Ti penso ancora

Niente,
era solo per dirti che ogni tanto ti penso ancora.

Mi domando sempre se tu stia bene.
Mi rispondo che deve essere così.
Se non altro perché io continuo a preoccuparmi di te.

Ora a piccole dosi è vero, ma quanto basta.
Quanto basta per tenere viva una fortezza immaginaria che ti protegga quotidianamente dai pericoli.

Ci sarebbe un’altra cosa che vorrei dirti, ma forse è meglio che tu non la sappia.
Mi manchi.

Gezim Qadraku.

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Dei figli

La stagione dei monsoni aveva appena iniziato a provocare i primi danni.
A causa del maltempo il loro volo era stato cancellato.
Avrebbero trascorso tutta la notte in un piccolo aeroporto sperduto da qualche parte in Asia. La cosa non li disturbava affatto, anzi, l’avrebbero inserita nella lista delle loro infinite esperienze.
Tante ne avevano passate insieme dal giorno in cui si erano conosciuti.
Si erano incontrati in un momento particolare della vita per entrambi.

Lei era sempre stata la ragazza fuori posto, incompresa, solitaria.
Era rimasta in mezzo a quel gruppo di persone formato dalla sua famiglia e dagli amici, che non erano mai riusciti a capirla, fino a quando aveva finalmente trovato il coraggio di salutarli per sempre.
Fece loro soltanto una promessa: se tutto fosse andato nel verso giusto non l’avvrebbero rivista mai più.

Lui invece aveva avuto una vita totalmente diversa. Una bellissima famiglia unita, formata da un grande numero di persone, tra le quali però lui era sempre riuscito ad essere quello che catturava l’attenzione e la stima di tutti, grazie ai suoi successi nel mondo scolastico prima e successivamente in quello del lavoro.
Inoltre un ristretto gruppo di amici fedeli e una persona con la quale era piuttosto sicuro di volerci creare una famiglia.
Un giorno però qualcosa si era rotto e gli aveva permesso di aprire gli occhi.
Davanti alle sue pupille si era materializzata una realtà che non aveva mai visto, o che non gli avevano permesso di osservare.
Si accorse semplicemente che i sogni che aveva realizzato fino a quel giorno non erano i suoi, ma delle persone che gli stavano accanto.
Iniziò a domandarsi chi fosse, ma per un lungo periodo non riuscì a darsi una risposta.

Decise che doveva scoprire chi fosse e pensò che l’unico modo per farlo era quello di mettersi in viaggio. Salì su una bicicletta e dal sud Italia si promise che avrebbe raggiunto le vette più fredde dell’Europa.
Anche lei era in viaggio, ma a differenza sua non aveva una destinazione. Aveva semplicemente bisogno di respirare aria pulita di libertà.

Si incontrarono in un ostello poco fuori dal centro di Parigi.
Lui non lo capì, ma la conquistò nel momento esatto in cui le raccontò cosa stava facendo con quella bicicletta.
Lei comprese subito che quell’uomo avrebbe potuto capire e apprezzare il suo bisogno di libertà.
Lui decise di fermarsi qualche giorno in più nella capitale francese per lei.

Non erano partiti per trovare una persona. Innamorarsi avrebbe soltanto rovinato i piani. Non lo sapevano, o probabilmente se lo erano dimenticati entrambi, che non è il tipo di sentimento che si riesce a tenere sotto controllo.
E così, dopo giorni passati a camminare e chiacchierare tra le vie francesi, in un parco alle spalle della magnifica torre, mentre la primavera rendeva quella città una favola, loro due, davanti a un’ottima bottiglia di vino rosso, si promisero che non si sarebbero promessi niente l’uno all’altra.
Avrebbero vissuto tutto quello che sarebbe arrivato fino a quando quella magia sarebbe durata.
C’era una sola condizione: continuare a viaggiare senza una meta.

Ora, in quell’aeroporto asiatico, le lancette segnavano le 23 e un paio di minuti.
Ne erano passati di anni da quei bicchieri di vino al parco di Parigi.

Non mi sono mai sentito così stanco“, esclamo lui.
L’Asia ci ha distrutti” replicò lei con gli occhi che ancora le brillavano mentre ripensava a quei mesi passati tra India, Vietnam, Laos, Cina e Giappone.
Non intendo questo viaggio in particolare. Mi riferisco al nostro stile di vita. Penso che dovremmo prenderci una pausa. Fermarci da qualche parte.

Erano anni che correvano in giro per il mondo come se qualcuno li stesse inseguendo. Dire quelle parole significava venire meno all’unica promessa che si erano fatti a Parigi.
Non la sentì rispondere e preoccupato riprese: “Lo so che…“.
Lei non lo lasciò finire: “Fermiamoci“.
Cercò i suoi occhi per fargli capire che lo voleva veramente, che non lo aveva detto solo per assecondarlo. Non voleva farlo sentire in colpa.
Anche lei era stanca.
Appoggiò la testa sulla spalla di lui.

“Scegliamo un posto e fermiamoci. Costruiamoci una quotidianità normale. 
Io ora sono pronta a farlo.”

Erano fatti per stare insieme quei due. Da tempo avevano raggiunto entrambi l’obiettivo che si erano posti quando si erano messi in viaggio, ovvero capire chi realmente fossero.
Ora l’avevano compreso.
Ora c’erano le basi per avere una vita normale.

Rimasero in silenzio per una buona mezz’ora, felici del nuovo obiettivo che si erano posti. Ancora stupiti di come riuscissero ad avere i medesimi desideri.

“Non mi hai detto in che città vorresti fermarti però”, gli chiese lei.
“Abbiamo tutta la notte per deciderlo” le disse lui, mentre le rubava un bacio.

Lei stringeva la sua mano da quando avevano iniziato quel discorso.
Dopo quel bacio strinse sempre di più e finalmente si prese coraggio per fargli una domanda che non gli aveva mai fatto.
Tu li vorresti dei figli?
Sì…” rispose lui dopo aver aspettato qualche secondo di troppo e con un tono piuttosto incerto.
Lei lo guardò dubbiosa, invitandolo con gli occhi a concludere quella frase.
Basta che somiglino a te.

Gezim Qadraku.

Quei due…

“Mi piacciono tanto quei due.
Si amano per davvero e lo noterebbe chiunque osservandoli.
Non fanno altro che cercarsi, anche quando si trovano nello stesso posto, giusto per avere la certezza che l’altro sia lì.
Si amano senza chiedersi nulla a vicenda, se non quel sentimento che fiorisce in loro spontaneo.
Farebbero a meno di tutto ciò che li circonda, anche degli averi ai quali sono più legati, pur di portare avanti la loro storia. 
Mi ricordano quelle coppie che quando uno muore l’altro lo raggiunge pochissimo tempo dopo.
Penso che l’essenza di questo indescrivibile sentimento sia proprio questa, la consapevolezza di non poter vivere senza quella persona.”

Gezim Qadraku.

Freddi fiori d’aprile

Ci troviamo in un piccolo villaggio albanese, quando la quotidianità del pittore Mark viene sconvolta da una banale rapina ad una banca. Un evento che passerrebbe quasi inosservato in qualsiasi altro paese europeo, ma non in un paese ex comunista come l’Albania, dove la rapina ad un istituto bancario viene considerata come atto di occidentalizzazione.
Ma non è solo questo, perché in quei giorni sono diverse le storie ad intrecciarsi nella vita del protagonista, come per esempio l’eco del Kanun,  il più importante codice consuetudinario albanese, che sembra poter ritornare ad influire sulle vite della popolazione, oppure la leggenda della ragazza che dovette sposarsi con un serpente e la sparizione di alcuni suoi amici.

Il massimo esponente della letteratura albanese descrive il cambiamento della vita del protagonista, che cerca di trovare un filo che possa legare questi avvenimenti, mentre allo stesso tempo prova con tutte le forze a portare avanti il proprio lavoro di artista, cercando di completare il quadro che ha come protagonista la sua amante.
Ismail Kadaré porta il lettore nella cultura e nelle tradizioni albanesi, descrivendoci alcune regole previste dal Kanun, alcune storie come appunto la leggenda del matrimonio con il serpente e la mentalità della nuova generazione che si ritrova in un momento storico, i primi anni duemila, a combattere con le vecchie generazioni che non riescono a slegarsi totalmente dalle antiche abitudini.
Un’opera delicata e scritta in maniera meravigliosa, un lessico di livello altissimo, che ci fa comprendere al meglio perché Kadaré compare nella lista dei possibili Nobel per la letteratura.

Concludo, come sempre, con uno dei pezzi sottolineati:
“La ragazza se ne andò prima che venisse buio. Dalla vetrata, Mark la seguì con lo sguardo mentre lei si allontanava. Senza trovare risposta alla domanda, si chiese se cambiava qualcosa, nel passo di una donna, subito dopo aver fatto l’amore. Senza di te, pensò poco dopo, non trovo risposta a niente.”

Link per l’acquisto: https://www.ibs.it/freddi-fiori-d-aprile-libro-ismail-kadare/e/9788830419919

Gezim Qadraku.

Tu.

“Bella questa attrice, vero?”
“Si ma…”
“Come ma? Pure a lei trovi dei difetti. Non ci posso credere!”
“No no, esteticamente è bellissima…”
“Ma?”
Scoppiamo a ridere entrambi, si sta riproponendo la solita conversazione. Io che cerco il pelo nell’uovo, e lei che mi fa notare come non mi vada mai bene niente.
“Trovi qualcosa che non va in tutte le donne, cosa diavolo deve avere una per piacerti?”
Ora si che sono in difficoltà, non me l’aspettavo proprio questa domanda. Continuo a pensare a come risponderle, anche se in realtà so bene cosa dire. Temo che sia arrivato il momento di svuotare il sacco. Lo capisco da come mi sento, ho il cuore che ha preso ad andare a mille e la risposta è dentro di me che aspetta da più di due anni ormai.  Dillo, diglielo ora, muoviti!
“Tutto quello che hai tu.”

Il silenzio ci travolge con la stessa forza di una valanga. Mi sembra di non udire più né la televisione, né la legna che brucia nel camino di fronte a noi. Siamo seduti sul divano uno di fianco all’altra, una coperta morbidissa ci ha scaldati per tutta la serata, che abbiamo trascorso sorseggiando del buon vino rosso, facendo finta di guardare un film. In realtà abbiamo riso e scherzato, come facciamo da quando ci siamo conosciuti. Siamo fatti uno per l’altra, ma forse questa è solo una mia illusione. Siamo a pochi centimetri di distanza, come lo siamo stati molte volte in questo arco di tempo, ma non è mai successo nulla. Non ho fatto altro che cambiare idea in tutti questi mesi, un giorno la guardavo e vedevo in lei la madre dei miei figli, mentre il giorno seguente cambiavo idea e cercavo di convincermi che tra noi c’è soltanto una bella intesa, niente di più. Il tempo si è letteralmente fermato, per un attimo penso che sia sparita, la sento così lontana. Non percepisco neanche più il calore emanato dal camino e la coperta sembra essersi ghiacciata, ho i brividi.
Non ho nemmeno il coraggio di girarmi e guardarla negli occhi, la sensazione è che mi  voglia sbranare o che sia, giustamente, delusa dal mio comportamento. Non posso aggiungere altro, tutto quello che avevo da dire l’ho detto. Continuo a fissare la legna che brucia, guardando attraverso il bicchiere colorato di rosso posato sul tavolino,  mentre il suo silenzio sembra durare un’eternità.

“Tu sei pazzo! E quando diavolo pensavi di dirmelo?”
“Volevo essere sicuro.”
“Sicuro di cosa?”
“Della tua risposta. ”
Prendo un attimo fiato e decido di buttare fuori tutto.
“Io voglio te.  Tu sei la donna della mia vita. Voglio passare tutti i miei giorni al tuo fianco. Non mi interessa nient’altro. Potrò accontentarmi anche di fare un brutto lavoro, di passare 8 ore al giorno a svolgere un mestiere che non mi piace, accettare gli straordinari e andare anche il sabato, basta che ci sarai tu a casa ad aspettarmi.
Possiamo anche mollare tutto e andare in giro per il mondo a piedi, senza una meta, ma ci devi essere tu al mio fianco.
Possiamo fare tutti i bambini che vuoi, o se preferisci non farne neanche uno e riempire la casa di cani e gatti, ma voglio farlo con te.
Non mi interessa come e dove vorrai vivere, l’importante è che tu lo faccia con me. Siamo fatti per stare insieme, non puoi non averlo capito. Tu sei felice quando stai con me, e io sono felice solo quando sto con te.
Tu hai tutto quello che deve avere una ragazza per me. Tu mi piaci.
Non posso neanche pensare di stare con un’altra persona, di stringere altre mani, di baciare un’altra bocca. Voglio te e basta. Se non starò con te, allora passerò il resto della mia esistenza da solo.
Tu ed io, insieme, saremo felici e passeremo una vita che varrà la pena di essere vissuta, credimi.
Tu ed io ci ameremo e saremo un esempio. La gente racconterà di noi e del nostro amore. Saremo una di quelle coppie che festeggiano i cinquant’anni di matrimonio, e ci chiederanno come abbiamo fatto.
Allora, ci proviamo?”

Gezim Qadraku.

Hai mai provato a vivere?

Hai mai ascoltato una canzone di Mecna in autostrada, al tramonto, mentre tornavi da un viaggio insieme alla tua anima gemella?

Sei mai stato ad un concerto di Hans Zimmer a sentire le note di Time?

Hai mai passato un sabato sera sul divano, sotto una coperta, a guardarti i film di Quentin Tarantino?

Hai mai provato la sensazione di essere capito solo leggendo la frase di un libro?

Lei hai mai detto quanto è bella quando sorride e che senza di lei non potresti vivere?

Hai mai fatto l’amore per tutta la domenica?

Hai mai passato un pomeriggio intero a lanciare la pallina al tuo cane?

Hai mai scritto una lettera d’amore ad una ragazza per conquistarla?

Hai mai guardato per 20 minuti di fila un quadro di Van Gogh?

Sei mai uscito a correre la mattina presto, nonostante diluviasse?

Hai mai provato ad ascoltare per un intero viaggio la stessa canzone?
Sognando di realizzare, ogni volta che ripartiva,  un sogno diverso?

Hai mai accarezzato le mani di tua nonna?

Hai mai giocato a nascondino con un bambino?

Hai mai detto a tuoi genitori quanto li ami?

Hai mai trascorso l’intera notte sdraiato su un prato ad aspettare l’alba con il tuo migliore amico, fumando un intero pacchetto di sigarette?

Ti è mai capitato di sfogarti con uno sconosciuto e scoppiare in lacrime?

Hai mai provato a mollare tutto e ricominciare da capo?

Hai mai provato ad essere te stesso?

A fare quello che vuoi tu.
A vivere la tua vita.
Ad essere felice.

Ci hai mai provato?

Gezim Qadraku.

Mano nella mano

Sono arrabbiatissimo con lei, abbiamo rischiato di perdere il treno per la solita discussione banale e inutile. Si è ostinata a voler prendere il tram, nonostante io le avessi spiegato che ci avrebbe impiegato troppo tempo e  avremmo perso il treno. Alla fine tutto è andato come previsto, siamo arrivati alla stazione di Zurigo giusto un minuto prima della partenza. Fortunatamente il convoglio è partito con cinque minuti di ritardo e il peggio è passato.

Siamo seduti uno di fianco all’altra, davanti a lei c’è una signora francese che legge un giornale e a tutto potrà pensare, tranne che siamo una coppia. Non appena ci siamo seduti abbiamo deciso di rifugiarci nei nostri romanzi, perché leggere è un modo elegante per starsene da soli.
Io Camus e lei la Fallaci.
Siamo diretti a Parigi, le ho detto una menzogna per convincerla a venire. Le ho raccontato di un mio vecchio amico giornalista che mi vorrebbe come articolista per la sua rivista, ma in realtà non ci sarà nessuna cena con questo Jean.
Jean non esiste. Ad aspettarci ci sarà Franck, il nostro amico fotografo al quale ho chiesto di fotografarmi mentre chiederò a Valentina di sposarmi.
Domani mattina le metterò una benda sugli occhi per non farle vedere nulla, saliremo su un taxi prenotato da Franck che ci porterà davanti alla Torre Eiffel. Una volta arrivati mi inginocchierò davanti a lei, le dirò di togliersi la benda e le farò la fatidica domanda. Dopo tutte le brutte parole che le ho detto mentre eravamo in tram, probabilmente mi tirerà uno schiaffo e mi dirà di no. Ho avuto ragione io e non lo ammetterà mai. Le scuse posso sognarmele, è troppo orgogliosa per un gesto del genere.

È passata solo un’ora dalla partenza e tra l’ansia della sorpresa e l’inaspettata litigata, inizio ad avere un po’ di paura. Per qualche secondo penso che il nostro rapporto possa andare in frantumi per l’ennesima discussione, ma in realtà questo nostro comportamento di isolarci e non parlare è ordinaria amministrazione.

L’ansia continua ad aumentare e Camus non è mi più di aiuto. Ho bisogno di lei ora, non possiamo arrivare in questa maniera al giorno più importante della mia vita.
Chiudo il libro, giro la testa e la osservo mentre legge con addosso gli occhiali che la rendono fottutamente sexy. Ha appoggiato il romanzo al tavolino, sta sottolineando una frase ed ha entrambe le mani occupate. Aspetto che finisca. Ci impiega un po’, dev’essere un concetto abbastanza lungo. Utilizza sempre il segnalibro come righello, vuole che le righe  siano perferttamente diritte. È una perfezionista.
Quando, raramente, parliamo di futuro e di casa, dice sempre che le camere del nostro rifugio dovranno essere piene zeppe di libri e sulle mura scriveremo le nostre frasi preferite.
Finalmente toglie la mano sinistra dal tavolo, gliela stringo e contemporaneamente le stacco gli occhi di dosso per guardare fuori dalla finestra. Provo a stringere la presa, ma lei schiaccia più forte di me. Ho i brividi ovunque, il mio sguardo è fisso sul panorama all’esterno, ma la mia attenzione è tutta su di lei. Avevo paura che evitasse la presa o accettasse la stretta senza fare nulla. Invece continua a stringere per dirmi che mi odia, ma che non c’è problema, posso tenerle la mano e con calma possiamo iniziare a fare pace.
Proprio così, senza guardarci, facendo i finti arrabbiati , ma sotto sotto, toccandoci quasi di nascosto dal mondo, tutto è come prima.

Mi sono innamorato di lei proprio in questa maniera, incastrando le mia dita tra le sue. Mi piacque da morire. Me ne andai a casa senza neanche aver provato a baciarla, mi erano bastate le sue mani sottili e morbide. La sensazione di quel momento potrei compararla a quella  che si prova quando si legge un bel libro per la prima volta e ci si innamora della letteratura, l’istante in cui si acquisisce la consapevolezza che qualsiasi cosa brutta possa accaderti durante la vita, potrai sempre rifugiarti nei libri. Avevo appena trovato il posto dove potermi rifugiare e dissi  a me stesso che avrei voluto passare tutti i giorni della mia esistenza ad accarezzare le mani di quella ragazza.

Mentre osservo il bellissimo panorama svizzero e ripenso ai primi giorni della nostra storia, mi torna alla mente quel pezzo del giovane Holden:
Ci tenevamo sempre per mano. Detto così non sembra granché, me ne rendo conto, ma tenersi per mano con lei era pazzesco. La maggior parte delle ragazze, quando gli tieni la mano, sembra come morta, oppure pensano di doverla muovere in continuazione, come se avessero paura di annoiarti o non so cosa. Jane era diversa.  Andavamo al cinema, magari, e subito ci prendevamo la mano, e non la mollavamo più finché il film non era finito. E senza mai cambiare posizione, né fare tante scene. Con Jane non ti preoccupavi nemmeno di avere la  mano sudata. Pensavi solo che eri felice. E lo eri“.

Domani, forse, effettuerò il passo più importante della mia vita. Continuo a pensarci e sono convinto che sia la decisione giusta. Ora stringerle la mano non mi basta più, gliela prendo e la porto verso la mia bocca, le do un bacio e poi la appoggio sulla mia pancia, coprendola con la mano sinistra. Sento che smette di leggere, si toglie gli occhiali e appoggia la testa al mio braccio.
Abbiamo già fatto pace, tutto risolto. Noi siamo così, non abbiamo bisogno di parlare.
Ci amiamo tenendoci per mano.

Gezim Qadraku.

 

Profumo di libri

Era stata una giornata difficile e negativa, le fredde temperature in imminente arrivo e la pioggia non facevano altro che peggiorare il mio stato d’animo. L’idea di tornare subito a casa non mi rendeva euforico e quindi decisi di optare per l’unico posto nel quale ero sicuro che avrei ritrovato il sorriso.
La libreria distava solo una quindicina di minuti dall’ufficio, le gocce d’acqua scendevano incessantemente, le strade si riempirono in fretta di persone che riprendevano la via di casa.

Impiegai meno tempo del previsto a raggiungere il mio paradiso. Fu sufficiente l’immagine dell’enorme massa di libri a cambiare completamente il mio umore.
Vi ero entrato senza alcuna idea, anche perché al momento ero ancora a metà della lettura de “Lo straniero” di Albert Camus e prima di allora non avevo mai comprato un libro prima di aver terminato quello precedente.
Forse non ero li per acquistare qualcosa in particolare, ma semplicemente per ritrovare un po’ di serenità. Iniziai allora a girovagare senza una meta tra gli scaffali, fino a quando il titolo e l’autore di un romanzo attirarono la mia attenzione.
“Un uomo innamorato” si intitolava e lo scrittore era di origine jugoslava. Che posto quello, quanta storia era riuscita a creare negli anni quella penisola. Mi avevano sempre attirato i racconti provenienti da quel mondo che ci era sempre sembrato così lontano a noi italiani, ma che in realtà era ad un solo mare di distanza.
Feci quello che facevo sempre prima di comprare un libro, andai all’ultima pagina e iniziai a leggere la frase finale. Mi accorsi immediatamente che l’ultimo capitolo era un intero discorso virgolettato e leggere esclusivamente il passo finale non avrebbe avuto senso, allora lessi l’intera pagina:
<<Era un signore elegante, che si comportava da gentiluomo. Apriva la portiera della macchina alla sua donna, a tavola le versava da bere, non le permetteva di portare oggetti pesanti e ogni mattina – prima di andare al lavoro – le lasciava una frase d’amore sul tavolo della loro cucina.  La amava, ma non per questo si permetteva di limitarne la sua libertà. Le chiedeva sempre di indossare i vestiti più belli e vistosi che aveva, nonostante scollature e spacchi vertiginosi, perché voleva che lei mostrasse il suo meglio quando era al suo fianco.
Non le imponeva alcun divieto perché si fidava ciecamente di lei. Non comprendeva per quale motivo molti uomini facessero questo, chiedere alla propria donna di cambiare modo di vivere dopo averla conquistata. “Forse non si fidano”, pensava, “ma allora quelle relazioni non hanno senso”, si ripeteva.
Aveva trovato la felicità nel momento in cui i loro occhi si erano incrociati. Questo lo portava a sorridere sempre, anche quando non vi era alcun motivo,  proprio come fanno le persone innamorate.
Le aveva dedicato la parte di migliore di sè, il suo tempo. Giorni, mesi, anni completamente trascorsi al suo fianco. Solo così la sua esistenza aveva un significato.
Era un uomo innamorato e si comportava da tale, come dovrebbero fare tutti gli uomini che amano la propria donna>>.

La lettura di quelle parole provocò in me una sensazione di tale benessere che non provavo da molto tempo. Quello scrittore era riuscito a descrivere l’idea di amore che avevo sempre avuto e, soprattutto, il concetto di comportamento che un uomo dovrebbe avere nei confronti della propria donna. Non potevo non acquistare quel romanzo, consapevole che una volta arrivato a casa avrei lasciato in pausa Camus per leggere questo sconosciuto autore jugoslavo.

Il tempo trascorso in libreria aveva dato i propri frutti ancora una volta, me ne resi conto dopo aver pagato il libro ed essere uscito. Il mio umore era l’esatto opposto di pochi minuti prima, ora la giornata era magicamente diventata positiva e non aspettavo altro che arrivare a casa e iniziare la lettura di quello che si presumeva essere un ottimo autore.
Prima di incamminarmi decisi di prendere un appunto che avrei potuto utilizzare in qualche conversazione o chissà, in qualche mio futuro racconto. Tirai fuori dalla tasca della giacca blocchetto e penna:

“Dovreste vederci, a noi lettori, mentre passeggiamo tra gli scaffali di una libreria. Siamo la miglior rappresentazione della felicità. Accerchiati da libri e silenzio, mentre odoriamo il profumo della carta e scopriamo nuovi universi grazie alle parole dei nostri scrittori preferiti.
Andateci in libreria, anche solo per osservarci. Solo così potrete capire perché scegliamo di trascorrere la nostra esistenza accompagnati dai libri”.

Gezim Qadraku.

Insieme

È domenica, il rumore delle gocce di pioggia contro la finestra mi ha svegliato. Allungo la mano per prendere il cellulare, sono da poco passate le nove e mezza, attivo il wi-fi. Non ho bisogno di guardare fuori per capire che è una di quelle grigie giornate autunnali senza alcun significato. Come si sta bene sotto le lenzuola, sono indeciso se alzarmi subito o godermi un po’ di dolce far nulla. Opto per la prima alternativa, ma solo perché ho un’ottima motivazione.
Mi alzo, salto il passaggio del bagno e vado subito in cucina. Asia è seduta vicino alla finestra, si gusta il suo cappuccino mentre guarda la pioggia. Mi sente entrare, sorride.
“Buongiorno dormiglione”
“Buongiorno amore”
I capelli sciolti, indossa un canottiera bianca troppo grande per lei, infatti le arriva quasi alle ginocchia. Si intravede un po’ di reggiseno nero, che contrasta con la sua pelle chiara. Mi piego su di lei, la bacio, le stringo la mano e con l’altra le accarezzo la faccia. Mi chiedo se esista un modo migliore per iniziare la giornata.

“Vieni a stare da me” glielo dissi senza neanche pensarci, fu un gesto istintivo. Come il giorno che la vidi uscire dalla biblioteca e la fermai chiedendole se potevo offrirle qualcosa. Lei rifiutò perché era di fretta e aveva un impegno, allora ne approfittai per accompagnarla all’uscita. Mi innamorai ascoltandola parlare velocemente, mi disse che faceva giurisprudenza ed era all’ultimo anno, mentre toglieva il lucchetto al motorino e si metteva il casco. Le presi il cellulare dalle mani e salvai il mio numero.
“Chiamami”
Sorrise e sparì tra le vie della città.
Mi chiamò una settimana dopo, facendomi passare i giorni più lunghi della mia vita.
“Non ci speravo più”
“Mai perdere la speranza”
Mi laureai poco tempo dopo,  la invitai alla festa, ma non se la sentì di venire, le sembrava di essere fuori luogo. Ci conoscevamo da sole tre settimane e non eravamo ancora andati oltre a coccole e baci. Stavamo iniziando a conoscerci, anche se ci eravamo innamorati uno dell’altra già dal primo incontro.
Dopo poco più di un anno si laureò anche lei, non ebbe il bisogno di invitarmi, ormai ero parte della sua vita. Mi presentò ufficialmente alla famiglia e festeggiammo il suo traguardo, tutto così normale e piacevole.

Avevo trascorso la mia carriera universitaria concentrato sui miei obiettivi, cercando di non farmi distrarre in alcun modo. Ero single quando mi iscrissi, e non ebbi alcun tipo di relazione seria durante quegli anni. Nel corso di quel periodo ero sempre stato sicuro di non aver bisogno di una persona, pensando che mi avrebbe solamente portato via del tempo. Mi piaceva quel tipo di vita fatto di serate con gli amici  e giornate di letture in solitaria, quando non avevo voglia di compagnia. Mi ero quasi convinto che quello fosse il prototipo di esistenza ideale.
Mi sbagliavo, mi sbagliavo di grosso.
Non me ne ero reso conto, ma avevo sempre avuto bisogno di Asia. Durante la mia piacevole solitudine, da qualche parte avevo letto che non si può pretendere di vivere restando soli. Al momento mi sembrò una gran cavolata, ma in realtà – chiunque l’avesse scritto – aveva pienamente ragione. Solo ora che abbiamo deciso di convivere, dopo quasi due anni di relazione, capisco quanto mi sia sempre mancata una persona con la quale condividere la quotidianità. Delle labbra da baciare e delle mani da accarezzare.
Una persona da amare, per la quale valga la pena vivere.

Le do un bacio sulla fronte e vado in bagno. Mi sciacquo la faccia, il mio asciugamano ha già assorbito il suo profumo. Mi spalmo un po’ di crema idratante per svegliarmi definitivamente.
Ritorno in cucina, la brioche è nel microonde e la tazza è già pronta sul tavolo. L’aria profuma di caffè e amore, è tutto perfetto.
Sì, questo è il modo migliore per iniziare la giornata.

Gezim Qadraku.

Hai mai amato?

Mi chiesero se avessi mai amato in vita mia.
Risposi loro di sì.
Domandarono com’era stato.
“Terribile” dissi.
“Perché?” vollero sapere.
“Ho amato una persona che non esisteva” replicai.
Mi guardarono straniti, non capirono, non potevano.
Non vollero sapere più niente, si alzarono e mi lasciarono solo con i miei pensieri. Pagarono ciò che dovevano, mi salutarono con sguardi ancora dubbiosi riguardo le mie dichiarazioni e tornarono ognuno a casa propria.
Il proprietario iniziò a pulire il locale, mentre aspettava che io finissi l’ultimo sorso di whisky. L’orologio segnava le 3:43, una fitta nevicata aveva imbiancato tutta la città, per strada non c’era anima viva. Di fronte al pub passò uno dei signori che mi avevano tenuto compagnia, la testa abbassata e il passo rapido, per cercare di avere la meglio contro le gelide folate di vento.
Pensai a quanti segreti avevo riferito a quegli sconosciuti quella sera. Come avevo finito, raccontando loro la più grande delle mie sofferenze sentimentali. Mi accorsi di aver compiuto un’azione che viene naturale a molte persone, quella di confidarsi con uno sconosciuto. Accade spesso, nascondere il dolore ai nostri cari, per poi espellerlo quando ci troviamo di fronte qualcuno che non ci conosce minimamente. Lo facciamo perché abbiamo paura che i nostri conoscenti ci possano giudicare.  Comportandoci in questo modo, compiamo contemporaneamente un altro errore, caratteristico di noi uomini: cercare di palesarci forti dinnanzi all’amore. Impauriti come siamo, di non dover mostrare il nostro lato umano, che come stupidi riteniamo sia il più debole, ma che in realtà, è la caratteristica più bella che abbiamo.
Andò proprio così la mia disavventura sentimentale, amai una donna che non era mai esistita. Succede di commettere questo tipo di errore, innamorarsi di una persona e costruire intorno ad essa ciò che vorremmo che lei fosse.
Poi, ai più fortunati, capita di accorgersi che si sta amando solo il frutto della propria immaginazione, ovvero il nulla. Così, inevitabilmente, si arriva alla conclusione che in questi casi, amare, è terribile. Un atto da non consigliare a nessuno, un sentimento dal quale stare alla larga.
Cosa fareste voi, se vi accorgeste che il momento più importante della vostra vita non è stato niente di reale?
Un interrogativo, questo, che mi ponevo da parecchio tempo.
Il cubetto di ghiaccio nel bicchiere si era sciolto, il proprietario aveva ormai sistemato tutti i tavoli e stava aspettando solo me.  Mandai giù quello che era rimasto del whisky, ma non mi fece alcun effetto, troppo annacquato. Prima di alzarmi diedi un’ultima occhiata al locale, guardai le mura, convinto che avessero assorbito la mia storia e avrebbero potuto raccontarla agli ospiti dei giorni seguenti. Decisi che non sarei mai più tornato in quel posto, anche se mi piaceva da sempre. Era uno di quegli ambienti che sembravano appartenere ad un’altra epoca: il marrone era il colore predominante e tutto era fatto di legno. Sulle mura c’erano quadri storici e le frasi di diversi mostri sacri della letteratura. Una, in particolare, era quella che attirava sempre la mia attenzione.
Ne parlai quasi tacendo. Io sono un maestro nel parlare tacendo, ho parlato tacendo per tutta la mia vita e ho vissuto delle vere tragedie dentro me stesso tacendo” di Fedor Dostoevskij. Mi alzai, e mentre mi dirigevo verso il bancone, pensai a come questo uomo era stato in grado di descrivere la mia vita, e quella di tutti gli esseri umani, meglio di quanto ognuno di noi avrebbe potuto fare. Pagai il conto e salutai.
Il vento gelido mi ricordò di abbottonarmi per bene il cappotto, ma non riuscì a distrarmi dai pensieri che continuavano a girarmi per la testa.
Continuavo a chiedermi cosa avrei dovuto fare della mia vita dopo una delusione del genere, ma era una domanda che mi ponevo da ormai troppo tempo. Il dolore della tragedia d’amore era nullo, se confrontato ad un’intera esistenza, la mia, passata a cercare una risposta.

Gezim Qadraku.