Amici

Sono le 20:15, l’arrivo a Milano Centrale era previsto per le 20:05. Il treno è ancora fermo a pochi metri dalla stazione. Il vagone non è affollato, una decina di persone, il silenzio è stata la costante di tutto il viaggio. Sono in piedi da qualche minuto insieme a tutti gli altri passeggeri, mi sono già messo il giubbotto e guardo fuori dalla finestra per capire il motivo della sosta. Davanti a me una coppia giovane. Lei è una delle ragazze alla moda di questi tempi.
Converse ai piedi, risvoltino ai jeans, borsa che vale uno stipendio e quella sensazione che una del genere non abbia molto da offrire. Mentre il suo ragazzo le parla, uno che avrà sì e no vent’anni, ma ne dimostra dieci di più, lei controlla le notifiche sullo smartphone.
Distratto dalle parole che lui le rivolge, non mi accorgo che il treno è ripartito e si sta fermando di nuovo perché finalmente siamo arrivati.
Quindici minuti di ritardo. Bentornato in Italia.

E’ una sera di novembre, una leggera nebbia ha colorato Milano di grigio, ma non fa ancora freddo per fortuna. Attraverso la stazione camminando alla velocità che questa città richiede, è passato un po’ di tempo dall’ultima volta, ma più di vent’anni di abitudini milanesi saranno difficile da dimenticare.
Mi lascio la stazione alle spalle e mi dirigo verso la fermata del tram. In meno di dieci metri due venditori di accendini e altri oggetti mi si avvicinano, ma proseguo avanti senza dir loro neanche una parola. Prima di arrivare alla fermata vedo un senzatetto per terra avvolto in una coperta di lana di colore rosso. Davanti a lui un bicchiere di plastica quasi vuoto. Non gli lascio nessuna monetina. “Se aiuto lui dovrei aiutarli tutti”, mi ripeto ogni volta. Dato che non posso aiutare tutti, allora non aiuto nessuno. Dopo essermelo lasciato alle spalle mi dico che avrei potuto dargli almeno un euro. Se io aiuto lui, qualcuno aiuterà un altro senzatetto da qualche altra parte. Non è di certo compito mio dare una mano a tutti, basta che io faccia qualcosa per chi incontro sulla mia strada. Arrivo alla conclusione che sono una persona egoista come tanti, non do mai una mano a nessuno e utilizzo sempre la solita scusa per pulirmi la coscienza.

La mia attenzione viene successivamente rapita dal fatto che il monitor alla fermata non funziona e non so tra quanto arriverà il tram. Cerco di orientarmi di nuovo in quella che è stata la mia quotidianità per tanto tempo.
C’è solo una donna che parla al telefono al mio fianco, ha le cuffie e sembra che abbia la videocamera accesa,  dato che continua a fare facce simpatiche mentre parla. Nel frattempo arriva gente, è un continuo di clacson che suonano e macchine che non rispettano il semaforo rosso. Osservo l’entrata della stazione e mi accorgo che è piena di ragazzi di colore, chi vende qualcosa e chi vaga senza una meta.
Continuo a scrutare la vita milanese che mi scorre di fianco, è passato un anno dall’ultima volta, mi pare un’eternità. Gli amici mi stanno aspettando a casa di Luca. Tra una settimana parte per New York e ha voluto fare una cena come ai vecchi tempi per salutarci. Non potevo assolutamente mancare.

Mentre cerco di immaginarmi come andrà la serata, il tram arriva. Salgo, non ho il biglietto, me ne accorgo solo una volta dentro. Non ci saranno controllori in giro a quest’ora. Rimango in piedi, continuo ad osservare ogni minimo dettaglio. Penso di mettermi le cuffie ed isolarmi, ma preferisco proseguire ad ascoltare ciò che succede. Solo il fatto di udire di nuovo le persone che parlano in italiano mi dà l’idea di essere a casa. Anche se in realtà è da un quarto di secolo che mi chiedo quale sia il posto che io debba considerare casa. Mi mancavano i tram milanesi. Sono su uno di quelli vecchi con gli interni di colore marrone, quanto li amo. Mi fanno provare una strana nostalgia verso un’epoca che non ho mai vissuto. Davanti a me due giovani ragazze parlano in inglese, saranno qui in Erasmus. Continuo a fissarle, sono veramente carine. Mi sento a disagio perché non ho la più pallida idea di che età possano avere, potrebbero anche essere minorenni. Allora cerco di guardare altro, osservo la città, ma continuo ad ascoltare ciò che accade sul mezzo. Un ragazzo parla al telefono con un amico, una certa Marta gli ha chiesto se una mattina è libero per fare colazione assieme. Ha un sorriso a trentadue denti mentre parla, gli brillano gli occhi. Se solo Marta potesse vederlo, per rendersi conto di quanto lo ha reso felice.
Scende alla fermata successiva insieme alle ragazze.

Dopo una ventina minuti sono finalmente arrivato, sicuro che i ragazzi avranno provato a chiamarmi, ma la scheda tedesca non funziona una volta passato il confine.
Fortunatamente c’è un supermercato nella via dove abita Luca, non posso presentarmi a mani vuote. Compro il primo vino che costa più di cinque euro. Sono stanco e in ritardo per perdere tempo a scegliere. Arrivo alla cassa, davanti a me c’è un uomo di colore. Non è africano, sarà Pakistano o Indiano. Ha una faccia sofferente, è stanco, la schiena curva in avanti, i vestiti sporchi. Ha comprato cinque bottiglie di vino bianco. Le inserisce tutte in un sacchetto, esegue due nodi e lo guarda con insicurezza. Lo sa che potrebbe rompersi e rimane fermo per qualche secondo a pensare. La cassiera lo osserva dubbiosa. Probabilmente è indeciso se spendere dieci centesimi per comprarne un altro, evidentemente per lui quegli spiccioli fanno la differenza. Decide di risparmiare ed esce dal supermercato. La gente di fianco a noi sta soffrendo, ma molte volte non ci accorgiamo di nulla. Bisognerebbe fermarsi a guardare ciò che ci circonda, per rendersi conto di quanto si è fortunati.

Pago la bottiglia, esco dal supermercato e mi dirigo verso il numero civico 26.
Citofono, mi aprono subito senza chiedere chi è. Luca mi ha scritto che l’entrata del suo condominio è la lettera E. Do un’occhiata veloce e capisco che deve essere quella davanti a me in fondo. Un altro citofono, il portone si apre e già sento le voci famigliari dei ragazzi. Non faccio in tempo a fare i primi scalini che intravedo una luce uscire da una porta del primo piano:

FINALMENTE!
E’ Luca, mi corre incontro, ci abbracciamo forte.

“Ho provato a chiamarti, ma rispondeva una voce tedesca”
“Eh sì immaginavo, appena esco dalla Germania non sono più raggiungibile”
“Sarei venuto a prenderti, ma ho pensato che sarebbe stato inutile”
“Hai fatto benissimo, poi sono solo venti minuti di tram che sarà mai”

Saliamo insieme, varco la soglia e vengo investito da una botta di ricordi e sorrisi. Non manca nessuno: Clara, Greta, Jack e Pippo.

“E’ arrivato il cruccoooooo!”
“Eccolooooo!”
“Marcolino finalmenteee!”
“Ohhh ragazzi che bello rivedervi!”

Abbraccio tutti. Sembra passata una vita dall’ultima volta, eppure niente è cambiato. Neanche il tempo di mettere giù la borsa, che mi ritrovo con in mano un bicchiere di vino rosso a parlare con quelli che sono stati i miei compagni di vita durante il periodo universitario. In pochi minuti le distanze e i cambiamenti spariscono, ogni singolo ingranaggio riparte a funzionare da dove si era fermato.
Pensare che tre anni fa festeggiavamo le nostre lauree e da quel giorno ognuno ha preso una via diversa. Io l’unico ad aver lasciato l’Italia,  Clara e Pippo hanno trovato lavoro a Roma, Greta convive con il suo ragazzo a Verona, Jack si è dato al giornalismo e Luca, dopo vari tentativi, ha deciso di provare l’esperienza americana.

“Ragazze ditemi subito cosa mi avete cucinato”
“Indovina un po’?”
“Cozze gratinate?”
“ESATTO!”
“Ahhhhh quanto mi manca il cibo italiano”
“Solo il cibo è, gli amici no?”

Risata collettiva, io e Jack ci picchiamo per gioco come abbiamo sempre fatto.
La serata prende il via, apparecchiamo la tavola tutti insieme e ognuno di noi racconta le novità agli altri. Si inizia a mangiare e tra una bicchiere di vino e l’altro sembra di tornare indietro negli anni. Finiti i primi Jack riceve una telefonata e si rifugia in una stanza, io e le ragazze usciamo a fumare, Pippo e Luca restano dentro a bere. Mi metto in mezzo a Greta e Clara chiedendo a loro di raccontarmi cosa mi sono perso in tutto questo tempo. Dopo qualche minuto smetto di ascoltarle, mi concentro sulle loro mani che mi scombussolano i capelli per farmi arrabbiare, guardo Pippo e Luca in cucina mentre bevono e ridono felici.

Un’ondata di ricordi invade la mia testa, ripenso a quegli anni passati insieme tra libri ed esami, quante gioie e delusioni, ma sempre  gli uni di fianco agli altri. Siamo un gruppo unito, ci vogliamo bene e questa cena ne è l’ennesima dimostrazione.
Solo ora che mi ritrovo in mezzo a loro, mi accorgo di quanto mi mancano.
Perso nei pensieri, mi dimentico di fumare la sigaretta. Sento che tutte queste reminiscenze mi stanno facendo commuovere. Ho gli occhi lucidi, fingo uno starnuto per non farlo notare alle ragazze.
Mi chiedo se ci sarà una prossima cena, penso a quante cose potranno cambiare negli anni, forse riusciremo tutti a costruirci una famiglia. Spero solo che ognuno di noi possa essere felice.

Racconterò di loro ai miei figli, quando mi chiederanno cos’è l’amicizia.
La paragonerò ad un oggetto di cui loro non avranno mai sentito parlare, ovvero la cassetta a nastro. Un oggetto che è già introvabile adesso, figurarsi tra qualche anno. Gli racconterò di come funzionavano le cassette, dei tasti che aveva una radio. Il Play, lo stop, le frecce per mandare avanti o tornare indietro. Dirò loro che l’amicizia è un bene prezioso, del quale bisogna prendersi cura. Proprio come facevamo noi da piccoli con le nostre cassette preferite, per poterle riascoltare ogni volta che ne avevamo voglia. Così è l’amicizia, se te ne prendi cura, puoi ascoltarla ogni volta che vuoi, perché non ci sarà distanza che tenga, il tempo per i tuoi amici riuscirai sempre a trovarlo.
Poi basterà schiacciare il tasto play e tutto ripartirà da dove si era fermato.

Gezim Qadraku.

Vendetta mancata

Sembrava già tutto scritto, Atlético Madrid campione e giustizia fatta.
Sembrava, perché era già successo al Milan. Perdere in maniera assurda una finale e prendersi la rivincita due anni dopo.
Sembrava, perché anche questa volta gli ingredienti erano quasi gli stessi.
A due anni di distanza, il destino ha dato la possibilità agli uomini di Simeone di riprendersi ciò che gli era stato tolto a Lisbona a soli due minuti dal fischio finale, ancora una volta contro di loro, gli odiati rivali del Real Madrid.
Forse per la prima volta i colchoneros erano favoriti contro i blancos, per tanti motivi.
A partire dal cammino per arrivare alla finale di Milano; i biancorossi sono stati in grado di superare due colossi come Barcellona e Bayern Monaco. Il Real invece ha avuto vita decisamente più facile, nonostante abbia deciso di  complicarsela contro il Wolsfburg per poi superare di misura il Manchester City, in una doppia semifinale tra le più noiose mai viste.
Oltre a questo c’era la sensazione che dovesse vincere l’Atlético perché sarebbe stato giusto così, perché due anni fa si erano fatti raggiungere nel peggiore dei modi, quando ormai erano ad un passo da alzare la coppa.
Poi perché non l’hanno ancora vinta, e prima dell’arrivo di Simeone, avevano raggiunto la finale solo una volta , con l’argentino in panchina sono arrivate due finali in tre stagioni.
Dovevano vincere loro anche perché gli odiati rivali ne hanno già vinte abbastanza, a Lisbona era arrivata la decima, si poteva pensare che fossero già felici e soddisfatti così.
Invece no, non è tutto questo che ti permette di vincere una Champions.
Puoi partire favorito, puoi avere un conto in sospeso con la sorte, ma una finale devi giocarla e vincerla.
Non è stato l’Atlético che siamo abituati a vedere, nel primo tempo sembravano degli agnellini impauriti. La tensione e la paura erano ben visibili nei loro volti, ma soprattutto nelle loro giocate. Un Real ordinato e convinto dei propri mezzi, giocando una buona partita ha portato a casa il massimo risultato.
Sarà che loro sono abituati, per i blancos giocare una finale di Champions è quasi la normalità, per i biancorossi no.
Una vita passata ad avere a che fare contro un vicino di casa che li ha sempre sovrastati in tutto: ricchezza, trofei, campioni. Per questo quando ti trovi lì, al secondo appuntamento con la storia, ancora una volta contro chi odi di più e il favorito sei tu, capita che ti tremino le gambe. Capita che la cattiveria e la grinta che ti contraddistinguono le lasci a casa. Capita che se ti chiami Torres e hai sempre tifato Atlético, senti così tanto la partita da non azzeccare un pallone.
Capita che calci un rigore pessimo nei novanta minuti, per poi tirarne uno perfetto dopo i supplementari e rammaricarti di non averlo calciato così anche prima.
Capita che in porta hai fatto i miracoli per tutta la stagione e anche nei 120 minuti della finale, ma dei rigori non riesci a sfiorarne manco uno.
Capita che sbagli il rigore decisivo perché hai troppa fretta di calciarlo e poi scrivi una lettera ai tuoi tifosi, scusandoti e promettendo a loro che quella coppa il vostro capitano la alzerà prima o poi.
Una squadra abituata a soffrire, abituata a stare nelle posizioni meno note, abituata a vincere le partite con il sangue e con la fame.
Una squadra e un popolo che riusciranno a superare questa ennesima delusione.
Tra due anni la finale si giocherà a Madrid, in quello che sarà il nuovo stadio dell’Atlético.  Vincerla a casa propria, davanti al proprio popolo, potrebbe essere il modo migliore per cancellare queste due atroci sconfitte.
Sarà la volta buona?

Gezim Qadraku.

Venerdì sera

Sono le 19:10, scendo le scale della metro, mi dirigo verso il tornello, tiro fuori il portafoglio dalla tasca posteriore dei pantaloni, lo appoggio sopra la banda magnetica, ma non mi legge la tessera dell’ATM. Mi tocca tirarla fuori dal portafoglio, dietro di me si è già creata la fila. Passo il tornello, sento che il treno sta arrivando, faccio le scale di corsa, arrivo giusto in tempo.
“DUOMO, FERMATA DUOMO”.
Si è appena fermato, si aprono le porte e mi fiondo dentro. Vedo un posto libero, mi ci butto letteralmente sopra. Sono stanco morto, non sento le gambe, vorrei distenderle ma non posso. Mi fa male tutto, la schiena, le braccia, la testa. La metro si è riempita, fa caldo, la gente non parla semplicemente al telefono, urla.
Dovrei mettermi le cuffie e isolarmi, ma non ho voglia di fare neanche questo. Arrivo da una settimana di sessanta ore lavorative. E’ da lunedì che entro in negozio alle 7 del mattino e ne esco alle 19, dodici ore di lavoro al giorno.
Luisa è in maternità, quell’imbecille di Giacomo non riesce a trovare una persona in grado di sostituirla e quindi tocca fare tutto a me in quel negozio di merda. Il cellulare inizia a vibrare, è il gruppo dei ragazzi.
13 messaggi:
“Raga tavolo stasera?”
“Grande bomber io ci sono”
“Io anche”
“Io no raga, sono con la Vero stasera”
“Dai coglione, hai tutto il weekend per scopare vieni a ballare”
“Figa oh sei il solito”
“Dai Andreeeeeeeeeeee”
“No davvero raga le avevo promesso questa cena da tempo”
“Sì sì metti sempre in secondo piano i tuoi amici”
“BRAVO BRAVO!”
“Oh raga ma Tia?”
“Boh non ha ancora visualizzato”
“Finisce tardi di lavorare, ma sicuro viene”
Invece no, non ho nessuna voglia di venire a ballare stasera, non ce la faccio. Anzi, non ho neanche voglia di rispondere. Ho bisogno di riposare, dormirò tutto il weekend, non ho voglia di fare assolutamente niente. Mi rinchiuderò in camera due giorni a dormire.
Rimetto il telefono in tasca, continua a vibrare, saranno sempre loro. Si saranno accorti che ho visualizzato. Alzo lo sguardo e una ragazza attira la mia attenzione.
Si è appena laureata, ha la corona d’alloro in testa, un vestito blu elegante che le arriva sopra le ginocchia la fa sembrare una di quelle donne in carriera.
Sento la madre parlare, non parla bene l’italiano, sono stranieri, devono essere dell’est.
Sì io conoscere quella persona. Brava persona lui“.
Ucraini, Bulgari o Russi, non sono in grado di distinguerli. La madre continua a parlare con una signora italiana, il padre scherza con il fratellino. Lei invece sembra sia chiusa in una bolla, è ferma, immobile, solo le brusche frenate del treno la fanno muovere.
Ha un sorriso timido, quasi si vergogna a mostrare quanto è felice. La sorella maggiore ogni tanto la tocca, le sfiora il viso, le sistema i capelli.Come a ricordarle che è tutto vero, si sorridono, ma lei non parla mai. Mi sembra che stia trattenendo tutto quello che sta provando, perché se dovesse lasciarsi andare scoppierebbe in un pianto liberatorio. Quei pianti di chi ce l’ha fatta, di chi è riuscito a coronare il suo sogno. Le lacrime di gioia, le più belle in assoluto. Sì starà immaginando il suo futuro, il lavoro dei sogni e una vita felice. Una vita migliore rispetto a quella dei suoi genitori.
PAGANO, FERMATA PAGANO. APERTURA DELLE PORTE A DESTRA. DOORS OPEN ON THE RIGHT“.
Scendono, andranno a festeggiare, li starà aspettando una cena con i fiocchi.
Mi fanno sentire ancora peggio di quanto io già stia, loro stranieri che ancora non parlano bene l’italiano e la loro figlia laureata. Io invece, che vivo nel mio paese, manco un diploma delle superiori sono riuscito a prendere.
Ora sono obbligato a fare lo schiavo in un negozio di vestiti, nel quale sono entrato solo grazie allo zio. Non bastava la stanchezza, ora mi sento una vera e propria nullità. Io, che nella vita non sono mai riuscito in niente.
Manca un’eternità a Molino Dorino, il cellulare non smette di vibrare, appoggio la testa al finestrino e chiudo gli occhi.
Sono in discoteca, la musica è alta, sto ballando con i ragazzi. Sono brillo e inizio a perdere l’equilibrio, nel frattempo mi arriva un altro drink. Ne bevo subito metà e lo lascio sul tavolo, mi è salita una botta in testa assurda, mi prometto di non bere più altrimenti starò male. Delle ragazze si avvicinano al nostro tavolo, iniziano a ballare,  noi ci guardiamo e iniziamo a ridere. Siamo tutti ubriachi, ne punto una e mi avvicino. Le dico qualcosa e lei sorride, si gira e inizia a ballare con me.
Ci guardiamo, ridiamo, mi dice qualcosa all’orecchio ma non capisco, la musica è troppo alta. Mi avvicino, le metto la mano dietro la schiena, lei continua a ballare. Mi piace, noto solo il vestito corto e provocante, del resto non mi interessa. Non mi ha respinto quindi continuo a provarci.  Mi avvicino ancora di più, le do un bacio sul collo e lei non si tira indietro. Continuiamo a ballare strusciandoci, già mi immagino che lo facciamo in macchina.
“DOORS OPEN ON THE RIGHT”
Mi viene un colpo, la voce dello speaker mi ha svegliato, non ho sentito a quale fermata siamo arrivati. Per un secondo penso di aver superato Molino, invece  siamo ancora a Uruguay fortunatamente. Mi sono addormentato e sono riuscito anche a sognare. La metro è praticamente vuota, davanti a me c’è solo una vecchia signora con una busta della spesa. Non si è accorta del mio risveglio, troppo impegnata a completare la settimana enigmistica. Il telefono inizia a vibrare, non sono messaggi è una chiamata.
Mamma.
“Sì mamma?”
“Mattia guarda che sono venuta a prenderti, sono qui davanti alla stazione”
“Oh grazie mamma”
“Dove sei?”
“Tre fermate e sono arrivato”
“Ok”
Sono le 19:35, scendo dalla metro, salgo le scale a fatica. Fortuna che è arrivata mamma, altrimenti mi sarei dovuto sorbire un’altra mezz’ora di autobus.
Salgo in macchina.
“Ciao ma”
“Com’è andata?”
“Come al solito”
“Abbiamo prenotato le pizze per le 8”
“Bravi”
“Ti ho preso la quattro stagioni”
“Brava”
Finalmente posso allungare le gambe, tiro giù lo schienale del sedile, potrei addormentarmi ancora. Chiudo gli occhi e cerco di tornare a sognare.
“Dove vai stasera?”
“Da nessuna parte”
“Come da nessuna parte? Non esci?”
“No”
“Ma dai Mattia è venerdì sera, hai vent’anni, esci a divertirti”
“Mamma stai zitta”
“Mattia ma ti sembra il modo di parlare a tua madre?”
“Sono stanco mamma, sono stanco”.

Gezim Qadraku.

Lunedì mattina

7.10, suona la sveglia, allungo il braccio per spegnerla. Ho il treno tra un’ora. Ho voglia di richiudere gli occhi ancora per qualche minuto, ho un’ora per fare colazione e vestirmi. Perché mi sveglio sempre così presto?
Perché sono uno di quelli che ha paura di arrivare sempre in ritardo, infatti mi rispondo da solo alle domande.
Mi alzo, non c’è nessuno a casa. Vado in bagno, mi sciacquo la faccia, mi guardo allo specchio. I capelli sono sempre più lunghi, non hanno più un perché. La barba è uno schifo, ho chiazze di peli qua e là, una merda. Dovrei darmi una sistemata ogni tanto, andare dal parrucchiere più spesso. Me lo ripeto sempre, ma ogni volta finisco per tornarci mesi dopo. Riscaldo il latte e il caffè, mamma mi ha lasciato una fetta di torta alle mele. Inizio a mangiarla, aspettando che il latte e il caffè si riscaldino. Faccio partire Einaudi sul cellulare, qualcosa che mi rilassi. Fuori diluvia, devo andare in università solo per due ore di lezione, sono indeciso se andarci o meno.
Verso prima il latte e poi il caffè, non li ho fatti riscaldare abbastanza, sono tiepidi. Dio santo che imbranato. Bevo tutto di fretta dal nervoso. Mi lavo i denti, torno in camera e mi metto la tuta che ho addosso da una settimana. Opto per una felpa bianca sopra. Non ho voglia di fare un cazzo la mattina, potrei dedicare più tempo anche ai vestiti, mi ripeto sempre anche questo, ma non lo faccio mai. Sono le 8.40, è ancora presto per uscire, ma sono già pronto. Ci metto dieci minuti ad arrivare in stazione. Ho venti minuti, non so cosa fare. Avrei potuto dormire, mi maledico. Guardo il cellulare, nessuna notifica, nessun messaggio, come al solito. Vado in cucina, accendo la tv e giro tutti i canali, ma non trovo niente di interessante. Si sono fatte le 8:52, esco. Sta diluviando ancora, piove in obliquo, sono appena uscito di casa e sono già fradicio. E’ proprio lunedì cazzo!
Arrivo in stazione, tutta la gente è sulle scale che portano al binario. Non salgo, rimango giù. Salirò quando arriverà il treno. Cerco di far passare il tempo cambiando le canzoni dell’ipod, mi fa tutto schifo oggi. Sento una mano che mi tocca la spalla sinistra, mi giro, è Giulia. Tolgo le cuffie e spengo l’ipod.
“Ciao Giulia”
“Ciao Ale, che giornataccia”
“Davvero, è Lunedì e diluvia. Peggio di così!”
“Vai in uni?”
“Sì, solo per due ore di lezione”
“Che sbatti, io ho la giornata piena”
“Come sei messa? Quanto ti manca?”
“Ho ancora tre esami, penso di laurearmi quest’estate, tu invece?”
“Io punto a dicembre, sono rimasto un po’ indietro quest’anno”
Lo speaker annuncia che il treno è in arrivo e appena conclude la frase, una voce femminile dà senso alla mia mattinata.
“Ciao Giulia, ciao Ale”
“Ciao Valeeee”
“Ccciao”
Si salutano, si baciano, iniziano a parlare. Sono bloccato, sono riuscito solamente a tirar fuori un misero ciao. Non so cosa fare, mi sento a disagio, quanto mi piace questa ragazza. Inizia a tremarmi il piede destro, cerco di nascondere il tutto facendo segno alle ragazze che il treno è arrivato; saliamo tutti e tre insieme. E’ pieno di gente, loro due salgono, ma neanche al piano superiore c’è posto. Si siedono sulle scale, mi siedo anche io. Sarà una mezz’ora di inferno. Continuano a parlare e io non riesco proprio a dire nulla, continuo a guardare altrove, vorrei semplicemente poter fissare Valentina. Dopo qualche fermata riesco a rilassarmi e ogni tanto entro nel discorso. Riesco a far sorridere Valentina, la cosa mi fa un effetto meraviglioso. Ci avviciniamo a Milano e avviene la tragedia. Giulia scende. Ci saluta e ci augura buona giornata. Ora sono solo, siamo io e Valentina.
Che cazzo faccio? Cosa le dico? Provo a chiederle dove scende.
“Scendo a Repubblica, tu?”
“Anche io” dovrei essere contento, invece vado ancora più in difficoltà. Mancano tre fermate, sarà un’agonia. Poi lei inizia a parlare, mi chiede cosa sto studiando e nasce miracolosamente un discorso. Quanto è bella, quanto è semplice. Si cura prima di uscire, non esagera, ma si vede che dedica del tempo a sé stessa. Sarebbe bella anche in pigiama comunque. Chissà cosa pensa lei di me, sto schifo di ragazzo con dei capelli senza senso che va in università con addosso una tuta che somiglia ad un pigiama. Mi maledico, mi rimprovero, vorrei tanto attirare la sua attenzione.
Intanto siamo arrivati a Repubblica.
“Scendi a Missori immagino”
“Esatto, tu invece?”
“Anche io, ho iniziato a lavorare per un ufficio vicino all’università”
Dannazione, altro tempo da passare con lei. Sono sempre più in difficoltà, è lei che tiene viva la conversazione. Lei fa domande, lei mi racconta la sua quotidianità. Ho controllato qualche giorno fa il suo profilo di Facebook, è tornata single. Potrebbe essere la mia occasione, potrei almeno farle capire che tutto sommato non sono un ragazzo così inutile come può sembrare, ma niente, è così bella che mi mette troppo in difficoltà.
“PROVACI, PROVACI, INVENTA QUALCOSA” continuo a ripetermi, ma è tutto inutile. Prendiamo la metro. Non parla più, si sarà stufata di conversare praticamente da sola. Tira fuori il cellulare, controlla le notifiche, sarà piena di messaggi. Non guardo il mio, non voglio sentirmi ancora più di merda. Guardo in giro, prego che il tempo scorra velocemente, ma sembra che la metro vada più lenta del solito. Arriva la nostra fermata, la faccio passare, almeno un gesto da gentiluomo, visto che non richiede parlare. Mi saluta e mi augura buona giornata. Se ne va, vestita della sua bellezza.
Adesso mi sento meglio, adesso sono tranquillo. Non ho fatto niente, me lo rimproverò per tutta la giornata.
Diluvia anche a Milano, apro l’ombrello, rimetto le cuffie e torno nel mio mondo solitario.
Ho avuto paura, come ne ho sempre avuta nella mia vita. Paura di vivere, paura di lasciarmi andare, paura di essere me stesso. D’altronde se ti lasci andare non puoi più tornare indietro, questa cosa ha sempre fatto sì che rimanessi fermo. Se le avessi chiesto di berci un caffè e mi avesse risposto di no? Sarebbe finita lì. Non avrei più avuto il coraggio di parlarle, avrei avuto il terrore di incontrarla in stazione e nel caso avrei dovuto evitarla. Penso sempre ad un futuro in cui le cose vanno male. Per questo mi accontento, perché ho paura di rischiare. Mi sembra che qualcuno abbia cantato “chi si accontenta gode”. Beh non ha capito niente. Chi si accontenta è infelice, chi si accontenta è debole. Io sono debole, io sono insicuro, io sono infelice. Ecco cosa potrei dare ad una donna, la mia insicurezza. Peccato che le donne cerchino la sicurezza negli uomini. Potrebbe essere un modo per rompere il ghiaccio.
“Hei ciao, ho tutta la mia insicurezza da offrirti”.

Gezim Qadraku.

Sul tram

La prossima è la mia fermata, sono in piedi vicino all’autista del tram. Sono su uno di quelli vecchi, di color arancione e con gli interni tutti marrone scuro. Quelli che quando l’autista frena, emettono un rumore al quanto fastidioso. Questi nello specifico, mi fanno provare nostalgia per un’epoca che non ho vissuto.
Non mi siedo mai, non vorrei inavvertitamente occupare il posto a qualche anziano.
Il tram è fermo, il semaforo è rosso. È un bel sabato invernale, un sole spavaldo squarcia il telo grigio che copre Milano. La mia attenzione viene rapita da una scena che accade di fronte ai miei occhi. Il semaforo dei pedoni è verde, una signora anziana parla con un ragazzo. Avrà la mia età, sta fumando una sigaretta, è vestito abbastanza bene.
Sorride alla donna e le porge il braccio, la aiuta ad attraversare le strisce pedonali. L’anziana è lenta, troppo per il ritmo milanese. I due non sono ancora arrivati a metà del tragitto, che il semaforo pedonale è diventato rosso. Scatta il verde per noi, il tram parte, ma a metà incrocio è costretto ad arrestarsi. La signora e il ragazzo sono in mezzo alla strada. Mi tolgo le cuffie dalle orecchie, non sento nessun clacson, anzi percepisco un silenzio che mi sembra surreale. Sono tutti fermi. Sembra che io non sia l’unico a seguire ogni passo di quei due. Dopo parecchi secondi la donna arriva finalmente al marciapiede, dà un bacio al ragazzo sulla guancia e si salutano. Lui butta la sigaretta e procede verso la sua destinazione sorridendo. Sembra che i due non si siano minimamente accorti di quello che hanno causato.
È un millesimo di secondo, dal silenzio assurdo si ritorna alla solita frenesia.
Il tram riparte, le macchine pure, Milano ricomincia a correre. Per un attimo tutto si era fermato, per un attimo tutti si erano concessi il lusso di respirare.
Tutto grazie ad un semplice gesto di cortesia

Gezim Qadraku.