Domani è venerdì

L’orologio segna le 12 quando la campanella suona.
Non è una scuola, ma una fabbrica.
Il segnale indica che è arrivato il momento della pausa pranzo. Un’ora per riposarsi e mangiare. Ogni operaio lascia la propria postazione di lavoro e si dirige, chi più velocemente, chi meno, verso i bagni.

È qui che si incontrano Mario e Alberto, due dipendenti storici della fabbrica e amici di vecchia data. Entrambi entrati nello stabilimento nello stesso anno.
Un rapporto sincero nato durante un numero infinito di giornate passate fianco a fianco a lavorare. Poi negli anni uno è stato spostato nel reparto torni, mentre l’altro è finito ai forni. Temperature altissime per otto ore al giorno, con uomini che si guadagnano da vivere mettendo e togliendo pezzi di metallo in questi forni bollenti.
Il lavoro è sempre stato faticoso, ma prima si guadagnava bene. C’erano i soldi per potersi permettere un buon mutuo per la casa, una buona macchina e due settimane al mare ad agosto. C’erano gli straordinari pagati profutamente e le cose procedevano meravigliosamente, nonostante la fatica giornaliera.
Poi tutto è iniziato a peggiorare. Niente più straordinari, settimane lavorative che si accorciano e stipendi che non fanno altro che diminuire. A tutto questo si aggiunge la fatica di più di vent’anni di lavoro fisico.

“Allora Berto, quanto manca ad Alessio?”
“Ci siamo quasi dai. Ancora due esami. Pensa di laurearsi quest’estate.”
“Tosti?”
“Dice di no. Ma penso lo faccia per non farci stare in pensiero. 
Martina invece? Trovato qualcosa?”
“Ma va! Solite offerte imbarazzanti, soliti sputi di stipendi. È arrivata all’esasperazione, sono convinto che se ne andrà via!”
“Guarda, mi dispiace dirlo, ma penso sia la scelta migliore.” 
“Lo penso anche io guarda. “

Mentre si asciugano le mani, Alberto tira fuori lo smartphone per mostrare qualcosa all’amico, ma questo gli scivola via e cade, rischiando di rompersi. Berto sbuffa e si mette le mani sui fianchi, sfinito.

“Stanco è?”
“Cotto!”
“Dai che domani è venerdì!”

Si dirigono insieme verso la mensa, mentre commentano le ultime partite di calcio del campionato italiano. Un’ora per pensare ad altro, poi altre quattro ore di lavoro fino alle 17. La giornata in fabbrica è scandita dalla routine che ognuno si impone.
Prima la pausa caffè dopo un’oretta di lavoro, poi un giro in bagno nella speranza di trovare qualcuno per scambiare due chiacchiere, prima che arrivi la pausa pranzo.
Un’ora dopo la ripresa c’è un’altra pausa e poi la tirata fino alla fine.
Una vita fatta di conteggi, di quanto manca al weekend, alla prossima vacanza e alla pensione.
Una vita trascorsa a fare ciò che non si è potuto scegliere, per poter portare da mangiare a casa e istruire i figli.
Ancora quattro ore, poi il ritorno a casa, la cena e la televisione da guardare sdraiati sul divano, per cercare di sconfiggere la fatica.
La settimana è quasi finita, il weekend è ad un passo.
Tutto ricomincerà inesorabile, il lunedì arriverà come sempre troppo presto.
Ma ora non importa, perché domani è venerdì.

Gezim Qadraku.

Caro Diario

Giorno: 19/3/2018
Ora: 23:03

Caro Diario,
è passato più di un mese dall’ultima volta che ti ho scritto. Lo sai come sono io. Un giorno ti prometto che ti terrò aggiornato sulla mia vita regolarmente, poi finisco per lasciarti ad aspettarmi per tempi infiniti. 
In realtà, dall’ultima volta, nulla di eccezionale è accaduto. Questa parte della mia vita penso di poterla inserire nella sezione “nulla di nuovo”. Il tutto procede sulla stessa linea, senza ostacoli o interruzioni. Non che la cosa mi dispiaccia è, ma qualche scossa mi servirebbe.
Ieri, al lavoro, è accaduto un fatto che mi ha scombussolato in positivo. È arrivato un ragazzo nuovo. Oddio, ragazzo, ha 35 anni se non ricordo male.
Il primo approccio ovviamente non è stato dei migliori. Mi sono limitato a presentarmi e poi sono rimasto sulle mie durante le prime ore, finché le mansioni da effettuare non ci hanno obbligato a doverci parlare.
Ho notato subito la sua timidezza e ne ho apprezzato la gentilezza con la quale mi ha domandato come doveva svolgere il lavoro.
Tutto questo mi ha permesso di sciogliermi e dopo pochi minuti, mi sono ritrovato a spiegargli tutti i piccoli segreti che il nostro lavoro ha.
Successivamente abbiamo cambiato argomento, passando alla nostra vita personale, con lui che mi ha raccontato della sua famiglia, del suo passato e delle sfide giornaliere che un padre in cerca lavoro deve combattere.

Mi sono lasciato andare anche io, raccontadogli un po’ di me e ho notato nei suoi occhi un forte interesse. La giornata lavorativa si è conclusa nel migliore dei modi. Ora lo aspettano altri quattro giorni di prova per completare la settimana e poi il capo deciderà se tenerlo o no. Sono qui a sperare che continui a fare bene anche nei prossimi giorni e possa rimanere con noi. Forse è un po’ troppo presto, non posso dire di conoscerlo, ma il suo comportamento e il modo di fare, mi hanno convinto che sia una persona per bene.

Prima, mentre mi facevo la doccia, immaginavo al suo ritorno a casa. Alle domande dei figli e della moglie. Chissà cosa staranno passando, chissà quanto potrà esere importante questo posto di lavoro.
Mentre ti scrivo, sto provando una sensazione di fierezza nei miei confronti, che non provavo da tempo.
Avrei potuto comportarmi come facciamo tutti di solito con un nuovo arrivato. Lasciarlo in disparte, fargli notare solo gli errori e rendendogli così la giornata un incubo. È andato via sorridendo e penso che un po’ del merito sia anche mio.
Lo so, lo so, non ho fatto niente di che. Ma è comunque una piccola cosa positiva.
Sono felice di aver cambiato il mio atteggiamento.
Mi sono sentito utile, ed è una sensazione bellissima.

Ora ti saluto che la stanchezza inizia a farsi sentire e il letto mi chiama.
Prometto che ti aggiornerò sul mio collega, magari già da domani.
Buonanotte caro Diario.

Gezim Qadraku.

25 anni

25 anni.
Un quarto di secolo.
Il momento in cui la crisi, secondo gli studi,  colpisce il il 90% dei Millenial.
Crisi di cosa? Di esistenza.
25 anni e ci si ferma a porsi qualche domanda:
Chi sono?
Cosa ho fatto fino ad ora?
Sono felice?
Era questo ciò che sognavo?
Abbiamo 25 anni e la verità è che molti di noi hanno smesso di sognare. Dopo aver trascorso un’infanzia impeccabile, con genitori che ci hanno cresciuto in una bolla sicura ed accogliente, ed aver puntato il futuro sugli studi, la maggior parte di noi è disposta ad accettare qualsiasi mansione pur di raggiungere la fine del mese.
25 anni e l’aspirazione di tanti è diventata una vita tranquilla.
Ma come? Mica volevamo tutti cambiare il mondo? Come siamo arrivati al punto di accontentarci di cosi poco? Com’è stato possibile?
Siamo i figli di sacrifici e sacrifici, di lavori pesanti, di qualsiasi mansione pur di non farci mancare nulla. Siamo i figli di persone che hanno lasciato da parte la loro vita, pur di vederci brillare in alto, un domani. E noi che stiamo facendo ora che quel domani è arrivato? Ci stiamo accontentando di vivere come loro. Questa è una sconfitta, sia per noi, che soprattutto per i nostri genitori.
La colpa, se si è arrivati a questa situazione, è sia di chi ci governa, ma anche nostra.

25 anni ed alcuni se ne sono andati. Via, all’estero. Stesso continente o addirittura un oceano o di distanza. Ma non fa la differenza, perché una volta usciti di casa si lasciano alle spalle famiglia, amicizie e posti nei quali si è cresciuti. E fa male. Ma l’unico modo che l’uomo ha scoperto per andare avanti, è lasciarsi qualcosa alle spalle. Come ci ricorda Newton.
25 anni e i più coraggiosi sono coloro che hanno deciso di restare. Quelli che giorno dopo giorno accettano di andare avanti in qualche modo, nonostante tutto.
Nonostante i coeateni che hanno trovato subito un lavoro appropriato dopo gli studi, un appartamento e anche un macchina nuova di zecca. Senza dirci che il lavoro è arrivato grazie alla conoscenza del padre, che la spesa e le bollette le paga la madre. Non ce lo dicono che in realtà, di merito loro, c’è ben poco. Non suonerebbe bello! Ma tranquilli, a questi non c’è nulla da invidiare. Perché c’è ben poco di gratificante nel raggiungere un traguardo grazie all’aiuto di qualcuno.

25 anni e la crisi arriva perché non ci hanno preparato a questo, perché non ci hanno insegnato i sacrifici, la pazienza. Ci hanno dato tutto quello che volevamo, e quando loro hanno smesso ci ha pensato la tecnologia.
25 anni e da casa, con un click, compriamo ciò che ci serve, rompiamo il ghiaccio con una ragazza, fingiamo di essere felici tramite una vita social immaginaria, che è diventata la nostra realtà e ci sta pian piano distruggendo.
La crisi, se arriva, è anche condizionata dall’era in cui viviamo. Quella dell’apparenza.  Delle foto di amici che sono in viaggio, dei loro anniversari con i propri partner, della loro corsa mattutina prima di andare in ufficio, del weekend al mare, del concerto infrasettimanale, del dolce preparato dalla nonna. L’era della condivisione, dell’assenza di privacy. L’era della recitazione e del falso, di quelle foto tutte ritoccate minuziosamente, in maniera tale da sembrare sempre perfette.
L’era in cui ci si crede felici se si ricevono notifiche, se si è belli, se si ha ogni giorno qualcosa da pubblicare. Quasi fosse una sfida, come se ad ogni post il soggetto in questione ti stesse dicendo: “Guardami, io sto vivendo! E tu che stai facendo? Sei solo a casa che guardi i miei post, vero?
Non riusciamo più a goderci le emozioni che derivano da ogni istante, nonostante queste siano l’unica cosa che ci tenga in vita.

25 anni e se la crisi è arrivata è un’ottima notizia, perché forse capiremo che questo è solo un ostacolo da superare, un punto di partenza per quella che sarà la nostra vita.
25 anni e non è mica una tragedia se non sappiamo che lavoro fare, se non ci siamo sposati, se viviamo con i nostri genitori e se abbiamo sbagliato la facoltà. No,  perché è la nostra vita, non quella degli altri. Le cose belle arrivano solo per chi sa aspettare. Perché non si costruisce tutto con un click.  Ci vuole tempo e pazienza, un’infinita pazienza. Chiedetelo ai vostri genitori.
E ricordatevi che dal letame nascono i fiori, non dai diamanti, come ha scritto un certo de André.
25 anni e non saremo mai il nostro lavoro, la nostra macchina o la nostra casa. No, saremo i viaggi che abbiamo fatto, le frasi dei libri che abbiamo sottolineato, i film che ci riguardiamo per la millesima volta, le esperienze che abbiamo vissuto, le persone che abbiamo amato e tradito, gli ostacoli che abbiamo superato, i pezzi di cuore che abbiamo perso per strada. Questo siamo, e saremo.
25 è solo un numero, mica un traguardo. Chi l’ha detto che dobbiamo avere già un posto fisso? Che dobbiamo avere già un figlio? Che dobbiamo essere tranquilli e sicuri? Chi?

25 anni e siamo abituati a volere la luna, pensando di poterla raggiungere volando. Umiltà e piedi per terra, ma sguardo sempre rivolto in avanti. E guai permettere alla fiamma che c’è in ognuno di noi di spegnersi. Non diventiamo passivi alla vita, non permettiamo a governi, giornali e telegiornali di abbatterci.
Impariamo ad apprezzare ciò che abbiamo, perché la felicità  è una famiglia con la quale trascorrere le vacanze, degli amici da andare a trovare, un lavoro faticoso dal quale partire per costruirsi il proprio futuro, una macchina che si rompe un giorno sì e uno no,  una ragazza che alla frase “Ci sentiamo di nuovo allora!” risponde “certo”.
I 25 anni non sono un traguardo, ma solo l’inizio del viaggio.

Leggi anche il pezzo dell’anno scorso: 24 anni.

Gezim Qadraku.

 

8 ore

L’orologio segna le 21:57, il secondo turno è quasi finito, ci guardiamo tra di noi e siamo tutti d’accordo che possiamo andarcene a casa. Rubiamo tre minuti alla giornata lavorativa e cerchiamo di aggiungerli al nostro venerdì sera. Ecco come siamo conciati, a sentirci felici di uscire tre minuti prima dal capannone.
Fuori l’aria è pungente, mi allaccio bene il giubbotto e mi dirigo verso la macchina. Giorgio ci augura buon weekend mentre si accende una sigaretta. Dovrebbe smettere, almeno così gli ha consigliato il medico dopo l’infarto che lo stava facendo secco qualche mese fa.
“Non mi interessa arrivare in forma alla morte, voglio arrivarci con la sigaretta in bocca e il pacchetto pieno da fumarmi insieme a Dio”. Questo è il suo motto.

Neanche il tempo di aprire la macchina che sento Mario fare retromarcia e partire a tutto gas. Trent’anni di uomo che passa ogni venerdì sera con le prostitute meno costose, per poi trascorrere la settimana successiva a inventarsi i migliori racconti di quelle che devono essere le scopate peggiori del mondo.
Tolgo le scarpe antinfortunistiche, le calze sono fradice di sudore e mi sento sempre più sporco. La polvere, quella che devo togliere otto ore al giorno per prendere 1000 euro al mese. Penso che ormai mi sia entrata nelle vene, sono diventato spazzatura. Carta, plastica, vetro, polvere, tanta, troppa polvere in tutti questi anni.

Indosso le scarpe da ginnastica che ho comprato qualche mese fa al mercato e finalmente posso appoggiare la mia schiena malandata allo schienale del sedile. Ogni volta la stessa sensazione di benessere, manco fosse un idromassaggio. L’effetto rilassante provocato dal sedile è momentaneo, ormai ho tutti i muscoli tesi, la schiena, le braccia e il collo sembrano marmo. Tutta la stanchezza dei cinque giorni lavorativi si fa sentire adesso. Accendo la macchina e parto verso casa.
Al primo semaforo mi si affianca un auto piena di giovani. Ci sono due ragazzi davanti e uno dietro seduto tra due ragazze che sembrano decisamente più giovani.
Si passano una bottiglia di plastica che all’interno contiene un liquido di colore roseo. Sarà la solita miscela di alcool. Il semaforo è ancora rosso e il giovane al volante si fa passare la bottiglia, cercando di berne il più possibile incitato dagli altri.
“Non fare cazzate” vorrei dirgli, ma il clacson di quello dietro mi avvisa che è già scattato il verde e devo sbrigarmi. Alla radio nel frattempo lo speaker annuncia quale sarà il tema di questo venerdì sera:
“Cosa sognavate di diventare quando eravate bambini?”

Entro in autostrada, inserisco la quinta e mi rilasso definitivamente. Giusto qualche secondo per godermi la strada completamente vuota e la pioggia inizia a cadere sul parabrezza. Faccio andare i tergicristalli e maledico quelle gocce d’acqua.
È da un mese che i bambini mi chiedono di portarli a fare un picnic al lago, ma ogni volta il tempo peggiora nel weekend. Ho trascorso tutta la settimana a controllare il meteo, dava soleggiato sia sabato che domenica.
Mentre supero uno dietro l’altro i tir e prego che smetta di piovere, ripenso alla mia infanzia.

Ero fin troppo ambizioso quando ero soltanto un bambino, volevo fare l’astronauta, mi affascinavano i pianeti e sognavo di passare la vita in orbita.
Peccato che per raggiungere un sogno del genere avrei dovuto studiare, ma decisi di abbandonare i banchi di scuola a soli sedici anni.
“È bravo ma non si applica”, mi resterà per sempre il rimorso di non essermi applicato, ma non ce la facevo proprio a stare seduto a studiare.

La trasmissione radiofonica prosegue e tra una canzone e l’altra il conduttore  inizia a leggere i primi messaggi. I soliti sogni: calciatore, poliziotto, attrice ecc…
Per un momento immagino di telefonare alla radio e raccontare qual era il mio desiderio:
“Da piccolo avrei voluto fare l’astronauta, sognavo di portare la bandiera del mio paese sulla luna”.
Mentre ripeto quella frase, la mente elabora quella che sarebbe la conversazione con lo speaker : “Alla fine poi, cosa hai fatto nella vita?”
Già, che cosa ho fatto nella vita?
Ho trascorso la mia esistenza facendo per otto ore al giorno un lavoro orrendo, ho mangiato, dormito e sperato che la domenica non piovesse.

Gezim Qadraku.

Trovati un lavoro e metti su famiglia.

Controllo di aver pulito e messo gli attrezzi a posto prima di uscire, lascio la luce accesa e chiudo la porta dando tre giri di chiave. Non riesco ad andarmene senza prima dare un’occhiata veloce all’insegna luminosa. Mi piace un sacco, dà quel tocco personale al negozio.
Sono quasi le otto di sera, fa caldissimo, un’umidità incredibile. Tutto questo non mi sfiora minimamente, oggi sono troppo felice.
Una di quelle giornate lavorative che aspettavo da sempre. Sette clienti in totale, quasi cinquecento euro di guadagno. Ripenso ad un anno fa, quando decisi di mollare quell’indeterminato al supermercato e utilizzare tutto quello che avevo messo da parte per creare qualcosa di mio, sembrava un salto nel vuoto senza paracadute. Nessuno che mi appoggiò, tutti a dirmi di non farlo, di stare attento, che me ne sarei pentito.
Quante giornate passate da solo in negozio ad aspettare un cliente, per poi arrivare un anno dopo al punto di dover cercare qualcuno che sia in grado di aiutarmi perché sono pieno di prenotazioni per i prossimi tre mesi, e da solo non penso di farcela. Sembra un sogno.
Sono felicissimo, mi godo la mezz’ora di camminata che mi separa da casa e nella mia testa proietto il film di questo anno di sacrifici. Ho i brividi e riesco a stento a trattenere le lacrime di gioia. Sento che per la prima volta nella vita sto riuscendo a concludere qualcosa.
Arrivo finalmente a casa, citofono, sento la stanchezza solo mentre salgo le scale, non vedo l’ora di raccontare questa giornata ai miei.
“BUONASERA!”
Chiudo la porta, non c’è nessuno in sala, sono entrambi in cucina. La cena è pronta, hanno già iniziato entrambi senza aspettarmi, la cosa mi dà un po’ fastidio ma cerco di non farci caso. Mi sembra che la felicità che ho addosso sia in grado di superare tutto. Mi siedo a tavola e ci metto poco a capire che il clima non è dei migliori, nessuno dei due mi ha rivolto la parola, papà è concentrato sul telegiornale e mamma pare che abbia litigato con il mondo intero.
Provo a far partire una conversazione:
“Com’è andata oggi?”
“Solito” risponde papà, senza neanche guardarmi.
“Ho visto la madre di Elena” dice mamma.
“Non la vedo da una vita Elena, probabilmente da quando si è sposata”
“Lo sai che ha partorito pochi giorni fa?”
“Davvero?”
“Sì, una bambina. L’ha chiamata Ginevra”
“Mi fa piacere, sono contento per lei”
Il comportamento di mia madre è un po’ strano, lo so che è felicissima per Elena, ma allo stesso tempo sembra arrabbiata.
“Mamma tutto a posto?”
“Insomma!”
“Che è successo?”
“Hai anche il coraggio di chiedermelo? Non riesci proprio a capirlo da solo?”
“Cosa dovrei capire scusa?”
Mio padre si ricorda della nostra esistenza, smettono entrambi di mangiare e iniziano a fissarmi. La cosa mi turba, non riesco a capire dove voglia arrivare mia madre.
“Non riesci proprio a pensare di trovarti un lavoro normale per poi crearti una famiglia? Tutti i tuoi amici hanno un lavoro sicuro, hanno comprato una casa e stanno mettendo su famiglia”.
Voglio morire, non ci posso credere che stia intavolando di nuovo  questo discorso.
“Per tua informazione ho aperto il mio negozio quasi un anno fa”
“Un negozio di tatuaggi nel quale non entra mai nessuno, se non ci fossimo noi moriresti di fame!”
“Ha ragione tua madre!”
“Oggi ho avuto ben sette clienti, un guadagno di quasi cinquecento euro!”
“Sarà stato un giorno fortunato, e comunque non è un lavoro sicuro. Il poco che guadagni ti serve per pagare l’affitto e saldare il prestito che hai con la banca”
Sono riusciti a distruggere la migliore delle mie giornate lavorative. Vorrei smaterializzarmi all’istante, ma mamma continua imperterrita.
“Non puoi andare avanti così Luca, hai quasi trent’anni e dipendi ancora da noi. Quando deciderai di mettere la testa a posto?”
“MAMMA MA COSA DIAVOLO STAI DICENDO?”
“NON PERMETTERTI DI URLARE A TUA MADRE LUCA!!”
“NO ADESSO URLO A CHI MI PARE, PERCHE’ NON CE LA FACCIO PIU’!
CI STO PROVANDO VA BENE? STO PROVANDO A REALIZZARE IL MIO PICCOLO SOGNO. SCUSATE SE A SCUOLA FACEVO SCHIFO E NON HO AVUTO UNA CARRIERA UNIVERSITARIA, SE ORA NON TORNO A CASA IN GIACCA E CRAVATTA E SONO STATO UN PESO PER VOI. SCUSATEMI TANTO SE NON SONO STATO IL FIGLIO CHE AVRESTE VOLUTO. PERCHE’ NON VI HO MAI DATO NESSUNA SODDISFAZIONE, PERCHE’ ERO QUELLO CHE SI COMPORTAVA MALE, CHE VENIVA SOSPESO A SCUOLA, CHE FUMAVA, CHE ANDAVA IN GIRO IN MOTORINO SENZA CASCO, CHE TORNAVA A CASA TARDI UBRIACO. INVECE VOI AVRESTE VOLUTO UN FIGLIO COME QUELLI DEI VOSTRI AMICI.
IO NON LA VOGLIO UNA VITA COME QUELLA DEGLI ALTRI, NON POSSO PASSARE TUTTA LA MIA ESISTENZA A FARE UN LAVORO CHE NON MI PIACE. NON ME NE FREGA UN CAZZO DI COSTRUIRMI UNA FAMIGLIA, NON SO NEANCHE COME TENERLO IN BRACCIO UN BAMBINO.
SCUSATE SE NON VOGLIO DIVENTARE COME VOI”
Mi guardano entrambi malissimo, mio padre si alza in piedi.
“Cosa vorresti dire scusa?”
“NON VI VEDETE? NON CI PENSATE MAI A CHE VITA AVETE FATTO? SIETE DELLE FOTOCOPIE. AVETE PASSATO LA VOSTRA ESISTENZA A FARE QUELLO CHE FACEVANO GLI ALTRI. UN BUON PERCORSO DI STUDI, POI L’UNIVERSITA’, UN LAVORO SICURO COME LO CHIAMATE VOI, IL MUTUO PER LA CASA, LA MACCHINA NUOVA OGNI CINQUE ANNI, LE VACANZE SEMPRE NELLA STESSA SPIAGGIA, LE CENE TRA PARENTI DOVE BISOGNA FINGERE DI VOLERSI BENE. QUESTO PER VOI SIGNIFICA VIVERE?
VOI NON VI VEDETE MA STATE MORENDO, SIETE DEI MORTI CHE CAMMINANO, LA VOSTRA VITA NON HA SENSO. AVETE VISSUTO PER GLI ALTRI, NON PER VOI STESSI”.
Mio padre è infuriato, tira un pugno al tavolo che fa sobbalzare mia madre. I suoi occhi versano lacrime di rabbia. Si guardano e riescono a trovare un accordo anche senza parlarsi.
Papà si prende la responsabilità della decisione.
“Prepara le tue cose e vattene da questa casa. Non possiamo mantenerti per tutta la vita”.
Sentire quelle parole mi rincuora, mi tolgo un peso di dosso e lo levo anche a loro.
“Che coraggio che avete, fare la parte delle vittime solo perché non vi aiuto a pagare le bollette”.
Mi alzo, vado in camera e prendo le mie cose il più in fretta possibile. Cerco di non dimenticare niente, solo all’idea di dover ritornare mi viene la nausea. Riempio una valigia e due zaini. Prima di uscire entro in cucina per salutarli definitivamente:
“Ora sì che siete proprio una bella famiglia. Una famiglia normale”. Nessuno dei due dice niente.
Scendo le scale di corsa, apro il portone, ho il fiatone. Non ho messo niente sotto i denti, penso a dove mangiare, a dove andare a dormire stanotte, a cosa mi aspetta. Non sono lucido, ho troppi pensieri per la testa. Inizio a camminare a caso senza una vera destinazione, ora il caldo e l’umidità li percepisco e come se non bastasse, il mio cervello continua a riprodurre le parole che ho dovuto ascoltare per tutta la vita:
“Trovati un lavoro, compra una casa, metti su famiglia”.

Gezim Qadraku.

Venerdì sera

Sono le 19:10, scendo le scale della metro, mi dirigo verso il tornello, tiro fuori il portafoglio dalla tasca posteriore dei pantaloni, lo appoggio sopra la banda magnetica, ma non mi legge la tessera dell’ATM. Mi tocca tirarla fuori dal portafoglio, dietro di me si è già creata la fila. Passo il tornello, sento che il treno sta arrivando, faccio le scale di corsa, arrivo giusto in tempo.
“DUOMO, FERMATA DUOMO”.
Si è appena fermato, si aprono le porte e mi fiondo dentro. Vedo un posto libero, mi ci butto letteralmente sopra. Sono stanco morto, non sento le gambe, vorrei distenderle ma non posso. Mi fa male tutto, la schiena, le braccia, la testa. La metro si è riempita, fa caldo, la gente non parla semplicemente al telefono, urla.
Dovrei mettermi le cuffie e isolarmi, ma non ho voglia di fare neanche questo. Arrivo da una settimana di sessanta ore lavorative. E’ da lunedì che entro in negozio alle 7 del mattino e ne esco alle 19, dodici ore di lavoro al giorno.
Luisa è in maternità, quell’imbecille di Giacomo non riesce a trovare una persona in grado di sostituirla e quindi tocca fare tutto a me in quel negozio di merda. Il cellulare inizia a vibrare, è il gruppo dei ragazzi.
13 messaggi:
“Raga tavolo stasera?”
“Grande bomber io ci sono”
“Io anche”
“Io no raga, sono con la Vero stasera”
“Dai coglione, hai tutto il weekend per scopare vieni a ballare”
“Figa oh sei il solito”
“Dai Andreeeeeeeeeeee”
“No davvero raga le avevo promesso questa cena da tempo”
“Sì sì metti sempre in secondo piano i tuoi amici”
“BRAVO BRAVO!”
“Oh raga ma Tia?”
“Boh non ha ancora visualizzato”
“Finisce tardi di lavorare, ma sicuro viene”
Invece no, non ho nessuna voglia di venire a ballare stasera, non ce la faccio. Anzi, non ho neanche voglia di rispondere. Ho bisogno di riposare, dormirò tutto il weekend, non ho voglia di fare assolutamente niente. Mi rinchiuderò in camera due giorni a dormire.
Rimetto il telefono in tasca, continua a vibrare, saranno sempre loro. Si saranno accorti che ho visualizzato. Alzo lo sguardo e una ragazza attira la mia attenzione.
Si è appena laureata, ha la corona d’alloro in testa, un vestito blu elegante che le arriva sopra le ginocchia la fa sembrare una di quelle donne in carriera.
Sento la madre parlare, non parla bene l’italiano, sono stranieri, devono essere dell’est.
Sì io conoscere quella persona. Brava persona lui“.
Ucraini, Bulgari o Russi, non sono in grado di distinguerli. La madre continua a parlare con una signora italiana, il padre scherza con il fratellino. Lei invece sembra sia chiusa in una bolla, è ferma, immobile, solo le brusche frenate del treno la fanno muovere.
Ha un sorriso timido, quasi si vergogna a mostrare quanto è felice. La sorella maggiore ogni tanto la tocca, le sfiora il viso, le sistema i capelli.Come a ricordarle che è tutto vero, si sorridono, ma lei non parla mai. Mi sembra che stia trattenendo tutto quello che sta provando, perché se dovesse lasciarsi andare scoppierebbe in un pianto liberatorio. Quei pianti di chi ce l’ha fatta, di chi è riuscito a coronare il suo sogno. Le lacrime di gioia, le più belle in assoluto. Sì starà immaginando il suo futuro, il lavoro dei sogni e una vita felice. Una vita migliore rispetto a quella dei suoi genitori.
PAGANO, FERMATA PAGANO. APERTURA DELLE PORTE A DESTRA. DOORS OPEN ON THE RIGHT“.
Scendono, andranno a festeggiare, li starà aspettando una cena con i fiocchi.
Mi fanno sentire ancora peggio di quanto io già stia, loro stranieri che ancora non parlano bene l’italiano e la loro figlia laureata. Io invece, che vivo nel mio paese, manco un diploma delle superiori sono riuscito a prendere.
Ora sono obbligato a fare lo schiavo in un negozio di vestiti, nel quale sono entrato solo grazie allo zio. Non bastava la stanchezza, ora mi sento una vera e propria nullità. Io, che nella vita non sono mai riuscito in niente.
Manca un’eternità a Molino Dorino, il cellulare non smette di vibrare, appoggio la testa al finestrino e chiudo gli occhi.
Sono in discoteca, la musica è alta, sto ballando con i ragazzi. Sono brillo e inizio a perdere l’equilibrio, nel frattempo mi arriva un altro drink. Ne bevo subito metà e lo lascio sul tavolo, mi è salita una botta in testa assurda, mi prometto di non bere più altrimenti starò male. Delle ragazze si avvicinano al nostro tavolo, iniziano a ballare,  noi ci guardiamo e iniziamo a ridere. Siamo tutti ubriachi, ne punto una e mi avvicino. Le dico qualcosa e lei sorride, si gira e inizia a ballare con me.
Ci guardiamo, ridiamo, mi dice qualcosa all’orecchio ma non capisco, la musica è troppo alta. Mi avvicino, le metto la mano dietro la schiena, lei continua a ballare. Mi piace, noto solo il vestito corto e provocante, del resto non mi interessa. Non mi ha respinto quindi continuo a provarci.  Mi avvicino ancora di più, le do un bacio sul collo e lei non si tira indietro. Continuiamo a ballare strusciandoci, già mi immagino che lo facciamo in macchina.
“DOORS OPEN ON THE RIGHT”
Mi viene un colpo, la voce dello speaker mi ha svegliato, non ho sentito a quale fermata siamo arrivati. Per un secondo penso di aver superato Molino, invece  siamo ancora a Uruguay fortunatamente. Mi sono addormentato e sono riuscito anche a sognare. La metro è praticamente vuota, davanti a me c’è solo una vecchia signora con una busta della spesa. Non si è accorta del mio risveglio, troppo impegnata a completare la settimana enigmistica. Il telefono inizia a vibrare, non sono messaggi è una chiamata.
Mamma.
“Sì mamma?”
“Mattia guarda che sono venuta a prenderti, sono qui davanti alla stazione”
“Oh grazie mamma”
“Dove sei?”
“Tre fermate e sono arrivato”
“Ok”
Sono le 19:35, scendo dalla metro, salgo le scale a fatica. Fortuna che è arrivata mamma, altrimenti mi sarei dovuto sorbire un’altra mezz’ora di autobus.
Salgo in macchina.
“Ciao ma”
“Com’è andata?”
“Come al solito”
“Abbiamo prenotato le pizze per le 8”
“Bravi”
“Ti ho preso la quattro stagioni”
“Brava”
Finalmente posso allungare le gambe, tiro giù lo schienale del sedile, potrei addormentarmi ancora. Chiudo gli occhi e cerco di tornare a sognare.
“Dove vai stasera?”
“Da nessuna parte”
“Come da nessuna parte? Non esci?”
“No”
“Ma dai Mattia è venerdì sera, hai vent’anni, esci a divertirti”
“Mamma stai zitta”
“Mattia ma ti sembra il modo di parlare a tua madre?”
“Sono stanco mamma, sono stanco”.

Gezim Qadraku.