Domenica sera

La solita sensazione di malinconia avvolge la camera
Il pc riproduce la canzone dei negramaro
La pioggia cade sulle foglie marroni d’autunno
Il libro di Bukowski aspetta di essere finito
Il plaid sul letto mi ricorda che domani mattina farà freddo e sarà ancora più dura alzarsi
Il cellulare non vibra da tanto tempo
Il tuo ricordo è l’unica cosa che riempie veramente le giornate
Mi preparo un thè e conto di passare la serata leggendo
Ieri notte ti ho sognata, spero di sognarti anche stanotte
Mamma mi dice che domani non potrà darmi il passaggio
Papà mi chiede se posso portare fuori il cane
Ho finito le sigarette, un’ottima scusa per uscire a comprarle
Metto in tasca l’ipod, poi decido di lasciarlo a casa
Voglio godermi il silenzio post-cena che copre il paese
Apro la porta, mi allaccio bene il giubbotto
Asky vuole correre, sto al gioco e aumento il passo
Le strade sono così silenziose
Non c’è anima viva in giro
In tutte le case ci si prepara per domani
Per un altro lunedì, per un altra settimana
Stanno combattendo tutti la stessa sfida, stiamo combattendo tutti la stessa sfida
Compro le sigarette e ne accendo subito una
Asky vuole giocare
Alzo la testa e butto fuori il fumo
Il cielo è nuvoloso, ma bellissimo
La sigaretta è buonissima
Ho fatto bene ad uscire a quest’ora
Dovrei farlo più spesso
Ricomincia a piovere, ma decido di restare ancora un po’
È troppo bello qui fuori
Io, Asky, una sigaretta e il silenzio

Gezim Qadraku.

8 ore

L’orologio segna le 21:57, il secondo turno è quasi finito, ci guardiamo tra di noi e siamo tutti d’accordo che possiamo andarcene a casa. Rubiamo tre minuti alla giornata lavorativa e cerchiamo di aggiungerli al nostro venerdì sera. Ecco come siamo conciati, a sentirci felici di uscire tre minuti prima dal capannone.
Fuori l’aria è pungente, mi allaccio bene il giubbotto e mi dirigo verso la macchina. Giorgio ci augura buon weekend mentre si accende una sigaretta. Dovrebbe smettere, almeno così gli ha consigliato il medico dopo l’infarto che lo stava facendo secco qualche mese fa.
“Non mi interessa arrivare in forma alla morte, voglio arrivarci con la sigaretta in bocca e il pacchetto pieno da fumarmi insieme a Dio”. Questo è il suo motto.

Neanche il tempo di aprire la macchina che sento Mario fare retromarcia e partire a tutto gas. Trent’anni di uomo che passa ogni venerdì sera con le prostitute meno costose, per poi trascorrere la settimana successiva a inventarsi i migliori racconti di quelle che devono essere le scopate peggiori del mondo.
Tolgo le scarpe antinfortunistiche, le calze sono fradice di sudore e mi sento sempre più sporco. La polvere, quella che devo togliere otto ore al giorno per prendere 1000 euro al mese. Penso che ormai mi sia entrata nelle vene, sono diventato spazzatura. Carta, plastica, vetro, polvere, tanta, troppa polvere in tutti questi anni.

Indosso le scarpe da ginnastica che ho comprato qualche mese fa al mercato e finalmente posso appoggiare la mia schiena malandata allo schienale del sedile. Ogni volta la stessa sensazione di benessere, manco fosse un idromassaggio. L’effetto rilassante provocato dal sedile è momentaneo, ormai ho tutti i muscoli tesi, la schiena, le braccia e il collo sembrano marmo. Tutta la stanchezza dei cinque giorni lavorativi si fa sentire adesso. Accendo la macchina e parto verso casa.
Al primo semaforo mi si affianca un auto piena di giovani. Ci sono due ragazzi davanti e uno dietro seduto tra due ragazze che sembrano decisamente più giovani.
Si passano una bottiglia di plastica che all’interno contiene un liquido di colore roseo. Sarà la solita miscela di alcool. Il semaforo è ancora rosso e il giovane al volante si fa passare la bottiglia, cercando di berne il più possibile incitato dagli altri.
“Non fare cazzate” vorrei dirgli, ma il clacson di quello dietro mi avvisa che è già scattato il verde e devo sbrigarmi. Alla radio nel frattempo lo speaker annuncia quale sarà il tema di questo venerdì sera:
“Cosa sognavate di diventare quando eravate bambini?”

Entro in autostrada, inserisco la quinta e mi rilasso definitivamente. Giusto qualche secondo per godermi la strada completamente vuota e la pioggia inizia a cadere sul parabrezza. Faccio andare i tergicristalli e maledico quelle gocce d’acqua.
È da un mese che i bambini mi chiedono di portarli a fare un picnic al lago, ma ogni volta il tempo peggiora nel weekend. Ho trascorso tutta la settimana a controllare il meteo, dava soleggiato sia sabato che domenica.
Mentre supero uno dietro l’altro i tir e prego che smetta di piovere, ripenso alla mia infanzia.

Ero fin troppo ambizioso quando ero soltanto un bambino, volevo fare l’astronauta, mi affascinavano i pianeti e sognavo di passare la vita in orbita.
Peccato che per raggiungere un sogno del genere avrei dovuto studiare, ma decisi di abbandonare i banchi di scuola a soli sedici anni.
“È bravo ma non si applica”, mi resterà per sempre il rimorso di non essermi applicato, ma non ce la facevo proprio a stare seduto a studiare.

La trasmissione radiofonica prosegue e tra una canzone e l’altra il conduttore  inizia a leggere i primi messaggi. I soliti sogni: calciatore, poliziotto, attrice ecc…
Per un momento immagino di telefonare alla radio e raccontare qual era il mio desiderio:
“Da piccolo avrei voluto fare l’astronauta, sognavo di portare la bandiera del mio paese sulla luna”.
Mentre ripeto quella frase, la mente elabora quella che sarebbe la conversazione con lo speaker : “Alla fine poi, cosa hai fatto nella vita?”
Già, che cosa ho fatto nella vita?
Ho trascorso la mia esistenza facendo per otto ore al giorno un lavoro orrendo, ho mangiato, dormito e sperato che la domenica non piovesse.

Gezim Qadraku.

Hai da fare stasera?

Abbiamo appena finito di cenare, la pasta al pesto era squisita, che fortuna avere una mamma brava in cucina. Mentre racconto a papà come penso sia andata la versione di latino mi vibra il cellulare. È lei, mi ha scritto su WhatsApp:
“Hai da fare stasera?”
Le regole dei miei sono chiare: niente uscite la sera durante la settimana, solo il sabato a patto che vada a casa di qualche amico. Cavolo, ma come posso non uscire se è lei a chiedermelo?
Dopo aver letto il messaggio rinfilo in tasca il cellulare e penso a cosa inventarmi, nel frattempo proseguo la conversazione con papà e aiuto mamma a sparecchiare.
Quando tutto è in ordine provo ad usare la più banale delle scuse:
“Mamma dovrei portare a Luca gli esercizi di algebra che abbiamo fatto oggi”
“Perché?”
“Perché non è venuto a scuola e mi ha appena scritto se posso gentilmente portarglieli”
“Una cosa veloce mi raccomando è, non tardare, che sono già le 20:15!”
“Faccio velocissimo!”
“Vai in bicicletta?”
“Sììì!”
Vado in camera di corsa, rispondo ad Alice, metto la felpa e prendo la cartella ancora piena di libri e quaderni di oggi.
“Dove stai andando?” mi domanda dubbioso mio padre.
“Papà vado da Luca a portargli gli esercizi di algebra che abbiamo fatto oggi, è da due giorni che non viene a scuola”
“Ah ok ok bravo, salutami Gaetano”
“Va bene!”
Merda, spero che veda il papà di Luca il più tardi possibile, altrimenti gli chiederà di quando sono passato.

Prendo la bicicletta e mi fiondo a casa di Alice, abita vicino alla stazione, sono una decina di minuti da casa mia. Vado velocissimo, ancora non ci credo che mi abbia chiesto di vederci.
Il numero ce lo siamo scambiati qualche mese fa per un lavoro di gruppo, siccome solo io lei e Luca abitiamo a Castelfrotta.
Devo ammetterlo, ho una cotta per lei da due anni ormai, da quel primo giorno di scuola del liceo. Mi piace perché è veramente diversa da tutte le altre ragazze che ho in classe. Con lei è molto difficile attaccare bottone, appena provi a dirle qualcosa in più per provarci lo capisce subito e ti fa passare la voglia. Non se ne fa nulla dei soliti complimenti maschili privi di fantasia, li odia proprio.
Penso che voglia un ragazzo strano quanto lei.
Ha bisogno di qualcuno che le stia vicino, ma non troppo, perché lei ci sa stare da sola e ha follemente bisogno del suo spazio, della sua aria vitale.
Non accetta di essere soffocata.
Però allo stesso tempo, ogni volta che si gira vorrebbe avere una persona al suo fianco, con la mano pronta ad accarezzarla. È una ragazza lunatica, quindi potrebbe tranquillamente passare una settimana ad odiare il suo ragazzo, per poi saltargli addosso nel momento in cui si rendesse conto di come l’ha trattato. È strana e molto particolare, è una ragazza impossibile da conquistare. Sento che ha tanto da dare e ne è consapevole, e proprio per questo vuole essere sicura di dare il suo amore ad un ragazzo che se lo meriti.

Appoggio la bicicletta al lampione e mi siedo sul marciapiede di fronte al suo palazzo ad aspettarla, non faccio in tempo ad avvisarla del mio arrivo che lei è già scesa. Ha una felpa che la sta grande, sarà di suo fratello, a me le ragazze con le felpe dei maschi mi fanno letteralmente impazzire. Ha i pantaloncini cortissimi e le converse nere, si è dimenticata di togliersi gli occhiali. Li usa solo quando deve leggere o fare esercizi.
“Cosa vuoi fare?” le chiedo a fatica mentre lei mi sorride e dà un’occhiata alla mia bicicletta.
“In realtà non posso stare giù più di tanto, ho detto ai miei che andavo a salutare una mia amica delle medie”
“Io invece ho detto ai miei che andavo a portare i compiti a Luca”
Sorridiamo entrambi e decidiamo di andarci a sedere su una panchina poco distante da casa sua. È la prima volta che stiamo da soli, ci sediamo sulla panchina, ma lei si siede un po’ distante da me, chiaro segnale che non devo provare ad avvicinarmi, è già tanto che io sia qui da solo con lei.
Ero convinto di sentirmi in imbarazzo o di non riuscire a parlare, invece la conversazione continua senza interruzioni. I minuti passano e il cielo si copre di nuvole che non promettono bene.

“Mi sa che viene a piovere”
“Sì, è caduta una goccia sulla lente destra degli occhiali”
“Dai torniamo a casa, siamo fuori da quasi un’ora ormai”
“L’hai mai fatto?”
“Cosa?”
“Stare sotto la pioggia”
“No, mai!”
“Dovresti, è bellissimo! Io sto qui, tu vai pure se sei in ritardo”
Non le dico niente e decido di rimanere, col cavolo che me ne vado.
Le gocce si trasformano in un temporale e in un battito di ciglia siamo praticamente fradici, lei ha la testa rivolta al cielo e gli occhi chiusi.
“BELLO VERO?”
“SIII”
In realtà non è bello per niente, chissà cosa dirò a mamma quando tornerò a casa.
Però non posso andarmene così, dovevo dimostrarle che anche io sono strano quanto lei.

Il temporale dura meno di dieci minuti, mi alzo in piedi e cerco di trovare un modo per asciugarmi. Lei rimane seduta, prende il cellulare e inizia scorrere in giù con il pollice.
“Dobbiamo fare un’ultima cosa”
“Cosa?”
“Ascoltiamo una canzone, così ci ricorderemo questo momento per sempre”
Mi siedo di fianco a lei, questa volta non lascio nessun centimetro di distanza. Lei va su YouTube e digita il titolo della canzone. Le prendo la mano e la stringo, lei appoggia la testa sulla mia spalla. È la prima volta che ascolto questa canzone.
Mi piace da subito, parla d’amore e il testo è bellissimo. Mi rimane impressa una frase:
“Continuerai farti scegliere o finalmente sceglierai?”

Gezim Qadraku.