Cena vegana

Siamo andati in questo nuovo ristorante in Porta Ticinese.
“Paradiso vegano” si chiama.
Cucina esclusivamente vegana.
È da un mese che Marta non fa altro che contattare chiunque pur di trovare qualche coppia di amici disposta a venire con noi. Finalmente Pietro e Michela sono riusciti a liberarsi.
Marta non ha fatto altro che ripetermi di quanto cambiare l’alimentazione sia importante, che scelte come queste incidono sul clima, che la causa principale dei gas serra siano gli allevamenti intensivi.
Ho annuito per tutto il tragitto, sperando di risultare credibile.
In realtà ormai è talmente fissata con il salvare il mondo che parla da sola. È partita come un treno ad alta velocità e non sembra ci sia nessuno pronto a fermarla.
Io sono l’ultimo che ci proverà.
Sai che cazzo me ne frega di tutta sta roba.

Quando siamo arrivati al ristorante avevo la testa in procinto di esplodere.
Come se non bastasse anche Pietro e Michela erano entusiasti e felicissimi di provare questo nuovo locale.
Ci siamo seduti e abbiamo dato inizio alle danze.
Discorsi sul clima, sulle conseguenze per il nostro futuro e su quello degli animali.
Ogni tot minuti una pausa per sottolineare che quella roba presenta nel piatto avesse un sapore un po così, un po’ cosà.
Fino a ieri mangiavamo sui tombini, ora siamo diventati esperti di impiattamento e ci lamentiamo se in ciò che mangiamo non c’è un contrasto di sapori.
Acido e dolce allo stesso tempo, altrimenti è da buttare.
Poi la consistenza e il nome del piatto.
Abbiamo avuto da ridire su un po’ di nomi. Ancora un anno e finisce che ne apriamo noi uno di ristorante.

Non ho mai fumato così tante sigarette in vita mia.
Sono uscito dal ristorante con una fame assurda. Mi sarei volentieri fermato a prendermi una bella pizza capricciosa o direttamente al Mc Donald’s.

Siamo arrivati a casa abbastanza tardi.
Jessica, la babysitter, ci ha aperto la porta.
Ci ha detto che Martina si era addormentata un’ora prima e che la serata era andata bene.
Marta l’ha salutata e ringraziata. Io l’ho accompagnata fuori.
Aveva parcheggiato la macchina nella via che fa angolo con la nostra. Ci siamo guardati attorno e tutte le luci delle villette erano spente.
Ci siamo baciati calorosamente. Ho messo le mie mani un po’ ovunque e lei ha fatto lo stesso. Un manciata di secondi e mi sono rivitalizzato.

Ha ventun anni e studia medicina. Fa la babysitter per noi da circa un anno.
Scopiamo da una decina di mesi. Lo facciamo due-tre volte di fila, è insaziabile.
È la mia droga preferita. Mi tiene in vita.
Con Marta non ricordo neanche quando sia stata l’ultima volta e non mi interessa neanche.

Sono tornato dentro.
Ho detto a Marta che sarei rimasto a guardare un po’ di televisione, lei mi ha risposto che era distrutta.
Ci credo, ha parlato per più di due ore di fila.

Dopo una mezz’ora mi ha scritto Jessica.

“Allora com’è andata la serata? Che avete fatto di bello?”
“Siamo andati in un ristorante vegano. Loro hanno cercato di risolvere il problema dell’inquinamento e commentato i piatti, io ho recitato.”
“Cioè?”
“Ho cercato di mostrarmi interessato.
Ho dato la mia opinione su ogni discussione.
Ho criticato qualche piatto.
Ho fatto il bravo marito, il bravo padre.
Ho recitato.”
“Ti ho pensato tutta la sera!”
“Anch’io non ho fatto altro che pensarti”.
“Ti vorrei qui, ora. Ho voglia di te!”
“Anch’io ho voglia di te!”

Gezim Qadraku.

Domenica sera

La solita sensazione di malinconia avvolge la camera
Il pc riproduce la canzone dei negramaro
La pioggia cade sulle foglie marroni d’autunno
Il libro di Bukowski aspetta di essere finito
Il plaid sul letto mi ricorda che domani mattina farà freddo e sarà ancora più dura alzarsi
Il cellulare non vibra da tanto tempo
Il tuo ricordo è l’unica cosa che riempie veramente le giornate
Mi preparo un thè e conto di passare la serata leggendo
Ieri notte ti ho sognata, spero di sognarti anche stanotte
Mamma mi dice che domani non potrà darmi il passaggio
Papà mi chiede se posso portare fuori il cane
Ho finito le sigarette, un’ottima scusa per uscire a comprarle
Metto in tasca l’ipod, poi decido di lasciarlo a casa
Voglio godermi il silenzio post-cena che copre il paese
Apro la porta, mi allaccio bene il giubbotto
Asky vuole correre, sto al gioco e aumento il passo
Le strade sono così silenziose
Non c’è anima viva in giro
In tutte le case ci si prepara per domani
Per un altro lunedì, per un altra settimana
Stanno combattendo tutti la stessa sfida, stiamo combattendo tutti la stessa sfida
Compro le sigarette e ne accendo subito una
Asky vuole giocare
Alzo la testa e butto fuori il fumo
Il cielo è nuvoloso, ma bellissimo
La sigaretta è buonissima
Ho fatto bene ad uscire a quest’ora
Dovrei farlo più spesso
Ricomincia a piovere, ma decido di restare ancora un po’
È troppo bello qui fuori
Io, Asky, una sigaretta e il silenzio

Gezim Qadraku.

Amici

Sono le 20:15, l’arrivo a Milano Centrale era previsto per le 20:05. Il treno è ancora fermo a pochi metri dalla stazione. Il vagone non è affollato, una decina di persone, il silenzio è stata la costante di tutto il viaggio. Sono in piedi da qualche minuto insieme a tutti gli altri passeggeri, mi sono già messo il giubbotto e guardo fuori dalla finestra per capire il motivo della sosta. Davanti a me una coppia giovane. Lei è una delle ragazze alla moda di questi tempi.
Converse ai piedi, risvoltino ai jeans, borsa che vale uno stipendio e quella sensazione che una del genere non abbia molto da offrire. Mentre il suo ragazzo le parla, uno che avrà sì e no vent’anni, ma ne dimostra dieci di più, lei controlla le notifiche sullo smartphone.
Distratto dalle parole che lui le rivolge, non mi accorgo che il treno è ripartito e si sta fermando di nuovo perché finalmente siamo arrivati.
Quindici minuti di ritardo. Bentornato in Italia.

E’ una sera di novembre, una leggera nebbia ha colorato Milano di grigio, ma non fa ancora freddo per fortuna. Attraverso la stazione camminando alla velocità che questa città richiede, è passato un po’ di tempo dall’ultima volta, ma più di vent’anni di abitudini milanesi saranno difficile da dimenticare.
Mi lascio la stazione alle spalle e mi dirigo verso la fermata del tram. In meno di dieci metri due venditori di accendini e altri oggetti mi si avvicinano, ma proseguo avanti senza dir loro neanche una parola. Prima di arrivare alla fermata vedo un senzatetto per terra avvolto in una coperta di lana di colore rosso. Davanti a lui un bicchiere di plastica quasi vuoto. Non gli lascio nessuna monetina. “Se aiuto lui dovrei aiutarli tutti”, mi ripeto ogni volta. Dato che non posso aiutare tutti, allora non aiuto nessuno. Dopo essermelo lasciato alle spalle mi dico che avrei potuto dargli almeno un euro. Se io aiuto lui, qualcuno aiuterà un altro senzatetto da qualche altra parte. Non è di certo compito mio dare una mano a tutti, basta che io faccia qualcosa per chi incontro sulla mia strada. Arrivo alla conclusione che sono una persona egoista come tanti, non do mai una mano a nessuno e utilizzo sempre la solita scusa per pulirmi la coscienza.

La mia attenzione viene successivamente rapita dal fatto che il monitor alla fermata non funziona e non so tra quanto arriverà il tram. Cerco di orientarmi di nuovo in quella che è stata la mia quotidianità per tanto tempo.
C’è solo una donna che parla al telefono al mio fianco, ha le cuffie e sembra che abbia la videocamera accesa,  dato che continua a fare facce simpatiche mentre parla. Nel frattempo arriva gente, è un continuo di clacson che suonano e macchine che non rispettano il semaforo rosso. Osservo l’entrata della stazione e mi accorgo che è piena di ragazzi di colore, chi vende qualcosa e chi vaga senza una meta.
Continuo a scrutare la vita milanese che mi scorre di fianco, è passato un anno dall’ultima volta, mi pare un’eternità. Gli amici mi stanno aspettando a casa di Luca. Tra una settimana parte per New York e ha voluto fare una cena come ai vecchi tempi per salutarci. Non potevo assolutamente mancare.

Mentre cerco di immaginarmi come andrà la serata, il tram arriva. Salgo, non ho il biglietto, me ne accorgo solo una volta dentro. Non ci saranno controllori in giro a quest’ora. Rimango in piedi, continuo ad osservare ogni minimo dettaglio. Penso di mettermi le cuffie ed isolarmi, ma preferisco proseguire ad ascoltare ciò che succede. Solo il fatto di udire di nuovo le persone che parlano in italiano mi dà l’idea di essere a casa. Anche se in realtà è da un quarto di secolo che mi chiedo quale sia il posto che io debba considerare casa. Mi mancavano i tram milanesi. Sono su uno di quelli vecchi con gli interni di colore marrone, quanto li amo. Mi fanno provare una strana nostalgia verso un’epoca che non ho mai vissuto. Davanti a me due giovani ragazze parlano in inglese, saranno qui in Erasmus. Continuo a fissarle, sono veramente carine. Mi sento a disagio perché non ho la più pallida idea di che età possano avere, potrebbero anche essere minorenni. Allora cerco di guardare altro, osservo la città, ma continuo ad ascoltare ciò che accade sul mezzo. Un ragazzo parla al telefono con un amico, una certa Marta gli ha chiesto se una mattina è libero per fare colazione assieme. Ha un sorriso a trentadue denti mentre parla, gli brillano gli occhi. Se solo Marta potesse vederlo, per rendersi conto di quanto lo ha reso felice.
Scende alla fermata successiva insieme alle ragazze.

Dopo una ventina minuti sono finalmente arrivato, sicuro che i ragazzi avranno provato a chiamarmi, ma la scheda tedesca non funziona una volta passato il confine.
Fortunatamente c’è un supermercato nella via dove abita Luca, non posso presentarmi a mani vuote. Compro il primo vino che costa più di cinque euro. Sono stanco e in ritardo per perdere tempo a scegliere. Arrivo alla cassa, davanti a me c’è un uomo di colore. Non è africano, sarà Pakistano o Indiano. Ha una faccia sofferente, è stanco, la schiena curva in avanti, i vestiti sporchi. Ha comprato cinque bottiglie di vino bianco. Le inserisce tutte in un sacchetto, esegue due nodi e lo guarda con insicurezza. Lo sa che potrebbe rompersi e rimane fermo per qualche secondo a pensare. La cassiera lo osserva dubbiosa. Probabilmente è indeciso se spendere dieci centesimi per comprarne un altro, evidentemente per lui quegli spiccioli fanno la differenza. Decide di risparmiare ed esce dal supermercato. La gente di fianco a noi sta soffrendo, ma molte volte non ci accorgiamo di nulla. Bisognerebbe fermarsi a guardare ciò che ci circonda, per rendersi conto di quanto si è fortunati.

Pago la bottiglia, esco dal supermercato e mi dirigo verso il numero civico 26.
Citofono, mi aprono subito senza chiedere chi è. Luca mi ha scritto che l’entrata del suo condominio è la lettera E. Do un’occhiata veloce e capisco che deve essere quella davanti a me in fondo. Un altro citofono, il portone si apre e già sento le voci famigliari dei ragazzi. Non faccio in tempo a fare i primi scalini che intravedo una luce uscire da una porta del primo piano:

FINALMENTE!
E’ Luca, mi corre incontro, ci abbracciamo forte.

“Ho provato a chiamarti, ma rispondeva una voce tedesca”
“Eh sì immaginavo, appena esco dalla Germania non sono più raggiungibile”
“Sarei venuto a prenderti, ma ho pensato che sarebbe stato inutile”
“Hai fatto benissimo, poi sono solo venti minuti di tram che sarà mai”

Saliamo insieme, varco la soglia e vengo investito da una botta di ricordi e sorrisi. Non manca nessuno: Clara, Greta, Jack e Pippo.

“E’ arrivato il cruccoooooo!”
“Eccolooooo!”
“Marcolino finalmenteee!”
“Ohhh ragazzi che bello rivedervi!”

Abbraccio tutti. Sembra passata una vita dall’ultima volta, eppure niente è cambiato. Neanche il tempo di mettere giù la borsa, che mi ritrovo con in mano un bicchiere di vino rosso a parlare con quelli che sono stati i miei compagni di vita durante il periodo universitario. In pochi minuti le distanze e i cambiamenti spariscono, ogni singolo ingranaggio riparte a funzionare da dove si era fermato.
Pensare che tre anni fa festeggiavamo le nostre lauree e da quel giorno ognuno ha preso una via diversa. Io l’unico ad aver lasciato l’Italia,  Clara e Pippo hanno trovato lavoro a Roma, Greta convive con il suo ragazzo a Verona, Jack si è dato al giornalismo e Luca, dopo vari tentativi, ha deciso di provare l’esperienza americana.

“Ragazze ditemi subito cosa mi avete cucinato”
“Indovina un po’?”
“Cozze gratinate?”
“ESATTO!”
“Ahhhhh quanto mi manca il cibo italiano”
“Solo il cibo è, gli amici no?”

Risata collettiva, io e Jack ci picchiamo per gioco come abbiamo sempre fatto.
La serata prende il via, apparecchiamo la tavola tutti insieme e ognuno di noi racconta le novità agli altri. Si inizia a mangiare e tra una bicchiere di vino e l’altro sembra di tornare indietro negli anni. Finiti i primi Jack riceve una telefonata e si rifugia in una stanza, io e le ragazze usciamo a fumare, Pippo e Luca restano dentro a bere. Mi metto in mezzo a Greta e Clara chiedendo a loro di raccontarmi cosa mi sono perso in tutto questo tempo. Dopo qualche minuto smetto di ascoltarle, mi concentro sulle loro mani che mi scombussolano i capelli per farmi arrabbiare, guardo Pippo e Luca in cucina mentre bevono e ridono felici.

Un’ondata di ricordi invade la mia testa, ripenso a quegli anni passati insieme tra libri ed esami, quante gioie e delusioni, ma sempre  gli uni di fianco agli altri. Siamo un gruppo unito, ci vogliamo bene e questa cena ne è l’ennesima dimostrazione.
Solo ora che mi ritrovo in mezzo a loro, mi accorgo di quanto mi mancano.
Perso nei pensieri, mi dimentico di fumare la sigaretta. Sento che tutte queste reminiscenze mi stanno facendo commuovere. Ho gli occhi lucidi, fingo uno starnuto per non farlo notare alle ragazze.
Mi chiedo se ci sarà una prossima cena, penso a quante cose potranno cambiare negli anni, forse riusciremo tutti a costruirci una famiglia. Spero solo che ognuno di noi possa essere felice.

Racconterò di loro ai miei figli, quando mi chiederanno cos’è l’amicizia.
La paragonerò ad un oggetto di cui loro non avranno mai sentito parlare, ovvero la cassetta a nastro. Un oggetto che è già introvabile adesso, figurarsi tra qualche anno. Gli racconterò di come funzionavano le cassette, dei tasti che aveva una radio. Il Play, lo stop, le frecce per mandare avanti o tornare indietro. Dirò loro che l’amicizia è un bene prezioso, del quale bisogna prendersi cura. Proprio come facevamo noi da piccoli con le nostre cassette preferite, per poterle riascoltare ogni volta che ne avevamo voglia. Così è l’amicizia, se te ne prendi cura, puoi ascoltarla ogni volta che vuoi, perché non ci sarà distanza che tenga, il tempo per i tuoi amici riuscirai sempre a trovarlo.
Poi basterà schiacciare il tasto play e tutto ripartirà da dove si era fermato.

Gezim Qadraku.

Al ristorante

Il cameriere chiese ai due cosa volessero da bere.
“Che vino vuoi amore?”
“E’ indifferente”, rispose lei senza un minimo di interesse.
Quell’atteggiamento fece arrabbiare Riccardo. Si presentava, ancora una volta, la solita situazione. L’incapacità di Amina nel prendere una decisione.
Era la loro prima cena da coppia. Stavano insieme da un paio di mesi, ma questa caratteristica caratteriale della ragazza era subito saltata all’occhio di lui. Si conoscevano ancora poco, e lei non era una di quelle persone che condividono immediatamente i propri segreti. A differenza di Riccardo, che dopo pochi giorni le aveva raccontato quasi tutta la sua vita. Era una ragazza silenziosa lei, quel tipo di persona che ha sofferto molto nella vita, e ha superato le difficoltà da sola, senza dover chiedere aiuto a nessuno. Atteggiamento caratteristico di molti, quello di chiedere il sostegno degli altri quando si trovano in difficoltà. Lei invece era convinta che non bisogna appoggiarsi a qualcuno quando non si sta bene, perché se la persona in questione ad un certo punto decide di andarsene, poi come si fa?
Succede spesso. Le persone se ne vanno e ti lasciano lì, da solo, con i tuoi guai.
Il ragazzo rimase in silenzio per più di un minuto, cercando di contenere la sua rabbia, mentre lei continuava a non guardarlo. Girava e rigirava le pagine del menù.
L’aveva avvertito appena si erano conosciuti che non era il tipo di persona che fa questo genere di cose. A lei non interessavano le cene o i posti di gala. Era una di quelle ragazze che preferiscono una scatola di gelato davanti alla serie tv del momento, per festeggiare l’anniversario. Lui non ne aveva voluto sapere e l’aveva portata in uno dei migliori ristoranti della città.
“Possibile che non scegli mai? Non ti può sempre andare bene ogni cosa!”
“Sì invece”.
“NO INVECE.
NON FAI MAI UNA SCELTA.
DICI SEMPRE CHE TI VA BENE TUTTO. E’ SEMPRE INDIFFERENTE PER TE.
NON E’ POSSIBILE!!”.
Riccardo non era riuscito a contenere la sua ira. La ragazza smise di leggere il menù, avvicinò la sedia al tavolo e iniziò a parlare, fissando Riccardo.
“Non ho mai avuto la possibilità di scegliere, perché non ho mai avuto niente nella mia vita. Da piccola qualsiasi cosa c’era nel frigorifero andava bene. E se per caso non mi piaceva, dovevo farmela piacere. A papà è stata amputata una gamba quando avevo solo tre anni. Lui non poté più lavorare da quel momento. Mamma cuciva i vestiti dei nostri amici quando raramente glieli portavano. Avrebbe potuto fare la sarta, ma non abbiamo mai avuto i soldi per aprire un negozio.
Luka aveva iniziato a fare qualche lavoretto qua e là, portava sempre qualche soldo a casa. Mamma aveva paura che prendesse qualche giro strano. Andava lui a comprare il cibo, o meglio, quello che potevamo permetterci con quei soldi, in tempo di guerra. Le uova erano il prodotto che costava di meno. Acqua ed elettricità diventarono un lusso in quel periodo, quindi mamma, nei brevi momenti in cui c’erano sia acqua che elettricità, ci preparava grosse porzioni di cibo, in modo tale da averlo pronto per giorni. Capitava che mangiassimo uova per una settimana intera. Si raffreddavano, ma era comunque un miracolo trovare qualcosa nel piatto all’ora di cena. Non abbiamo mai avuto niente noi.
Sono nata povera, ho rischiato di morire povera, ma il destino ha deciso diversamente. Per me vivere ha sempre significato soffrire e non avere quello di cui avevo bisogno. Ho smesso di sognare nel momento in cui ho iniziato ad andare a scuola. Non era consigliabile farlo, meno sognavi e più la tua vita era semplice. La realtà, vera e cruda, mi è stata gettata addosso sin da piccola. I sogni non si realizzano, il mondo è un posto ostile dove chiunque è pronto farti cadere. Aspettavo Babbo Natale quell’inverno, ma arrivarono solo bombe. Un centinaio, ogni giorno. Fu così per più di tre anni. Smisi di andare a scuola, passavo le giornate a contare le esplosioni. Poi fummo costretti a scappare, a rifugiarci nei boschi. Del cibo non c’era più traccia, così non ci rimase altra scelta che iniziare a mangiare la colla dei cartelloni pubblicitari e le ortiche. Questo è stato il mio pasto per alcuni mesi.
Sono sopravvissuta alla guerra e mi hanno portata qui. Avevo solo dodici anni e sono cresciuta in mezzo a persone che nel weekend andavano a mangiare caviale e Champagne. Io non sapevo manco cosa fosse il caviale.
Quindi avere tutto e poter scegliere, sono delle novità per me. Non riesco ad abituarmici. Non riesco a preferire una cosa rispetto ad un’altra, e non sarò mai in grado di lamentarmi.
Ogni situazione che vivo è migliore di quelle in cui sono cresciuta.
Non me ne frega proprio un cazzo del vino. Bianco,rosso o rosè, scegli quello che preferisci. Pure il vino è una novità. Sono cresciuta con l’idea che l’alcool fosse una cosa da ricchi, e io sono sempre stata povera”.