Mano nella mano

Sono arrabbiatissimo con lei, abbiamo rischiato di perdere il treno per la solita discussione banale e inutile. Si è ostinata a voler prendere il tram, nonostante io le avessi spiegato che ci avrebbe impiegato troppo tempo e  avremmo perso il treno. Alla fine tutto è andato come previsto, siamo arrivati alla stazione di Zurigo giusto un minuto prima della partenza. Fortunatamente il convoglio è partito con cinque minuti di ritardo e il peggio è passato.

Siamo seduti uno di fianco all’altra, davanti a lei c’è una signora francese che legge un giornale e a tutto potrà pensare, tranne che siamo una coppia. Non appena ci siamo seduti abbiamo deciso di rifugiarci nei nostri romanzi, perché leggere è un modo elegante per starsene da soli.
Io Camus e lei la Fallaci.
Siamo diretti a Parigi, le ho detto una menzogna per convincerla a venire. Le ho raccontato di un mio vecchio amico giornalista che mi vorrebbe come articolista per la sua rivista, ma in realtà non ci sarà nessuna cena con questo Jean.
Jean non esiste. Ad aspettarci ci sarà Franck, il nostro amico fotografo al quale ho chiesto di fotografarmi mentre chiederò a Valentina di sposarmi.
Domani mattina le metterò una benda sugli occhi per non farle vedere nulla, saliremo su un taxi prenotato da Franck che ci porterà davanti alla Torre Eiffel. Una volta arrivati mi inginocchierò davanti a lei, le dirò di togliersi la benda e le farò la fatidica domanda. Dopo tutte le brutte parole che le ho detto mentre eravamo in tram, probabilmente mi tirerà uno schiaffo e mi dirà di no. Ho avuto ragione io e non lo ammetterà mai. Le scuse posso sognarmele, è troppo orgogliosa per un gesto del genere.

È passata solo un’ora dalla partenza e tra l’ansia della sorpresa e l’inaspettata litigata, inizio ad avere un po’ di paura. Per qualche secondo penso che il nostro rapporto possa andare in frantumi per l’ennesima discussione, ma in realtà questo nostro comportamento di isolarci e non parlare è ordinaria amministrazione.

L’ansia continua ad aumentare e Camus non è mi più di aiuto. Ho bisogno di lei ora, non possiamo arrivare in questa maniera al giorno più importante della mia vita.
Chiudo il libro, giro la testa e la osservo mentre legge con addosso gli occhiali che la rendono fottutamente sexy. Ha appoggiato il romanzo al tavolino, sta sottolineando una frase ed ha entrambe le mani occupate. Aspetto che finisca. Ci impiega un po’, dev’essere un concetto abbastanza lungo. Utilizza sempre il segnalibro come righello, vuole che le righe  siano perferttamente diritte. È una perfezionista.
Quando, raramente, parliamo di futuro e di casa, dice sempre che le camere del nostro rifugio dovranno essere piene zeppe di libri e sulle mura scriveremo le nostre frasi preferite.
Finalmente toglie la mano sinistra dal tavolo, gliela stringo e contemporaneamente le stacco gli occhi di dosso per guardare fuori dalla finestra. Provo a stringere la presa, ma lei schiaccia più forte di me. Ho i brividi ovunque, il mio sguardo è fisso sul panorama all’esterno, ma la mia attenzione è tutta su di lei. Avevo paura che evitasse la presa o accettasse la stretta senza fare nulla. Invece continua a stringere per dirmi che mi odia, ma che non c’è problema, posso tenerle la mano e con calma possiamo iniziare a fare pace.
Proprio così, senza guardarci, facendo i finti arrabbiati , ma sotto sotto, toccandoci quasi di nascosto dal mondo, tutto è come prima.

Mi sono innamorato di lei proprio in questa maniera, incastrando le mia dita tra le sue. Mi piacque da morire. Me ne andai a casa senza neanche aver provato a baciarla, mi erano bastate le sue mani sottili e morbide. La sensazione di quel momento potrei compararla a quella  che si prova quando si legge un bel libro per la prima volta e ci si innamora della letteratura, l’istante in cui si acquisisce la consapevolezza che qualsiasi cosa brutta possa accaderti durante la vita, potrai sempre rifugiarti nei libri. Avevo appena trovato il posto dove potermi rifugiare e dissi  a me stesso che avrei voluto passare tutti i giorni della mia esistenza ad accarezzare le mani di quella ragazza.

Mentre osservo il bellissimo panorama svizzero e ripenso ai primi giorni della nostra storia, mi torna alla mente quel pezzo del giovane Holden:
Ci tenevamo sempre per mano. Detto così non sembra granché, me ne rendo conto, ma tenersi per mano con lei era pazzesco. La maggior parte delle ragazze, quando gli tieni la mano, sembra come morta, oppure pensano di doverla muovere in continuazione, come se avessero paura di annoiarti o non so cosa. Jane era diversa.  Andavamo al cinema, magari, e subito ci prendevamo la mano, e non la mollavamo più finché il film non era finito. E senza mai cambiare posizione, né fare tante scene. Con Jane non ti preoccupavi nemmeno di avere la  mano sudata. Pensavi solo che eri felice. E lo eri“.

Domani, forse, effettuerò il passo più importante della mia vita. Continuo a pensarci e sono convinto che sia la decisione giusta. Ora stringerle la mano non mi basta più, gliela prendo e la porto verso la mia bocca, le do un bacio e poi la appoggio sulla mia pancia, coprendola con la mano sinistra. Sento che smette di leggere, si toglie gli occhiali e appoggia la testa al mio braccio.
Abbiamo già fatto pace, tutto risolto. Noi siamo così, non abbiamo bisogno di parlare.
Ci amiamo tenendoci per mano.

Gezim Qadraku.

 

Come stai?

Siamo rimasti in contatto, o meglio, io non ce l’ho fatta  a cancellare il suo numero. Ho trascorso i primi tempi a seguirla su Facebook, peggio di uno stalker. Poi sono passato alla fase, ti tengo tra gli amici, ma deseleziono l’opzione “segui”, almeno non vedo ogni cosa che fai.
Solitamente ci sentiamo per le feste, Natale, Pasqua e ai nostri compleanni. Io le mando gli auguri e lei risponde. Messaggi brevi, senza punteggiatura o faccine. Freddi, io perché cerco di nascondere quello che provo, mentre lei risponde solamente perché è gentile.
Passa il tempo e  mi chiedo perché continuo questa imbarazzante commedia, dove voglio arrivare comportandomi così?
Nulla me la riporterà indietro, anzi, non faccio altro che farle capire che io non riesco proprio a voltare pagina.
Sono a tavola, mamma e papà commentano il telegiornale, squilla il cellulare. Lo tiro fuori dalla tasca, è una chiamata. “Lei”, l’ho salvata così.
Una delle regole di casa è quella di non utilizzare il telefono mentre si mangia, me ne fotto. Mi alzo, esco dalla cucina e rispondo. Sento la voce di mia madre che prova a rimproverarmi. Ho quasi trent’anni, guarda te come sono conciato.
“Hei”
“Hei ciaoo, come stai? Ti disturbo?”

Sì che ti sta disturbando, è orario di cena dovrebbe saperlo.

“No no figurati, tutto bene grazie. Tu? Successo qualcosa?”

Ma perché ti preoccupi subito? Perché sei già pronto a correrle in aiuto? Perché?

“No no, tutto bene tranquillo”

Che cazzo vuoi allora?

“Che strano”
“Cosa?”
“La tua voce, non mi aspettavo una telefonata”

Ovvio che non te l’aspettavi idiota, sono passati sei anni e lei si è rifatta una vita, a differenza tua.

“Già, sono passati tanti anni”
“Sei”

Bravo, già che ci sei dille anche qual era la data del vostro anniversario.

Esatto”
“Allora che mi racconti?”
“Maa, niente di che. Solita vita, con Alessandro va tutto bene, il lavoro pure. Tu invece?”

Diglielo che tu vai di merda, diglielo che non fai altro che pensare a lei, diglielo che un giorno sì e uno no sei sul suo profilo, diglielo che in fondo ci speri ancora.

“La solita routine anche io. Lavoro, casa e qualche serata con i soliti amici”

Esatto, la stessa merda da quando vi siete lasciati. Un’altra donna manco per sbaglio.

“Dai non dirmi che non ti vedi con nessuna”

Sorride la stronza, lo sa che sei uno sfigato. Ora mi raccomando, faglielo capire che non vedi una vagina da anni.

“Emm, no. Ecco, cioè. Sì, cioè con una. Si ma niente di che”

Ottimo lavoro, non c’era miglior modo per farglielo capire.

“In realtà una cosa dovrei dirtela”

Tranquillo non farti prendere dal panico, non vuole tornare da te. Rilassati pure.

“Dimmi tutto”
“Io e Alessandro abbiamo scelto la data del nostro matrimonio. Il 19 luglio. Mancano solo due mesi lo so, ma ero indecisa se dirtelo o meno ecco. Perché in fondo mi farebbe piacere se tu venissi”

Mandala a fanculo, te lo sta offrendo su un piatto d’argento. Fallo, è arrivato il tuo momento. Fai l’uomo, mostrale chi sei. Non può comportarsi così, non può invitarti al suo matrimonio. Non si fa, non è corretto. Urlare addosso, dille tutto quello che ti passa per la testa. Non te ne pentirai, è arrivato il momento di metterci una pietra sopra. Fallo e basta. DAI.

“Ti ringrazio per l’invito, mi fa piacere davvero”

NO NO NO, NON COSI’, NON PUOI DARGLIELA VINTA ANCORA. DILLE CHE TI FA PIACERE MA CHE NON CI ANDRAI, DIGLIELO.

“Farò il possibile per esserci”
“Sei davvero gentile, dai allora fammi sapere. Ora ti saluto che devo andare, mi ha fatto piacere sentirti”
“Anche a me davvero, ci sentiamo. Ciao ciao”

Bravo coglione, bravo!

Torno in cucina, mamma mi guarda male. Non faccio in tempo a sedermi che inizia ad urlarmi contro.
“Da quando ci si alza da tavola? E’ Gianluca?”
“Dai Paola, avrà avuto i suoi buoni motivi”
“No, niente buoni motivi. Non abbiamo mai risposto ai cellulari a tavola”
“Se lo ha fatto…”
“Non doveva farlo. Almeno dicci chi era di così importante!!”
“Era Sara. A luglio si sposa con Alessandro. Mi ha invitato al matrimonio”
Il silenzio piomba sulla cucina, mamma non urla più, papà fissa il piatto.
“Scusate, ma non ho più fame”. 

Gezim Qadraku.