Pezzi di puzzle

È un venerdì di metà dicembre e le temperature sono più alte del previsto. Dovrebbe fare molto più freddo in questo periodo dell’anno. Io vorrei tanto vedere un po’ di neve e invece niente, solo una nebbia inutile e fastidiosa. C’è qualcosa che non va, ma sembra che nessuno se ne preoccupi, tanto meno io in realtà.
Ci sto pensando solo perché mi sono appena tolto la felpa e sotto ho una di quelle magliette estive leggerissime. Mi vestirei così a settembre, normalmente, non a dicembre. Sono un tipo freddoloso, al minimo abbassamento delle temperature corro subito a coprirmi. Invece eccomi qui, con un classico abbigliamento autunnale e ora rimango addirittura in maglietta a maniche corte.

Mi sono alzato tardi oggi, ho trascorso la giornata a fare ricerca per la presentazione del corso di relazioni internazionali. È tra una settimana e non ho la più pallida idea di come organizzarla. Il tema sono i rapporti tra Stati Uniti e Cina, fino ad arrivare ai giorni nostri e alla guerra dei dazi. Ne parlano tutti così incessantemente che ho la sensazione di ripetere cose già fritte e rifritte.

È stato il professore ad assegnarci i temi, altrimenti avrei optato per altro, qualcosa di cui nessuno è interessato. Sono rimasto davanti al pc per non più di due ore, giusto il tempo di trovare un paio di pubblicazioni abbastanza affidabili sulle quali basare il mio lavoro.
Per pranzo ho preparato una pasta al pesto, accompagnata da una bistecca senza contorno, buttata su un piatto troppo grande, sul quale sembrava ancora più piccola di quello che era.
Poi ho preparato il caffè e mangiato un Ferrero rocher. Non mangio mai dolci, cerco di lasciare il cibo poco salutare per il weekend, ma mentre mi scottavo le labbra assaggiando il caffè, mi sono accorto che il pranzo non era stato abbastanza. Avevo ancora fame e l’unico modo per riempire il buco, in questi casi, è divorare qualcosa di dolce.

Ho lavato le stoviglie e poi le ho asciugate, il tutto mentre Spotify riproduceva musica tranquilla, come dal nome della playlist. Ho portato fuori la spazzatura e perso un po’ di tempo su YouTube, prima che arrivasse il momento di prepararmi per andare in Università. Mi sono messo il primo paio di jeans che ho trovato,  una maglietta nera che ho abbinato alla felpa verde scuro. Si è ristretta un po’ dopo vari lavaggi e ora mi calza a pennello, le maniche arrivano giuste ai polsi e sento che sto incominciando a riempirla all’altezza delle spalle. Non avevo molta voglia di venire a lezione oggi, sarà per il fatto che è nel tardo pomeriggio. Inizia alle 16 e finisce alle 17:30. Quel periodo della giornata che in università trascorreresti molto più volentieri a berti un caffè con un amico, parlando di discorsi futili, lamentandoti della mole di studio, per poi passare a commentare l’ultimo episodio della serie del momento di Netflix. Il tutto accompagnato dal senso di colpa che ti travolge in questi casi, mentre ti accorgi che stai buttando il tuo tempo e la sensazione è che tu stia facendo lo stesso con la tua vita.

Invece sono qui che mi levo la felpa per il caldo, mentre faccio finta di seguire la presentazione di quattro compagni. Stanno parlando della storia dell’Iran e non mi sembra che abbiano colto in pieno il significato di quegli eventi. Li ascolto solo di sfuggita, so già tutto e lo so piuttosto bene. Ma non è merito mio, sono solo stato fortunato ad avere un padre che per lavoro doveva muoversi da un continente all’altro e io e mia madre non avevamo altra scelta che seguirlo. Teheran è una di quelle città che non dimenticherò mai. Ho finito per tornarci una volta, per i fatti miei, senza mamma e papà. Penso siano gli occhi di quel popolo a essermi rimasti impressi, come se mi avessero rapito, in un certo senso. L’unica città nella quale ho provato il desiderio di rimanere, come se mi fossi sentito a casa, nonostante io non abbia idea di cosa significhi sentirsi a casa.

Guardo le slide dove appaiono le facce di Mossadeq, dello Shah e di Khomeini. Poi muovo lo sguardo verso di lei, la ragazza mora con gli occhi verdi che ha appena finito di esporre la sua parte. Si è spostata verso sinistra, di fianco alla cattedra, per lasciare la scena al suo compagno. Un ragazzo minuto con una voce così dolce e insicura che se non fosse per una barba non curata e senza senso, non gli si potrebbe dare neanche la maggiore età. Continuo a fissarla, quasi impotente e fregandomene che lei o qualcun altro se ne possa accorgere. Cerca gli occhi del suo ragazzo, seduto un paio di sedie davanti a me, e li trova. Lui le fa un cenno con la testa, non riesco a vedere il suo volto, solo la sua nuca che si muove in avanti e indietro lentamente, in maniera quasi impercettibile. Emana sicurezza quel movimento, ma anche il suo modo di fare e pure il suo abbigliamento. Ha addosso la felpa dell’università e un paio di pantaloni di colore oliva semi eleganti. Non è di certo l’abbinamento che avrei fatto io, ma su di lui sta bene. Quella felpa su di me starebbe bene solo in casa, per dormire. Forse. 

Si cercano e si trovano in maniera così facile e naturale che viene da commuoversi osservandoli. Lei sorride e si copre le mani allungando le maniglie del maglioncino color crema che le sta divinamente. È quasi imbarazzata, impaurita che qualcuno si stia accorgendo delle loro effusioni in lontananza. Fatica a nascondere la felicità per aver esposto bene, in maniera chiara e sicura, senza mai permettere all’ansia che le si era dipinta in volto di avere la meglio. È soddisfatta, leggo nella sua espressione una certa fierezza.
Il corso è iniziato da due mesi e con lei ho avuto solo un brevissimo scambio di battute. Non sono riuscito ad andare oltre. Quando mi ha rivolto la parola mi è sembrato di perdere tutte le difese immunitarie. È incredibile in che condizione riesca a metterti una persona che ti interessa, quanto potere siamo in grado di darle. Le ho risposto, non ricordo come e poi sono rimasto in silenzio, impaurito e preoccupato.
Li guardo e provo un misto di invidia e gioia. Li invidio perché sono entrambi del posto, ho scoperto che hanno studiato assieme e sono nati qui. Ci faccio sempre caso a questi dettagli, non per un motivo in particolare, ma per il semplice fatto che quando cresci come sono cresciuto io, sballottato da un paese all’altro, finisci per non vedere nessuno che ti assomiglia.

Chi c’è, là fuori, che è cresciuto come me?
Che non ha mai vissuto nello stesso paese per più di tre anni di fila?
Che ha frequentato più di dieci scuole diverse?
Nessuno, vero?

Continuo nell’esercizio di guardarli, fissarli, provare a entrare nelle loro teste, nelle loro vite. Mi piacerebbe essere così, essere nato in un posto ed esserci cresciuto. Avere un forte senso di appartenenza verso un paese o una città. Insomma, avere delle radici. Che poi ce le ho anch’io le mie radici, ma parlano lingue diverse e si muovono per tutti i continenti. Da Gerusalemme a Teheran, per poi andare a Tokyo, fare una sterzata a Mosca e saltare a New York. Poi l’Europa, prima Roma, poi Madrid e ora Berlino. Andando in giro per il mondo l’inglese è stata la lingua che ho imparato per prima e ho sempre frequentato le scuole in inglese, anche se a mamma piaceva molto farmi seguire dei corsi intensivi sulla lingua del posto. So un po’ di persiano, arabo, spagnolo e italiano, mentre con il giapponese sono proprio bravo. Con quei suoni e quei caratteri è stato amore a prima vista. Con il russo odio totale.


Ricordo che quando eravamo in Asia, il periodo dai 10 ai 15 anni, chiedevo a mamma perché tutti mi fissassero e perché non c’era nessuno chi mi assomigliasse esteticamente. Mi facevano un po’ ridere gli occhi a mandorla dei bambini giapponesi e cinesi. Un giorno le chiesi che cosa ci facevamo lì, perché dovevamo stare in un posto così strano. Mamma non utilizzò, come sempre faceva, la scusa del lavoro di papà.
Quella volta mi raccontò di un giornalista italiano che si chiamava Tiziano Terzani, il quale aveva trascorso gran parte della sua vita in Asia. Aveva raccontato le guerre che si erano svolte in quel periodo storico e si era portato sempre la famiglia con sè. Mi raccontò che i suoi figli avevano frequentato la scuola in cinese ed erano in grado di parlare perfettamente la lingua. Fu come ascoltare una favola e in quel momento pensai di aver trovato una sorta di supereroe, qualcuno da imitare o comunque qualcuno da considerare come noi, persone strane senza casa che abitano ovunque nel mondo.

Anche papà col passare del tempo si è accorto di questo mio malumore, questo mio problema d’identità. Sono sicuro che erano a conoscenza del rischio che avrebbe rappresentato crescere un figlio sapendo che avrebbero trascorso la loro vita girando il mondo. Ma non erano due sprovveduti, avevano entrambi le basi per gestire una situazione del genere.
Quando era lui a parlarmi della mia situazione, diceva che la mia esistenza così diversa e particolare, mi avrebbe portato a diventare qualcosa di unico, qualcosa che tutti avrebbero invidiato. Guardavamo le partite di NBA insieme e mi faceva sempre l’esempio di Kobe Bryant. Mi diceva che il fatto di essere cresciuto in Italia e aver imparato a giocare in un paese dove si insegnava quello sport dando tantissimo valore ai principi tecnici, gli aveva permesso di diventare ciò che era.
Concludeva sempre alla stessa maniera, papà: “immagina se fosse cresciuto negli states, sarebbe stato un altro giocatore straordinario come gli altri“.
Papà, ma allora Micheal Jordan?“, ribattevo io, quando ne avevo voglia.
E lui, puntuale e ripetitivo, mai domo, rispondeva sempre: “Jordan, Alì, Maradona e Federer non sono esseri umani. Loro fanno parte di un’altra categoria. Non commettere l’errore di paragonarli agli altri“.
Era un appassionato bulimico di qualsiasi sport, guardava gli eventi con una passione vorace. Il gesto tecnico, misto alla tensione emotiva e fisica, lo trasportava su un’altra dimensione. Perdeva qualsiasi pudore e contegno. A volte era più bello ammirare da vicino le sue reazioni a un canestro o a un rovescio, piuttosto che l’atto stesso eseguito dall’atleta, per quanto poteva essere stato magnifico.

Era lo sport che gli aveva fatto incontrare mamma. A Parigi, durante il Roland-Garros. Lei faceva la giornalista, lui invece era a caccia di clienti ed emozioni dal vivo. Trovò l’emozione più grande della sua vita, trovò l’amore.
“Tua madre mi ha reso umano“, diceva sempre quando parlava del loro incontro.
Amava gli articoli di mamma. Penso che lei l’abbia conquistato prima con le sue parole che con l’aspetto fisico.
Tua madre ti racconta una partita che hai visto e ti fa credere di esserti perso ogni secondo. Lei vede di più, vede meglio, va a fondo in ogni cosa. Da una partita di tennis è in grado di tirare fuori un compendio sulla vita e su come affrontare gli ostacoli.

Mamma invece seguiva solo il tennis. Con quello sport era un rapporto di amore e odio. Come con un qualcosa che ti fa del male, che ti tira via gran parte dell’ossigeno di cui hai bisogno per vivere, ma senza di esso sei a conoscenza di non poter andare avanti.
È uno sport individuale“, diceva, sottolineando ancora di più il fatto di non prendere in considerazione tutti gli altri sport individuali, i quali riteneva di relativa importanza.
Sei solo, nudo e hai tutti gli occhi puntati addosso, con il tuo avversario che vede dove colpire per ucciderti. Devi essere forte, non hai altre possibilità.
Iniziai ad amare anch’io i suoi pezzi. Ci trovavo tutto quello che avrebbe voluto dirmi da figura materna, ma che non riusciva o non voleva. Mi sembrava quasi imbarazzata, a tratti. Lo era diventata sempre di più mentre crescevo, come se le parole fossero diventate inutili nel nostro rapporto, bastavano gli sguardi.
Non le ho mai chiesto di mandarmi i suoi pezzi, andavo a cercarmeli mentre si svolgevano i grandi tornei. Diceva che se avessi voluto fare l’artista, qualsiasi fossero state le mie opere, non avrei mai dovuto inviarle a qualcuno e chiederne il parere.
La gente ti dice che sai fare qualcosa per compassione, se glielo chiedi. Non è un giudizio attendibile. Lascia che siano loro a trovare le tue opere. Solo di quei commenti ti potrai fidare.

Il frastuono rumoroso di un fulmine improvviso mi riporta alla realtà. Sono a Berlino, e in una grigia giornata di dicembre, mentre quattro compagni parlano di Iran e medio oriente, guardo una coppia di ragazzi tedeschi e mi sembra di vedere due pezzi di puzzle che si incastrano. La sensazione di piacere che mi danno mentre si amano, lascia il posto a un sentimento misto tra timore e scoraggiamento. Vorrei essere come loro, vorrei essere come quel ragazzo, essere in grado di conquistare e amare una ragazza del genere.
Il mio sguardo scende in basso verso le mie scarpe e mi accorgo che ho una scarpa slacciata. Quella stringa che tocca per terra mi fa sentire così sbagliato e fuori posto. Non ha senso, lo so. Come non ha senso giudicare una relazione amorosa in base alla nazionalità dei due protagonisti, ma non lo faccio apposta, è più forte di me.
Sono tanti i fattori che ti condizionano nella tua crescita. I genitori, gli amici, le persone che incontri, chi ti ama, chi ti ferisce, e ciò che per te è normalità. Per me normale è stato crescere e sentirmi la pecora nera del posto.
Ripenso a tutti quei viaggi con mamma e papà, a tutte le persone che ho avuto la fortuna di incontrare in questo arco di tempo che è stata la mia esistenza e mi accorgo di come tutti, in qualche modo, fossero dei pezzi di puzzle che si trovavano nel posto giusto ed era solo questione di tempo affinché incontrassero la parte nella quale incastrarsi. Noi invece ci distinguivamo sempre per qualcosa, che fosse il colore della pelle o la lingua. Mi ci sono abituato, in qualche modo, a non avere nulla a che fare con chi mi circonda. Però a volte sono stanco, molto stanco. Come oggi per esempio.

Mi tocco l’orologio, ci passo il pollice sopra come per pulirlo, ma in realtà non faccio altro che inumidirlo. Mi lascio letteralmente andare sullo schienale della sedia, infilo le mani nelle tasche della felpa e continuo ad ascoltare i miei compagni. Sono già arrivati all’accordo nucleare siglato dall’amministrazione Obama, hanno finito. Eravamo solo a Khomeini, mi dico, mentre cerco di capire quanto tempo ho trascorso vagabondando senza meta nei miei pensieri.
Si fermano, hanno terminato. Il silenzio copre l’aula ed è la voce profonda del professore a risvegliarci dai nostri pensieri. Si congratula con il gruppo, aggiunge un paio di considerazioni sull’accordo nucleare e sugli avvenimenti odierni.
Poi ci racconta una curiosità, chiede a tutti gli studenti internazionali se sanno come si dice “scacchi” in tedesco. Nessuno risponde.
Poi lui, con un sorriso inebriato, ci dice: “Shach”. E tutti noi capiamo il riferimento che vuole fare con l’Iran e la figura dello Shah.
Riprende in fretta le vesti di professore accademico e chiede se qualcuno di noi ha domande. Nessuno ha niente da chiedere. Il professore mette la parola fine alla lezione, ci augura un buon weekend e il rumore delle sedie che si muovono copre la stanza.

Butto il quaderno in cartella, indosso il giubbotto con un movimento veloce e sistemo le cuffie altrettanto in fretta. Esco senza cercare lo sguardo di nessuno, non ho alcuna voglia di parlare in questo momento. Dopo un paio di passi rapidi nel corridoio principale dell’università, rallento l’andatura e continuo a pensare a quei due. Quei due pezzi di puzzle così belli e naturali. Mi verrebbe voglia d’andare e abbracciarli, dire a loro di mettere su famiglia e fare un sacco di figli. Un sorriso forzato accompagna questo pensiero, mentre mi accorgo che ho le cuffie infilate nelle orecchie, ma non ho voglia di ascoltare nessuna canzone.

Arrivo all’uscita e il primo impatto con l’ambiente esterno è più freddo del previsto. Abbasso la testa e nascondo la bocca sotto il bavero del giubbotto. Tremo un paio di secondi, prima che il corpo si abitui alla temperatura esterna. È già buio e penso che non prenderò la metro per tornare a casa. Ho voglia di camminare e continuare a pensare. Passo davanti a un negozio di alimentari africano così colorato che mi viene da chiedermi come sia possibile che esistano alimenti dai colori così intensi e vivaci.
La vetrata mi permette di guardarmi. Mi fermo per un paio di secondi, facendo finta di dare un’occhiata all’interno, in realtà cerco solo i miei occhi e osservo il riflesso della mia immagine. Mi accorgo che è da un po’ di tempo che non mi guardavo allo specchio. Ciò che vedo continua a non convincermi del tutto, mi sembra di essere diventato il pezzo di un puzzle che non ha alcuna caratteristica per incastrarsi da un’altra parte. C’è un contrasto enorme tra i colori degli alimenti e il grigio opaco che vedo su di me. Questo fatto mi urta, mi colpisce all’interno e per un attimo non vedo più niente riflesso sul vetro.

Sento tutto il mio peso scivolare verso le gambe. Non ho più alcuna forza in corpo, soltanto rassegnazione. Vorrei essere arrabbiato, vorrei piangere, ma non ne ho neanche la forza per farlo. Smetto di guardarmi e continuo a camminare, con la vista che si annebbia sempre di più. Dovrei fermarmi, dovrei bere un bicchiere d’acqua e sedermi, ho la sensazione di poter cadere da un momento all’altro, ma continuo imperterrito. Sento un paio di gocce di pioggia bagnarmi i capelli. Diventano sempre più fitte col passare dei secondi. Ho l’ombrello in cartella, ma non lo prendo. Mi lascio bagnare dall’acqua con un atteggiamento passivo e disinteressato alla vita. Voglio tornare a casa fradicio, farmi una doccia bollente infinita, andare a dormire e stare a letto per tutto il weekend.
Arrivo a un semaforo, è rosso, mi fermo. Dall’altra parte della strada scorgo una ragazza, il suo cappellino di lana di un arancione troppo acceso mi colpisce. Sembra carina, ma non riesco a captare i suoi lineamenti. In un batter d’occhio arriva un sacco di gente, sia dalla mia parte che dalla sua. Mi sembra che il suo corpo minuto sparisca in mezzo agli altri, riesco a fatica a scorgere il suo cappellino ora. Scatta il verde e attraversiamo la strada. Riesco nel miracolo di non vederla e lei di sparire tra folla. Forse non sono concentrato abbastanza.

Arrivo dall’altra parte della strada e dopo pochi passi sono di nuovo solo. Mi chiedo dove siano finite tutte quelle persone che hanno appena attraversato le strisce pedonali con me. Ma la mia mente torna ancora a quell’idea, quel concetto dei pezzi di puzzle, quel più che incontra il meno, lo yin che bacia lo yang, la luce e l’ombra.
D’improvviso la memoria fa un salto carpiato fino al meraviglioso documentario su quel fisico italiano che scoprì la particella senza antiparticella.
Una particella che si differenzia dalle altre, perché in fisica ogni cosa ha il suo opposto, invece questa è ombra e luce nello stesso momento, si completa da sé. Se non sbaglio è un argomento legato alla fisica quantistica o qualcosa del genere.
Nel documentario uno scienziato americano dice di averla ribattezzata “la particella angelo“, quella che non ha nessun demone. Forse dovrei smetterla di pensare alle persone come a dei pezzi di puzzle, ma piuttosto come a queste particolari particelle fisiche. C’è chi ha bisogno del suo opposto e chi si completa da solo.

Mi fermo e mi accorgo che ho sbagliato strada. Sono davanti all’ambasciata britannica, lontanissimo da casa. Ma perché sono finito qui? 

Che domanda, è da oggi in classe che ho il cervello disconnesso. Non ho altra scelta se non prendere la metro. Nel frattempo ha smesso di piovere e sono quasi fradicio, non il livello che speravo di raggiungere però. Do un’occhiata alla luna, è piena, luminosa, enorme, resterei tutta la notte a guardarla, ma non posso. Scendo le scale e al penultimo gradino mi accorgo che le porte della metro si sono appena aperte. Affretto il passo e mi immergo nella folla. Entro e mi siedo immediatamente. La metro riparte, accendo la musica. I Kodaline cantano “follow your fire” e finalmente sento il sangue tornare a circolare in maniera naturale, come se avessi ricominciato a vivere, come se la fiamma dentro di me non si fosse ancora spenta. Non poteva partire canzone migliore in questo preciso istante.
È un caso? Non penso. Mi piace pensare che la vita sia un disegno in parte già compiuto e noi possiamo soltanto migliorarlo o peggiorarlo.

Giro la testa verso sinistra senza un motivo preciso e incrocio il viso di una ragazza. Ha gli occhi color nocciola, rossetto rosso acceso e veste in maniera elegante. Ha in mano un Kindle. Starà tornando a casa dal lavoro. Giovane e già in carriera. Qualcosa di troppo lontano per me, mi dico, mentre sto per voltare la testa dall’altra parte. Poi però è lei a girare il volto verso di me, le sue pupille incontrano le mie e ho la sensazione che il fuocherello al mio interno divampi in un incendio. Vorrei distogliere lo sguardo dalla vergogna, ma rimango su di lei, è troppo bella. Non riesco fisicamente a fare a meno di guardarla. 

Mi sorride.
Le sorrido anch’io.

Gezim Qadraku.

Foglie d’autunno

Avevo impostato la sveglia presto per oggi, 7:00. Ho bisogno di dare un cambiamento netto alla mia vita. Ho deciso di lasciare lo smartphone sulla scrivania, così che dovevo per forza alzarmi dal letto per spegnere la sveglia.
Quante me ne sono dette in quell’istante. Mi sono alzato, a momenti cadevo, l’ho spenta e ho immediatamente guardato il letto, con la volontà di buttarmici dentro. I sensi di colpa però mi hanno impedito di farlo.

Mentre aspetto che il latte bolla, preparo la mia tazza blu con l’emoji sorridente. La guardo e cerco di ricordarmi da quanto ce l’ho, dovrei cambiare anche lei. Ci butto dentro un cucchiaio di zucchero di canna e mezza bustina di Nescafé, nel frattempo sento che il latte è pronto. Lo verso nella tazza e per un soffio non esce fuori. Faccio per prendere la tazza e dirigermi verso la scrivania, ma penso che sia troppo rischioso, il latte uscirebbe facilmente e inizierei la giornata sporcando il pavimento.

Allora decido che è meglio berne un pochino e inizio a girare il cucchiaio fino a quando il caffè si è mischiato con il latte, dando vita a un colore marrone uniforme. Faccio un sorso, quanto basta. La temperatura è perfetta, ho spento il fornello nel momento esatto. Qualcosa di giusto ogni tanto. Mi dirigo alla scrivania, appoggio la tazza e torno in cucina a prendere i muesli. Mi accorgo che sono quasi finiti, ce ne sono abbastanza per oggi e domani, di più non credo. Devo ricordarmi di comprarli quando vado a fare la spesa sabato. Sarebbe meglio se me lo appuntassi da qualche parte, ma poi mi dico che tanto me lo ricorderò, consapevole che invece mi dimenticherò e già mi immagino la scena di me incazzato dopo essere tornato dal supermercato ed essermi accorto di non averli comprati.

Torno alla scrivania e verso un po’ di muesli nella tazza. Inizio a mescolare aspettando che si ammorbidiscano. Guardo fuori dalla finestra. Tutto sembra colorato di grigio nebbia, l’autunno è arrivato. Finalmente mandarini e castagne, tè caldo alla sera e domeniche sotto le coperte a guardare Netflix.

Mentre giro il cucchiaio ripenso a ieri. Ai silenzi pesanti di Greta. Si è rotto qualcosa tra di noi. Abbiamo parlato pochissimo. La serata è scappata via senza sfiorarci. Giusto il bacio iniziale e quello della buonanotte. È finita, non c’è più niente da fare. Non la sento presente quando siamo insieme, è da un’altra parte. Controlla sempre ansiosa il cellulare, risponde confusa, non c’è più. Non mi vede più. Penso che se non le scrivessi si dimenticherebbe della mia esistenza. Sto male, è come se qualcuno mi stia sparando un proiettile al giorno dritto nel cuore. Così è ancora più doloroso, la sua indifferenza mi uccide.

Starà sentendo qualcun altro, ne sono sicuro. Non so che fare, non so neanhe se ho voglia di provare a salvarla la nostra relazione. Voglio provare a salvare me stesso questa volta. Concentrarmi sulla mia vita e il resto che si fotta pure. Non ho più tempo, ho corso tutta la vita dietro alla gente, ho perso pezzi per salvare relazioni e non è servito a nulla. Sto andando avanti senza parti di me, le ho buttate via per gli altri. Se almeno l’avessi fatto per me avrebbe avuto senso.

Finalmente i raggi di sole iniziano a bucare il grigio denso della nebbia, i muesli sono morbidi abbastanza. Guardo le foglie colorate cadute ai bordi della strada e mi pare di vedere me stesso. A terra, non preso in considerazione, pronto ad essere spazzato via da una leggera folata di vento senza neanche la forza di opporre resistenza.

Gezim Qadraku.

Passeggiata

È stata una calda giornata di ottobre. Oggi pomeriggio la temperatura è salita fino a 26 gradi. Da non credere, sembrava estate.
Decidiamo di approfittare di questo bel clima e usciamo a fare una passeggiata.
La pizza ci ha riempiti e vogliamo provare a smaltirla in qualche modo.
Ci prepariamo in fretta perché tra poco sarà buio.
Metti il guinzaglio ad Ako, il piccolo pastore tedesco che da un anno ha movimentato la nostra quotidianità. 
Porto la spazzatura e vi raggiungo.


Saliamo sulla collinetta dietro ai palazzi.
Tu e Ako correte insieme mentre io vi seguo camminando lentamente.
Osservo i colori della natura e penso che l’autunno sia una stagione spettacolare. Ci sono foglie ovunque, per terra, in aria e qualcuna ancora abbracciata ai rami.
Arancione, giallo, rosso fuoco. È un’esplosione meravigliosa di colori.


Arriviamo in cima alla stradina.
Continui a giocare con Ako, gli lanci la pallina e provi a prenderla prima di lui. Sembrate due bambini al parco giochi.
Osservo il nostro paesino dall’alto, poi mi guardo intorno.
Ci siamo solo noi qua sopra.
La pace dopo una giornata come tante di lavoro.


Mi vieni in contro, Ako ti segue.
“Cos’hai?” mi chiedi.
Ti guardo, ti accarezzo la guancia e ti abbraccio.
“Sono felice” ti rispondo.


Mi stringi forte.
Una foglia gialla si appoggia sulla tua testa.
Ako cerca di infilarsi tra noi.
Sorridiamo. Ci stringiamo ancora più forte.
Gli ultimi raggi di sole si godono questo spettacolo.


Attimi di noi.
Sprazzi di felicità.

Gezim Qadraku

Lettere d’autunno

È arrivato l’autunno.
Le temperature stanno diminuendo.
Piove sempre più frequentemente.
Il grigio colora la quotidianità di ogni persona, con qualche accompagnamento di diverse tonalità di marrone, arancione e rosso, delle foglie che abbandonano i rami.

Ho appena finito di mangiare, sto lavando le stoviglie. Lascio che l’acqua calda mi cada sulle mani mentre il pc riproduce musica mediorientale.
Le note portano la mia mente altrove, lontano dalla stanza di venti metri quadri che mi fa da casa da un anno. Un posto nel quale, finalmente, dopo ventisei anni, mi sento a casa. Che roba strana la vita.

Il mio pensiero va a te. Mi chiedo cosa tu stia facendo, cos’hai mangiato stasera, come procedono le tue lezioni. Ripeto le parole che mi hai scritto nell’ultima lettera.
Abbiamo deciso di andare avanti così, scrivendoci delle lettere, inviandocele per posta. Stiamo imparando ad apprezzare l’attesa, un foglio di carta e il tempo che uno continua a dedicare all’altra nonostante la distanza.

L’acqua calda mi dà sempre più sollievo. Sono un tipo freddoloso e ora me ne andrei volentieri in letargo. Mentre passo la spugna sulla pentola penso a cosa potrei scriverti. Per un attimo vorrei non doverlo fare più.
Vorrei fossi qui.
Vorrei condividere questo piccolo spazio con te, ascoltare questa musica con te.
Preparare da mangiare per due.
Condividere il letto con te.

Ti scriverò questo nella prossima lettera.
Ti scriverò che vorrei tu fossi qui.

Gezim Qadraku

L’amore

Ho incontrato un uomo l’altra sera
Anziano, aveva 85 anni
Mi ha raccontato la sua vita
Mi ha detto che ha trascorso 65 anni insieme a una sola donna

Ha baciato solo le sue labbra
Ha fatto l’amore soltanto con lei
Ha accarezzato soltanto le sue mani
Ha avuto occhi solo per lei

Gli ho chiesto come avessero fatto,
com’era possibile una storia del genere
Mi ha detto che ai tempi c’era più fiducia
C’era voglia di stare insieme

Anche quando le cose andavano male
Ci si amava per davvero
Si credeva in quel sentimento
Si era disposti a dare la propria vita per amore

Gezim Qadraku.

Ti ho cercata

Ti ho cercata tutta notte
Ho sognato soltanto te
Ci siamo incontrati nei sogni, come succede da tanto tempo
Ti rincorrevo e tu continuavi a scappare

Volevo parlarti
Non so cosa avessi da dirti di preciso
Correvo più forte che potevo
Ma tu eri sempre più veloce

Ho aperto gli occhi e ho continuato a cercarti
Nel letto non c’eri
Non ci sono più tracce di te
La stanza odora della tua assenza

È un odore atroce, non è rimasto niente del tuo profumo
Ne è passato di tempo
Avrei dovuto abituarmi della tua assenza, ormai
Ma come faccio a dimenticarmi di te?

Gezim Qadraku

Torno presto

Sono all’aeroporto. Aspetto un amico che torna da Londra dopo due mesi di lavoro. Lo speaker annuncia che l’aereo è in ritardo di mezz’ora. Non avendo molte opzioni decido di intraprendere una camminata senza meta. Vago per un po’, finché non raggiungo i gate delle partenze.

La mia attenzione viene subito catturata da un bambino e quello che dovrebbe essere suo padre. Mi rapisce il modo in cui il piccolino è incollato al genitore. Mi siedo su una panchina e continuo a osservarli. Già me lo immagino come andrà a finire questa storia.

Dopo un paio di minuti il padre abbraccia la sua donna con un gesto commosso e profondo. Restano attaccati l’uno all’altra per un tempo indefinito. Quando si staccano, entrambi hanno gli occhi lucidi.  Lui un po’ meno, mentre lei non riesce proprio a trattenere le lacrime. È un colpo al cuore guardarla, mi fa male. Cerca di nascondere la commozione guardando in alto e sistemandosi gli occhiali da sole. Non vuole che il bambino la veda in quello stato.
Il padre si sta trattenendo perché ora arriva la parte impossibile. Si abbassa verso il suo piccolino, gli accarezza i capelli e tira fuori un sorriso forzato, combattuto, mentre riesce nell’esercizio complicatissimo di mantenere le lacrime all’interno del suo corpo. Riesco ad avere un’idea chiarissima della potenza del nodo alla gola che sta provando.

Lo abbraccia forte e il figlio si aggrappa letteralmente al suo corpo. È un’istantanea, un flash. Ci dovrebbe essere qualcuno – per ognuno di noi –  che fotografa o riprende certi attimi della nostra esistenza. Quel gesto andrebbe mostrato nelle scuole per spiegare il significato di genitore, di figlio, di famiglia.
È impossibile pensare che quei due corpi possano staccarsi. Sarebbe come chiedere, o aspettarsi, che un evento naturale smetta di seguire il suo corso. Domandare ai fiori di non sbocciare in primavera o all’acqua dei fiumi di non nutrire i mari. Non lo si può fare.
La madre è costretta a fare ciò che non vorrebbe. Tira a sè il bambino con un gesto rapido, tentando in qualche modo di ridurre il dolore. Come se fosse possibile.

Leggo il labiale del padre: “torno presto”.

Il bambino lo sa che gli sta mentendo e scoppia in un pianto scrosciante. Si gira e abbraccia le gambe della figura materna. Lei guarda il suo uomo, gli accarezza dolcemente il viso e gli dice di andare. In cuor mio, egoisticamente, auguro a me stesso di avere la fortuna di trovare una donna del genere.
Lui guarda il piccolo e poi volta le spalle alla sua famiglia.

È assordante il vuoto che si viene a creare. Per un attimo penso che tutto l’aeroporto si sia fermato e li stia osservando. Non sento nulla. Riesco solo a percepire il dolore di quelle tre persone che aumenta vertiginosamente ogni secondo che passa.

Le conosco queste storie. Le ho già sentite quelle parole. Lo so come si sente quel bambino. Non capisce perché il padre stia facendo una cosa così tremenda come andare a lavorare in un posto lontano. Si sente tradito e non ha torto. Ma quello che non sa è che il padre sta facendo quella brutta cosa solo per lui. Per non fargli mancare nulla ora che è piccolo e soprattutto per potergli, in un certo modo, assicurare un futuro quando sarà grande.

Lo capirà quel bambino, comprenderà tutto questo quando sarà cresciuto. Ma ora non gli importa. Adesso vuole soltanto avere suo padre lì con lui per giocare e andare a mangiare il gelato insieme.

Quello che il padre invece non sa è che si perderà per sempre pezzi di vita del figlio. Si lascerà scappare giorni, mesi e forse anni. Questo durerà finché non riuscirà a portarselo con sé o deciderà di tornare. Potrà capitare, se il periodo di distanza si dovesse prolungare per troppi anni, che quel figlio non sarà in grado di riconoscerlo e andrà nelle braccia di qualcun altro quando lui sarà tornato.
Chiederà a sua madre: “chi è quest’uomo?”.

E allora quel padre si addosserà tutte le colpe del mondo. Si domanderà se ne valeva la pena far soffrire la propria creatura. Vivere lontano dalla sua famiglia e poi tornare per non essere riconosciuto.
Ciò che si sono domandati almeno una volta nella vita tutti quelli che hanno lasciato la propria terra: “ma ne valeva veramente la pena?”
Già, come se un semplice essere umano fosse in grado poter rispondere a un quesito del genere.

Do un’ultima occhiata a quel bambino e mi tornano in mente i racconti di mia madre. La foto di noi tre, con mio padre che mi teneva in braccio pochi giorni dopo la nascita accanto a mia madre,  che le chiedevo di baciare prima di addormentarmi mentre lui non c’era. Quando poi lui tornò e le dissi di farlo dormire sotto il letto, quell’uomo.
Non lo chiamavo più papà. Era diventato quell’uomo. Ne era passato di tempo da quando era andato via e io ero soltanto un bambino. Non avevo colpe, neanche mio padre ne aveva. Non è colpa di nessuno in realtà, è la vita.
Mi sono sempre chiesto come si sia sentito lui, ma non ho avuto mai il coraggio di domandarglielo direttamente.

Esco fuori a fumarmi una sigaretta e prego che nessun padre debba essere costretto a prendere decisioni del genere.

Gezim Qadraku.

 

Ti penso ancora

Niente,
era solo per dirti che ogni tanto ti penso ancora.

Mi domando sempre se tu stia bene.
Mi rispondo che deve essere così.
Se non altro perché io continuo a preoccuparmi di te.

Ora a piccole dosi è vero, ma quanto basta.
Quanto basta per tenere viva una fortezza immaginaria che ti protegga quotidianamente dai pericoli.

Ci sarebbe un’altra cosa che vorrei dirti, ma forse è meglio che tu non la sappia.
Mi manchi.

Gezim Qadraku.

Dei figli

La stagione dei monsoni aveva appena iniziato a provocare i primi danni.
A causa del maltempo il loro volo era stato cancellato.
Avrebbero trascorso tutta la notte in un piccolo aeroporto sperduto da qualche parte in Asia. La cosa non li disturbava affatto, anzi, l’avrebbero inserita nella lista delle loro infinite esperienze.
Tante ne avevano passate insieme dal giorno in cui si erano conosciuti.
Si erano incontrati in un momento particolare della vita per entrambi.

Lei era sempre stata la ragazza fuori posto, incompresa, solitaria.
Era rimasta in mezzo a quel gruppo di persone formato dalla sua famiglia e dagli amici, che non erano mai riusciti a capirla, fino a quando aveva finalmente trovato il coraggio di salutarli per sempre.
Fece loro soltanto una promessa: se tutto fosse andato nel verso giusto non l’avvrebbero rivista mai più.

Lui invece aveva avuto una vita totalmente diversa. Una bellissima famiglia unita, formata da un grande numero di persone, tra le quali però lui era sempre riuscito ad essere quello che catturava l’attenzione e la stima di tutti, grazie ai suoi successi nel mondo scolastico prima e successivamente in quello del lavoro.
Inoltre un ristretto gruppo di amici fedeli e una persona con la quale era piuttosto sicuro di volerci creare una famiglia.
Un giorno però qualcosa si era rotto e gli aveva permesso di aprire gli occhi.
Davanti alle sue pupille si era materializzata una realtà che non aveva mai visto, o che non gli avevano permesso di osservare.
Si accorse semplicemente che i sogni che aveva realizzato fino a quel giorno non erano i suoi, ma delle persone che gli stavano accanto.
Iniziò a domandarsi chi fosse, ma per un lungo periodo non riuscì a darsi una risposta.

Decise che doveva scoprire chi fosse e pensò che l’unico modo per farlo era quello di mettersi in viaggio. Salì su una bicicletta e dal sud Italia si promise che avrebbe raggiunto le vette più fredde dell’Europa.
Anche lei era in viaggio, ma a differenza sua non aveva una destinazione. Aveva semplicemente bisogno di respirare aria pulita di libertà.

Si incontrarono in un ostello poco fuori dal centro di Parigi.
Lui non lo capì, ma la conquistò nel momento esatto in cui le raccontò cosa stava facendo con quella bicicletta.
Lei comprese subito che quell’uomo avrebbe potuto capire e apprezzare il suo bisogno di libertà.
Lui decise di fermarsi qualche giorno in più nella capitale francese per lei.

Non erano partiti per trovare una persona. Innamorarsi avrebbe soltanto rovinato i piani. Non lo sapevano, o probabilmente se lo erano dimenticati entrambi, che non è il tipo di sentimento che si riesce a tenere sotto controllo.
E così, dopo giorni passati a camminare e chiacchierare tra le vie francesi, in un parco alle spalle della magnifica torre, mentre la primavera rendeva quella città una favola, loro due, davanti a un’ottima bottiglia di vino rosso, si promisero che non si sarebbero promessi niente l’uno all’altra.
Avrebbero vissuto tutto quello che sarebbe arrivato fino a quando quella magia sarebbe durata.
C’era una sola condizione: continuare a viaggiare senza una meta.

Ora, in quell’aeroporto asiatico, le lancette segnavano le 23 e un paio di minuti.
Ne erano passati di anni da quei bicchieri di vino al parco di Parigi.

Non mi sono mai sentito così stanco“, esclamo lui.
L’Asia ci ha distrutti” replicò lei con gli occhi che ancora le brillavano mentre ripensava a quei mesi passati tra India, Vietnam, Laos, Cina e Giappone.
Non intendo questo viaggio in particolare. Mi riferisco al nostro stile di vita. Penso che dovremmo prenderci una pausa. Fermarci da qualche parte.

Erano anni che correvano in giro per il mondo come se qualcuno li stesse inseguendo. Dire quelle parole significava venire meno all’unica promessa che si erano fatti a Parigi.
Non la sentì rispondere e preoccupato riprese: “Lo so che…“.
Lei non lo lasciò finire: “Fermiamoci“.
Cercò i suoi occhi per fargli capire che lo voleva veramente, che non lo aveva detto solo per assecondarlo. Non voleva farlo sentire in colpa.
Anche lei era stanca.
Appoggiò la testa sulla spalla di lui.

“Scegliamo un posto e fermiamoci. Costruiamoci una quotidianità normale. 
Io ora sono pronta a farlo.”

Erano fatti per stare insieme quei due. Da tempo avevano raggiunto entrambi l’obiettivo che si erano posti quando si erano messi in viaggio, ovvero capire chi realmente fossero.
Ora l’avevano compreso.
Ora c’erano le basi per avere una vita normale.

Rimasero in silenzio per una buona mezz’ora, felici del nuovo obiettivo che si erano posti. Ancora stupiti di come riuscissero ad avere i medesimi desideri.

“Non mi hai detto in che città vorresti fermarti però”, gli chiese lei.
“Abbiamo tutta la notte per deciderlo” le disse lui, mentre le rubava un bacio.

Lei stringeva la sua mano da quando avevano iniziato quel discorso.
Dopo quel bacio strinse sempre di più e finalmente si prese coraggio per fargli una domanda che non gli aveva mai fatto.
Tu li vorresti dei figli?
Sì…” rispose lui dopo aver aspettato qualche secondo di troppo e con un tono piuttosto incerto.
Lei lo guardò dubbiosa, invitandolo con gli occhi a concludere quella frase.
Basta che somiglino a te.

Gezim Qadraku.

Quei due…

“Mi piacciono tanto quei due.
Si amano per davvero e lo noterebbe chiunque osservandoli.
Non fanno altro che cercarsi, anche quando si trovano nello stesso posto, giusto per avere la certezza che l’altro sia lì.
Si amano senza chiedersi nulla a vicenda, se non quel sentimento che fiorisce in loro spontaneo.
Farebbero a meno di tutto ciò che li circonda, anche degli averi ai quali sono più legati, pur di portare avanti la loro storia. 
Mi ricordano quelle coppie che quando uno muore l’altro lo raggiunge pochissimo tempo dopo.
Penso che l’essenza di questo indescrivibile sentimento sia proprio questa, la consapevolezza di non poter vivere senza quella persona.”

Gezim Qadraku.