Ti penso ancora

Niente,
era solo per dirti che ogni tanto ti penso ancora.

Mi domando sempre se tu stia bene.
Mi rispondo che deve essere così.
Se non altro perché io continuo a preoccuparmi di te.

Ora a piccole dosi è vero, ma quanto basta.
Quanto basta per tenere viva una fortezza immaginaria che ti protegga quotidianamente dai pericoli.

Ci sarebbe un’altra cosa che vorrei dirti, ma forse è meglio che tu non la sappia.
Mi manchi.

Gezim Qadraku.

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Dei figli

La stagione dei monsoni aveva appena iniziato a provocare i primi danni.
A causa del maltempo il loro volo era stato cancellato.
Avrebbero trascorso tutta la notte in un piccolo aeroporto sperduto da qualche parte in Asia. La cosa non li disturbava affatto, anzi, l’avrebbero inserita nella lista delle loro infinite esperienze.
Tante ne avevano passate insieme dal giorno in cui si erano conosciuti.
Si erano incontrati in un momento particolare della vita per entrambi.

Lei era sempre stata la ragazza fuori posto, incompresa, solitaria.
Era rimasta in mezzo a quel gruppo di persone formato dalla sua famiglia e dagli amici, che non erano mai riusciti a capirla, fino a quando aveva finalmente trovato il coraggio di salutarli per sempre.
Fece loro soltanto una promessa: se tutto fosse andato nel verso giusto non l’avvrebbero rivista mai più.

Lui invece aveva avuto una vita totalmente diversa. Una bellissima famiglia unita, formata da un grande numero di persone, tra le quali però lui era sempre riuscito ad essere quello che catturava l’attenzione e la stima di tutti, grazie ai suoi successi nel mondo scolastico prima e successivamente in quello del lavoro.
Inoltre un ristretto gruppo di amici fedeli e una persona con la quale era piuttosto sicuro di volerci creare una famiglia.
Un giorno però qualcosa si era rotto e gli aveva permesso di aprire gli occhi.
Davanti alle sue pupille si era materializzata una realtà che non aveva mai visto, o che non gli avevano permesso di osservare.
Si accorse semplicemente che i sogni che aveva realizzato fino a quel giorno non erano i suoi, ma delle persone che gli stavano accanto.
Iniziò a domandarsi chi fosse, ma per un lungo periodo non riuscì a darsi una risposta.

Decise che doveva scoprire chi fosse e pensò che l’unico modo per farlo era quello di mettersi in viaggio. Salì su una bicicletta e dal sud Italia si promise che avrebbe raggiunto le vette più fredde dell’Europa.
Anche lei era in viaggio, ma a differenza sua non aveva una destinazione. Aveva semplicemente bisogno di respirare aria pulita di libertà.

Si incontrarono in un ostello poco fuori dal centro di Parigi.
Lui non lo capì, ma la conquistò nel momento esatto in cui le raccontò cosa stava facendo con quella bicicletta.
Lei comprese subito che quell’uomo avrebbe potuto capire e apprezzare il suo bisogno di libertà.
Lui decise di fermarsi qualche giorno in più nella capitale francese per lei.

Non erano partiti per trovare una persona. Innamorarsi avrebbe soltanto rovinato i piani. Non lo sapevano, o probabilmente se lo erano dimenticati entrambi, che non è il tipo di sentimento che si riesce a tenere sotto controllo.
E così, dopo giorni passati a camminare e chiacchierare tra le vie francesi, in un parco alle spalle della magnifica torre, mentre la primavera rendeva quella città una favola, loro due, davanti a un’ottima bottiglia di vino rosso, si promisero che non si sarebbero promessi niente l’uno all’altra.
Avrebbero vissuto tutto quello che sarebbe arrivato fino a quando quella magia sarebbe durata.
C’era una sola condizione: continuare a viaggiare senza una meta.

Ora, in quell’aeroporto asiatico, le lancette segnavano le 23 e un paio di minuti.
Ne erano passati di anni da quei bicchieri di vino al parco di Parigi.

Non mi sono mai sentito così stanco“, esclamo lui.
L’Asia ci ha distrutti” replicò lei con gli occhi che ancora le brillavano mentre ripensava a quei mesi passati tra India, Vietnam, Laos, Cina e Giappone.
Non intendo questo viaggio in particolare. Mi riferisco al nostro stile di vita. Penso che dovremmo prenderci una pausa. Fermarci da qualche parte.

Erano anni che correvano in giro per il mondo come se qualcuno li stesse inseguendo. Dire quelle parole significava venire meno all’unica promessa che si erano fatti a Parigi.
Non la sentì rispondere e preoccupato riprese: “Lo so che…“.
Lei non lo lasciò finire: “Fermiamoci“.
Cercò i suoi occhi per fargli capire che lo voleva veramente, che non lo aveva detto solo per assecondarlo. Non voleva farlo sentire in colpa.
Anche lei era stanca.
Appoggiò la testa sulla spalla di lui.

“Scegliamo un posto e fermiamoci. Costruiamoci una quotidianità normale. 
Io ora sono pronta a farlo.”

Erano fatti per stare insieme quei due. Da tempo avevano raggiunto entrambi l’obiettivo che si erano posti quando si erano messi in viaggio, ovvero capire chi realmente fossero.
Ora l’avevano compreso.
Ora c’erano le basi per avere una vita normale.

Rimasero in silenzio per una buona mezz’ora, felici del nuovo obiettivo che si erano posti. Ancora stupiti di come riuscissero ad avere i medesimi desideri.

“Non mi hai detto in che città vorresti fermarti però”, gli chiese lei.
“Abbiamo tutta la notte per deciderlo” le disse lui, mentre le rubava un bacio.

Lei stringeva la sua mano da quando avevano iniziato quel discorso.
Dopo quel bacio strinse sempre di più e finalmente si prese coraggio per fargli una domanda che non gli aveva mai fatto.
Tu li vorresti dei figli?
Sì…” rispose lui dopo aver aspettato qualche secondo di troppo e con un tono piuttosto incerto.
Lei lo guardò dubbiosa, invitandolo con gli occhi a concludere quella frase.
Basta che somiglino a te.

Gezim Qadraku.

Quei due…

“Mi piacciono tanto quei due.
Si amano per davvero e lo noterebbe chiunque osservandoli.
Non fanno altro che cercarsi, anche quando si trovano nello stesso posto, giusto per avere la certezza che l’altro sia lì.
Si amano senza chiedersi nulla a vicenda, se non quel sentimento che fiorisce in loro spontaneo.
Farebbero a meno di tutto ciò che li circonda, anche degli averi ai quali sono più legati, pur di portare avanti la loro storia. 
Mi ricordano quelle coppie che quando uno muore l’altro lo raggiunge pochissimo tempo dopo.
Penso che l’essenza di questo indescrivibile sentimento sia proprio questa, la consapevolezza di non poter vivere senza quella persona.”

Gezim Qadraku.

Scrittore

Fuori fa freddo, è arrivato l’inverno
Le giornate si sono accorciate e il buio bussa sempre più presto alla porta
Le mura di casa sembrano aver preso un triste color grigio
La tavola è ancora apparecchiata
Una bottiglia di vino rosso quasi vuota e un pezzo di pane troppo duro da mandare giù
Si respira tristezza e silenzio da queste parti
Guardo fuori dalla finestra alla ricerca dell’ispirazione giusta, ma non trovo nulla
La macchina da scrivere e la sigaretta sono le mie uniche salvezze
Prendo in mano il giornale, sperando di leggere qualcosa di interessante
I ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri
La gente muore in nome del proprio Dio, sperando di avere una vita migliore
Sempre le solite notizie, chiudo quelle maledette pagine
Finisco la sigaretta e mi sdraio sul divano
Spengo la luce e cerco di dormire
Lo stomaco brontola, la cena è stata troppo misera
Piange anche il portafoglio, ma non ho nessuna voglia di trovarmi un lavoro e diventare uno schiavo
I miei amici si sposano e io sogno di fare lo scrittore
Il prossimo racconto sarà quello giusto.

Gezim Qadraku.

Domani è venerdì

L’orologio segna le 12 quando la campanella suona.
Non è una scuola, ma una fabbrica.
Il segnale indica che è arrivato il momento della pausa pranzo. Un’ora per riposarsi e mangiare. Ogni operaio lascia la propria postazione di lavoro e si dirige, chi più velocemente, chi meno, verso i bagni.

È qui che si incontrano Mario e Alberto, due dipendenti storici della fabbrica e amici di vecchia data. Entrambi entrati nello stabilimento nello stesso anno.
Un rapporto sincero nato durante un numero infinito di giornate passate fianco a fianco a lavorare. Poi negli anni uno è stato spostato nel reparto torni, mentre l’altro è finito ai forni. Temperature altissime per otto ore al giorno, con uomini che si guadagnano da vivere mettendo e togliendo pezzi di metallo in questi forni bollenti.
Il lavoro è sempre stato faticoso, ma prima si guadagnava bene. C’erano i soldi per potersi permettere un buon mutuo per la casa, una buona macchina e due settimane al mare ad agosto. C’erano gli straordinari pagati profutamente e le cose procedevano meravigliosamente, nonostante la fatica giornaliera.
Poi tutto è iniziato a peggiorare. Niente più straordinari, settimane lavorative che si accorciano e stipendi che non fanno altro che diminuire. A tutto questo si aggiunge la fatica di più di vent’anni di lavoro fisico.

“Allora Berto, quanto manca ad Alessio?”
“Ci siamo quasi dai. Ancora due esami. Pensa di laurearsi quest’estate.”
“Tosti?”
“Dice di no. Ma penso lo faccia per non farci stare in pensiero. 
Martina invece? Trovato qualcosa?”
“Ma va! Solite offerte imbarazzanti, soliti sputi di stipendi. È arrivata all’esasperazione, sono convinto che se ne andrà via!”
“Guarda, mi dispiace dirlo, ma penso sia la scelta migliore.” 
“Lo penso anche io guarda. “

Mentre si asciugano le mani, Alberto tira fuori lo smartphone per mostrare qualcosa all’amico, ma questo gli scivola via e cade, rischiando di rompersi. Berto sbuffa e si mette le mani sui fianchi, sfinito.

“Stanco è?”
“Cotto!”
“Dai che domani è venerdì!”

Si dirigono insieme verso la mensa, mentre commentano le ultime partite di calcio del campionato italiano. Un’ora per pensare ad altro, poi altre quattro ore di lavoro fino alle 17. La giornata in fabbrica è scandita dalla routine che ognuno si impone.
Prima la pausa caffè dopo un’oretta di lavoro, poi un giro in bagno nella speranza di trovare qualcuno per scambiare due chiacchiere, prima che arrivi la pausa pranzo.
Un’ora dopo la ripresa c’è un’altra pausa e poi la tirata fino alla fine.
Una vita fatta di conteggi, di quanto manca al weekend, alla prossima vacanza e alla pensione.
Una vita trascorsa a fare ciò che non si è potuto scegliere, per poter portare da mangiare a casa e istruire i figli.
Ancora quattro ore, poi il ritorno a casa, la cena e la televisione da guardare sdraiati sul divano, per cercare di sconfiggere la fatica.
La settimana è quasi finita, il weekend è ad un passo.
Tutto ricomincerà inesorabile, il lunedì arriverà come sempre troppo presto.
Ma ora non importa, perché domani è venerdì.

Gezim Qadraku.

Una passeggiata

Una passeggiata dietro casa, dopo una settimana trascorsa a correre.
I pensieri iniziano a percorrere luoghi lontani, mentre mi allaccio bene il giubbottino.
Raggiungo in un batter d’occhio il ponte che sta sopra l’autostrada. Sotto di me scorrono veloci un numero infinito di macchine.
Fisso quella strada, cercando di immaginarmi dove quei veicoli stiano andando. La stessa strada, che rappresenta i chilometri che mi dividono dai miei amici.
Quelli che quando mi scrivono, prima mi domandano quando torno e successivamente come sto.
Mentre il sole dà al cielo un color pesca, un bellissimo pastore tedesco mi si avvicina, voglioso di giocare.
Neanche il tempo di accarezzarlo che si allontana, richiamato dal rimprovero fin troppo severo del suo padrone.
Lo saluto facendogli l’occhiolino, prima che la sua coda sparisca tra i campi.
Mentre i pensieri continuano a viaggiare lontano, una vibrazione mi risveglia da quella sensazione di sogno ad occhi aperti.
È lei. “Scusami se ti rispondo solo ora”, mi dice.
Controllo quanto tempo è passato dall’ultimo messaggio. Più di una settimana.
Ne vale la pena? Si chiede il cervello.
Provaci, che ti costa. Mi dico.
Mi fermo, compongo il messaggio, ma finisco per cancellarlo. Le rispondo domani. Forse.
Nel frattempo l’aria si è raffreddata, il sole è sparito e in lontananza si udisce il rumore delle macchine che sfrecciano sull’asfalto.
Una foto alle nuvole, prima di riprendere la via di casa.
Sono passati solo 20 minuti da quando sono uscito, eppure mi sembra che sia trascorso un sacco di tempo.
Una camminata, i soliti pensieri e l’abbraccio della natura.
Ti ricordi che a casa c’è il nuovo libro da iniziare che ti aspetta.
Ossigeno puro per i tuoi polmoni.
Un sorriso compare sul tuo viso.

Gezim Qadraku.

Stranieri

Quando insulti uno straniero dicendogli – per esempio – di tornarsene nel suo paese, devi sapere che se fosse stato per lui, nel tuo paese, non ci sarebbe mai venuto.
Tu lascieresti famiglia, amici, parenti e le tue amate abitudini, per andare a vivere in un posto del quale innanzitutto non comprendi la lingua e dove non conosci nessuno?
No, non lo faresti. Almeno che tu non fossi in un certo modo obbligato.
Ecco, allora ricordati che quella persona è stata obbligata ad andarsene dalla sua amata terra madre.
Probabilmente c’era una guerra, magari era perseguitato o “semplicemente” non stava riuscendo a costruirsi il futuro che aveva immaginato e così ha pensato di provare a farlo in un paese che dava più possibilità del suo.

Sai, è brutto sentirsi incolpati dei problemi che affliggono uno Stato o essere etichettati come ladri di lavoro. Nessuno viene nel tuo paese a rubare nulla.
Sì, a parte quelle persone che optano per l’illegalità. Ma parliamoci chiaro, quelli ci sono dappertutto. Ce li abbiamo anche noi, come ce li avete voi.
E poi credimi, non saranno di certo gli stranieri ad incidere sulla mancata crescita del PIL o sull’aumento del debito pubblico. Anzi, dovresti sentirti onorato che abbiano scelto il tuo paese, perché significa che vedono in te e nei tuoi connazionali, persone che sono state in grado di dar vita ad uno Stato che funziona. Presumo però, che questo concento non ti sia mai passato per la mente.

Dovresti vederli, tutti questi stranieri che coniugano male i verbi della tua lingua e fanno i lavori che tu non ti sogneresti mai di accettare, quanto sono felici quando tornano a casa loro. Sempre se possono permetterselo. Piangono quando arrivano, ma ancora di più quando se ne vanno.
Vai da qualsiasi straniero e chiedigli che piani aveva quando è arrivato. Ti garantisco che 9 su 10 ti risponderanno dicendoti che le loro intenzioni iniziali erano di lavorare per guadagnare un po’ di soldi, il sufficiente per poter tornare a casa e costruirsi una vita. Poi sai come si dice, la vita è quello che ti succede mentre fai progetti.
Alla fine sono rimasti tutti, hanno messo su famiglia e hanno continuato a lavorare.
Può capitare che i figli non sappiano parlare correttamente la lingua dei genitori, ma abbiano il tuo stesso accento. Che quando tornano nella terra natia di mamma e papà, fatichino a creare un legame con i propri nonni perché non li capiscono.
Succede inoltre, che quella generazione che ha mollato tutto e si è costruita una vita nel tuo paese, non riesca nemmeno ad essere presente ai funerali dei propri cari. Perché la morte arriva da un momento all’altro e magari non riesci a trovarlo il biglietto aereo quella sera.
Nessuno vuole lasciare la propria casa, credimi. E puoi verificarlo te stesso, osservando in quanti hanno cercato di costruire nel tuo paese una loro mini terra madre. Aprendo per esempio negozi alimentari tipici, nei quali ogni tanto ci entri anche tu a mangiare.
Lo vedi allora quanto ne sentono la mancanza.

Io capisco la tua rabbia e la tua frustrazione di fronte a coloro che rubano, che non rispettano le leggi e tu giustamente pensi che si approfittino del tuo amato paese. Lo capisco che è più facile trovare un colpevole e generalizzare, se tu non riesci a trovare il lavoro per il quale hai sacrificato anni di studio, se i tuoi genitori perdono il loro posto fisso e la tua felice realtà si trasforma in uno schifo. Comprendo la tua ira, perché è la stessa che hanno vissuto coloro che etichetti come colpevoli.

Se vuoi veramente capire com’è la vita di uno straniero, prova a chiedere ai tuoi connazionali che sono andati, e continuano ad andare via. Domanda a loro cosa si prova a non sapere la lingua del posto in cui si vive, a dover accettare qualsiasi lavoro, a doversi accontentare di una videochiamata nel weekend per sentire la voce di famigliari e amici. E che fortuna ora che c’è internet, pensa com’era dura prima.

Credimi, non è una vita facile quella di uno straniero. A volte vorresti solo nasconderti e non farlo capire a nessuno. Però ci si mette in mezzo la natura, che ti ha dato il colore della pelle diverso. Se non è la pelle, allora sarà il tuo nome ad incastrarti, o magari il tuo accento. E non è di vergogna che parlo, nessuno si vergogna delle proprie origini. Semplicemente che a volte vorresti soltanto essere uno del posto o almeno poter vivere nel tuo paese e sentirti identico a tutti gli altri.
Sei straniero sempre, anche se ti integri e parli bene. Sei comunque diverso. Nessuno pronuncia bene il tuo nome, nessuno intorno a te ha le abitudini e le usanze con le quali ti ha cresciuto la tua famiglia. Uno poi cerca di adattarsi, di sdoppiarsi, di fare due vite contemporaneamente, finendo per non capire più chi è.
Arrivando ad essere semplicemente considerato come il colpevole di tutti i mali.
Perché sei straniero.
Perché non dovresti essere qua, ma saresti dovuto restartene dove sei nato.

Gezim Qadraku.

L’immagine raffigura l’opera di Bruno Catalanto, “Les Voyageurs”.

Scrivo.

“Posso chiederti perché scrivi?”

“Scrivo perché è l’unico modo che ho trovato per farmi capire.
Sono sempre stata timida, sin da bambina. In classe non alzavo mai la mano per fare domande. Rimanevo sempre in silenzio, anche quando non capivo. Avere la testa piena di dubbi era un’opzione decisamente migliore, rispetto a quella di parlare mentre i miei compagni e la maestra avrebbero ascoltato quello che avevo da dire.
Non sono mai riuscita a stare al centro dell’attenzione. Solo l’idea di essere l’unica a parlare in mezzo a tante persone, mi ha sempre fatto provare un’enorme sensazione di timore.
Questa timidezza, poi, me la sono portata avanti per tutta la vita. Si presentava nelle situazioni di tutti i giorni, condizionando fortemente la mia esistenza.
Quando si stava tra amici in compagnia,  ero quella che non apriva mai la bocca, ma se poi c’era da isolarsi e confidarsi privatamente, non sapevo più fermarmi.
Per non parlare delle discoteche, sono state un trauma. Con che coraggio potevo buttarmi in mezzo alla pista e ballare?
Avevo la sensazione che tutti si sarebbero fermati a guardarmi.”

“Mi viene da pensare che la scrittura ti abbia in qualche modo salvato la vita.  Però forse esagero, vero?”

“No, non esageri per niente. Hai pienamente ragione.
Avrei dovuto capirlo subito che ero nata per scrivere.  Alle elementari impazzivo di gioia il giorno in cui era previsto il tema di italiano. Quello sì che era il mio momento. Mi sentivo bene e a mio agio, ero sempre rilassata, nessuna paura, nessun dubbio. Mi sembrava di volare e non ne volevo sapere di fermarmi.
La maestra mi ripetava costantemente la frase che avrebbe accompagnato la mia intera carriera scolastica:
‘Mi raccomando, non dilungarti troppo’.
Era più forte di me, avevo bisogno di scrivere, di mettere su un foglio tutto quello che non dicevo. E di cose da dire ne avevo parecchie, visto che non parlavo mai.
C’è un’azione che penso tutti sogniamo di fare, ma che la natura ci ha precluso: il volo. Crescendo ho capito che ogni essere umano trova il proprio modo per volare.
Chi corre, chi balla, chi canta e chi dipinge, o quelli che fanno del parlare in pubblico la propria salvezza, la propria sensazione di volo.
Io quando scrivo volo, ballo, corro a tutta velocità,  urlo a squarciagola.
Ho deciso di trascorre la mia vita scrivendo, perché è l’unica azione che mi permette di toccare con mano la felicità.
Ora nulla mi fa più paura, perché sono cosciente che qualsiasi cosa possa succedere, mi metterò sulla mia macchina da scrivere, inizierò a schiacciare i tasti, il loro rumore farà da colonna sonora e tutto si risolverà.
Scrivo e continuerò a farlo, perché mi sembra che sia l’unico modo per fare di questa vita, qualcosa che valga la pena di essere vissuta.”

Gezim Qadraku.

Ragazzi

Venerdì sera.
Il solito supermercato.
La spesa prima del weekend.
Si è fatta quasi ora di cena, il carrello ormai è pieno, mancano giusto le ultime cose.
C’è sempre meno gente e il silenzio incombe. Segnale che anche per gli addetti del mercato la giornata lavorativa si sta per concludere. 
Un gruppo di ragazzini ruomorosi attira la mia attenzione.
Sono giovani, giovanissimi. Non saprei dare loro un’età.
Due di loro saranno alti almeno 1 metro e 90.
Passano da un reparto all’altro urlando e scherzando ad alta voce. Il loro carrello è pieno di dolci, patatine,bevande gassate e alcoliche.
La classica spesa che precede la festa.
Sicuramente domani sera.
Li osservo, cercando di immaginarmi le loro vite.
Chi è il più bravo di loro a scuola? Chi pratica sport? Cosa faranno nel tempo libero?

Vederli riempire di vita questo posto, mi fa tornare in mente la mia prima spesa pre festa di capodanno. Eravamo giovani, ma volevamo soltanto crescere. Ci sentivamo grandi perché iniziavamo a mandare giù i primi bicchieri di alcool e a fumare le prime sigarette.
Facevamo i duri tra maschi, ma bastavano gli occhi della ragazza che ci faceva sognare, per farci diventare degli angioletti.
Per un attimo li perdo di vista e una domanda mi fa venire i brividi dietro alla schiena. Me li sono goduti quei momenti?
Ho vissuto a pieno quell’età?

Il supermercato è vuoto, tutto si è colorato di bianco, davanti a me appare solo quel quesito:
“Hai vissuto a pieno?”
Ho paura di rispondere, di pensarci, di fermarmi ad analizzare ogni momento per capire se ho qualche rimpianto o meno, se avrei dovuto vivere di più oppure ho dato tutto quello che avevo.
E se avessi qualche rimpianto?
La consapevolezza di non poter più tornare indietro mi fa mancare la terra sotto i piedi. Eppure mamma me lo diceva sempre: “goditi questi anni figlio mio”.
L’ho fatto?
Forse sì, forse no. Non avrò mai il coraggio di dare una risposta.

“Stai cercando qualcosa?”
La voce di mia madre mi riporta sulla terra. Ogni cosa riprende colore. Avevo lo sguardo fisso sullo scaffale degli yogurt.
Arriviamo alla cassa e loro stanno già pagando.
Mi fermo di nuovo a fissarli, mi piacciono proprio. Sono felici, sono giovani e vogliono soltanto divertirsi.
Ero felice anch’io quella volta che pagammo tutti insieme.
Ricordo le parole della cassiera dopo averci dato lo scontrino: “Divertitevi ragazzi!”

Uno di loro paga per tutti, hanno buttato a casaccio alimenti e bibite nel carrello, senza neanche una busta.
Escono via veloci, come se qualcuno li stesse rincorrendo.
Si sentono le loro voci anche ora che sono nel parcheggio.
Divertitevi ragazzi!

Gezim Qadraku.

24 anni

Ventiquattro anni e sulla tua home ci sono sempre più foto ritraenti ecografie di gravidanze e neonati, che come genitori hanno i tuoi amici, quelli con i quali sei cresciuto. Ti chiedi come abbiano fatto a diventare così stupidi da condividere con il mondo intero un evento così personale e importante, come la nascita di un figlio.
Ventiquattro anni e alle cene di famiglia la storia è sempre quella di un anno fa, nulla è cambiato. Solite domande, soliti discorsi e lo stesso incessante bisogno dei tuoi parenti di recitare l’ormai nauseante parte della famiglia perfetta.
Ventiquattro anni e la sera è sempre il momento delle serie tv, la seconda di Better call Saul è andata e ora si aspetta la terza; non sei uno da Game of Thrones, hai bisogno di qualcosa che si avvicini il più possibile alla realtà e infatti negli ultimi mesi ti sei goduto Narcos e House of Cards, guardandole in lingua originale con i sottotitoli, cercando così di rendere fruttuoso anche una cosa che tanti considerano una perdita di tempo.
Nel 2016 hai letto troppo poco, ma in compenso hai scritto tanto. Così tanto che quando ti chiedono cosa fai nella vita ti verrebbe da dirglielo che scrivi, ma non puoi farlo ancora, perché per ora è solo un gioco. Però, magari un giorno, chissà…
Ventiquattro anni e ti innamori di una ragazza che scrive, che legge e che pubblica le stesse frasi che hanno colpito anche te, perché hai semplicemente bisogno di una persona con la quale poter stare in silenzio senza sentirti stomacato, come diceva il buon Bukowski.
Un anno fa scrivevi un pezzo simile a questo, nel quale raccontavi la situazione che stavi vivendo e nei giorni successivi ricevevi migliaia di messaggi da ragazzi e ragazze, che ti ringraziavano per aver descritto anche la loro condizione.
Ventiquattro anni e sei uno di quelli che se n’è andato dall’Italia, ma non hai bisogno di ricordarlo su Facebook ogni volta che respiri. Osservi quelli come te che provano nuove esperienze all’estero e ti chiedi perché debbano rendere tutto pubblico, quando poi un anno dopo sono già ritornati a casa.
Ti chiedono se tornerai anche tu, rispondi che non te ne sei andato per ritornare.
Ventiquattro anni e con il trasferimento hai capito che ci sai stare da solo, anche se non è facile, ma solo in questo modo impari goderti ancora di più la compagnia dei tuoi amici.
Ventiquattro e non hai bisogno che un social network ricordi ai tuoi amici quale sia il giorno del tuo compleanno, fai volentieri a meno di ricevere auguri da persone che neanche si ricordavano della tua esistenza e ti godi i pochi messaggi di auguri sinceri.
Parlando con gli amici capita sempre più spesso di ricordare il passato, i pomeriggi in oratorio, i primi sabati sera trascorsi a giocare alla PlayStation, le delusioni amorose, le prime bevute e tutte le bravate fatte insieme, finendo sempre col dire: ” bei tempi”.
Ti basta riascoltare la sigla di Dragon Ball per farti scendere una lacrimuccia.
Ventiquattro anni e l’anno appena concluso tra Brexit, Trump e Referendum, ti ha dimostrato che votare è importante e il futuro del mondo è anche nelle tue mani.
Ventiquattro anni, non hai voluto leggere l’oroscopo per sapere come andrà il 2017, ma alla fine hai dato fiducia a quello di Labadessa, che ti ha previsto un rapporto che durerà per sempre e due figli.
Ventiquattro anni e ti fermi ad osservare i tuoi genitori, sei in un’età nella quale comprendi tutti i sacrifici che hanno fatto e ti chiedi se saresti in grado di mettere su famiglia e crescere dei figli come hanno fatto loro. Ti rispondi immediatamente di no, non sei pronto, ma sai che basterà trovare qualcuno che ti faccia sentire all’altezza di poterlo fare.
Ventiquattro anni e ti risuonano in testa le parole di tuo padre:
“Senza una famiglia, non è vita!”, ma se prima era necessario l’amore per creare una famiglia, ora serve coraggio per fare un passo del genere. I nostri genitori, se si rompeva qualcosa, con pazienza, cercavano di aggiustarla. Noi no, noi rompiamo e lasciamo tutto lì.
Ventiquattro anni, ringrazi la tua ex per averti lasciato, capisci che è stata la cosa migliore che potesse capitarti. Tra poco avrai una laurea in mano, mentre lei si accontenta di cambiare pannolini e  far trovare la cena pronta al marito.
Ventiquattro anni e tra poco toccherà a te uscire là fuori, rimboccarti le maniche e cercare di trasformare il tuo sogno in un lavoro che ti permetta di diventare indipendente una volta per tutte.
Nonostante i dubbi siano tanti e le certezze poche, metto le cuffie e ascolto “la rivincita dei buoni” del mio amico Braso Mc , il quale mi ricorda che:
“qui non potrò fallire finché sarò me stesso”.
Dipenderà solamente da noi stessi, da quanto saremo disposti a combattere e a sacrificarci per rendere la nostra vita qualcosa da poter raccontare un giorno.
Ventiquattro anni e la consapevolezza di doversi godere al massimo quest’età, perché molto probabilmente è il miglior periodo della nostra vita.

Se ti sei perso il pezzo dell’anno scorso clicca quì: 23 anni.

Se invece vuoi leggere il seguito, clicca quì: 25 anni

Gezim Qadraku.