Foglie d’autunno

Avevo impostato la sveglia presto per oggi, 7:00. Ho bisogno di dare un cambiamento netto alla mia vita. Ho deciso di lasciare lo smartphone sulla scrivania, così che dovevo per forza alzarmi dal letto per spegnere la sveglia.
Quante me ne sono dette in quell’istante. Mi sono alzato, a momenti cadevo, l’ho spenta e ho immediatamente guardato il letto, con la volontà di buttarmici dentro. I sensi di colpa però mi hanno impedito di farlo.

Mentre aspetto che il latte bolla, preparo la mia tazza blu con l’emoji sorridente. La guardo e cerco di ricordarmi da quanto ce l’ho, dovrei cambiare anche lei. Ci butto dentro un cucchiaio di zucchero di canna e mezza bustina di Nescafé, nel frattempo sento che il latte è pronto. Lo verso nella tazza e per un soffio non esce fuori. Faccio per prendere la tazza e dirigermi verso la scrivania, ma penso che sia troppo rischioso, il latte uscirebbe facilmente e inizierei la giornata sporcando il pavimento.

Allora decido che è meglio berne un pochino e inizio a girare il cucchiaio fino a quando il caffè si è mischiato con il latte, dando vita a un colore marrone uniforme. Faccio un sorso, quanto basta. La temperatura è perfetta, ho spento il fornello nel momento esatto. Qualcosa di giusto ogni tanto. Mi dirigo alla scrivania, appoggio la tazza e torno in cucina a prendere i muesli. Mi accorgo che sono quasi finiti, ce ne sono abbastanza per oggi e domani, di più non credo. Devo ricordarmi di comprarli quando vado a fare la spesa sabato. Sarebbe meglio se me lo appuntassi da qualche parte, ma poi mi dico che tanto me lo ricorderò, consapevole che invece mi dimenticherò e già mi immagino la scena di me incazzato dopo essere tornato dal supermercato ed essermi accorto di non averli comprati.

Torno alla scrivania e verso un po’ di muesli nella tazza. Inizio a mescolare aspettando che si ammorbidiscano. Guardo fuori dalla finestra. Tutto sembra colorato di grigio nebbia, l’autunno è arrivato. Finalmente mandarini e castagne, tè caldo alla sera e domeniche sotto le coperte a guardare Netflix.

Mentre giro il cucchiaio ripenso a ieri. Ai silenzi pesanti di Greta. Si è rotto qualcosa tra di noi. Abbiamo parlato pochissimo. La serata è scappata via senza sfiorarci. Giusto il bacio iniziale e quello della buonanotte. È finita, non c’è più niente da fare. Non la sento presente quando siamo insieme, è da un’altra parte. Controlla sempre ansiosa il cellulare, risponde confusa, non c’è più. Non mi vede più. Penso che se non le scrivessi si dimenticherebbe della mia esistenza. Sto male, è come se qualcuno mi stia sparando un proiettile al giorno dritto nel cuore. Così è ancora più doloroso, la sua indifferenza mi uccide.

Starà sentendo qualcun altro, ne sono sicuro. Non so che fare, non so neanhe se ho voglia di provare a salvarla la nostra relazione. Voglio provare a salvare me stesso questa volta. Concentrarmi sulla mia vita e il resto che si fotta pure. Non ho più tempo, ho corso tutta la vita dietro alla gente, ho perso pezzi per salvare relazioni e non è servito a nulla. Sto andando avanti senza parti di me, le ho buttate via per gli altri. Se almeno l’avessi fatto per me avrebbe avuto senso.

Finalmente i raggi di sole iniziano a bucare il grigio denso della nebbia, i muesli sono morbidi abbastanza. Guardo le foglie colorate cadute ai bordi della strada e mi pare di vedere me stesso. A terra, non preso in considerazione, pronto ad essere spazzato via da una leggera folata di vento senza neanche la forza di opporre resistenza.

Gezim Qadraku.

L’astuccio

Una mattina di settembre del 1998.
È il mio primo giorno di scuola.
Ho cinque anni e da pochi secondi ho scoperto il significato della parola “astuccio”.
La maestra ci ha detto di prendere gli astucci e metterli sul banco. Tutti i miei compagni si sono girati verso le cartelle e hanno tirato fuori questi cosi colorati.
Ho fatto lo stesso movimento anch’io, ma nel mio zaino non c’è nessun astuccio.
Lo sapevo, ma per un attimo ho pensato che magicamente potesse apparire.
Purtroppo non è stato così.

La maestra continua a parlare, ma io ho già smesso di ascoltarla. Ho gli occhi fissi sull’astuccio del compagno seduto di fronte a me.
È di colore arancione, bello, grande. Ha tre cerniere.
Nella mia testa quelli sono tre piani.
Lo descriverò così quando tornerò a casa, oggi pomeriggio, a mamma e papà.
“Mi serve un astuccio. È un coso a tre piani.”
Non siamo italiani, non abbiamo una buona gestione della lingua, non ce l’avremo mai.

Poi tutti li aprono. Sono stupendi. Dentro ci sono matite e pennarelli colorati. Sono diversi, ma hanno tutti due cose in comune: sono colorati e hanno tre cerniere. Mi piacciono veramente tanto.
Riporto lo sguardo sul mio banco. È vuoto.
Io ho solo una matita e una gomma.
Ma non è finita qui. Su ogni banco c’è scritto su un pezzo di carta il nome dell’alunno. Il mio non è scritto in maniera corretta.  Dovrei dirlo alla maestra. Alzare la mano e chiederle quello che non capisco. Così mi ha detto di fare mamma.

“Se non capisci una cosa, alza la mano e chiedi alla maestra.”

Non sto capendo perché il mio nome è scritto in quel modo.
Non alzo la mano, non lo farò mai, ma ancora non lo so.
Ora, ripensandoci, mi accorgo che in quella prima ora del mio primo giorno di scuola c’è rinchiusa gran parte della mia vita.

Ho cinque anni, guardo i miei compagni di classe e mi danno l’idea di essere uno uguale all’altro. Hanno tutti un astuccio, una bella cartella colorata e mi sembrano dei pezzi di puzzle che possono incastrarsi tra di loro.
Io no. Io non ho un astuccio, la mia cartella non è colorata come le loro, il mio nome è scritto in maniera scorretta e non suona naturale come quelli italiani. Sono diverso. Provo per la prima volta quella sensazione di un’ombra che mi copre. Come se la stanza fosse illuminata e ci fosse qualcuno da sopra che toglie la luce soltanto a me, facendomi sparire.
Non lo so ancora, ma anche quella sensazione si ripeterà per molto, troppo tempo.

Dovrei dire alla maestra che il mio nome non si scrive così, ma non lo faccio.
Dovrei dirle che non ho l’astuccio, magari lei ne ha uno per me, ma non lo faccio.
Ho paura, mi sento diverso e questa cosa mi mette a disagio.
Ho cinque anni e dovrei chiedere aiuto, ma non lo faccio.
Cerco solo di nascondermi, mi sposto per essere giusto dietro al compagno seduto davanti a me, così penso che la maestra non riesca a vedermi. Trovare una soluzione anche se in mano non ho niente. Farò sempre anche questo e diventerò piuttosto bravo.

 

 

Anche domani andrò a scuola senza l’astuccio, nonostante per tutta la notte avrò sognato di sedermi al mio banco e tirare fuori dalla cartella quel coso arancione a tre piani. Supererò pure il secondo giorno, anche se sarà più difficile del primo. Farò sempre anche questo nella vita, scavalcare qualsiasi ostacolo, ma il problema ogni volta è ciò che lascerò dietro. Me ne sto accorgendo solo ora di tutto quello che ogni ostacolo si è portato via da me.

Finalmente al terzo giorno ce l’avrò anch’io, l’astuccio. Ma il mio non sarà come quello degli altri. Sarà la cosa più lontana possibile da quello arancione a tre piani.  Il mio avrà un solo piano e sarà meno colorato. Non lo so ancora, ma quella è una sorta di regola che mi accompagnerà per molto. Io non posso avere le stesse cose che hanno gli altri. Io le avrò diverse. Saranno meno belle e dovrò aspettare del tempo prima di poterle ricevere. Quando le avrò sarà già troppo tardi, perché nel frattempo i miei compagni o amici avranno trovato altro e così dovrò aspettare di avere l’altro, ma arriverò ancora una volta in ritardo. E questo succederà costantemente.

Non dirò nulla, non mi lamenterò mai, cercherò di trovare sempre una soluzione. Proprio come sto facendo ora, mentre mi nascondo dietro la testa del mio compagno e la maestra non si è accorta che il mio banco è vuoto, che mi manca l’astuccio, che il mio nome è scritto in maniera scorretta, che non mi sto godendo il mio primo giorno di scuola. Che ho paura, tanta paura.

Quei tre piani dell’astuccio sono stati difficili da superare. Erano parecchio alti e io ero così piccolo. Il primo ostacolo della mia vita, il più difficile.
Eppure l’ho superato, ma molto di me è rimasto incastrato in quei piani, mentre cercavo di scavalcarli a fatica. È come se avessi smesso di essere un bambino dopo quel primo giorno di scuola. Gli altri crescevano giocando, ridendo e facendo i bambini in maniera spensierata. Lo facevo anch’io in un certo senso, ma nel frattempo capitava che per qualche istante mi fermassi a guardarli e mi domandassi perché non potevo essere come loro.

Ho cinque anni.
È il mio primo giorno di scuola.
Tutti i miei compagni hanno l’astuccio.
Io no.

Gezim Qadraku.

Ti ho cercata

Ti ho cercata tutta notte
Ho sognato soltanto te
Ci siamo incontrati nei sogni, come succede da tanto tempo
Ti rincorrevo e tu continuavi a scappare

Volevo parlarti
Non so cosa avessi da dirti di preciso
Correvo più forte che potevo
Ma tu eri sempre più veloce

Ho aperto gli occhi e ho continuato a cercarti
Nel letto non c’eri
Non ci sono più tracce di te
La stanza odora della tua assenza

È un odore atroce, non è rimasto niente del tuo profumo
Ne è passato di tempo
Avrei dovuto abituarmi della tua assenza, ormai
Ma come faccio a dimenticarmi di te?

Gezim Qadraku

Torno presto

Sono all’aeroporto. Aspetto un amico che torna da Londra dopo due mesi di lavoro. Lo speaker annuncia che l’aereo è in ritardo di mezz’ora. Non avendo molte opzioni decido di intraprendere una camminata senza meta. Vago per un po’, finché non raggiungo i gate delle partenze.

La mia attenzione viene subito catturata da un bambino e quello che dovrebbe essere suo padre. Mi rapisce il modo in cui il piccolino è incollato al genitore. Mi siedo su una panchina e continuo a osservarli. Già me lo immagino come andrà a finire questa storia.

Dopo un paio di minuti il padre abbraccia la sua donna con un gesto commosso e profondo. Restano attaccati l’uno all’altra per un tempo indefinito. Quando si staccano, entrambi hanno gli occhi lucidi.  Lui un po’ meno, mentre lei non riesce proprio a trattenere le lacrime. È un colpo al cuore guardarla, mi fa male. Cerca di nascondere la commozione guardando in alto e sistemandosi gli occhiali da sole. Non vuole che il bambino la veda in quello stato.
Il padre si sta trattenendo perché ora arriva la parte impossibile. Si abbassa verso il suo piccolino, gli accarezza i capelli e tira fuori un sorriso forzato, combattuto, mentre riesce nell’esercizio complicatissimo di mantenere le lacrime all’interno del suo corpo. Riesco ad avere un’idea chiarissima della potenza del nodo alla gola che sta provando.

Lo abbraccia forte e il figlio si aggrappa letteralmente al suo corpo. È un’istantanea, un flash. Ci dovrebbe essere qualcuno – per ognuno di noi –  che fotografa o riprende certi attimi della nostra esistenza. Quel gesto andrebbe mostrato nelle scuole per spiegare il significato di genitore, di figlio, di famiglia.
È impossibile pensare che quei due corpi possano staccarsi. Sarebbe come chiedere, o aspettarsi, che un evento naturale smetta di seguire il suo corso. Domandare ai fiori di non sbocciare in primavera o all’acqua dei fiumi di non nutrire i mari. Non lo si può fare.
La madre è costretta a fare ciò che non vorrebbe. Tira a sè il bambino con un gesto rapido, tentando in qualche modo di ridurre il dolore. Come se fosse possibile.

Leggo il labiale del padre: “torno presto”.

Il bambino lo sa che gli sta mentendo e scoppia in un pianto scrosciante. Si gira e abbraccia le gambe della figura materna. Lei guarda il suo uomo, gli accarezza dolcemente il viso e gli dice di andare. In cuor mio, egoisticamente, auguro a me stesso di avere la fortuna di trovare una donna del genere.
Lui guarda il piccolo e poi volta le spalle alla sua famiglia.

È assordante il vuoto che si viene a creare. Per un attimo penso che tutto l’aeroporto si sia fermato e li stia osservando. Non sento nulla. Riesco solo a percepire il dolore di quelle tre persone che aumenta vertiginosamente ogni secondo che passa.

Le conosco queste storie. Le ho già sentite quelle parole. Lo so come si sente quel bambino. Non capisce perché il padre stia facendo una cosa così tremenda come andare a lavorare in un posto lontano. Si sente tradito e non ha torto. Ma quello che non sa è che il padre sta facendo quella brutta cosa solo per lui. Per non fargli mancare nulla ora che è piccolo e soprattutto per potergli, in un certo modo, assicurare un futuro quando sarà grande.

Lo capirà quel bambino, comprenderà tutto questo quando sarà cresciuto. Ma ora non gli importa. Adesso vuole soltanto avere suo padre lì con lui per giocare e andare a mangiare il gelato insieme.

Quello che il padre invece non sa è che si perderà per sempre pezzi di vita del figlio. Si lascerà scappare giorni, mesi e forse anni. Questo durerà finché non riuscirà a portarselo con sé o deciderà di tornare. Potrà capitare, se il periodo di distanza si dovesse prolungare per troppi anni, che quel figlio non sarà in grado di riconoscerlo e andrà nelle braccia di qualcun altro quando lui sarà tornato.
Chiederà a sua madre: “chi è quest’uomo?”.

E allora quel padre si addosserà tutte le colpe del mondo. Si domanderà se ne valeva la pena far soffrire la propria creatura. Vivere lontano dalla sua famiglia e poi tornare per non essere riconosciuto.
Ciò che si sono domandati almeno una volta nella vita tutti quelli che hanno lasciato la propria terra: “ma ne valeva veramente la pena?”
Già, come se un semplice essere umano fosse in grado poter rispondere a un quesito del genere.

Do un’ultima occhiata a quel bambino e mi tornano in mente i racconti di mia madre. La foto di noi tre, con mio padre che mi teneva in braccio pochi giorni dopo la nascita accanto a mia madre,  che le chiedevo di baciare prima di addormentarmi mentre lui non c’era. Quando poi lui tornò e le dissi di farlo dormire sotto il letto, quell’uomo.
Non lo chiamavo più papà. Era diventato quell’uomo. Ne era passato di tempo da quando era andato via e io ero soltanto un bambino. Non avevo colpe, neanche mio padre ne aveva. Non è colpa di nessuno in realtà, è la vita.
Mi sono sempre chiesto come si sia sentito lui, ma non ho avuto mai il coraggio di domandarglielo direttamente.

Esco fuori a fumarmi una sigaretta e prego che nessun padre debba essere costretto a prendere decisioni del genere.

Gezim Qadraku.

 

Come ai vecchi tempi

Non curanti dell’orario abbiamo deciso di sederci su un marciapiede.
Era molto tardi e il giorno dopo avremmo dovuto alzarci presto, ma c’erano cose più importanti da fare.
C’era da sedersi, prendere fiato e parlarsi.
Ci siamo accesi una sigaretta e non ricordo quante ne abbiamo fumate in totale.
Erano buone quelle sigarette. Avevano il sapore di un sentimento che durava da anni ed era riuscito a superare i peggiori ostacoli possibili.
Sapevano di risate e segreti condivisi, di fiducia, pacche sulle spalle e di lacrime versate insieme. Sapevano di amicizia.
C’è qualcosa che ha un sapore migliore?
Abbiamo parlato di tutto ciò che ci passava per la testa, ne avevamo di tempo da recuperare. Le telefonate a distanza non riusciranno mai a colmare una conversazione dal vivo.
Abbiamo notato come lo trascorrere dell’età aveva spostato la nostra attenzione su argomenti che mai avevamo toccato prima.
La famiglia, i figli, la casa, gli investimenti, i rapporti sul lavoro e i sogni.
I sogni, quelli che ci hanno allontanato. Il rispetto dei desideri dell’altro, ciò che continua a mantenerci vicini.
Potrete nominare come vostro amico solo colui che apprezzerà le vostre scelte e tiferà per voi. Mettendo il vostro rapporto al primo posto, invece del proprio io.
Capita a pochissimi questa fortuna.
Abbiamo finito per aspettare l’alba, decidendo di non andare a dormire. Era il miglior finale possibile.
Ci siamo accorti che da un sacco di tempo non facevamo una “ragazzata” del genere. Mentre cercavamo di andare indietro negli anni e ricordarci qual’era stata l’ultima, i primi innocui raggi di sole ci hanno colpito il viso. Abbiamo accompagnato quell’evento con una risata delle nostre, guardandoci negli occhi e assaporando quella felicità.

Un’altra giornata stava iniziando e quello era il miglior modo per darle il benvenuto. Anche se purtroppo ciò significava che era arrivato il momento di lasciarci.
Ci siamo alzati, ci siamo guardati negli occhi e ci siamo dati un abbraccio intimo e profondo. Non ci siamo detti nulla, non abbiamo mai avuto bisogno di parlare in momenti come quello.
Siamo stati bene quella notte, ci siamo divertiti.
Proprio come ai vecchi tempi.

Gezim Qadraku.

Ero felice

Mentre osservavo il miscuglio di colori che dipingevano il cielo, mi tornò alla mente il passaggio di un libro che avevo letto tempo addietro. Non ricordavo esattamente le parole che l’autore aveva utilizzato, ma descriveva la magia di essere felici ed essere in grado di accorgersene.
Non succede quasi mai, se ci si pensa.
Fa sempre più clamore l’infelicità o un periodo negativo che un bel momento.
In quegli istanti mi resi conto che mai mi sarei potuto dimenticare quel periodo.

Quella era stata una di quelle giornate che preghi affinché possano durare per l’eternità.

Mancavano ancora una manciata di minuti prima che le persone terminassero la propria giornata lavorativa e intasassero le strade.
Pareva che la poca natura ancora presente in città si stesse godendo l’ultimo respiro, prima di assistere alla solita corsa degli esseri umani.

Era ancora inverno secondo il calendario, ma il calore che i raggi di sole sprigionavano davano la sensazione che la primavera volesse iniziare il suo corso in anticipo.
Tutto pareva essersi vestito dell’indescrivibile colore del cielo, un arancione roseo che lasciava senza fiato.
Non vi erano dubbi, sarebbe stato un tramonto coi fiocchi.

Ero uscito a fare due passi dopo una calda e infinita doccia rigenerante. Ero solito provare dei brividi di freddo quando uscivo a quell’ora, soprattutto dopo essermi lavato. Quel giorno però si stava divinamente.

Il leggero giubbottino primaverile si era rivelata la scelta giusta. Camminavo senza una vera e propria destinazione, lasciandomi colpire dai raggi di sole e cercando di godermi i suoni di ciò che mi circondava. Le grida dei bambini al parco giochi, i freni delle automobili al semaforo rosso, il cinguettio degli uccelli e il leggero venticello che mi accarezzava i capelli.

Decisi che la cosa migliore da fare era trovare un posto che mi permettesse di avere una visuale dall’alto della città. Volevo trovarmi nel posto più alto possibile per godermi l’arrivederci del sole e l’arrivo del buio.

Ero proprio felice in quel periodo e la cosa buffa è che non vi era un motivo ben preciso. Per anni, come penso tutti, avevo erroneamente collegato la felicità a un traguardo, a una persona o comunque sempre a un qualcosa.

Quello è sicuramente stato il periodo più felice della mia vita, nonostante fossi lontano da tutto ciò che di più caro avevo. Eppure di niente e di nessuno più mi importava e per la prima volta la persona che guardavo allo specchio mi piaceva.

Era una felicità inspiegabile e che nessuno avrebbe potuto comprendere. Non persi tempo per provare a condividerla. Mi ricordai delle parole di Oscar Wilde, scrisse che quando una persona gli piaceva non ne rivelava il nome per gelosia.
Lo stessi feci io con quella parte della mia vita, non la manifestai a nessuno e provai a godermela fino all’ultima goccia.

Ricordo un particolare di quei momenti, guardavo sempre in alto.
Fissavo il cielo e provavo ad accarezzare le stelle.
Ero felice e tutto mi sembrava possibile.

Gezim Qadraku.

Una vita che non esiste

Il mal di testa era fortissimo. Innumerevoli e fastidiosissime fitte continuavano a premere incessantemente sul mio cervello.
La sensazione era che quel dolore stesse per spaccarmi il cranio.
Non avevo mai provato una sofferenza tale.
Non potei fare altro che chiudere gli occhi e lasciarmi cadere sul letto. Nonostante fossi caduto quasi a peso morto e mi sembrava di non essere in grado di controllare i muscoli, continuavo a tenere con la mano destra il mio smartphone.

Erano le 9 del mattino di una domenica qualunque. Ero sveglio dalle 8 e da quell’istante non avevo fatto altro che controllare i miei profili social.
Facebook, Instagram, WhatsApp, poi di nuovo Facebook, una controllata alla mail e ancora Instagram.
Non potevo farne a meno.
Mi era impossibile immaginare di perdermi anche il minimo avvenimento che stava accadendo online.
Avevo trascorso la prima ora di quella giornata senza bere, mangiare o andare in bagno. Sessanta minuti con lo sguardo concentrato su quello schermo.
Prima da sdraiato sotto le coperte e successivamente seduto sul letto.
La mia testa era riuscita a resistere un’ora.
Poi il buio.
Mi lasciai cadere sul letto e la sensazione fu di perdere i sensi.

Mi ripresi più tardi, circa un’ora e mezza dopo.
Non mi fu difficile comprendere che quel dolore era stato causato dall’eccessivo utilizzo del cellulare.
Il risveglio fu traumatico. Mi parve di essere scampato alla morte e la paura, il terrore di aver visto la fine di fronte agli occhi, mi fece dimenticare tutto il resto.
Per la prima volta dopo parecchio tempo mi fermai a pensare.

Da un paio di anni il mio unico interesse era la vita online.
Il mio profilo.
Le mie attività.
Le mie foto.
I miei “amici”.
I messaggi delle ragazze.
Le richieste di amicizia.
I “mi piace”.
I commenti.
Le condivisioni.
Gli apprezzamenti.
I nuovi follower.
Le nuove follower.
Le stories.
Chi le aveva visualizzate.
Chi non ancora.
Chi mi aveva taggato.

Trascorrevo le mie giornate connesso. Ogni secondo libero era buono per prendere in mano lo smartphone e osservare le vite degli altri.
Controllare cosa stava succedendo: chi aveva pubblicato una foto, chi era in viaggio, chi aveva ottenuto un nuovo lavoro, chi si era fidanzato, chi si era sposato, chi era nato, chi era morto, a chi piacevano le mie foto, come stava andando un mio post, chi voleva diventare mio amico, chi iniziava a seguirmi, quali ragazze rispondevano ai miei messaggi.

Qualsiasi cosa facessi: dal mangiare agli allenamenti, dal viaggiare alle uscite con gli amici era fatto esclusivamente con l’intento e la speranza che pubblicandolo avesse potuto fare di me un personaggio migliore secondo la prospettiva del web.
Sognavo di diventare un influencer. Impazzivo di felicità e mi sentivo importante, completo, arrivato quando qualcuno mi chiedeva consigli su qualsiasi argomento.

Uscivo con i miei amici e votavo sempre per andare nei locali più costosi per dare un’idea di ricchezza.
Andavo a mangiare due o tre volte alla settimana al ristorante, sempre per lo stesso motivo.
Successivamente iniziai anche a viaggiare, prima nei posti più vicini a casa e man mano mi allontanavo sempre di più, fino a varcare i confini.
Odiavo viaggiare e soprattutto prendere l’aereo.
Però le foto in aeroporto e dei monumenti delle città famose avevano un enorme seguito.
Non esitavo a condividere con i miei “amici” del web tutto ciò che mi succedeva.
Avevo un bisogno vitale della loro opinione. Ogni giorno era una lotta per farmi accettare e stare al passo con le mode del momento.
Fotografavo appunti e libri mentre studiavo oppure le scarpe sportive e i pesi prima di iniziare ad allenarmi.
Postavo le foto dei programmi televisivi che guardavo.
Arrivai a pubblicare una foto di me e Jessica sotto le lenzuola, nudi, dopo aver fatto l’amore.
Addirittura la bara di mio nonno mentre lo portavamo al cimitero.
Ebbe un enorme successo.

Dopo il risveglio compresi di aver un problema e quel trauma mi convinse che la cosa giusta da fare era rivolgermi a un dottore. Scoprii che soffrivo di nomofobia: la paura di restare disconnessi dalla rete.
Iniziai un percorso di guarigione. La base era cercare di ridurre al minimo, e ai soli momenti indispensabili, l’utilizzo dello smartphone.
I primi giorni furono un disastro assoluto. Semplicemente non ce la facevo.
Poi con il passare del tempo migliorai sempre di più, fino a sentirmi in grado di poter prendermi una pausa dai social.
Non cancellai i profili, disinstallai le app dallo smartphone e provai a vedere se era possibile vivere senza.
Era fattibile eccome, anzi, era una meraviglia.

Le riflessioni di quel periodo mi fecero capire che avevo buttato via gli ultimi anni della mia vita.
Svolgere un’attività, fare una foto, modificarla, trovare la frase giusta da scrivere, pubblicarla e aspettare. Sperare che la foto piaccia e dopo i primi apprezzamenti sentirsi appagati.

Mi sentivo felice e completo, ma per cosa?
In realtà tutto quello era un bel niente.
Solo pura immaginazione. Così forte da farmi perdere il contatto con la realtà.

Contavo i mi piace, giudicavo gli apprezzamenti a seconda di chi li aveva dati. L’apprezzamento di uno sconosciuto valeva molto di meno della ragazza che mi interessava. Eppure per l’algoritmo del social network sempre uno era.

Mi ero costruito una vita che non esisteva, fatta di foto ritoccate, false amicizie, apprezzamenti di circostanza.
Una vita immaginaria che per tutti ormai vale molto di più di quella reale.

A distanza di diversi mesi dall’inizio del percorso di guarigione mi sentii così bene e sicuro di me stesso, da provare la sensazione di poter essere in grado di controllare i social network.
Decisi di installare di nuovo le app sul mio smartphone.

Così ritornai sui social, i miei profili erano lì dove li avevo lasciati.
Era trascorso un sacco di tempo eppure nessuno sembrava essersi accorto della mia assenza.

Gezim Qadraku.

 

Ti penso ancora

Niente,
era solo per dirti che ogni tanto ti penso ancora.

Mi domando sempre se tu stia bene.
Mi rispondo che deve essere così.
Se non altro perché io continuo a preoccuparmi di te.

Ora a piccole dosi è vero, ma quanto basta.
Quanto basta per tenere viva una fortezza immaginaria che ti protegga quotidianamente dai pericoli.

Ci sarebbe un’altra cosa che vorrei dirti, ma forse è meglio che tu non la sappia.
Mi manchi.

Gezim Qadraku.

#tenyearschallenge

Ho apprezzato molto la challenge dei dieci anni che è diventata virale sui social in questo ultimo periodo.
Mi ha permesso di fermarmi per prendere un respiro profondo.
Dopo aver buttato fuori tutta l’aria ho fatto questo lungo salto indietro.
Dieci anni fa è stato il peggiore anno della mia vita.
Si ruppe tutto quell’anno. 
Si ruppe una parte del mio corpo.
Si sgretolò l’idea che avevo dell’amicizia.
Rovinai la mia carriera scolastica.
Tutto questo non fece altro che compromettere la fiducia che i miei genitori avevano nei miei confronti.
Sono passati dieci anni e non ho realizzato nessuno dei sogni che avevo all’epoca.
Non mi ci sono neanche minimamente avvicinato alla realizzazione in realtà.
Però questa è probabilmente la cosa più bella che mi sia successa, ovvero capire che quelli che non erano i sogni che volevo realmente.
Se qualcuno mi avesse detto durante quei giorni bui che dieci anni dopo mi sarei trovato dove sono ora, non avrei mai mai potuto credergli.
Avrei soltanto potuto ringraziarlo per la fiducia.
Quindi, che ho fatto in questi dieci anni?
Ho riparato tutto quello che avevo rotto e ogni giorno cerco di rendere quelle ferite sempre più belle.
Sto provando a trasformare le fratture in radici.
Ne sta valendo la pena.

Gezim Qadraku.

Quei due…

“Mi piacciono tanto quei due.
Si amano per davvero e lo noterebbe chiunque osservandoli.
Non fanno altro che cercarsi, anche quando si trovano nello stesso posto, giusto per avere la certezza che l’altro sia lì.
Si amano senza chiedersi nulla a vicenda, se non quel sentimento che fiorisce in loro spontaneo.
Farebbero a meno di tutto ciò che li circonda, anche degli averi ai quali sono più legati, pur di portare avanti la loro storia. 
Mi ricordano quelle coppie che quando uno muore l’altro lo raggiunge pochissimo tempo dopo.
Penso che l’essenza di questo indescrivibile sentimento sia proprio questa, la consapevolezza di non poter vivere senza quella persona.”

Gezim Qadraku.