Ti auguro

Ti auguro di trovare il coraggio di fare di testa tua.
Di prendere decisioni importanti.
Di fregartene di quello che ti diranno gli altri.
Probabilmente nessuno capirà perché ti sei messo in testa di fare quella cosa, ma questo non significa che quella non sia la strada giusta per te.
Hai visto com’è passato veloce questo anno? 
Quanti rimpianti hai oggi?
Ti auguro di averne sempre di meno ogni volta che ti fermerai a pensare a come sta andando la tua vita.
Fai in modo che ogni giorno sia un nuovo anno.
Ti auguro di svegliarti ogni mattina con la voglia di sbagliare, perché gli errori e le delusioni sono il segnale che ci stai provando, che stai rincorrendo il tuo sogno.
Ti auguro di trovare qualcuno che ti aspetti per mangiare con te, anche se sono le 22 e l’ora di cena è già passata da un pezzo.
Qualcuno che prenda un aereo solo per vederti.
Qualcuno che abbia bisogno di te.
Ti auguro di avere persone da chiamare e da andare a trovare appena hai un po’ di tempo libero.
Ti auguro tanti libri e tanti viaggi. Soltanto la curiosità e la voglia di conoscere quello che ci sembra diverso può permetterci di migliorare questo mondo.
Ti auguro di avere la possibilità di poterci provare.
Una fortuna che purtroppo non tutti hanno.
Non commettere l’errore di sprecarla.

Gezim Qadraku.

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Caro Diario

Giorno: 19/3/2018
Ora: 23:03

Caro Diario,
è passato più di un mese dall’ultima volta che ti ho scritto. Lo sai come sono io. Un giorno ti prometto che ti terrò aggiornato sulla mia vita regolarmente, poi finisco per lasciarti ad aspettarmi per tempi infiniti. 
In realtà, dall’ultima volta, nulla di eccezionale è accaduto. Questa parte della mia vita penso di poterla inserire nella sezione “nulla di nuovo”. Il tutto procede sulla stessa linea, senza ostacoli o interruzioni. Non che la cosa mi dispiaccia è, ma qualche scossa mi servirebbe.
Ieri, al lavoro, è accaduto un fatto che mi ha scombussolato in positivo. È arrivato un ragazzo nuovo. Oddio, ragazzo, ha 35 anni se non ricordo male.
Il primo approccio ovviamente non è stato dei migliori. Mi sono limitato a presentarmi e poi sono rimasto sulle mie durante le prime ore, finché le mansioni da effettuare non ci hanno obbligato a doverci parlare.
Ho notato subito la sua timidezza e ne ho apprezzato la gentilezza con la quale mi ha domandato come doveva svolgere il lavoro.
Tutto questo mi ha permesso di sciogliermi e dopo pochi minuti, mi sono ritrovato a spiegargli tutti i piccoli segreti che il nostro lavoro ha.
Successivamente abbiamo cambiato argomento, passando alla nostra vita personale, con lui che mi ha raccontato della sua famiglia, del suo passato e delle sfide giornaliere che un padre in cerca lavoro deve combattere.

Mi sono lasciato andare anche io, raccontadogli un po’ di me e ho notato nei suoi occhi un forte interesse. La giornata lavorativa si è conclusa nel migliore dei modi. Ora lo aspettano altri quattro giorni di prova per completare la settimana e poi il capo deciderà se tenerlo o no. Sono qui a sperare che continui a fare bene anche nei prossimi giorni e possa rimanere con noi. Forse è un po’ troppo presto, non posso dire di conoscerlo, ma il suo comportamento e il modo di fare, mi hanno convinto che sia una persona per bene.

Prima, mentre mi facevo la doccia, immaginavo al suo ritorno a casa. Alle domande dei figli e della moglie. Chissà cosa staranno passando, chissà quanto potrà esere importante questo posto di lavoro.
Mentre ti scrivo, sto provando una sensazione di fierezza nei miei confronti, che non provavo da tempo.
Avrei potuto comportarmi come facciamo tutti di solito con un nuovo arrivato. Lasciarlo in disparte, fargli notare solo gli errori e rendendogli così la giornata un incubo. È andato via sorridendo e penso che un po’ del merito sia anche mio.
Lo so, lo so, non ho fatto niente di che. Ma è comunque una piccola cosa positiva.
Sono felice di aver cambiato il mio atteggiamento.
Mi sono sentito utile, ed è una sensazione bellissima.

Ora ti saluto che la stanchezza inizia a farsi sentire e il letto mi chiama.
Prometto che ti aggiornerò sul mio collega, magari già da domani.
Buonanotte caro Diario.

Gezim Qadraku.

Scrivo.

“Posso chiederti perché scrivi?”

“Scrivo perché è l’unico modo che ho trovato per farmi capire.
Sono sempre stata timida, sin da bambina. In classe non alzavo mai la mano per fare domande. Rimanevo sempre in silenzio, anche quando non capivo. Avere la testa piena di dubbi era un’opzione decisamente migliore, rispetto a quella di parlare mentre i miei compagni e la maestra avrebbero ascoltato quello che avevo da dire.
Non sono mai riuscita a stare al centro dell’attenzione. Solo l’idea di essere l’unica a parlare in mezzo a tante persone, mi ha sempre fatto provare un’enorme sensazione di timore.
Questa timidezza, poi, me la sono portata avanti per tutta la vita. Si presentava nelle situazioni di tutti i giorni, condizionando fortemente la mia esistenza.
Quando si stava tra amici in compagnia,  ero quella che non apriva mai la bocca, ma se poi c’era da isolarsi e confidarsi privatamente, non sapevo più fermarmi.
Per non parlare delle discoteche, sono state un trauma. Con che coraggio potevo buttarmi in mezzo alla pista e ballare?
Avevo la sensazione che tutti si sarebbero fermati a guardarmi.”

“Mi viene da pensare che la scrittura ti abbia in qualche modo salvato la vita.  Però forse esagero, vero?”

“No, non esageri per niente. Hai pienamente ragione.
Avrei dovuto capirlo subito che ero nata per scrivere.  Alle elementari impazzivo di gioia il giorno in cui era previsto il tema di italiano. Quello sì che era il mio momento. Mi sentivo bene e a mio agio, ero sempre rilassata, nessuna paura, nessun dubbio. Mi sembrava di volare e non ne volevo sapere di fermarmi.
La maestra mi ripetava costantemente la frase che avrebbe accompagnato la mia intera carriera scolastica:
‘Mi raccomando, non dilungarti troppo’.
Era più forte di me, avevo bisogno di scrivere, di mettere su un foglio tutto quello che non dicevo. E di cose da dire ne avevo parecchie, visto che non parlavo mai.
C’è un’azione che penso tutti sogniamo di fare, ma che la natura ci ha precluso: il volo. Crescendo ho capito che ogni essere umano trova il proprio modo per volare.
Chi corre, chi balla, chi canta e chi dipinge, o quelli che fanno del parlare in pubblico la propria salvezza, la propria sensazione di volo.
Io quando scrivo volo, ballo, corro a tutta velocità,  urlo a squarciagola.
Ho deciso di trascorre la mia vita scrivendo, perché è l’unica azione che mi permette di toccare con mano la felicità.
Ora nulla mi fa più paura, perché sono cosciente che qualsiasi cosa possa succedere, mi metterò sulla mia macchina da scrivere, inizierò a schiacciare i tasti, il loro rumore farà da colonna sonora e tutto si risolverà.
Scrivo e continuerò a farlo, perché mi sembra che sia l’unico modo per fare di questa vita, qualcosa che valga la pena di essere vissuta.”

Gezim Qadraku.

Hai mai provato a vivere?

Hai mai ascoltato una canzone di Mecna in autostrada, al tramonto, mentre tornavi da un viaggio insieme alla tua anima gemella?

Sei mai stato ad un concerto di Hans Zimmer a sentire le note di Time?

Hai mai passato un sabato sera sul divano, sotto una coperta, a guardarti i film di Quentin Tarantino?

Hai mai provato la sensazione di essere capito solo leggendo la frase di un libro?

Lei hai mai detto quanto è bella quando sorride e che senza di lei non potresti vivere?

Hai mai fatto l’amore per tutta la domenica?

Hai mai passato un pomeriggio intero a lanciare la pallina al tuo cane?

Hai mai scritto una lettera d’amore ad una ragazza per conquistarla?

Hai mai guardato per 20 minuti di fila un quadro di Van Gogh?

Sei mai uscito a correre la mattina presto, nonostante diluviasse?

Hai mai provato ad ascoltare per un intero viaggio la stessa canzone?
Sognando di realizzare, ogni volta che ripartiva,  un sogno diverso?

Hai mai accarezzato le mani di tua nonna?

Hai mai giocato a nascondino con un bambino?

Hai mai detto a tuoi genitori quanto li ami?

Hai mai trascorso l’intera notte sdraiato su un prato ad aspettare l’alba con il tuo migliore amico, fumando un intero pacchetto di sigarette?

Ti è mai capitato di sfogarti con uno sconosciuto e scoppiare in lacrime?

Hai mai provato a mollare tutto e ricominciare da capo?

Hai mai provato ad essere te stesso?

A fare quello che vuoi tu.
A vivere la tua vita.
Ad essere felice.

Ci hai mai provato?

Gezim Qadraku.

Un bambino felice

“Ti ricordi la prima volta che hai provato la sensazione di felicità?”
“Certo che me la ricordo. Ero in quarta elementare, se non sbaglio era la fine di novembre, erano caduti i primi fiocchi di neve e iniziava a fare freddo. Quel giorno papà fu assunto in un’azienda che costruiva elicotteri. Una di quelle in cui se riesci ad entrare, poi non ne esci più e sei a posto per tutta la vita. Lo stabilimento era enorme, si trovava ad un’ora da casa, la notizia portò una gioia e una felicità che non avevamo mai provato prima. Da quando avevo iniziato la scuola papà non aveva mai avuto un posto fisso di lavoro, faceva qualche lavoretto ogni tanto, ma la maggior parte delle volte era a casa.
I soldi mancavano sempre, già a quell’età avevo capito che non potevo chiedere niente. Il frigorifero spesso era vuoto, se c’era qualcosa la maggior parte delle volte non mi piaceva, ma ero costretto a farmelo piacere. Quella sera inondai mio padre di domande. Continuavo a chiedergli cosa avrebbe dovuto fare,  com’erano gli elicotteri, se avrebbe potuto guidarne uno”.
“Cosa faceva?”
“Fu assunto nel reparto del controllo dimensionale, controllava le misure dei pezzi. Non ho mai saputo come diavolo fece ad entrare in quell’azienda. E’ passato un sacco di tempo, ma ricordo quel mese come se i fatti fossero accaduti ieri. Papà pian piano, iniziò a ricordarsi che la vita era fatta anche di sorrisi. Tornava a casa dal lavoro abbastanza stanco, ma entrava in casa sempre sorridendo. Raramente mi era capitato di vederlo felice, prima di quel momento. La consapevolezza di aver trovato un lavoro sicuro, di ricevere uno stipendio, portarono a lui e alla casa una sensazione di di pace, della quale avevamo proprio bisogno. Poi arrivò il periodo natalizio. Tutto era illuminato, il paese era pieno di decorazioni, a scuola preparavamo la recita, e io non vedevo l’ora che iniziassero le vacanze. Quando poi le vacanze arrivarono le maestre ci riempirono di compiti, come sempre.
Non avevo voglia di fare niente, volevo semplicemente assaporarmi quegli sprazzi di vita normale che ci stavano accadendo, volevo godermi i sorrisi dei miei genitori. Papà lavorò fino al 23 dicembre, me lo ricordo perché il giorno dopo era la vigilia.
Quella sera provai per la prima volta la sensazione di felicità. Ero in camera mia a guardare i cartoni, mamma era in sala che guardava una di quelle soap opera americane, nelle quali la gente finge di essere felice e di amarsi. Suonò il citofono, era papà.
Corsi ad aprirgli. Qualcosa dentro di me mi disse di uscire dalla porta ad aspettarlo, mentre saliva le scale. Non lo facevo mai, ma un presentimento mi convinse. Aveva in mano dei pacchi regalo, saliva le scale saltellando e urlando che era arrivato Babbo Natale. Iniziò l’ultima serie di scalini e io gli corsi incontro, gli saltai addosso, rischiammo entrambi di cadere. Tra quei pacchi c’era il mio regalo di natale.
“Stasera mangiamo la pizza” mi disse.
“Davvero? Giuramelo?”
“Te lo giuro”.
Ritornai su per le scale, entrai in casa correndo e urlando. Mamma all’inizio si spaventò, poi quando vide papà la sua faccia si dipinse di un sorriso enorme, infinito.
Lo abbracciò, prese i regali e li sistemò sotto quella specie di albero che avevamo cercato di fare. Era piccolo e abbastanza brutto, gli addobbi erano veramente pochi, ma non importava. Quella sera sembrava che qualcosa fosse cambiato.
“Mi hanno dato la tredicesima” disse mio padre a mia madre. Non sapevo cosa fosse e non mi interessava. Non vedevo l’ora di mangiarmi la pizza.
“Dai papà muoviti, chiama la pizzeria!!!!”
“Che pizza vuoi Samuel?”
“E che ne so? Quanti tipi di pizza esistono?”
Avevo 8 anni, non avevo mai mangiato una pizza.
“Ecco la lista Samuel, qui ci sono tutte le pizze. Guardala per bene e dimmi quale ti ispira di più”.
Sapevo solo che la pizza normale, senza nessun ingrediente, era la pizza margherita. Presi la lista, sulla copertina c’era disegnata una pizza appena sfornata e sullo sfondo un forno a legna.
“Ma come fai a ricordarti anche i dettagli?”
“Non le puoi dimenticare certe emozioni.
Iniziai a scorrere i nomi, ad un certo punto lessi “pizza americana : wurstel e patatine”.
Il fatto che una pizza si chiamasse così mi colpì e decisi di prenderla. Prima di dirlo a papà ebbi un momento di tentennamento. Mi ero dimenticato di guardare quanto costasse. Ripresi in mano la lista, prima di guardare il prezzo della pizza che avevo scelto, lessi quello della pizza margherita.  Solo dopo andai a controllare quanto costava la pizza americana. Volevo vedere quanto stavo facendo spendere in più a mio padre. Per fortuna la differenza era minima.
“Papà ho deciso, voglio la pizza americana”, mamma chiamò la pizzeria e ordinò.
Aspettammo circa una mezz’oretta, durante l’attesa mamma e papà mi raccontarono alcune delle loro avventure  più divertenti, di quando avevano la mia età. Ridemmo a squarciagola, come se qualcuno fino a quel momento ce lo avesse impedito. Poi finalmente squillò il citofono, era il ragazzo delle pizze. Per la prima volta sul nostro tavolo c’era qualcosa di colorato, di bello, di buono. Mi ricordo che cercai di gustarmi la pizza, ma dopo la prima fetta mangiata con calma, mi divorai le altre in un batter d’occhio. Finito di mangiare, ci spostammo nella nostra minuscola sala e decidemmo di guardare un film che davano in televisione.
Del film ricordo poco, passai tutta la sera a pregare che quella sensazione di felicità, di calma, di spensieratezza e quelle risate potessero durare per sempre”.

Gezim Qadraku.