Ero felice

Mentre osservavo il miscuglio di colori che dipingevano il cielo, mi tornò alla mente il passaggio di un libro che avevo letto tempo addietro. Non ricordavo esattamente le parole che l’autore aveva utilizzato, ma descriveva la magia di essere felici ed essere in grado di accorgersene.
Non succede quasi mai, se ci si pensa.
Fa sempre più clamore l’infelicità o un periodo negativo che un bel momento.
In quegli istanti mi resi conto che mai mi sarei potuto dimenticare quel periodo.

Quella era stata una di quelle giornate che preghi affinché possano durare per l’eternità. Mancavano ancora una manciata di minuti prima che le persone terminassero la propria giornata lavorativa e intasassero le strade.
Pareva che la poca natura ancora presente in città si stesse godendo l’ultimo respiro prima di assistere alla solita corsa degli esseri umani.

Era ancora inverno secondo il calendario, ma il calore che i raggi di sole sprigionavano davano la sensazione che la primavera volesse iniziare il suo corso in anticipo.
Tutto pareva essersi vestito dell’indescrivibile colore del cielo, un arancione roseo che lasciava senza fiato.
Non vi erano dubbi, sarebbe stato un tramonto coi fiocchi. Ero uscito a fare due passi dopo una calda e infinita doccia rigenerante. Ero solito provare dei brividi di freddo quando uscivo a quell’ora, soprattutto dopo essermi lavato. Quel giorno però si stava divinamente.

Il leggero giubbottino primaverile si era rivelata la scelta giusta. Camminavo senza una vera e propria destinazione, lasciandomi colpire dai raggi di sole e cercando di godermi i suoni di ciò che mi circondava. Le grida dei bambini al parco giochi, i freni delle automobili al semaforo rosso, il cinguettio degli uccelli e il leggero venticello che mi accarezzava i capelli. Decisi che la cosa migliore da fare era trovare un posto che mi permettesse di avere una visuale dall’alto della città. Volevo trovarmi nel posto più alto possibile per godermi l’arrivederci del sole e l’arrivo del buio.

Ero proprio felice in quel periodo e la cosa buffa è che non vi era un motivo ben preciso. Per anni, come penso tutti, avevo erroneamente collegato la felicità a un traguardo, a una persona o comunque sempre a un qualcosa. Quello è sicuramente stato il periodo più felice della mia vita, nonostante fossi lontano da tutto ciò che di più caro avevo. Eppure di niente e di nessuno più mi importava e per la prima volta la persona che guardavo allo specchio mi piaceva.

Era una felicità inspiegabile e che nessuno avrebbe potuto comprendere. Non persi tempo per provare a condividerla. Mi ricordai delle parole di Oscar Wilde, scrisse che quando una persona gli piaceva non ne rivelava il nome per gelosia.
Lo stessi feci io con quella parte della mia vita, non la manifestai a nessuno e provai a godermela fino all’ultima goccia. Ricordo un particolare di quei momenti, guardavo sempre in alto.
Fissavo il cielo e provavo ad accarezzare le stelle.
Ero felice e tutto mi sembrava possibile.

Gezim Qadraku

Goccie di malinconia

Non rideva mai, lui.
Sorrideva, a tratti, come per fare un favore a chi gli stava intorno.
O forse a se stesso, semplicemente per evitare che la gente gli chiedesse come stava.

Era un tipo taciturno.
Odiava l’esercizio del parlare.
La considerava l’azione più inutile che l’uomo fosse in grado di fare.

Era un adulatore del silenzio.
La solitudine gli aveva permesso di apprezzarlo, il silenzio.
Quella meravigliosa assenza di inutili rumori.

Così aveva etichettato le chiacchiere delle persone: inutili rumori.
In silenzio, da solo, aveva letto i libri che gli avevano salvato la vita.
Era un tipo taciturno, incapace di essere felice, sempre vestito di un velo di tristezza.

Eppure su di lui aveva un buon odore quel profumo di malinconia.
A modo suo stava bene e non gli interessava che gli altri capissero la sua situazione.
Aveva lottato e perso pezzi di se stesso per conquistarla, e ora se la godeva.

Sorridendo, ogni tanto, senza mai lasciarsi andare del tutto.

Gezim Qadraku.

Foglie d’autunno

Avevo impostato la sveglia presto per oggi, 7:00. Ho bisogno di dare un cambiamento netto alla mia vita. Ho deciso di lasciare lo smartphone sulla scrivania, così che dovevo per forza alzarmi dal letto per spegnere la sveglia.
Quante me ne sono dette in quell’istante. Mi sono alzato, a momenti cadevo, l’ho spenta e ho immediatamente guardato il letto, con la volontà di buttarmici dentro. I sensi di colpa però mi hanno impedito di farlo.

Mentre aspetto che il latte bolla, preparo la mia tazza blu con l’emoji sorridente. La guardo e cerco di ricordarmi da quanto ce l’ho, dovrei cambiare anche lei. Ci butto dentro un cucchiaio di zucchero di canna e mezza bustina di Nescafé, nel frattempo sento che il latte è pronto. Lo verso nella tazza e per un soffio non esce fuori. Faccio per prendere la tazza e dirigermi verso la scrivania, ma penso che sia troppo rischioso, il latte uscirebbe facilmente e inizierei la giornata sporcando il pavimento.

Allora decido che è meglio berne un pochino e inizio a girare il cucchiaio fino a quando il caffè si è mischiato con il latte, dando vita a un colore marrone uniforme. Faccio un sorso, quanto basta. La temperatura è perfetta, ho spento il fornello nel momento esatto. Qualcosa di giusto ogni tanto. Mi dirigo alla scrivania, appoggio la tazza e torno in cucina a prendere i muesli. Mi accorgo che sono quasi finiti, ce ne sono abbastanza per oggi e domani, di più non credo. Devo ricordarmi di comprarli quando vado a fare la spesa sabato. Sarebbe meglio se me lo appuntassi da qualche parte, ma poi mi dico che tanto me lo ricorderò, consapevole che invece mi dimenticherò e già mi immagino la scena di me incazzato dopo essere tornato dal supermercato ed essermi accorto di non averli comprati.

Torno alla scrivania e verso un po’ di muesli nella tazza. Inizio a mescolare aspettando che si ammorbidiscano. Guardo fuori dalla finestra. Tutto sembra colorato di grigio nebbia, l’autunno è arrivato. Finalmente mandarini e castagne, tè caldo alla sera e domeniche sotto le coperte a guardare Netflix.

Mentre giro il cucchiaio ripenso a ieri. Ai silenzi pesanti di Greta. Si è rotto qualcosa tra di noi. Abbiamo parlato pochissimo. La serata è scappata via senza sfiorarci. Giusto il bacio iniziale e quello della buonanotte. È finita, non c’è più niente da fare. Non la sento presente quando siamo insieme, è da un’altra parte. Controlla sempre ansiosa il cellulare, risponde confusa, non c’è più. Non mi vede più. Penso che se non le scrivessi si dimenticherebbe della mia esistenza. Sto male, è come se qualcuno mi stia sparando un proiettile al giorno dritto nel cuore. Così è ancora più doloroso, la sua indifferenza mi uccide.

Starà sentendo qualcun altro, ne sono sicuro. Non so che fare, non so neanhe se ho voglia di provare a salvarla la nostra relazione. Voglio provare a salvare me stesso questa volta. Concentrarmi sulla mia vita e il resto che si fotta pure. Non ho più tempo, ho corso tutta la vita dietro alla gente, ho perso pezzi per salvare relazioni e non è servito a nulla. Sto andando avanti senza parti di me, le ho buttate via per gli altri. Se almeno l’avessi fatto per me avrebbe avuto senso.

Finalmente i raggi di sole iniziano a bucare il grigio denso della nebbia, i muesli sono morbidi abbastanza. Guardo le foglie colorate cadute ai bordi della strada e mi pare di vedere me stesso. A terra, non preso in considerazione, pronto ad essere spazzato via da una leggera folata di vento senza neanche la forza di opporre resistenza.

Gezim Qadraku.

Scatta, modifica, pubblica

Li osservavo, mentre indaffarati si precipitavano giornalmente su ciò che aveva attirato la loro attenzione.
O meglio, su ciò che pareva essere diventato l’unico motivo per il quale vivere.
La condivisione della propria quotidianità con il mondo della rete.
Si affannavano a scattarsi fotografie e a mostrarsi felici e completi. Il picco di questo impegno lo si notava durante le feste.
Immagini di famiglie sedute a tavola, di gite fuori porta o di radunate tra amici per passare quella festività insieme.
Una valanga di scatti, foto e video. Ogni creazione accompagnata da una frase banale e ripetitiva che la si ritrovava nel profilo di qualcun altro.

Il processo era sempre il medesimo: posizionati, sorridi, scatta e controlla. Riposizionati, sorridi di nuovo, scatta e ricontrolla. Così fino a quando il risultato catturato dalla fotocamera era abbastanza finto da sembrare perfetto. Per raggiungere il livello estetico più alto i social network mettevano a disposizione programmi per modificare le foto. Una volta raggiunto l’apice della bellezza, l’ultima e la più importante delle azioni: pubblica.

Pubblica la tua foto finta che utilizzi per far sembrare la tua vita felice.
Pubblica e condividi tutto ciò che fai con persone che fingono di interessarsi a te.
Scatta, modifica, pubblica.
Fallo di nuovo.
Poi di nuovo ancora.
Continua così fino all’infinito.

Li osservavo e ridevo.
Mi lasciava senza parole l’impegno che impiegavano nel scattarsi una foto e la cura maniacale nel ritoccarla.
Ogni tanto giocavo a prenderli in giro. Commentavo qualche contenuto, facevo un paio di complimenti e nelle risposte vedevo questa esplosione di felicità. Ci credevano davvero alle mie parole.
Quando mi divertivo. Erano così tristi e frustrati, ma non se ne sarebbero mai accorti.
Avrei voluto essere come loro, riuscire a impegnarmi in quella maniera in azioni tanto futili.

Gezim Qadraku

Lettere d’autunno

È arrivato l’autunno.
Le temperature stanno diminuendo.
Piove sempre più frequentemente.
Il grigio colora la quotidianità di ogni persona, con qualche accompagnamento di diverse tonalità di marrone, arancione e rosso, delle foglie che abbandonano i rami.

Ho appena finito di mangiare, sto lavando le stoviglie. Lascio che l’acqua calda mi cada sulle mani mentre il pc riproduce musica mediorientale.
Le note portano la mia mente altrove, lontano dalla stanza di venti metri quadri che mi fa da casa da un anno. Un posto nel quale, finalmente, dopo ventisei anni, mi sento a casa. Che roba strana la vita.

Il mio pensiero va a te. Mi chiedo cosa tu stia facendo, cos’hai mangiato stasera, come procedono le tue lezioni. Ripeto le parole che mi hai scritto nell’ultima lettera.
Abbiamo deciso di andare avanti così, scrivendoci delle lettere, inviandocele per posta. Stiamo imparando ad apprezzare l’attesa, un foglio di carta e il tempo che uno continua a dedicare all’altra nonostante la distanza.

L’acqua calda mi dà sempre più sollievo. Sono un tipo freddoloso e ora me ne andrei volentieri in letargo. Mentre passo la spugna sulla pentola penso a cosa potrei scriverti. Per un attimo vorrei non doverlo fare più.
Vorrei fossi qui.
Vorrei condividere questo piccolo spazio con te, ascoltare questa musica con te.
Preparare da mangiare per due.
Condividere il letto con te.

Ti scriverò questo nella prossima lettera.
Ti scriverò che vorrei tu fossi qui.

Gezim Qadraku

Muri

Quando decidi di costruirti un muro attorno ti senti ricordare il solito monito: “fai attenzione a ciò che lasci fuori”. Chiunque nella sua vita abbia optato per questa soluzione, lo ha fatto perché ha sentito un grande bisogno di isolarsi. E se una persona decide di abbracciare la solitudine, lo fa perché non vede altre strade percorribili.

Esattamente come coloro che scelgono di lasciare il proprio paese ed emigrare, cercando un futuro migliore da qualche altre parte. Stare da soli non è facile. Farlo per davvero intendo. C’è chi scappa e non ha bisogno del muro. Semplicemente va a vivere lontano da tutto e tutti. Oppure ci sono quelli che rimangono, ma iniziano a mettere su mattone sopra mattone, lasciando fuori tutto quello che reputano dannoso.

A volte si finisce per considerare dannoso ciò che fino a poco tempo prima si pensava parte fondamentale della proprio vita. Sono convinto che tutti abbiano iniziato a prendere in considerazione la solitudine nel momento in cui si sono accorti di non essere ascoltati. Abbiamo tutti bisogno di confidarci, di esprimere le nostre paure, di condividere le nostre gioie con qualcuno.

Smettiamo di farlo quando ci rendiamo conto che nessuno ci ascolta. Quando chi ci sta attorno ci chiede perché facciamo una determinata cosa, ci domanda che percorso di studi abbiamo scelto – dopo averglielo ripetuto migliaia di volte – quando chi dice di volerci bene e di essere pronto a fare qualunque cosa per noi e non riesce nemmeno a ricordarsi la data del nostro compleanno se la togliamo dai social network. Mentre chi solitamente non si sente ascoltato ricorda ogni dettaglio importante della vita degli altri. 

Se dici di voler bene a qualcuno, di amare una persona, ti ricordi tutto di lei. Palahniuk ha scritto che la gente ci chiede come abbiamo passato il weekend solo perché vogliono raccontarci il loro.

E così quel monito iniziale non fa più alcuna paura.
Si è pronti a lasciare fuori il più possibile da quel muro.
Col passare del tempo ci si accorge di essere soli.
Prima lo si accetta e prima si inizia a vivere per davvero.

Gezim Qadraku

Ti ho cercata

Ti ho cercata tutta notte
Ho sognato soltanto te
Ci siamo incontrati nei sogni, come succede da tanto tempo
Ti rincorrevo e tu continuavi a scappare

Volevo parlarti
Non so cosa avessi da dirti di preciso
Correvo più forte che potevo
Ma tu eri sempre più veloce

Ho aperto gli occhi e ho continuato a cercarti
Nel letto non c’eri
Non ci sono più tracce di te
La stanza odora della tua assenza

È un odore atroce, non è rimasto niente del tuo profumo
Ne è passato di tempo
Avrei dovuto abituarmi della tua assenza, ormai
Ma come faccio a dimenticarmi di te?

Gezim Qadraku

I wrote a book

“You look much better, you know?
Last time you were destroyed.”
“We met here after my story with Erika was over, right?”
“Yes, exactly. Now that I think about it, it seems like an eternity has passed.
What have you been doing all this time?”
“I wrote a book.”
“Excuse me?”
“You got it right.”
“My God, that’s wonderful. And what it is about?”
“About her.
About me.
About us.
How my life could have been with her by my side.”

Gezim Qadraku

 

Happiness

While watching the mixture of colours that painted the sky, I reminded of the passage of a book I had read some time ago. I didn’t exactly remember the words the author had used, but he described the magic of being happy and being able to see it.
It rarely happens if you think about it.
Unhappiness or wrong time is more and more outrageous than a good time.
In those moments, I realized that I could never forget that period.
That was one of those days when you prayed that they might last for eternity.
It was still a matter of minutes before people finished their working day and clogged the streets.
It seemed that the little nature still present in the city was enjoying its last breath, before witnessing the usual race of human beings.
It was still winter according to the calendar, but the heat of the sun’s rays gave the feeling that spring wanted to start its course earlier.
Everything seemed to be dressed in the indescribable colour of the sky, a pinkish-orange that left you breathless.
There was no doubt that it would have been a perfect sunset.
I went out for a walk after a warm and endless regenerating shower. I used to feel the chills of cold when I went out at that time, especially after washing. But that day was divine. The light spring jacket proved to be the right choice. I walked without a real destination, letting myself be hit by the sun’s rays and trying to enjoy the sounds of what was around me. Children crying, birds chirping, and the breeze caressing my hair.

The best thing to do was to find a view from the top of the city. I wanted to be in the highest possible place to enjoy the goodbye of the sun and the arrival of darkness.
I was delighted at that time, and the funny thing is that there was no specific reason. For years, as I think everyone, I had mistakenly connected happiness to a goal, to a person or always to something.
That was definitely the happiest period of my life, even though I was far from all that was most dear to me. Yet I didn’t care about anything or anyone anymore. For the first time, I liked the person I was looking at in the mirror.
It was inexplicable happiness that no one could have understood. I didn’t waste time trying to share it. I remembered Oscar Wilde’s words, he wrote that when he liked someone, he didn’t reveal her/his name out because of jealousy.
I did the same with that part of my life, I didn’t show it to anyone and tried to enjoy it until the last drop.
I remember one detail of those moments, I always looked up.
I stared at the sky and tried to touch the stars.
I was happy, and everything seemed to be possible.

Gezim Qadraku

 

Direction nowhere

First days of May, but looking at people’s clothing it seems like late autumn. You can still see scarves and woolen hats.
Today is an odious day. Unceasing rain and biting wind. The classic to spend in the living room under the blankets, eating until you can’t eat any more while watching some useless program on television.

Instead, I am in this small village in southern Germany. I arrived a couple of minutes ago and the next train is in an exact hour. I have a tour of circumspection and I realize that the station is equipped only with a library and a bar. That’s all.

I enter the bar and order an espresso. The waiter asks me if I want to drink it “at the window“. That would be the series of tables arranged with a view to the outside, the parking of the station, or in a more secluded area at the bottom of the room.

I opt for “the window“. I don’t want to miss such a view. I take my place and observe the combination of colors of the chairs and tables. Light green and brown. I like it. It gives me the idea of a split between new and old. I sip the espresso with some fear, but I am happily surprised. It’s not bad at all. Perhaps low expectations play an important role in the judgment. I take out of my backpack the book I’m reading: “The sympathizer“, the Pulitzer Prize of 2015.

I read in a language that is not my native one and live in a country where another language is spoken. I’ve gone so far as to handle four idioms with enough ease. One never knows how many goals can reach. Between one line and the next, I let myself be distracted by the people who arrive at the station. I look up more and more often and enjoy the spectacle of everyday life. I look at people and try to guess their lives. It’s an exercise I’ve been doing since I was a child.
I created stories in my mind starting from reality because it has never been enough for me. Meanwhile, a young girl, too young, running with a stroller attracts my attention. I always wonder what motivates people to have children while they are in what is undoubtedly the best age. She enters the station and disappears in a blink of an eye.

Meanwhile, a stream of teenagers enter and leave the station like ants. I look at their faces and the way they are dressed. It reminds me of the importance I gave to the appearance when I was their age and the total disinterest I felt in school. As I resume the reading I feel a man behind me ordering something speaking in Italian. He knows the waiter. The two of them exchange a couple of jokes. I like the feeling I get when I understand someone who speaks a language other than the local one and this does not have the faintest idea that there is an unknown person around who can understand it. It gives me a feeling of power and control.

I have always needed to keep everything under control. Especially when I’m in a public place I don’t know. I keep reading while I keep my headphones, but all I really do is check the situation around me. I hear a gentleman asking the waiter where the sugar is. I have it. The cashier I assume points towards me and I hear the man moving to my direction. He touches my shoulder and, almost embarrassed, asks me if he can take the sugar. I pretend to fall from the pear tree and play the part. I am one step ahead, I have always been one step ahead. Nothing catches me unprepared. It is impossible to surprise me, I always know what happens, especially if they are people I know. People have become so predictable today that there is nothing interesting about establishing relationships. You only need to go around every social profile to have an almost perfect knowledge of an individual. And then they’re all so interested and focused on themselves. No one observes or tries to understand who is around them. They are impressed when you tell them the smallest details after a short conversation and they don’t understand how you were able to understand them so clearly. It’s so easy for me, a kind of hobby I’d say.

I keep reading, along with pauses to observe people outside.
I like it. For a moment I think I could live in the stations. That wouldn’t be a bad idea since all I need to do to work is my laptop and a Wi-Fi connection. I check the clock and I realize that forty minutes have passed. In twenty minutes I have the train. In ten minutes I get off the table.

I close the book and start to think about my next destination. A town in the south-east of Germany, on the border with Austria. A new reality, new people to know and stories to tell, at least I hope. I don’t know what I could call this period of my life.
As I get up, the words of Ghemon in the song “Voci nella testa” come to mind.
A rhyme says: “direction I don’t know well“.
I modify it, I could call this precise moment of my existence “direction nowhere“.
I don’t know where I’m going, but that’s okay.

Gezim Qadraku.