Il Kanun di Lek Dukagjini

Vi sarà sicuramente capitato di leggere, o sentire, una di quelle vicende albanesi dove una persona viene uccisa per la “vendetta di sangue”, o negli ultimi tempi, di famiglie costrette ad una vita assurda, rinchiuse in casa, impossibilitate ad uscire per paura di essere ammazzate.

L’antico codice di Lek Dukagjini è il motivo che permette a queste realtà di sopravvivere ancora oggi.  Delle origini di questo manoscritto non si ha una versione chiara, ma ciò che si conosce è che sia stato tramandato oralmente, di generazione in generazione negli anni, fino ad arrivare ai giorni nostri.
Fu il francescano del Kosovo, padre Shtjefën Kostantin Gjeçov, ad occuparsi della messa per iscritto delle tantissime regole che dettavano le modalità della vita di un albanese.

Questa opera non è un romanzo, anzi, somiglia più al codice civile che usereste per preparare un esame di Diritto Privato. La lettura quindi risulta non proprio semplice, visto che si passa di legge in legge, di paragrafo in paragrafo. Un po’ come se decideste di leggervi la Costituzione italiana.
Io per primo ho saltato argomenti dei quali non nutrivo interesse, come per esempio le regole che riguardano il bestiame, giusto per fare un esempio.

Attenzione, la mia, che è stata catturata soprattutto da temi come quello del matrimonio e della vendetta di sangue.
Leggere il Kanun vi permetterà di comprendere molto della popolazione albanese. Innanzitutto capire da dove arriva quello che comunemente viene identificato come il miglior pregio di questo popolo, ovvero l’ospitalità.

CAPO XVIII
L’onore nella società. 
ART. 96 
L’OSPITE.
La casa dell’albanese è di Dio e dell’ospite”.

Oltre ai pregi, vi sono presenti anche i motivi che permettono di capire il perché dell’esistenza, in certe famiglie, di una mentalità retrograda. La figura della Donna in questo caso gioca un ruolo cruciale. Considerata sempre un corpo esterno della famiglia e mai la notizia della nascita di una femmina veniva ben accolta. Anzi, si usava dire che alla sua nascita “piangevano perfino le travi di casa“.
Concludendo con la vendetta di sangue, realtà che purtroppo esiste ancora e non sembra destinata a concludersi, nella quale possiamo trovare quel fortissimo orgoglio albanese. Perchè “il danno si paga nella sua entità, e non con la multa“.

Concludo con un pezzo sottolineanto nell’introduzione di Donato Martucci:

“Il termine kanun deriva etimologicamente dal termine greco kanòn, che significa in italiano riga o righello, lo strumento per tirare righe. Metaforicamente, è ciò che serve per applicare in modo giusto e onesto le leggi tramandate a memoria di generazione in generazione e non codificate”.

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Gezim Qadraku.

Freddi fiori d’aprile

Ci troviamo in un piccolo villaggio albanese, quando la quotidianità del pittore Mark viene sconvolta da una banale rapina ad una banca. Un evento che passerrebbe quasi inosservato in qualsiasi altro paese europeo, ma non in un paese ex comunista come l’Albania, dove la rapina ad un istituto bancario viene considerata come atto di occidentalizzazione.
Ma non è solo questo, perché in quei giorni sono diverse le storie ad intrecciarsi nella vita del protagonista, come per esempio l’eco del Kanun,  il più importante codice consuetudinario albanese, che sembra poter ritornare ad influire sulle vite della popolazione, oppure la leggenda della ragazza che dovette sposarsi con un serpente e la sparizione di alcuni suoi amici.

Il massimo esponente della letteratura albanese descrive il cambiamento della vita del protagonista, che cerca di trovare un filo che possa legare questi avvenimenti, mentre allo stesso tempo prova con tutte le forze a portare avanti il proprio lavoro di artista, cercando di completare il quadro che ha come protagonista la sua amante.
Ismail Kadaré porta il lettore nella cultura e nelle tradizioni albanesi, descrivendoci alcune regole previste dal Kanun, alcune storie come appunto la leggenda del matrimonio con il serpente e la mentalità della nuova generazione che si ritrova in un momento storico, i primi anni duemila, a combattere con le vecchie generazioni che non riescono a slegarsi totalmente dalle antiche abitudini.
Un’opera delicata e scritta in maniera meravigliosa, un lessico di livello altissimo, che ci fa comprendere al meglio perché Kadaré compare nella lista dei possibili Nobel per la letteratura.

Concludo, come sempre, con uno dei pezzi sottolineati:
“La ragazza se ne andò prima che venisse buio. Dalla vetrata, Mark la seguì con lo sguardo mentre lei si allontanava. Senza trovare risposta alla domanda, si chiese se cambiava qualcosa, nel passo di una donna, subito dopo aver fatto l’amore. Senza di te, pensò poco dopo, non trovo risposta a niente.”

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Gezim Qadraku.