Foglie d’autunno

Avevo impostato la sveglia presto per oggi, 7:00. Ho bisogno di dare un cambiamento netto alla mia vita. Ho deciso di lasciare lo smartphone sulla scrivania, così che dovevo per forza alzarmi dal letto per spegnere la sveglia.
Quante me ne sono dette in quell’istante. Mi sono alzato, a momenti cadevo, l’ho spenta e ho immediatamente guardato il letto, con la volontà di buttarmici dentro. I sensi di colpa però mi hanno impedito di farlo.

Mentre aspetto che il latte bolla, preparo la mia tazza blu con l’emoji sorridente. La guardo e cerco di ricordarmi da quanto ce l’ho, dovrei cambiare anche lei. Ci butto dentro un cucchiaio di zucchero di canna e mezza bustina di Nescafé, nel frattempo sento che il latte è pronto. Lo verso nella tazza e per un soffio non esce fuori. Faccio per prendere la tazza e dirigermi verso la scrivania, ma penso che sia troppo rischioso, il latte uscirebbe facilmente e inizierei la giornata sporcando il pavimento.

Allora decido che è meglio berne un pochino e inizio a girare il cucchiaio fino a quando il caffè si è mischiato con il latte, dando vita a un colore marrone uniforme. Faccio un sorso, quanto basta. La temperatura è perfetta, ho spento il fornello nel momento esatto. Qualcosa di giusto ogni tanto. Mi dirigo alla scrivania, appoggio la tazza e torno in cucina a prendere i muesli. Mi accorgo che sono quasi finiti, ce ne sono abbastanza per oggi e domani, di più non credo. Devo ricordarmi di comprarli quando vado a fare la spesa sabato. Sarebbe meglio se me lo appuntassi da qualche parte, ma poi mi dico che tanto me lo ricorderò, consapevole che invece mi dimenticherò e già mi immagino la scena di me incazzato dopo essere tornato dal supermercato ed essermi accorto di non averli comprati.

Torno alla scrivania e verso un po’ di muesli nella tazza. Inizio a mescolare aspettando che si ammorbidiscano. Guardo fuori dalla finestra. Tutto sembra colorato di grigio nebbia, l’autunno è arrivato. Finalmente mandarini e castagne, tè caldo alla sera e domeniche sotto le coperte a guardare Netflix.

Mentre giro il cucchiaio ripenso a ieri. Ai silenzi pesanti di Greta. Si è rotto qualcosa tra di noi. Abbiamo parlato pochissimo. La serata è scappata via senza sfiorarci. Giusto il bacio iniziale e quello della buonanotte. È finita, non c’è più niente da fare. Non la sento presente quando siamo insieme, è da un’altra parte. Controlla sempre ansiosa il cellulare, risponde confusa, non c’è più. Non mi vede più. Penso che se non le scrivessi si dimenticherebbe della mia esistenza. Sto male, è come se qualcuno mi stia sparando un proiettile al giorno dritto nel cuore. Così è ancora più doloroso, la sua indifferenza mi uccide.

Starà sentendo qualcun altro, ne sono sicuro. Non so che fare, non so neanhe se ho voglia di provare a salvarla la nostra relazione. Voglio provare a salvare me stesso questa volta. Concentrarmi sulla mia vita e il resto che si fotta pure. Non ho più tempo, ho corso tutta la vita dietro alla gente, ho perso pezzi per salvare relazioni e non è servito a nulla. Sto andando avanti senza parti di me, le ho buttate via per gli altri. Se almeno l’avessi fatto per me avrebbe avuto senso.

Finalmente i raggi di sole iniziano a bucare il grigio denso della nebbia, i muesli sono morbidi abbastanza. Guardo le foglie colorate cadute ai bordi della strada e mi pare di vedere me stesso. A terra, non preso in considerazione, pronto ad essere spazzato via da una leggera folata di vento senza neanche la forza di opporre resistenza.

Gezim Qadraku.

“Pari o dispari?”

Pari o dispari?
Pari
BIM BUM BAM
Due
Tre
Due e tre cinque, dispari mio. Scelgo…
Iniziava tutto così. Il rituale prima di ogni partita era questo, il momento che dava il via alla sfida. Molte volte la scelta dei compagni risultava decisiva, chi sceglieva per primo partiva favorito. Spesso si decideva di far fare i capitani ai due più forti, così da essere sicuri che non giocassero insieme e che la partita, almeno teoricamente, sarebbe stata equilibrata. La scelta di per sé, non era un attimo cruciale solo per l’esito della gara, ma anche per la reputazione di ognuno. Il momento in cui venivi scelto era significativo, era la considerazione che gli altri avevano di te e in quell’istante capivi quanto i tuoi amici ti reputassero forte.
Il primo scelto era il fenomeno, quello che tutti volevano avere con sé, quello su cui tutta la squadra avversaria si sarebbe interessata durante la partita. Poi man mano si andava in ordine di bravura, più tardi venivi scelto meno possibilità avevi di intraprendere una carriera calcistica, almeno, a detta dei tuoi amici. I problemi che si presentavano potevano essere innumerevoli, e non erano sempre facili da gestire.
Primo e cruciale dilemma: “Chi sta in porta?”, su una cosa tutti erano d’accordo, il più forte non entra mai, si finiva sempre per fare a giro,
Ogni due gol fatti o subiti si cambia, va bene?
Ok, ok, va bene”.
Ogni tanto nascevano litigate infinite, perché i compagni di squadra pensavano che il malcapitato portiere di turno facesse apposta a subire gol per poter uscire, la verità era che nessuno ci sapeva fare tra i pali.
Un’altra questione di attrito prendeva forma se i partecipanti alla partita erano dispari o, ancora peggio, se una volta iniziata la sfida arrivava il solito ritardatario che voleva assolutamente giocare.
Posso giocare?
Non è mio il pallone”.
Il proprietario della sfera aveva diritto di veto, ogni sua decisione doveva essere accettata, nessuno poteva ribattere. Se ci si stava divertendo in quel momento, gran parte del merito era suo, perché aveva messo a disposizione il pallone.
Si giocava ovunque, in oratorio, al parco, in strada, nei parcheggi, in qualsiasi posto si potessero creare due porte, anche immaginarie, e dove ci fosse un po’ di spazio per farci stare tutti quanti.
Si giocava in qualsiasi stagione, in qualsiasi orario, prima di entrare a scuola, all’intervallo, una volta finita la scuola. La giornata ideale dei tre mesi di vacanze estive era composta da una partita della durata infinita. L’importante era essere almeno in quattro, due contro due e si sognava. Ci si presentava con la maglia del proprio idolo, comprata al mercato o alla bancarella fuori dallo stadio a pochi euro, ma quella non era una semplice maglietta, noi con quella addosso, ci sentivamo dei supereroi.
Mentre si giocava si improvvisava la propria telecronaca, se per caso non si indossava la maglietta del proprio idolo, si diceva di essere un determinato calciatore e si urlava il suo nome ogni volta che si era in possesso di palla.
Un altro enorme problema è sempre stato quello della traversa, solitamente un gol veniva convalidato se la palla non superava la testa del portiere, ma c’erano situazioni in cui si perdeva un’eternità e ci si guardava intorno se qualcuno dal pubblico, si avevamo anche il pubblico, avesse visto con esattezza.
La strada, i campi di terra, di cemento e di erbacce erano il nostro San Siro e i ragazzini che passavano di lì e si fermavano a guardare erano i nostri 80mila tifosi.
Sognavamo, lo facevamo ad occhi aperti e con la palla tra i piedi. Ogni tanto ci si fermava, giusto per prendere un po’ di fiato, ma il centro dell’attenzione era sempre lui, il pallone.
In quei momenti ognuno prendeva le difese dei propri colori, ci si prendeva in giro per il derby vinto, per la posizione in classifica della propria squadra, per il numero di campionati e per tante altre cose. Mentre si faceva tutto questo si sperava di poter indossare, un giorno, la maglia originale della nostra squadra, con dietro il nostro cognome e non quello del nostro idolo. Poi tutto ricominciava, altra sfida, altri gol, altre corse.
Capitava a volte di trovare una sola porta libera e allora si giocava a undici, o a ventuno. Il portiere partiva con un punto in più e il gioco consisteva nel segnare al volo. Se si tirava fuori o il portiere la parava al volo, si entrava in porta. Ogni gol subito si perdeva un punto, di testa valeva due punti, di tacco tre, di rovesciata cinque (mai visto nessuno fare gol in rovesciata). Non sono mai riuscito a concludere una partita di questo gioco, ogni ritardatario poteva infiltrarsi senza che nessuno facesse polemica.
Ci si dimenticava dell’orario, finché qualcuno non salutava all’improvviso e se ne andava correndo perché era in ritardo. Quello era il segnale, ci si salutava in fretta e tutti a casa correndo. La scena era sempre la stessa, la cena era pronta, la mamma preoccupata che te ne diceva di ogni e minacciava di non farti uscire il giorno dopo, ma puntuale arrivava lo sguardo rassicurante di papà, che era solo felice di avere un figlio che correva tutto il giorno dietro il pallone. Allora passavi tutta la cena a raccontargli quanti gol avevi fatto, quanto era finita la partita e soprattutto quando eri stato scelto.
Mi mancano quei tempi, le giornate passate a calciare quella sfera con gli amici di sempre, i tardi pomeriggi seduti su un marciapiede a raccontare agli altri le proprie prodezze. C’era della magia nell’aria, c’era la magia dei sogni, la voglia di rifare dal vivo quello che vedevi in televisione, c’era la magia del calcio di un po’ tempo fa. Eppure non sono passati così tanti anni, ma sembra che tutto all’improvviso sia cambiato.
Non vedo più palloni passare in mezzo alla strada, non sento più nessuno urlare “MACCHINAAA“, non vedo più ginocchia insanguinate per aver voluto salvare un gol.
Capita che ripensi a quelle sfide, a quei gol fenomenali, sì perché al parchetto o in oratorio eravamo tutti dei fenomeni, su questo c’è poco da discutere.
Siamo i nostri ricordi, siamo ciò che abbiamo passato, e noi abbiamo trascorso gran parte della nostra esistenza dietro a quella magica sfera. E’ solo uno sport dicono gli altri, noi ridiamo e torniamo indietro nel tempo, ai nostri ricordi, alle nostre sfide, ai nostri gol.
Pari o dispari?
Pari
BIM BUM BAM
Due
Tre
Due e tre cinque, dispari mio. Scelgo…

Gezim Qadraku.