Foglie d’autunno

Avevo impostato la sveglia presto per oggi, 7:00. Ho bisogno di dare un cambiamento netto alla mia vita. Ho deciso di lasciare lo smartphone sulla scrivania, così che dovevo per forza alzarmi dal letto per spegnere la sveglia.
Quante me ne sono dette in quell’istante. Mi sono alzato, a momenti cadevo, l’ho spenta e ho immediatamente guardato il letto, con la volontà di buttarmici dentro. I sensi di colpa però mi hanno impedito di farlo.

Mentre aspetto che il latte bolla, preparo la mia tazza blu con l’emoji sorridente. La guardo e cerco di ricordarmi da quanto ce l’ho, dovrei cambiare anche lei. Ci butto dentro un cucchiaio di zucchero di canna e mezza bustina di Nescafé, nel frattempo sento che il latte è pronto. Lo verso nella tazza e per un soffio non esce fuori. Faccio per prendere la tazza e dirigermi verso la scrivania, ma penso che sia troppo rischioso, il latte uscirebbe facilmente e inizierei la giornata sporcando il pavimento.

Allora decido che è meglio berne un pochino e inizio a girare il cucchiaio fino a quando il caffè si è mischiato con il latte, dando vita a un colore marrone uniforme. Faccio un sorso, quanto basta. La temperatura è perfetta, ho spento il fornello nel momento esatto. Qualcosa di giusto ogni tanto. Mi dirigo alla scrivania, appoggio la tazza e torno in cucina a prendere i muesli. Mi accorgo che sono quasi finiti, ce ne sono abbastanza per oggi e domani, di più non credo. Devo ricordarmi di comprarli quando vado a fare la spesa sabato. Sarebbe meglio se me lo appuntassi da qualche parte, ma poi mi dico che tanto me lo ricorderò, consapevole che invece mi dimenticherò e già mi immagino la scena di me incazzato dopo essere tornato dal supermercato ed essermi accorto di non averli comprati.

Torno alla scrivania e verso un po’ di muesli nella tazza. Inizio a mescolare aspettando che si ammorbidiscano. Guardo fuori dalla finestra. Tutto sembra colorato di grigio nebbia, l’autunno è arrivato. Finalmente mandarini e castagne, tè caldo alla sera e domeniche sotto le coperte a guardare Netflix.

Mentre giro il cucchiaio ripenso a ieri. Ai silenzi pesanti di Greta. Si è rotto qualcosa tra di noi. Abbiamo parlato pochissimo. La serata è scappata via senza sfiorarci. Giusto il bacio iniziale e quello della buonanotte. È finita, non c’è più niente da fare. Non la sento presente quando siamo insieme, è da un’altra parte. Controlla sempre ansiosa il cellulare, risponde confusa, non c’è più. Non mi vede più. Penso che se non le scrivessi si dimenticherebbe della mia esistenza. Sto male, è come se qualcuno mi stia sparando un proiettile al giorno dritto nel cuore. Così è ancora più doloroso, la sua indifferenza mi uccide.

Starà sentendo qualcun altro, ne sono sicuro. Non so che fare, non so neanhe se ho voglia di provare a salvarla la nostra relazione. Voglio provare a salvare me stesso questa volta. Concentrarmi sulla mia vita e il resto che si fotta pure. Non ho più tempo, ho corso tutta la vita dietro alla gente, ho perso pezzi per salvare relazioni e non è servito a nulla. Sto andando avanti senza parti di me, le ho buttate via per gli altri. Se almeno l’avessi fatto per me avrebbe avuto senso.

Finalmente i raggi di sole iniziano a bucare il grigio denso della nebbia, i muesli sono morbidi abbastanza. Guardo le foglie colorate cadute ai bordi della strada e mi pare di vedere me stesso. A terra, non preso in considerazione, pronto ad essere spazzato via da una leggera folata di vento senza neanche la forza di opporre resistenza.

Gezim Qadraku.

Scatta, modifica, pubblica

Li osservavo, mentre indaffarati si precipitavano giornalmente su ciò che aveva attirato la loro attenzione.
O meglio, su ciò che pareva essere diventato l’unico motivo per il quale vivere.
La condivisione della propria quotidianità con il mondo della rete.
Si affannavano a scattarsi fotografie e a mostrarsi felici e completi. Il picco di questo impegno lo si notava durante le feste.
Immagini di famiglie sedute a tavola, di gite fuori porta o di radunate tra amici per passare quella festività insieme.
Una valanga di scatti, foto e video. Ogni creazione accompagnata da una frase banale e ripetitiva che la si ritrovava nel profilo di qualcun altro.

Il processo era sempre il medesimo: posizionati, sorridi, scatta e controlla. Riposizionati, sorridi di nuovo, scatta e ricontrolla. Così fino a quando il risultato catturato dalla fotocamera era abbastanza finto da sembrare perfetto. Per raggiungere il livello estetico più alto i social network mettevano a disposizione programmi per modificare le foto. Una volta raggiunto l’apice della bellezza, l’ultima e la più importante delle azioni: pubblica.

Pubblica la tua foto finta che utilizzi per far sembrare la tua vita felice.
Pubblica e condividi tutto ciò che fai con persone che fingono di interessarsi a te.
Scatta, modifica, pubblica.
Fallo di nuovo.
Poi di nuovo ancora.
Continua così fino all’infinito.

Li osservavo e ridevo.
Mi lasciava senza parole l’impegno che impiegavano nel scattarsi una foto e la cura maniacale nel ritoccarla.
Ogni tanto giocavo a prenderli in giro. Commentavo qualche contenuto, facevo un paio di complimenti e nelle risposte vedevo questa esplosione di felicità. Ci credevano davvero alle mie parole.
Quando mi divertivo. Erano così tristi e frustrati, ma non se ne sarebbero mai accorti.
Avrei voluto essere come loro, riuscire a impegnarmi in quella maniera in azioni tanto futili.

Gezim Qadraku

Passeggiata

È stata una calda giornata di ottobre. Oggi pomeriggio la temperatura è salita fino a 26 gradi. Da non credere, sembrava estate.
Decidiamo di approfittare di questo bel clima e usciamo a fare una passeggiata.
La pizza ci ha riempiti e vogliamo provare a smaltirla in qualche modo.
Ci prepariamo in fretta perché tra poco sarà buio.
Metti il guinzaglio ad Ako, il piccolo pastore tedesco che da un anno ha movimentato la nostra quotidianità. 
Porto la spazzatura e vi raggiungo.


Saliamo sulla collinetta dietro ai palazzi.
Tu e Ako correte insieme mentre io vi seguo camminando lentamente.
Osservo i colori della natura e penso che l’autunno sia una stagione spettacolare. Ci sono foglie ovunque, per terra, in aria e qualcuna ancora abbracciata ai rami.
Arancione, giallo, rosso fuoco. È un’esplosione meravigliosa di colori.


Arriviamo in cima alla stradina.
Continui a giocare con Ako, gli lanci la pallina e provi a prenderla prima di lui. Sembrate due bambini al parco giochi.
Osservo il nostro paesino dall’alto, poi mi guardo intorno.
Ci siamo solo noi qua sopra.
La pace dopo una giornata come tante di lavoro.


Mi vieni in contro, Ako ti segue.
“Cos’hai?” mi chiedi.
Ti guardo, ti accarezzo la guancia e ti abbraccio.
“Sono felice” ti rispondo.


Mi stringi forte.
Una foglia gialla si appoggia sulla tua testa.
Ako cerca di infilarsi tra noi.
Sorridiamo. Ci stringiamo ancora più forte.
Gli ultimi raggi di sole si godono questo spettacolo.


Attimi di noi.
Sprazzi di felicità.

Gezim Qadraku

Lettere d’autunno

È arrivato l’autunno.
Le temperature stanno diminuendo.
Piove sempre più frequentemente.
Il grigio colora la quotidianità di ogni persona, con qualche accompagnamento di diverse tonalità di marrone, arancione e rosso, delle foglie che abbandonano i rami.

Ho appena finito di mangiare, sto lavando le stoviglie. Lascio che l’acqua calda mi cada sulle mani mentre il pc riproduce musica mediorientale.
Le note portano la mia mente altrove, lontano dalla stanza di venti metri quadri che mi fa da casa da un anno. Un posto nel quale, finalmente, dopo ventisei anni, mi sento a casa. Che roba strana la vita.

Il mio pensiero va a te. Mi chiedo cosa tu stia facendo, cos’hai mangiato stasera, come procedono le tue lezioni. Ripeto le parole che mi hai scritto nell’ultima lettera.
Abbiamo deciso di andare avanti così, scrivendoci delle lettere, inviandocele per posta. Stiamo imparando ad apprezzare l’attesa, un foglio di carta e il tempo che uno continua a dedicare all’altra nonostante la distanza.

L’acqua calda mi dà sempre più sollievo. Sono un tipo freddoloso e ora me ne andrei volentieri in letargo. Mentre passo la spugna sulla pentola penso a cosa potrei scriverti. Per un attimo vorrei non doverlo fare più.
Vorrei fossi qui.
Vorrei condividere questo piccolo spazio con te, ascoltare questa musica con te.
Preparare da mangiare per due.
Condividere il letto con te.

Ti scriverò questo nella prossima lettera.
Ti scriverò che vorrei tu fossi qui.

Gezim Qadraku

L’amore

Ho incontrato un uomo l’altra sera
Anziano, aveva 85 anni
Mi ha raccontato la sua vita
Mi ha detto che ha trascorso 65 anni insieme a una sola donna

Ha baciato solo le sue labbra
Ha fatto l’amore soltanto con lei
Ha accarezzato soltanto le sue mani
Ha avuto occhi solo per lei

Gli ho chiesto come avessero fatto,
com’era possibile una storia del genere
Mi ha detto che ai tempi c’era più fiducia
C’era voglia di stare insieme

Anche quando le cose andavano male
Ci si amava per davvero
Si credeva in quel sentimento
Si era disposti a dare la propria vita per amore

Gezim Qadraku.

L’astuccio

Una mattina di settembre del 1998.
È il mio primo giorno di scuola.
Ho cinque anni e da pochi secondi ho scoperto il significato della parola “astuccio”.
La maestra ci ha detto di prendere gli astucci e metterli sul banco. Tutti i miei compagni si sono girati verso le cartelle e hanno tirato fuori questi cosi colorati.
Ho fatto lo stesso movimento anch’io, ma nel mio zaino non c’è nessun astuccio.
Lo sapevo, ma per un attimo ho pensato che magicamente potesse apparire.
Purtroppo non è stato così.

La maestra continua a parlare, ma io ho già smesso di ascoltarla. Ho gli occhi fissi sull’astuccio del compagno seduto di fronte a me.
È di colore arancione, bello, grande. Ha tre cerniere.
Nella mia testa quelli sono tre piani.
Lo descriverò così quando tornerò a casa, oggi pomeriggio, a mamma e papà.
“Mi serve un astuccio. È un coso a tre piani.”
Non siamo italiani, non abbiamo una buona gestione della lingua, non ce l’avremo mai.

Poi tutti li aprono. Sono stupendi. Dentro ci sono matite e pennarelli colorati. Sono diversi, ma hanno tutti due cose in comune: sono colorati e hanno tre cerniere. Mi piacciono veramente tanto.
Riporto lo sguardo sul mio banco. È vuoto.
Io ho solo una matita e una gomma.
Ma non è finita qui. Su ogni banco c’è scritto su un pezzo di carta il nome dell’alunno. Il mio non è scritto in maniera corretta.  Dovrei dirlo alla maestra. Alzare la mano e chiederle quello che non capisco. Così mi ha detto di fare mamma.

“Se non capisci una cosa, alza la mano e chiedi alla maestra.”

Non sto capendo perché il mio nome è scritto in quel modo.
Non alzo la mano, non lo farò mai, ma ancora non lo so.
Ora, ripensandoci, mi accorgo che in quella prima ora del mio primo giorno di scuola c’è rinchiusa gran parte della mia vita.

Ho cinque anni, guardo i miei compagni di classe e mi danno l’idea di essere uno uguale all’altro. Hanno tutti un astuccio, una bella cartella colorata e mi sembrano dei pezzi di puzzle che possono incastrarsi tra di loro.
Io no. Io non ho un astuccio, la mia cartella non è colorata come le loro, il mio nome è scritto in maniera scorretta e non suona naturale come quelli italiani. Sono diverso. Provo per la prima volta quella sensazione di un’ombra che mi copre. Come se la stanza fosse illuminata e ci fosse qualcuno da sopra che toglie la luce soltanto a me, facendomi sparire.
Non lo so ancora, ma anche quella sensazione si ripeterà per molto, troppo tempo.

Dovrei dire alla maestra che il mio nome non si scrive così, ma non lo faccio.
Dovrei dirle che non ho l’astuccio, magari lei ne ha uno per me, ma non lo faccio.
Ho paura, mi sento diverso e questa cosa mi mette a disagio.
Ho cinque anni e dovrei chiedere aiuto, ma non lo faccio.
Cerco solo di nascondermi, mi sposto per essere giusto dietro al compagno seduto davanti a me, così penso che la maestra non riesca a vedermi. Trovare una soluzione anche se in mano non ho niente. Farò sempre anche questo e diventerò piuttosto bravo.

 

 

Anche domani andrò a scuola senza l’astuccio, nonostante per tutta la notte avrò sognato di sedermi al mio banco e tirare fuori dalla cartella quel coso arancione a tre piani. Supererò pure il secondo giorno, anche se sarà più difficile del primo. Farò sempre anche questo nella vita, scavalcare qualsiasi ostacolo, ma il problema ogni volta è ciò che lascerò dietro. Me ne sto accorgendo solo ora di tutto quello che ogni ostacolo si è portato via da me.

Finalmente al terzo giorno ce l’avrò anch’io, l’astuccio. Ma il mio non sarà come quello degli altri. Sarà la cosa più lontana possibile da quello arancione a tre piani.  Il mio avrà un solo piano e sarà meno colorato. Non lo so ancora, ma quella è una sorta di regola che mi accompagnerà per molto. Io non posso avere le stesse cose che hanno gli altri. Io le avrò diverse. Saranno meno belle e dovrò aspettare del tempo prima di poterle ricevere. Quando le avrò sarà già troppo tardi, perché nel frattempo i miei compagni o amici avranno trovato altro e così dovrò aspettare di avere l’altro, ma arriverò ancora una volta in ritardo. E questo succederà costantemente.

Non dirò nulla, non mi lamenterò mai, cercherò di trovare sempre una soluzione. Proprio come sto facendo ora, mentre mi nascondo dietro la testa del mio compagno e la maestra non si è accorta che il mio banco è vuoto, che mi manca l’astuccio, che il mio nome è scritto in maniera scorretta, che non mi sto godendo il mio primo giorno di scuola. Che ho paura, tanta paura.

Quei tre piani dell’astuccio sono stati difficili da superare. Erano parecchio alti e io ero così piccolo. Il primo ostacolo della mia vita, il più difficile.
Eppure l’ho superato, ma molto di me è rimasto incastrato in quei piani, mentre cercavo di scavalcarli a fatica. È come se avessi smesso di essere un bambino dopo quel primo giorno di scuola. Gli altri crescevano giocando, ridendo e facendo i bambini in maniera spensierata. Lo facevo anch’io in un certo senso, ma nel frattempo capitava che per qualche istante mi fermassi a guardarli e mi domandassi perché non potevo essere come loro.

Ho cinque anni.
È il mio primo giorno di scuola.
Tutti i miei compagni hanno l’astuccio.
Io no.

Gezim Qadraku.

Happiness

While watching the mixture of colours that painted the sky, I reminded of the passage of a book I had read some time ago. I didn’t exactly remember the words the author had used, but he described the magic of being happy and being able to see it.
It rarely happens if you think about it.
Unhappiness or wrong time is more and more outrageous than a good time.
In those moments, I realized that I could never forget that period.
That was one of those days when you prayed that they might last for eternity.
It was still a matter of minutes before people finished their working day and clogged the streets.
It seemed that the little nature still present in the city was enjoying its last breath, before witnessing the usual race of human beings.
It was still winter according to the calendar, but the heat of the sun’s rays gave the feeling that spring wanted to start its course earlier.
Everything seemed to be dressed in the indescribable colour of the sky, a pinkish-orange that left you breathless.
There was no doubt that it would have been a perfect sunset.
I went out for a walk after a warm and endless regenerating shower. I used to feel the chills of cold when I went out at that time, especially after washing. But that day was divine. The light spring jacket proved to be the right choice. I walked without a real destination, letting myself be hit by the sun’s rays and trying to enjoy the sounds of what was around me. Children crying, birds chirping, and the breeze caressing my hair.

The best thing to do was to find a view from the top of the city. I wanted to be in the highest possible place to enjoy the goodbye of the sun and the arrival of darkness.
I was delighted at that time, and the funny thing is that there was no specific reason. For years, as I think everyone, I had mistakenly connected happiness to a goal, to a person or always to something.
That was definitely the happiest period of my life, even though I was far from all that was most dear to me. Yet I didn’t care about anything or anyone anymore. For the first time, I liked the person I was looking at in the mirror.
It was inexplicable happiness that no one could have understood. I didn’t waste time trying to share it. I remembered Oscar Wilde’s words, he wrote that when he liked someone, he didn’t reveal her/his name out because of jealousy.
I did the same with that part of my life, I didn’t show it to anyone and tried to enjoy it until the last drop.
I remember one detail of those moments, I always looked up.
I stared at the sky and tried to touch the stars.
I was happy, and everything seemed to be possible.

Gezim Qadraku

 

Direction nowhere

First days of May, but looking at people’s clothing it seems like late autumn. You can still see scarves and woolen hats.
Today is an odious day. Unceasing rain and biting wind. The classic to spend in the living room under the blankets, eating until you can’t eat any more while watching some useless program on television.

Instead, I am in this small village in southern Germany. I arrived a couple of minutes ago and the next train is in an exact hour. I have a tour of circumspection and I realize that the station is equipped only with a library and a bar. That’s all.

I enter the bar and order an espresso. The waiter asks me if I want to drink it “at the window“. That would be the series of tables arranged with a view to the outside, the parking of the station, or in a more secluded area at the bottom of the room.

I opt for “the window“. I don’t want to miss such a view. I take my place and observe the combination of colors of the chairs and tables. Light green and brown. I like it. It gives me the idea of a split between new and old. I sip the espresso with some fear, but I am happily surprised. It’s not bad at all. Perhaps low expectations play an important role in the judgment. I take out of my backpack the book I’m reading: “The sympathizer“, the Pulitzer Prize of 2015.

I read in a language that is not my native one and live in a country where another language is spoken. I’ve gone so far as to handle four idioms with enough ease. One never knows how many goals can reach. Between one line and the next, I let myself be distracted by the people who arrive at the station. I look up more and more often and enjoy the spectacle of everyday life. I look at people and try to guess their lives. It’s an exercise I’ve been doing since I was a child.
I created stories in my mind starting from reality because it has never been enough for me. Meanwhile, a young girl, too young, running with a stroller attracts my attention. I always wonder what motivates people to have children while they are in what is undoubtedly the best age. She enters the station and disappears in a blink of an eye.

Meanwhile, a stream of teenagers enter and leave the station like ants. I look at their faces and the way they are dressed. It reminds me of the importance I gave to the appearance when I was their age and the total disinterest I felt in school. As I resume the reading I feel a man behind me ordering something speaking in Italian. He knows the waiter. The two of them exchange a couple of jokes. I like the feeling I get when I understand someone who speaks a language other than the local one and this does not have the faintest idea that there is an unknown person around who can understand it. It gives me a feeling of power and control.

I have always needed to keep everything under control. Especially when I’m in a public place I don’t know. I keep reading while I keep my headphones, but all I really do is check the situation around me. I hear a gentleman asking the waiter where the sugar is. I have it. The cashier I assume points towards me and I hear the man moving to my direction. He touches my shoulder and, almost embarrassed, asks me if he can take the sugar. I pretend to fall from the pear tree and play the part. I am one step ahead, I have always been one step ahead. Nothing catches me unprepared. It is impossible to surprise me, I always know what happens, especially if they are people I know. People have become so predictable today that there is nothing interesting about establishing relationships. You only need to go around every social profile to have an almost perfect knowledge of an individual. And then they’re all so interested and focused on themselves. No one observes or tries to understand who is around them. They are impressed when you tell them the smallest details after a short conversation and they don’t understand how you were able to understand them so clearly. It’s so easy for me, a kind of hobby I’d say.

I keep reading, along with pauses to observe people outside.
I like it. For a moment I think I could live in the stations. That wouldn’t be a bad idea since all I need to do to work is my laptop and a Wi-Fi connection. I check the clock and I realize that forty minutes have passed. In twenty minutes I have the train. In ten minutes I get off the table.

I close the book and start to think about my next destination. A town in the south-east of Germany, on the border with Austria. A new reality, new people to know and stories to tell, at least I hope. I don’t know what I could call this period of my life.
As I get up, the words of Ghemon in the song “Voci nella testa” come to mind.
A rhyme says: “direction I don’t know well“.
I modify it, I could call this precise moment of my existence “direction nowhere“.
I don’t know where I’m going, but that’s okay.

Gezim Qadraku.

Coffee time

I remember that at that time I got into this habit of writing a list of the things I wanted to do during the day.
I had read a few motivational books and everyone suggested that I should have written down my daily schedule as soon as I woke up and then, before going to bed, mark out all the activities that I had been able to do.
It gives extra motivation, they explained. When you go home and check how many things you were able to do you feel a sense of pride towards yourself. Otherwise, it is still a useful tool for understanding how to organize your day.
It was a time when I woke up really early every morning, practiced Yoga, trained before going to work and I had totally changed my diet. Habits light-years away from my past everyday life.

After meeting her, I started to leave a space between my activities for her. We met each other in the office corridors. She worked two floors above mine, but very often she had to go down. One day she needed to talk to me and it was a great excuse to take a break and have a coffee. Just the time for a short chat and that became a routine.
“Coffee?” and we met somewhere, with these pauses that began to grow longer and longer. And everything became more and more interesting. She, her ways of doing things, her habits and her shyness that never disappeared. I immediately mentioned to her that I should have soon left that office. My skills were needed by our employees in another city.

Moving to work, something I’d always loved. A point that probably played in my favor during the interview job. I had given my full willingness to move and move periodically.
But in those days, the only thing I wanted to do was go back and no longer give that availability.
I understood why I’d always wanted to move so much.
I had never had a reason to stay in a place before.
I realized that I never thought that I could have missed someone.
I had never told anyone, saying goodbye to them, “I’ll miss you”.
The time had come and I just didn’t know how to handle it.
I would have missed her. That was not much but sure.
I still missed her before I left, I missed her even though I saw her every day and I hoped that every second with her would last forever.
Although we knew that nothing more would come, it was still something. A new feeling that had upset my everyday life.

It was fine in those moments.
We were not the kind of people who need to talk to understand each other and this had brought us closer from the beginning, as all those people who at least once in their lives have been silent with someone for a series of minutes without feeling uncomfortable can well understand.
Without feeling that terrible feeling of having to say something.
It happens rarely, with few people, and it’s right.
We went on for a period that now seems infinite to me – on second thought – but at the time I felt a blink of an eye. Until I told her because, in the end, the things have to be said. And you have to do it by looking people in the eyes. Which was easier for me with her. I felt comfortable looking at her, I felt safe inside her pupils.

It’s never enough” I confessed to her, stroking an eyebrow and losing myself for the umpteenth time in her eyes.
What?” she asked me, in a surprising and curious tone.
The time with you!“I replied, smiling.
Somehow trying to show her how happy it was to be with her.

Gezim Qadraku.

Il tempo di un caffè

Ricordo che in quel periodo mi ero preso questa abitudine di scrivermi la lista delle cose che desideravo fare durante la giornata.
Avevo letto un po’ di libri motivazionali e tutti suggerivano di mettere per iscritto il proprio programma quotidiano appena svegli e poi, prima di andare a dormire, segnare tutte le attività che si era stati in grado di svolgere.

Da’ una motivazione in più, spiegavano. Quando torni a casa e controlli quante cose sei riuscito a fare, in caso positivo, provi un senso di fierezza nei tuoi confronti. In caso contrario rimane comunque uno strumento utile per capire come organizzare la propria giornata.
Era un periodo nel quale mi svegliavo veramente presto ogni mattina, praticavo lo Yoga, mi allenavo prima di andare al lavoro e avevo totalmente cambiato la mia alimentazione. Abitudini lontane anni luce dalla mia passata quotidianità.

Dopo averla incontrata iniziai a lasciare sempre uno spazio vuoto tra le attività per lei. Ci conoscemmo tra i corridoi degli uffici. Lavorava due piani sopra al mio, ma molto spesso era costretta a scendere. Un giorno necessitava di parlare proprio con me e fu un’ottima scusa per fare una pausa e prenderci un caffè. Giusto il tempo di una breve chiacchierata e quella diventò una routine.

Caffè?” e ci si incontrava da qualche parte, con queste pause che iniziarono ad allungarsi sempre di più. E tutto diventava sempre più interessante. Lei, i suoi modi di fare, le sue abitudini e la sua timidezza che non ne sapeva di voler sparire. Le accennai che a breve me ne sarei dovuto andare dal quell’ufficio. Dall’alto mi avevano fatto sapere che le mie capacità servivano a dei nostri collaboratori in un’altra città.

Trasferirsi per lavoro, una cosa che avevo sempre amato. Un punto che probabilmente aveva giocato a mio favore durante il colloquio. Avevo dato la mia piena disponibilità nel muovermi e spostarmi periodicamente.

In quei giorni però, l’unica cosa che volevo fare era tornare indietro e non dare più quella disponibilità.
Capii perché avevo sempre avuto così tanta voglia di muovermi.
Non avevo mai avuto un motivo per fermarmi in un posto.
Mi accorsi che non mi era mai successo di pensare che una persona mi sarebbe potuta mancare.
Non l’avevo mai detto a nessuno, salutandolo: “mi mancherai“.
Era arrivato il momento e non sapevo proprio come gestirlo.
Avrei sentito la sua mancanza. Questo era poco ma sicuro.
Mi mancava ancora prima andarmene, mi mancava nonostante la vedessi ogni giorno e speravo che ogni secondo con lei potesse durare per sempre.
Nonostante fossimo coscienti che non ne sarebbe scaturito nulla di più, era comunque qualcosa. Un sentimento nuovo che mi aveva scombussolato la quotidianità.

Si stava bene in quegli attimi.
Non eravamo quel tipo di persone che hanno bisogno di parlare per capirsi e questo ci aveva avvicinati sin da subito, come lo possono ben comprendere tutte quelle persone che almeno una volta nella vita sono stati in silenzio con qualcuno per una serie di minuti senza sentirsi a disagio.
Senza provare quella terribile sensazione di dover per forza dire qualcosa.
Capita raramente, con poche persone, ed è giusto così.

Andammo avanti per un periodo che ora mi sembra infinito – ripensandoci – ma all’epoca mi parve un battito di ciglia. Finché non glielo dissi, perché alla fine poi le cose bisogna dirle. E bisogna farlo guardando negli occhi le persone. Cosa che con lei mi riusciva più semplice. Mi trovavo a mio agio guardandola, mi sentivo al sicuro dentro alle sue pupille.

Non è mai abbastanza” le confessai, accarezzandole un sopracciglio e perdendomi per l’ennesima volta nei suoi occhioni.
Cosa?” mi domandò lei, con un tono sorpreso e curioso.
Il tempo con te!“replicai io, sorridendo.
Cercando in qualche modo di mostrarle quanto stare con lei mi rendeva felice.

Gezim Qadraku.