 26 gradi. Da non credere, sembrava estate.
Decidiamo di approfittare di questo bel clima e usciamo a fare una passeggiata.
La pizza ci ha riempiti e vogliamo provare a smaltirla in qualche modo.
Ci prepariamo in fretta perché tra poco sarà buio.
Metti il guinzaglio ad Ako, il piccolo pastore tedesco che da un anno ha movimentato la nostra quotidianità. 
Porto la spazzatura e vi raggiungo.


Saliamo sulla collinetta dietro ai palazzi.
Tu e Ako correte insieme mentre io vi seguo camminando lentamente.
Osservo i colori della natura e penso che l’autunno sia una stagione spettacolare. Ci sono foglie ovunque, per terra, in aria e qualcuna ancora abbracciata ai rami.
Arancione, giallo, rosso fuoco. È un’esplosione meravigliosa di colori.


Arriviamo in cima alla stradina.
Continui a giocare con Ako, gli lanci la pallina e provi a prenderla prima di lui. Sembrate due bambini al parco giochi.
Osservo il nostro paesino dall’alto, poi mi guardo intorno.
Ci siamo solo noi qua sopra.
La pace dopo una giornata come tante di lavoro.


Mi vieni in contro, Ako ti segue.
“Cos’hai?” mi chiedi.
Ti guardo, ti accarezzo la guancia e ti abbraccio.
“Sono felice” ti rispondo.


Mi stringi forte.
Una foglia gialla si appoggia sulla tua testa.
Ako cerca di infilarsi tra noi.
Sorridiamo. Ci stringiamo ancora più forte.
Gli ultimi raggi di sole si godono questo spettacolo.


Attimi di noi.
Sprazzi di felicità.

Gezim Qadraku

Muri

Quando decidi di costruirti un muro attorno ti senti ricordare il solito monito: “fai attenzione a ciò che lasci fuori”. Chiunque nella sua vita abbia optato per questa soluzione, lo ha fatto perché ha sentito un grande bisogno di isolarsi. E se una persona decide di abbracciare la solitudine, lo fa perché non vede altre strade percorribili.

Esattamente come coloro che scelgono di lasciare il proprio paese ed emigrare, cercando un futuro migliore da qualche altre parte. Stare da soli non è facile. Farlo per davvero intendo. C’è chi scappa e non ha bisogno del muro. Semplicemente va a vivere lontano da tutto e tutti. Oppure ci sono quelli che rimangono, ma iniziano a mettere su mattone sopra mattone, lasciando fuori tutto quello che reputano dannoso.

A volte si finisce per considerare dannoso ciò che fino a poco tempo prima si pensava parte fondamentale della proprio vita. Sono convinto che tutti abbiano iniziato a prendere in considerazione la solitudine nel momento in cui si sono accorti di non essere ascoltati. Abbiamo tutti bisogno di confidarci, di esprimere le nostre paure, di condividere le nostre gioie con qualcuno.

Smettiamo di farlo quando ci rendiamo conto che nessuno ci ascolta. Quando chi ci sta attorno ci chiede perché facciamo una determinata cosa, ci domanda che percorso di studi abbiamo scelto – dopo averglielo ripetuto migliaia di volte – quando chi dice di volerci bene e di essere pronto a fare qualunque cosa per noi e non riesce nemmeno a ricordarsi la data del nostro compleanno se la togliamo dai social network. Mentre chi solitamente non si sente ascoltato ricorda ogni dettaglio importante della vita degli altri. 

Se dici di voler bene a qualcuno, di amare una persona, ti ricordi tutto di lei. Palahniuk ha scritto che la gente ci chiede come abbiamo passato il weekend solo perché vogliono raccontarci il loro.

E così quel monito iniziale non fa più alcuna paura.
Si è pronti a lasciare fuori il più possibile da quel muro.
Col passare del tempo ci si accorge di essere soli.
Prima lo si accetta e prima si inizia a vivere per davvero.

Gezim Qadraku

L’amore

Ho incontrato un uomo l’altra sera
Anziano, aveva 85 anni
Mi ha raccontato la sua vita
Mi ha detto che ha trascorso 65 anni insieme a una sola donna

Ha baciato solo le sue labbra
Ha fatto l’amore soltanto con lei
Ha accarezzato soltanto le sue mani
Ha avuto occhi solo per lei

Gli ho chiesto come avessero fatto,
com’era possibile una storia del genere
Mi ha detto che ai tempi c’era più fiducia
C’era voglia di stare insieme

Anche quando le cose andavano male
Ci si amava per davvero
Si credeva in quel sentimento
Si era disposti a dare la propria vita per amore

Gezim Qadraku.

Ti ho cercata

Ti ho cercata tutta notte
Ho sognato soltanto te
Ci siamo incontrati nei sogni, come succede da tanto tempo
Ti rincorrevo e tu continuavi a scappare

Volevo parlarti
Non so cosa avessi da dirti di preciso
Correvo più forte che potevo
Ma tu eri sempre più veloce

Ho aperto gli occhi e ho continuato a cercarti
Nel letto non c’eri
Non ci sono più tracce di te
La stanza odora della tua assenza

È un odore atroce, non è rimasto niente del tuo profumo
Ne è passato di tempo
Avrei dovuto abituarmi della tua assenza, ormai
Ma come faccio a dimenticarmi di te?

Gezim Qadraku

Torno presto

Sono all’aeroporto. Aspetto un amico che torna da Londra dopo due mesi di lavoro. Lo speaker annuncia che l’aereo è in ritardo di mezz’ora. Non avendo molte opzioni decido di intraprendere una camminata senza meta. Vago per un po’, finché non raggiungo i gate delle partenze.

La mia attenzione viene subito catturata da un bambino e quello che dovrebbe essere suo padre. Mi rapisce il modo in cui il piccolino è incollato al genitore. Mi siedo su una panchina e continuo a osservarli. Già me lo immagino come andrà a finire questa storia.

Dopo un paio di minuti il padre abbraccia la sua donna con un gesto commosso e profondo. Restano attaccati l’uno all’altra per un tempo indefinito. Quando si staccano, entrambi hanno gli occhi lucidi.  Lui un po’ meno, mentre lei non riesce proprio a trattenere le lacrime. È un colpo al cuore guardarla, mi fa male. Cerca di nascondere la commozione guardando in alto e sistemandosi gli occhiali da sole. Non vuole che il bambino la veda in quello stato.
Il padre si sta trattenendo perché ora arriva la parte impossibile. Si abbassa verso il suo piccolino, gli accarezza i capelli e tira fuori un sorriso forzato, combattuto, mentre riesce nell’esercizio complicatissimo di mantenere le lacrime all’interno del suo corpo. Riesco ad avere un’idea chiarissima della potenza del nodo alla gola che sta provando.

Lo abbraccia forte e il figlio si aggrappa letteralmente al suo corpo. È un’istantanea, un flash. Ci dovrebbe essere qualcuno – per ognuno di noi –  che fotografa o riprende certi attimi della nostra esistenza. Quel gesto andrebbe mostrato nelle scuole per spiegare il significato di genitore, di figlio, di famiglia.
È impossibile pensare che quei due corpi possano staccarsi. Sarebbe come chiedere, o aspettarsi, che un evento naturale smetta di seguire il suo corso. Domandare ai fiori di non sbocciare in primavera o all’acqua dei fiumi di non nutrire i mari. Non lo si può fare.
La madre è costretta a fare ciò che non vorrebbe. Tira a sè il bambino con un gesto rapido, tentando in qualche modo di ridurre il dolore. Come se fosse possibile.

Leggo il labiale del padre: “torno presto”.

Il bambino lo sa che gli sta mentendo e scoppia in un pianto scrosciante. Si gira e abbraccia le gambe della figura materna. Lei guarda il suo uomo, gli accarezza dolcemente il viso e gli dice di andare. In cuor mio, egoisticamente, auguro a me stesso di avere la fortuna di trovare una donna del genere.
Lui guarda il piccolo e poi volta le spalle alla sua famiglia.

È assordante il vuoto che si viene a creare. Per un attimo penso che tutto l’aeroporto si sia fermato e li stia osservando. Non sento nulla. Riesco solo a percepire il dolore di quelle tre persone che aumenta vertiginosamente ogni secondo che passa.

Le conosco queste storie. Le ho già sentite quelle parole. Lo so come si sente quel bambino. Non capisce perché il padre stia facendo una cosa così tremenda come andare a lavorare in un posto lontano. Si sente tradito e non ha torto. Ma quello che non sa è che il padre sta facendo quella brutta cosa solo per lui. Per non fargli mancare nulla ora che è piccolo e soprattutto per potergli, in un certo modo, assicurare un futuro quando sarà grande.

Lo capirà quel bambino, comprenderà tutto questo quando sarà cresciuto. Ma ora non gli importa. Adesso vuole soltanto avere suo padre lì con lui per giocare e andare a mangiare il gelato insieme.

Quello che il padre invece non sa è che si perderà per sempre pezzi di vita del figlio. Si lascerà scappare giorni, mesi e forse anni. Questo durerà finché non riuscirà a portarselo con sé o deciderà di tornare. Potrà capitare, se il periodo di distanza si dovesse prolungare per troppi anni, che quel figlio non sarà in grado di riconoscerlo e andrà nelle braccia di qualcun altro quando lui sarà tornato.
Chiederà a sua madre: “chi è quest’uomo?”.

E allora quel padre si addosserà tutte le colpe del mondo. Si domanderà se ne valeva la pena far soffrire la propria creatura. Vivere lontano dalla sua famiglia e poi tornare per non essere riconosciuto.
Ciò che si sono domandati almeno una volta nella vita tutti quelli che hanno lasciato la propria terra: “ma ne valeva veramente la pena?”
Già, come se un semplice essere umano fosse in grado poter rispondere a un quesito del genere.

Do un’ultima occhiata a quel bambino e mi tornano in mente i racconti di mia madre. La foto di noi tre, con mio padre che mi teneva in braccio pochi giorni dopo la nascita accanto a mia madre,  che le chiedevo di baciare prima di addormentarmi mentre lui non c’era. Quando poi lui tornò e le dissi di farlo dormire sotto il letto, quell’uomo.
Non lo chiamavo più papà. Era diventato quell’uomo. Ne era passato di tempo da quando era andato via e io ero soltanto un bambino. Non avevo colpe, neanche mio padre ne aveva. Non è colpa di nessuno in realtà, è la vita.
Mi sono sempre chiesto come si sia sentito lui, ma non ho avuto mai il coraggio di domandarglielo direttamente.

Esco fuori a fumarmi una sigaretta e prego che nessun padre debba essere costretto a prendere decisioni del genere.

Gezim Qadraku.

 

Direzione non so dove

Sono i primi giorni di maggio, ma a guardare l’abbigliamento delle persone sembra autunno inoltrato. Si notano ancora sciarpe e cappelli di lana.
Giornata odiosa quella di oggi. Pioggia incessante e vento pungente. La classica da trascorrere in salotto sotto le coperte, a mangiare fino a che non ne puoi più mentre ti guardi qualche programma inutile in televisione.

Invece mi trovo in questo piccolo paesino nel sud della Germania. Sono arrivato un paio di minuti fa e il prossimo treno è tra un’ora esatta. Faccio un giro di circospezione e mi accorgo che la stazione è dotata solo di una libreria e di un bar. Nient’altro.

Entro nel bar e ordino un espresso. Il ragazzo alla cassa mi domanda se voglio berlo “alla finestra“. Che starebbe per la serie di tavolini sistemati con vista verso l’esterno, ovvero il parcheggio della stazione, oppure in una zona più appartata in fondo al locale.

Opto per “la finestra“. Non voglio perdermi un panorama del genere. Prendo posto e osservo la combinazione di colori delle sedie e dei tavolini. Verde chiaro e marrone. Mi piace. Mi dà l’idea di uno spaccato tra nuovo e antico. Sorseggio l’espresso con un certo timore, ma rimango felicemente sorpreso. Non è per niente male. Forse la scarsa aspettativa gioca un ruolo importante nel giudizio. Tiro fuori dallo zaino il libro che sto leggendo: “The sympathizer“, premio Pulitzer del 2015.

Leggo in una lingua che non è la mia e vivo in un paese dove se ne parla un’altra. Sono arrivato al punto di maneggiare con abbastanza disinvoltura quattro idiomi. Uno non sa mai dove le sue capacità possano arrivare. Tra una riga e l’altra mi lascio distrarre dalla gente che arriva in stazione. Alzo sempre più spesso lo sguardo e mi godo lo spettacolo della vita quotidiana. Osservo le persone e provo a indovinare le loro vite. È un esercizio che faccio da sempre, sin da quando ero piccolo.

Creavo storie nella mia mente partendo dalla realtà, perché quest’ultima non mi è mai bastata. Nel frattempo una ragazza giovane, troppo giovane, che corre con un passeggino attira la mia attenzione. Mi chiedo sempre cosa spinga le persone a fare figli mentre si trovano in quella che è senza dubbio l’età migliore. Entra in stazione e sparisce in un battito di ciglia.

Nel frattempo una fiumara di adolescenti entrano ed escono dalla stazione come formiche. Osservo i loro volti e il modo in cui sono vestiti. Mi ricorda l’importanza che davo all’apparenza quando avevo la loro età e il totale disinteresse che provavo verso la scuola. Mentre riprendo la lettura sento un uomo dietro di me ordinare parlando in italiano. Conosce il cameriere. I due si scambiano un paio di battute. Mi piace la sensazione che provo quando capisco qualcuno che parla una lingua non del posto e questo non ha la più pallida idea che nei dintorni ci sia una persona sconosciuta in grado di comprenderlo. Mi dà una sensazione di potere e controllo.

Ho da sempre la necessità di tenere tutto sotto controllo. Soprattutto quando mi trovo in un luogo pubblico che non conosco. Continuo a leggere mentre tengo le cuffie, ma in realtà non faccio altro che controllare la situazione intorno a me. Sento un signore chiedere al cassiere dove sia lo zucchero. Ce l’ho io. Il cassiere presumo che indichi verso di me e percepisco l’uomo muoversi verso la mia direzione. Mi tocca una spalla e, quasi imbarazzato, mi chiede se può prendere lo zucchero. Io faccio finta di cadere dal pero e recito la parte. Sono un passo avanti, lo sono sempre stato. Nulla mi coglie impreparato. È impossibile farmi una sorpresa, so sempre cosa accade, soprattutto se si tratta di persone che conosco. La gente è diventata così prevedibile ai giorni nostri che non c’è nulla di interessante nell’instaurare rapporti. Basta un giro su ogni profilo social per avere una quasi perfetta conoscenza di un individuo. E poi sono tutti così interessati e focalizzati su loro stessi. Nessuno osserva o prova a comprendere chi gli sta attorno. Si impressionano quando racconti loro i minimi dettagli dopo un paio di uscite e non capiscono come tu abbia fatto a comprenderli in maniera così chiara. Ormai è diventato un gioco da ragazzi per me.

Continuo la lettura, insieme alle pause per osservare le persone all’esterno.
Mi piace. Per un attimo penso che potrei vivere nelle stazioni. Non sarebbe una brutta idea, visto che per lavorare ho bisogno soltanto del mio pc e di una connessione Wi-Fi. Controllo l’orologio e mi accorgo che sono trascorsi quaranta minuti. Tra venti minuti ho il treno. Tra dieci mi alzo dal tavolo.

Chiudo il libro e mi fermo a pensare alla prossima destinazione. Una città a sud-est della Germania, al confine con l’Austria. Una nuova realtà, nuove persone da conoscere e storie da raccontare, almeno spero. Non so come potrei chiamarlo questo periodo della mia vita.
Mentre mi alzo mi tornano alla mente le parole di Ghemon nella canzone: “Voci nella testa”.
Una rima dice: “direzione non so bene“.
La modifico, questo preciso istante della mia esistenza potrei intitolarlo direzione non so dove. Non so dove sto andando, ma va bene così.

Gezim Qadraku.

Cena vegana

Siamo andati in questo nuovo ristorante in Porta Ticinese.
“Paradiso vegano” si chiama.
Cucina esclusivamente vegana.
È da un mese che Marta non fa altro che contattare chiunque pur di trovare qualche coppia di amici disposta a venire con noi. Finalmente Pietro e Michela sono riusciti a liberarsi.
Marta non ha fatto altro che ripetermi di quanto cambiare l’alimentazione sia importante, che scelte come queste incidono sul clima, che la causa principale dei gas serra siano gli allevamenti intensivi.
Ho annuito per tutto il tragitto, sperando di risultare credibile.
In realtà ormai è talmente fissata con il salvare il mondo che parla da sola. È partita come un treno ad alta velocità e non sembra ci sia nessuno pronto a fermarla.
Io sono l’ultimo che ci proverà.
Sai che cazzo me ne frega di tutta sta roba.

Quando siamo arrivati al ristorante avevo la testa in procinto di esplodere.
Come se non bastasse anche Pietro e Michela erano entusiasti e felicissimi di provare questo nuovo locale.
Ci siamo seduti e abbiamo dato inizio alle danze.
Discorsi sul clima, sulle conseguenze per il nostro futuro e su quello degli animali.
Ogni tot minuti una pausa per sottolineare che quella roba presenta nel piatto avesse un sapore un po così, un po’ cosà.
Fino a ieri mangiavamo sui tombini, ora siamo diventati esperti di impiattamento e ci lamentiamo se in ciò che mangiamo non c’è un contrasto di sapori.
Acido e dolce allo stesso tempo, altrimenti è da buttare.
Poi la consistenza e il nome del piatto.
Abbiamo avuto da ridire su un po’ di nomi. Ancora un anno e finisce che ne apriamo noi uno di ristorante.

Non ho mai fumato così tante sigarette in vita mia.
Sono uscito dal ristorante con una fame assurda. Mi sarei volentieri fermato a prendermi una bella pizza capricciosa o direttamente al Mc Donald’s.

Siamo arrivati a casa abbastanza tardi.
Jessica, la babysitter, ci ha aperto la porta.
Ci ha detto che Martina si era addormentata un’ora prima e che la serata era andata bene.
Marta l’ha salutata e ringraziata. Io l’ho accompagnata fuori.
Aveva parcheggiato la macchina nella via che fa angolo con la nostra. Ci siamo guardati attorno e tutte le luci delle villette erano spente.
Ci siamo baciati calorosamente. Ho messo le mie mani un po’ ovunque e lei ha fatto lo stesso. Un manciata di secondi e mi sono rivitalizzato.

Ha ventun anni e studia medicina. Fa la babysitter per noi da circa un anno.
Scopiamo da una decina di mesi. Lo facciamo due-tre volte di fila, è insaziabile.
È la mia droga preferita. Mi tiene in vita.
Con Marta non ricordo neanche quando sia stata l’ultima volta e non mi interessa neanche.

Sono tornato dentro.
Ho detto a Marta che sarei rimasto a guardare un po’ di televisione, lei mi ha risposto che era distrutta.
Ci credo, ha parlato per più di due ore di fila.

Dopo una mezz’ora mi ha scritto Jessica.

“Allora com’è andata la serata? Che avete fatto di bello?”
“Siamo andati in un ristorante vegano. Loro hanno cercato di risolvere il problema dell’inquinamento e commentato i piatti, io ho recitato.”
“Cioè?”
“Ho cercato di mostrarmi interessato.
Ho dato la mia opinione su ogni discussione.
Ho criticato qualche piatto.
Ho fatto il bravo marito, il bravo padre.
Ho recitato.”
“Ti ho pensato tutta la sera!”
“Anch’io non ho fatto altro che pensarti”.
“Ti vorrei qui, ora. Ho voglia di te!”
“Anch’io ho voglia di te!”

Gezim Qadraku.

Ero felice

Mentre osservavo il miscuglio di colori che dipingevano il cielo, mi tornò alla mente il passaggio di un libro che avevo letto tempo addietro. Non ricordavo esattamente le parole che l’autore aveva utilizzato, ma descriveva la magia di essere felici ed essere in grado di accorgersene.
Non succede quasi mai, se ci si pensa.
Fa sempre più clamore l’infelicità o un periodo negativo che un bel momento.
In quegli istanti mi resi conto che mai mi sarei potuto dimenticare quel periodo.

Quella era stata una di quelle giornate che preghi affinché possano durare per l’eternità.

Mancavano ancora una manciata di minuti prima che le persone terminassero la propria giornata lavorativa e intasassero le strade.
Pareva che la poca natura ancora presente in città si stesse godendo l’ultimo respiro, prima di assistere alla solita corsa degli esseri umani.

Era ancora inverno secondo il calendario, ma il calore che i raggi di sole sprigionavano davano la sensazione che la primavera volesse iniziare il suo corso in anticipo.
Tutto pareva essersi vestito dell’indescrivibile colore del cielo, un arancione roseo che lasciava senza fiato.
Non vi erano dubbi, sarebbe stato un tramonto coi fiocchi.

Ero uscito a fare due passi dopo una calda e infinita doccia rigenerante. Ero solito provare dei brividi di freddo quando uscivo a quell’ora, soprattutto dopo essermi lavato. Quel giorno però si stava divinamente.

Il leggero giubbottino primaverile si era rivelata la scelta giusta. Camminavo senza una vera e propria destinazione, lasciandomi colpire dai raggi di sole e cercando di godermi i suoni di ciò che mi circondava. Le grida dei bambini al parco giochi, i freni delle automobili al semaforo rosso, il cinguettio degli uccelli e il leggero venticello che mi accarezzava i capelli.

Decisi che la cosa migliore da fare era trovare un posto che mi permettesse di avere una visuale dall’alto della città. Volevo trovarmi nel posto più alto possibile per godermi l’arrivederci del sole e l’arrivo del buio.

Ero proprio felice in quel periodo e la cosa buffa è che non vi era un motivo ben preciso. Per anni, come penso tutti, avevo erroneamente collegato la felicità a un traguardo, a una persona o comunque sempre a un qualcosa.

Quello è sicuramente stato il periodo più felice della mia vita, nonostante fossi lontano da tutto ciò che di più caro avevo. Eppure di niente e di nessuno più mi importava e per la prima volta la persona che guardavo allo specchio mi piaceva.

Era una felicità inspiegabile e che nessuno avrebbe potuto comprendere. Non persi tempo per provare a condividerla. Mi ricordai delle parole di Oscar Wilde, scrisse che quando una persona gli piaceva non ne rivelava il nome per gelosia.
Lo stessi feci io con quella parte della mia vita, non la manifestai a nessuno e provai a godermela fino all’ultima goccia.

Ricordo un particolare di quei momenti, guardavo sempre in alto.
Fissavo il cielo e provavo ad accarezzare le stelle.
Ero felice e tutto mi sembrava possibile.

Gezim Qadraku.