Which war?

There was war in Kosovo and I was in first grade.
There was war, but I didn’t know.
I never heard that word at home.
Yet our people died.
My grandfather died in those days and other relatives of mine.
My mother lost a part of herself forever.
And I didn’t notice anything.

There was war in my country and yet my life continued.
I went to school and training.
I used to play in the park with my classmates.
I used to watch cartoons, do my homework and who knows what I dreamed of becoming.
Maybe the astronaut or maybe a footballer.

There was war, but I didn’t know it.
My parents watched the news secretly.
They talked in a low voice with their relatives.
They were hiding everything from me.
They didn’t show the pain that was destroying them.

Then the war ended and we returned to Kosovo.
We entered a house I didn’t know about.
There was my grandmother, uncle, aunt, and my cousins.
My grandfather wasn’t there.
Maybe he is gone somewhere, I thought.
But then everyone began to cry and I understood.
I didn’t ask for anything because I immediately understood what had happened.
I had seen the damages the war had done after we got off the plane.
I had seen the houses destroyed by the flames, the marks of the bullets on the buildings, the streets full of holes, the faces of the people.
I was seeing the war now.
Now that it was over.

There had been war and I hadn’t noticed it.
Now that room full of people seemed to be the emptiest place that existed.
The walls were completely white and empty.
The furniture was ugly.
The people were sad.
No one laughed.
The smell of death was still there.
There had been war and it had ruined our lives, but I hadn’t noticed.

There had been war and I hadn’t seen my parents suffer.
They had hidden everything.
They had not shown the slightest pain.
Then I understood how much they loved me.
I told myself that I should have done the same with the people I loved.
I should have only shown them the happy part and never the sad part.
I should have never told them how much I was suffering.
I understood that that way I would have only made them feel bad too and I would have never forgiven myself.

There had been war and my parents had kept it all inside.
They had unwittingly taught me how to handle pain.
Crying inside.
To always show the smile.
Not asking for help.
To say that everything is fine.
There was war, but I didn’t know it.

Gezim Qadraku.

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Quale guerra?

C’era la guerra in Kosovo e io ero in prima elementare.
C’era la guerra, ma io non lo sapevo.
Non la sentii mai quella parola in casa.
Eppure la nostra gente moriva.
Moriva mio nonno in quei giorni e altri miei parenti.
Mia madre perdeva una parte di se stessa per sempre.
E io non mi accorgevo di nulla.
C’era la guerra nel mio paese eppure la mia vita continuava.
Andavo a scuola e agli allenamenti.
Giocavo al parco con i miei compagni di classe.
Guardavo i cartoni, facevo i compiti e chissà cosa sognavo di diventare.
Forse l’astronauta o magari già il calciatore.

C’era la guerra, ma io non lo sapevo.
I miei genitori guardavano il telegiornale di nascosto.
Parlavano a bassa voce con i parenti.
Mi stavano nascondendo tutto.
Non mostravano il dolore che li stava distruggendo.

Poi la guerra finì e noi tornammo in Kosovo.
Entrammo in una casa che non conoscevo.
C’era la nonna, lo zio, la zia e i miei cugini.
Il nonno non c’era.
Forse è andato da qualche parte, pensai.
Ma poi tutti incominciarono a piangere e allora capii.
Non domandai nulla perché compresi immediatamente cosa era successo.
Gli avevo visti i danni che aveva fatto la guerra dopo che eravamo scesi dall’aereo.
Le avevo viste le case distrutte dalle fiamme, i segni dei proiettili sui palazzi, le strade piene di buche, le facce della gente.
La stavo vedendo la guerra ora.
Ora che non c’era più.

C’era stata la guerra e io non me ne ero accorto.
Ora quella stanza piena di gente mi sembrava il posto più vuoto che esistesse.
Le mura erano completamente bianche.
I mobili erano brutti.
Le persone erano tristi.
Nessuno rideva.
Si sentiva ancora l’odore della morte.
C’era stata la guerra e aveva rovinato le nostre vite, ma io non me ne ero accorto.

C’era stata la guerra e non avevo visti i miei genitori soffrire.
Avevano nascosto tutto.
Non avevano mostrato il minimo dolore.
Allora compresi quanto mi amavano.
Dissi a me stesso che avrei dovuto fare lo stesso con le persone a cui volevo bene.
Avrei dovuto mostrare loro solo la parte felice e mai quella triste.
Non avrei mai dovuto dire a loro quanto stessi soffrendo.
Avevo capito che così avrei soltanto fatto stare male anche loro e non me lo sarei mai perdonato.

C’era stata la guerra e i miei genitori si erano tenuti tutto dentro.
Mi avevano insegnato, senza volerlo, come gestire il dolore.
A piangere dentro.
A mostrare sempre il sorriso.
A non chiedere aiuto.
A dire che va tutto bene.
C’era la guerra, ma io non lo sapevo.

Gezim Qadraku.

(Wikiwand Images)

Il Kosovo esiste!

5-9-2016, un altro pezzo di storia per il Kosovo.
La prima, storica, partita ufficiale per la nazionale di calcio kosovara.
Ho dovuto aspettare ventitré anni per poter guardare la mia nazionale.
Avrei voluto essere lì, in Finlandia, con addosso quella maglia. L’ho sognato sin da quando ho iniziato a tirare i calci al pallone. Tutti sognano di diventare professionisti, di giocare per la propria squadra del cuore e difendere i colori della propria nazione.
Per me è stato diverso. Prima di tutto io mi sono sempre sentito diverso, come ogni straniero che è cresciuto in un paese che non è il suo.
Sei quello diverso, a partire dal nome.
“Ah ma non sei italiano?”
“No, sono kosovaro.”
“E dov’è il Kosovo?”
“Nei Balcani, vicino ad Albania e Serbia”
“Ma sulle cartine non c’è, il Kosovo non esiste.”
“Senti lascia stare”
“Ma quindi cosa sei?”

Sempre così, sempre a dover spiegare, a convincere gli altri che noi esistiamo, anche se le cartine non lo dicono, anche se non abbiamo una nazionale, anche se non siamo nella lista degli stati della terra.
Un’infanzia a chiederti perché? Perché questo, perché questa diversità. Sei diverso in Italia, perché sei quello straniero, durante le vacanze torni finalmente in quella che reputi casa, ma sei diverso anche là. Perché ti chiamano l’italiano.
Passi gran parte del tuo tempo a chiederti realmente chi sei, cosa sei.
Ho sempre sognato questo giorno, la prima partita ufficiale del Kosovo, e ogni volta c’ero io. C’ero io in mezzo al campo con la maglia della mia nazionale. Ho vissuto in Italia per vent’anni, non ho mai chiesto la cittadinanza, anche se avrei potuto secondo la legge.
Non l’ho fatto, perché non mi sono mai sentito un italiano.

“Ma il tuo paese non esiste!”

La situazione paradossale non faceva altro che aumentare la mia convinzione. Arriverà il giorno mi dicevo. Il giorno è arrivato.
E’ stato un sogno, da stasera sarà il mio incubo. Avrei voluto essere in campo, avrei dovuto essere in campo, ma non ce l’ho fatta. Colpa mia, sarà il rammarico che mi porterò dietro per tutta la vita. Ora che potrò guardare le partite della mia nazionale in televisione sarà ancora più dura.
A maggio la FIFA  ha accolto il Kosovo come membro e da quel giorno è stato un continuo contare i giorni fino ad oggi.

“A settembre, il 5, contro la Finlandia”.

Che attesa, pensare che solo poche ore prima della partita alcuni giocatori hanno avuto il via libera dalla FIFA, perché precedentemente erano stati convocati da altre nazionali.
Una giornata a guardare l’orologio, a controllare se qualche rivista di calcio ha scritto un articolo su di noi.
Finalmente la cena, il segnale che manca poco.

“Pà, Hetemaj ha chiesto di non giocare”
“Grande. Bravo!”
“Ujkani ha ricevuto l’ok dalla FIFA”
“OTTIMO”.

Si parla sempre di calcio a tavola, stasera stranamente un po’ meno. Stasera si aspetta, stasera si guardano le lancette.
Questo pezzo nasce in quei momenti, ogni due maccheroni guardo l’orologio e penso a cosa potrei scrivere. Devo prepararmelo prima, sarò troppo su di giri dopo la partita.
Finisco di mangiare, corro in camera. Ci sono vari link che danno la partita in streaming.
Li apro tutti, nel caso uno si blocchi, mi sposto sugli altri. Trovo la telecronaca in kosovaro, MERAVIGLIOSO.
20:30, porto il pc in salotto. Mio padre parla con qualche parente in Kosovo. Io sono già teso, lascio il pc in sala e giro per casa senza motivo. Pensare che avrei voluto essere lì, non riesco a stare tranquillo in casa mia.
Entrano le squadre, la bandiera del Kosovo in campo.
Prima l’inno degli ospiti, il nostro. I ragazzi si abbracciano, difficile trattenere l’emozione.
Ti vibra tutto, la telecamera li inquadra uno ad uno, ti immagini tra di loro. A casa non vola una mosca.
“UH!!”
Butto fuori tutto con un respiro profondo.
Poi l’inno finlandese, loro non si abbracciano.
I capitani si scambiano i gagliardetti, strette di mano, monetina e via.
Si inizia.
Turku, 5 settembre 2016, il Kosovo nella storia.
Siamo emozionati, ho paura che possiamo fare qualche cavolata subito, ma no, i ragazzi sono concentrati.
Al settimo Berisha prova subito a colpire, la palla finisce alta. Prima emozione, già mi alzo in piedi.

“Calma, calma, è appena iniziata.”

Due minuti dopo Pacarada si inventa un sinistro da fuori area che si stampa sulla traversa.

“Ma come siamo partiti?”

Incomincio già a sognare un finale glorioso.
Al quarto d’ora ci addormentiamo in difesa, Ujkani compie il miracolo. Neanche il tempo di finire di fare i complimenti al nostro portiere, che sul calcio d’angolo seguente prendiamo gol.
Doccia fredda, dura da digerire.

“Continuiamo come abbiamo iniziato che va bene”.

Giochiamo bene, cerchiamo di tenere la palla e siamo anche ordinati. Ci guadagniamo qualche calcio d’angolo, che non riusciamo a sfruttare. Fine primo tempo, torniamo negli spogliatoi fiduciosi. Sotto uno a zero, ma meglio degli avversari.
Ripartiamo come avevamo lasciato, pressiamo un po’ di più e attacchiamo bene la profondità.
Al sessantesimo il colpo di scena, Berisha viene messo giù in area di rigore, l’arbitro indica il dischetto. Mi alzo in piedi, esulto, mi giro su me stesso. Papà urla. Il telecronista continua a ripetere:
“RIGORE. RIGORE. RIGORE.”
Il pubblico kosovaro esulta.

“Calma, calma. Bisogna segnarlo”.

Valon Berisha sul dischetto. Forte e alto sulla destra.
1 a 1.
GOL DEL KOSOVO.
Ci siamo, siamo vivi, pareggio meritato.
Presi dalla foga cerchiamo di farne un altro, continuiamo la pressione per una decina di minuti, poi inevitabilmente caliamo fisicamente. Inesorabile arriva il novantesimo. Tre minuti di recupero, rischiamo qualcosa, ma non succede niente.
Triplice fischio. Prima punto per il Kosovo.
Che inizio, quanta emozione, che orgoglio.
Immagino i bambini kosovari sparsi per l’Europa e nel mondo, penso alle loro risposte quando gli verrà chiesto:
“Di dove sei?”
“Del Kosovo”
Lo possiamo dire da otto anni ormai, da quando siamo diventati indipendenti.
Da stasera possiamo urlarlo ancora più forte.
Volevano controllarci, ma non ce l’hanno fatta.
Ci hanno uccisi, ma siamo risorti.
Non esistevamo, ora ci siamo.
Il Kosovo esiste.

Gezim Qadraku.

Granit Xhaka, il gioiellino svizzero

Partiamo da una cosa importante, la pronuncia del cognome. Il suo xh in albanese si pronuncia come una g dolce (giorno), quindi Xhaka si pronuncia come se fosse Giaka.
Bene, ora possiamo iniziare a parlare di questo centrocampista, salito alla ribalta quest’estate per due motivi.
In primis, il suo trasferimento all’Arsenal, la squadra londinese ha sborsato 35 milioni di sterline per assicurarsi le prestazioni dell’elvetico. Secondo, il debutto della nazionale svizzera all’Europeo francese è stato un momento storico per il ragazzo.
Per la prima volta nella storia del calcio, si sono affrontati due fratelli. Tutti i riflettori erano puntati sui fratelli Xhaka, Granit con la maglia svizzera e Taulant con la maglia albanese.
La partita si è conclusa con la vittoria degli elvetici per uno a zero, nonostante la compagine albanese, allenata da De Biasi, abbia rischiato più volte di pareggiare i conti. Granit a fine gara è stato premiato come miglior giocatore.

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Xhaka vs Xhaka

L’immagine più bella di quella partita resterà per sempre la geniale maglietta indossata dalla madre dei due ragazzi, la scritta Xhaka sotto a una bandiera composta a metà da quella elvetica e a metà da quella albanese.

In molti si saranno chiesti come sia possibile che due fratelli, nati dagli stessi genitori, possano giocare per due nazionali diverse.
La storia di questi ragazzi è simile a quella di tantissime altre famiglie di origini albanesi emigrate all’estero. In Svizzera si trova una grande parte della diaspora degli albanesi dell’ex-Jugoslavia: sono infatti circa 300mila i cittadini svizzeri di origine kosovara.
Il processo di emigrazione iniziò già negli anni ’60, quando Berna e Belgrado strinsero un accordo per facilitare l’arrivo di numerosi lavorati in Svizzera.  L’accelerazione di questa ondata si è avuta negli anni ’80 e il boom nel decennio successivo, gli anni funesti della guerra nella ex-Jugoslavia. In questo caso però la motivazione dell’emigrazione è un po’ diversa.
Il padre di Granit, Ragip Xhaka, dopo essere stato costretto ad abbandonare, a soli 17 anni, il sogno di diventare calciatore a causa di un grave infortunio, venne arrestato all’età di 22 anni. Nel pieno della sua carriera universitaria, la partecipazione alle manifestazioni contro il regime serbo-jugoslavo costarono al giovane Ragip tre anni e mezzo di carcere. Dopo aver scontato la pena, si trasferì in Svizzera, a Basilea. Città natale dei suoi figli.
Allora perché Granit gioca per la Svizzera e Taulant per l’Albania? 

Naturalmente l’interesse della nazionale albanese ad avere entrambi i fratelli in rosa c’è stata, ma secondo le parole del tecnico De Biasi, la richiesta è stata inoltrata tardivamente ai giocatori. Soprattutto per quanto riguarda Granit, il quale aveva già scelto di giocare con la Svizzera e non ha cambiato idea. Il tecnico italiano invece è riuscito a convincere Taulant, il quale avrebbe sicuramente avuto pochissimo spazio tra gli elvetici.
Per molti Granit è il traditore, ma lui stesso ha dichiarato che avrebbe fatto volentieri a meno di giocare contro suo fratello e contro la sua nazione. Oltre a dichiarare l’amore verso la sua terra:

“Non ho bisogno di andare a Ibiza o Maiorca o Dubai, ogni volta che posso torno a Prishtina

Parole rilasciate nell’estate del 2014 all’aeroporto di Prishtina, dove il ragazzo era atterrato subito dopo l’uscita della nazionale svizzera dai mondiali brasiliani. Dimostrazione di quanto sia legato alla sua terra.
Inoltre il ragazzo, in tutti questi anni, ha sempre dimostrato il suo attaccamento alle proprie origini. Un episodio significativo si è verificato la prima volta in cui le due nazionali si sono incontrate, il modo in cui incespica sul pallone si commenta da solo:

 

Oltre a questo curioso caso, il ragazzo si è reso protagonista di un bellissimo gesto. Ha personalmente inviato alla FIFA un messaggio, richiedendo il riconoscimento della nazionale Kosovara di calcio, riconoscimento arrivato quest’anno, che permetterà alla nazionale del Kosovo di partecipare alle qualificazioni per i mondiali del 2018.

Il torneo Europeo di quest’estate era un appuntamento importante per il numero dieci, se l’inizio è stato dei migliori, con il premio di miglior giocatore ricevuto dopo la vittoria contro l’Albania, il finale è stato disastroso. Suo infatti l’errore decisivo durante i calci di rigore, che ha causato l’uscita della nazionale elvetica agli ottavi di finale, a favore della Polonia.
Il ragazzo ha dovuto dimenticare in fretta la delusione, a Londra tutti lo stavano aspettando. Sia i genitori che la fidanzata erano presenti nel primo giorno da Gunners del ragazzo. Visibilmente emozionato, Granit ha rilasciato le sue prime parole da giocatore dell’Arsenal, mostrando un discreto inglese:

La sua carriera inizia insieme al fratello nelle fila della Concordia, per passare dopo cinque anni al Basilea. Gli addetti ai lavori si accorgono subito delle qualità del ragazzo e la nazionale elvetica non se lo fa sfuggire. Appena sedicenne debutta nella squadra under 21 del Basilea e nella nazionale svizzera. Il primo prestigioso trofeo arriva l’anno successivo, quando la nazionale rossocrociata under 17 si laurea campione del mondo, Granit segna anche una rete durante il torneo.
La carriera del ragazzo si inserisce nel binario giusto, disputa due ottime stagioni nella prima squadra del Basilea, conquistando due campionati di fila. Nel 2011 esordisce a soli diciotto anni nella nazionale maggiore, a Wembley contro l’Inghilterra. Quel paese dove ha sempre sognato di giocare.
L’estate del 2012 è quella del primo salto di qualità, approda in Germania, accettando l’offerta del Borussia Mönchengladbach.
Sono anni importanti per il ragazzo, che viene impiegato diversamente nel club rispetto alla nazionale. In Bundesliga ricopre il ruolo di mediano, mentre in nazionale, Ottmar Hitzfeld lo utilizza come trequartista. Sono parole importanti quelle dell’allora commissario tecnico degli elvetici:

E’ un assoluto top player, che potrebbe giocare in qualsiasi top club del mondo.

Granit inizia a toccare con mano il calcio che conta, il debutto ai mondiali di Brasile 2014, impreziosito da un gol e la Champions League nella passata stagione con il proprio club. Annata, quest’ultima, densa di significato per il ragazzo. Dopo il pessimo inizio e il cambio di allenatore, gli viene assegnata  la fascia di capitano. Incarico importante per un ventiduenne, ma nessuno dei suoi allenatori ha mai avuto dubbi sul suo carisma.
Abituato ad assumersi compiti importanti sin da piccolo, era lui infatti a tenere le chiavi di casa e non il fratello maggiore. Il Borussia risale la china, ma il ragazzo si fa schiacciare dal peso della responsabilità e riceve tre cartellini rossi in quindici partite, aggiudicandosi il record di primo under 23 a ricevere cinque espulsioni in Bundesliga. Qualcuno gli consiglia addirittura di farsi curare, ma lui risponde a tono, dicendo che quello è semplicemente il suo modo di giocare. Non è uno che va per il sottile, quando c’è da usare le maniere forti non si fa problemi, finendo poi per pagarne le conseguenze.

Con il nuovo anno le cose cambiano, Granit impara a ridurre i suoi interventi e i cartellini diminuiscono vertiginosamente. Durante l’Europeo il ragazzo ha dimostrato di aver imparato la lezione, si fa comunque prendere dal vizio di intervenire in scivolata, ma cerca di non farlo fuori tempo. Una sola ammonizione nelle quattro gare giocate in Francia.

Che giocatore è Xhaka?
In questi anni ha ricoperto diversi ruoli, a mio modesto parere la posizione più consona per le sue doti è quella da lui ricoperta durante l’Europeo. Petkovic ha utilizzato un 4-2-3-1, schierando il numero 10 davanti alla difesa, affiancandogli Behrami, un giocatore di corsa propenso alla fase difensiva.
Il repertorio del centrocampista è piacevolmente ampio.
Vedendolo in azione saltano subito all’occhio la freddezza e la tranquillità con le quali gestisce il pallone. Le origini balcaniche si notano subito nella sua personalità. Chiede sempre il pallone, non disdegna a prendersi qualche rischio, ma lo fa sempre con una calma olimpica, anche in zone pericolose del campo. Ha in mano l’intera squadra, è lui che decide quando si accelera e quando si rallenta, se non ha la palla tra i piedi indica ai compagni la giocata da fare.
Il suo mancino è sublime e gli permette di giocare con estrema facilità sia sul corto che sul lungo. I suoi cambi di gioco sono un piacere per gli occhi dello spettatore, meno per i terzini avversari che puntualmente vengono scavalcati dal pallone.

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Ogni tanto si fa prendere la mano e si avventura in qualche incursione personale, nonostante non sia molto veloce.
Dotato di un’ottima visione di gioco, che utilizza al meglio in entrambe le fasi. Dal punto di vista difensivo questo gli permette di leggere le intenzioni degli avversari e di anticipare le giocate, mentre quando si tratta di offendere cerca e trova sempre lo spazio per attaccare il lato debole o verticalizzare rapidamente.
Ottimo saltatore di testa, altrettanto bravo ad utilizzare il proprio corpo, sia per difendersi dal pressing che per recuperare il pallone. Grinta e cattiveria sono due costanti del gioco del ragazzo, che non tira mai indietro la gamba.
Non è di certo uno da dieci a gol a stagione, ma con il suo mancino è in grado di far male ai portieri. Scagliando missili del genere per esempio.

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Ora Granit è chiamato a ripetere tutto quello che ha fatto finora nel campionato più difficile del mondo, dove i ritmi sono altissimi e dove sarà sicuramente soggetto ad un pressing maggiore rispetto al passato. Dovrà ambientarsi con la nuova realtà e conquistarsi un posto da titolare. Vedremo se il suo talento riuscirà a splendere anche in Inghilterra.
Precisione svizzera e classe balcanica, due fattori la cui unione ha dato vita ad un gioiello prezioso.

Gezim Qadraku.