Vendetta mancata

Sembrava già tutto scritto, Atlético Madrid campione e giustizia fatta.
Sembrava, perché era già successo al Milan. Perdere in maniera assurda una finale e prendersi la rivincita due anni dopo.
Sembrava, perché anche questa volta gli ingredienti erano quasi gli stessi.
A due anni di distanza, il destino ha dato la possibilità agli uomini di Simeone di riprendersi ciò che gli era stato tolto a Lisbona a soli due minuti dal fischio finale, ancora una volta contro di loro, gli odiati rivali del Real Madrid.
Forse per la prima volta i colchoneros erano favoriti contro i blancos, per tanti motivi.
A partire dal cammino per arrivare alla finale di Milano; i biancorossi sono stati in grado di superare due colossi come Barcellona e Bayern Monaco. Il Real invece ha avuto vita decisamente più facile, nonostante abbia deciso di  complicarsela contro il Wolsfburg per poi superare di misura il Manchester City, in una doppia semifinale tra le più noiose mai viste.
Oltre a questo c’era la sensazione che dovesse vincere l’Atlético perché sarebbe stato giusto così, perché due anni fa si erano fatti raggiungere nel peggiore dei modi, quando ormai erano ad un passo da alzare la coppa.
Poi perché non l’hanno ancora vinta, e prima dell’arrivo di Simeone, avevano raggiunto la finale solo una volta , con l’argentino in panchina sono arrivate due finali in tre stagioni.
Dovevano vincere loro anche perché gli odiati rivali ne hanno già vinte abbastanza, a Lisbona era arrivata la decima, si poteva pensare che fossero già felici e soddisfatti così.
Invece no, non è tutto questo che ti permette di vincere una Champions.
Puoi partire favorito, puoi avere un conto in sospeso con la sorte, ma una finale devi giocarla e vincerla.
Non è stato l’Atlético che siamo abituati a vedere, nel primo tempo sembravano degli agnellini impauriti. La tensione e la paura erano ben visibili nei loro volti, ma soprattutto nelle loro giocate. Un Real ordinato e convinto dei propri mezzi, giocando una buona partita ha portato a casa il massimo risultato.
Sarà che loro sono abituati, per i blancos giocare una finale di Champions è quasi la normalità, per i biancorossi no.
Una vita passata ad avere a che fare contro un vicino di casa che li ha sempre sovrastati in tutto: ricchezza, trofei, campioni. Per questo quando ti trovi lì, al secondo appuntamento con la storia, ancora una volta contro chi odi di più e il favorito sei tu, capita che ti tremino le gambe. Capita che la cattiveria e la grinta che ti contraddistinguono le lasci a casa. Capita che se ti chiami Torres e hai sempre tifato Atlético, senti così tanto la partita da non azzeccare un pallone.
Capita che calci un rigore pessimo nei novanta minuti, per poi tirarne uno perfetto dopo i supplementari e rammaricarti di non averlo calciato così anche prima.
Capita che in porta hai fatto i miracoli per tutta la stagione e anche nei 120 minuti della finale, ma dei rigori non riesci a sfiorarne manco uno.
Capita che sbagli il rigore decisivo perché hai troppa fretta di calciarlo e poi scrivi una lettera ai tuoi tifosi, scusandoti e promettendo a loro che quella coppa il vostro capitano la alzerà prima o poi.
Una squadra abituata a soffrire, abituata a stare nelle posizioni meno note, abituata a vincere le partite con il sangue e con la fame.
Una squadra e un popolo che riusciranno a superare questa ennesima delusione.
Tra due anni la finale si giocherà a Madrid, in quello che sarà il nuovo stadio dell’Atlético.  Vincerla a casa propria, davanti al proprio popolo, potrebbe essere il modo migliore per cancellare queste due atroci sconfitte.
Sarà la volta buona?

Gezim Qadraku.

Storie di calcio: quando Stimac augurò la morte alla famiglia di Mihajlovic

22 marzo 2013, Zagabria.
Allo stadio Maksimir la Croazia affronta la Serbia, ci si gioca la qualificazione ai mondiali del 2014. Già di per sé non è una partita normale, non può esserlo, tra due nazioni che vent’anni prima hanno dato il via a una sanguinosa e orribile guerra civile.
Ma come se non bastasse il rancore storico, c’è un’altra vicenda, tutta balcanica, a rendere questa partita fuori dal comune.
Prima della gara i due allenatori si stringono la mano e si abbracciano, si potrebbe pensare al solito saluto che si vede sempre prima di ogni fischio iniziale, invece è tutto l’opposto di quello che sembra.
L’allenatore della Croazia è Igor Stimac, mentre l’allenatore della Serbia è Sinisa Mihajlovic.
Per farvi capire quanto il c.t serbo sentisse la gara vi riporto le sue dichiarazioni:
per giocare questa partita darei due o tre anni della mia vita“.
Per l’allenatore croato invece, il calcio d’inizio della gara avrebbero dovuto darlo Ante Gotovina e Mladen Markac, due generali croati assolti dal tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia, per crimini di guerra contro la popolazione serba in Croazia. Una volta tornati in patria, sono stati accolti come eroi di guerra da migliaia di persone scese appositamente in piazza.
La partita finisce 2 a 0 per la Croazia, decisive le reti di Olic e Mandzukic, saranno proprio i croati ad aggiudicarsi un posto ai mondiali brasiliani, ma tutto questo è parzialmente importante nel contesto di questa storia.
Il fulcro sono i due commissari tecnici e quel loro abbraccio che significa la pace, una volta per tutte. Sì perché fino a quel giorno, tra Stimac e Mihajlovic c’era stato di tutto, tranne che la pace.
Bisogna andare indietro nel tempo, esattamente l’8 maggio del 1991.
A Belgrado va in scena la finale della coppa di Jugoslavia, se la contendono l’Hajduk Spalato e la Stella Rossa. L’anno precedente, sempre in uno stadio di calcio, si capì che la Jugoslavia aveva ormai i giorni contati. Quella che ancora oggi viene ricordata come la famosa partita mai giocata.

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Igor Stimac (con la maglia numero 4) e Sinisa Mihajlovic

Questa volta la partita si gioca, la coppa se la aggiudica l’Hajduk Spalato vincendo per una rete a zero, con gol decisivo di Boksic. Durante i novanta minuti avviene qualcosa di difficile da spiegare.
La gara è sentitissima da entrambe le squadre, sei giorni prima, a Borovo Selo, è avvenuto un incidente che costituisce uno dei prodromi delle guerre jugoslave.
In questo piccolo villaggio a nord di Vukovar, quattro poliziotti croati hanno cercato di sostituire la bandiera della Jugoslavia con quella croata, gesto che ha provocato la reazione dell’esercito e della popolazione serba.
Borovo Selo è il villaggio dove Mihajlovic è nato e cresciuto, una situazione complicata la sua. Nato da madre croata e padre serbo, per lui quelli erano momenti tutt’altro che facili, dato che nessuno riusciva ad avere notizie di quello che stava accadendo nel suo villaggio.
Come se non bastasse, durante gli innumerevoli scontri sul terreno di gioco, Sinisa si trovò di fronte Stimac, il quale gli disse:
PREGO DIO CHE I NOSTRI UCCIDANO I TUOI A BOROVO“.
Queste parole sono impossibili da spiegare, impossibili da comprendere, risulta difficile dare una spiegazione logica ad un’espressione del genere. Questa frase va oltre ogni immaginazione, oltre a tutto ciò che ci si potrebbe aspettare in un campo di calcio.
La reazione di Mihajlovc fu furibonda, entrambi vennero espulsi. Il serbo dichiarò che avrebbe potuto ucciderlo a morsi. Il rapporto rimase teso anche negli anni successivi, nel 2003 Stimac lasciò la seguente dichiarazione:
Sua madre è croata, sua moglie è italiana, si è sposato e ha battezzato i suoi figli in una chiesa cattolica: i serbi non lo accetteranno mai“.
Qualche anno dopo Mihajlovic lo invitò a risolvere la questione davanti ad un bicchiere di vino, ma il croato rifiutò rispondendo:
Non potrei mai bere con lui. Sicuramente non avremo più contatti“.

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Un giovane Mihajlovic con il suo amico Arkan

Dopo lo scoppio della guerra lo zio materno di Sinisa minacciò di uccidere il padre, perché era serbo. La sua famiglia venne portata in salvo grazie all’intervento di Arkan, che li trasferì a Belgrado.
Un evento che ha contribuito a far sì che Mihajlovic optasse per la parte serba del suo sangue. Un Mihajlovic che durante il suo periodo da commissario tecnico della nazionale serba impose un codice di comportamento, che tutti i giocatori dovevano firmare e rispettare. Il primo ad accorgersi che il c.t faceva sul serio fu Ljajic, il quale non cantò l’inno nazionale e venne escluso dalla rosa.

Le porte della nazionale sono aperte a tutti, anche per Ljajic. Ma lui sa che la nostra rappresentativa ha i propri principi che nulla hanno a che vedere con il gioco. Tutti devono rispettare l’inno nazionale, il paese, la maglia. Se Ljajic canta l’inno e se è in forma io lo convoco. Se non vuol cantare, non può giocare.

Anche il capitano Ivanovic rischiò di fare la stessa fine, quando contestò la decisione del tecnico di applaudire l’inno degli avversari, una gesto che al giocatore del Chelsea sembrava stupido. L’allenatore non esitò a dirgli che se quello era il suo pensiero, poteva tranquillamente fare a meno di lui, il difensore cambiò idea e rimase nella rosa.
Di certo Mihajlovic non verrà ricordato per la sua deludente esperienza da commissario tecnico, una cosa che rimarrà della sua guida sarà l’importanza che diede ai valori umani rispetto a quelli tecnici.
Quei valori di appartenenza alla propria nazione, che hanno reso possibile una storia come questa. Il significato di quell’abbraccio, dopo anni di astio, è importantissimo. Per quanto possa essere stato forzato, ha dato un segnale fondamentale ad entrambe le nazioni. Il rancore probabilmente non cesserà mai, ma tutti si sono accorti che di buono, nel farsi la guerra, c’è ben poco.
Una storia così, poteva accadere solo nei Balcani.

Gezim Qadraku.

God Save Leicester City

Ho guardato una sola partita del Leicester quest’anno, la gara di ritorno contro il Manchester United.
Mi sono accorto dell’esistenza di questa squadra quando ho sentito che il Napoli aveva venduto Inler ai foxes, non sapevo neanche che Ranieri fosse l’allenatore.
Poi però dopo le prime giornate di Premier quel nome ho iniziato a sentirlo sempre più spesso, inizialmente era sempre affibbiato al suo attaccante, Jamie Vardy.
Sembrava il classico inizio inaspettato della cenerentola del campionato, ai tempi si faceva il tifo per il numero nove e per il record di reti che cercava di battere.
Il girone di andata è finito, è arrivato l’anno nuovo e i ragazzi di Ranieri erano ancora davanti a tutti, allora in quel momento mi sono promesso di non guardarli, avevo una paura fottuta di portare sfiga.
Ogni sabato o domenica seguivo la partita su Livescore, per poi andare a riguardarmi subito gli highlights. Era un continuo volerci credere, ma dover fare i conti con la realtà.
Perché siamo cresciuti vedendo vincere solo le grandi squadre,  quelle con i campioni in rosa, quelle con tanti soldi.
Ad ogni weekend la tensione saliva sempre di più, poi le big della premier hanno iniziato a perdere il passo ed è rimasto solo il Tottenham, da quel momento la speranza si è trasformata in vera e propria ansia. Mi sono auto imposto di non guardare assolutamente le ultime partite, ho resistito fino alla gara contro il Sunderland.
Ho acceso la TV a pochi secondi dalla fine, giusto in tempo per godermi il gol del 2 a 0 di Vardy. La settimana successiva televisore ancora spento, fino a quando sul sito non ho letto che il West Ham stava vincendo per 2 a 1 e mancavano praticamente pochi minuti.
Poi un urlo “RIGORE”, corro da mio fratello e insieme esultiamo come due pazzi per il pareggio di Ulloa.
Contro lo Swansea mi sono messo comodo per godermi tutti i 90 minuti, ma dopo il 2 a 0 facile del primo tempo, mi sono concesso il lusso di tornare a studiare.
Contro il Manchester me la sono goduta tutta ed è andata bene, un punto, poi il Tottenham ha fatto quello che doveva fare, non vincere.
E’ e sarà per sempre la nostra favola, anche se nessuno di noi conosceva questi ragazzi fino a pochi mesi fa, ma è impossibile non tifare per loro.
E’ la nostra favola perché noi siamo quelli che non ce l’hanno fatta, noi siamo quelli che lavorano in fabbrica e quando alle 18 il lavoro è finito non torniamo a casa a riposare, ma andiamo ad allenarci in un campo di periferia dove l’erba si vede solo a Luglio.
Noi siamo quelli in cui nessuno ha mai creduto, quelli a cui non è stata data nessuna possibilità.
Noi siamo quelli che ogni domenica calcano i campi delle categorie più basse e non riescono mai a smettere di sognare di arrivare a giocare sotto i riflettori.
Noi siamo quelli che se va bene ricevono il rimborso spese minimo per pagarsi la benzina.
Noi siamo quelli che vivono di calcio, dal lunedì alla domenica, ventiquattro ore al giorno.
Noi siamo quelli che non si riconoscono in Cristiano Ronaldo o Messi, perché sono troppo lontani da noi. Troppo forti, troppi ricchi, troppo inarrivabili.
Noi ci riconosciamo in quelli come noi, quelli dati per sconfitti,  quelli con poca qualità, ma con un cuore infinito. Quelli che giocano con l’anima, quelli che sfidano i grandi poteri ogni giorno, sperando di poterli battere prima o poi.
In quelli che sognano  ad occhi aperti.
Siamo cresciuti sentendoci dire sempre la solita frase:
“credici sempre e non mollare mai, che i risultati arrivano“, ma noi quei risultati non li abbiamo mai visti. Abbiamo sempre dato il massimo, ma non è bastato.
Impossible is nothing” recitava un po’ di tempo fa un famoso spot televisivo, ma sembrava la solita campagna pubblicitaria, così lontana da noi. Sembrava.
Ora possiamo dirlo forte anche noi che niente è impossibile.
Ce la terremo stretta per tutta la vita questa meravigliosa favola.
Perché arriverà il giorno in cui su quei campi ci torneremo, ma a giocare sarà nostro figlio e quando sbaglierà una partita, o verrà scartato ad un provino o qualcuno si permetterà di dirgli che non è adatto per questo sport, noi sapremo come tirargli su il morale.
Potremo raccontargli una storia vera.
La storia della squadra inglese con la maglia blu che vinse il campionato facendo innamorare tutto il mondo,
la storia dell’allenatore che veniva preso in giro da tutti,
la storia di un gruppo di ragazzi sui quali nessuno aveva mai creduto.
Gli racconteremo la favola del Leicester, quella che sarà per sempre la nostra favola preferita.

Gezim Qadraku.

Il ragazzo venuto dal cielo

È l’estate del 2003 quando il calcio italiano viene colpito da un fulmine a ciel sereno. Nessuno si accorge di niente, il lampo ha le sembianze di un ventunenne brasiliano che si presenta agli arrivi internazionali della Malpensa, in giacca cravatta e occhiali da vista. Potrebbe sembrare un giovane neolaureato venuto a far carriera in Italia.
Invece no, è il nuovo acquisto del Milan e non lo conosce nessuno, nemmeno il suo allenatore e i suoi futuri compagni. Il suo nome è lungo e complicato, Ricardo Izecson Dos Santos Leite. Per tutti sarà il ragazzino con la maglia numero ventidue, per tutti sarà semplicemente Kakà.

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Mi ricordo il momento in cui appresi del suo acquisto, mi trovavo in spiaggia in Montenegro e mio padre mi disse: “abbiamo preso un brasiliano”.
Solo per il fatto di aver sentito la parola brasiliano mi si illuminarono gli occhi, “come si chiama?” chiesi.
Kakà”.
Ci fu un momento di silenzio, il dubbio aleggiava sotto il nostro ombrellone, nessuno dei due era molto convinto, ma ci bastò poco per farci cambiare idea.
Prima giornata di campionato, il Milan debuttò ad Ancona, e quel ragazzino giocò titolare.
Secondo tempo, Nesta allontana di testa un cross, la sfera va verso il ragazzino, stop di coscia, un avversario lo pressa, lui con calma quasi irrisoria lo supera con un sombrero, accompagna la discesa della palla con lo sguardo, la stoppa delicatamente; nel frattempo l’avversario appena saltato e un altro suo compagno gli si avvicinano per stringerlo nella morsa, si guarda due secondi attorno e all’improvviso accelera. Il cambio di passo è devastante, considerando che lo fa praticamente da fermo, i due giocatori dell’Ancora sembrano rimanere fermi, in realtà cercano di rincorrerlo ma Ricky è troppo veloce.
Porta la palla per qualche metro e poi serve Cafu nello spazio, il quale crossa per Shevchenko, che non sbaglia.
Mio padre mi guarda, e cercando di non scomporsi troppo mi dice: “mi sa che è bravo”.
Ad Ancelotti e compagni bastarono pochi giorni di allenamento per capire che quello era un fenomeno, si presentò resistendo alle spallate di Gattuso e lasciando sul posto un certo Maldini.
Il calcio italiano venne lacerato in due dal ragazzino, non si era mai visto niente del genere prima. Non così, con quella velocità, con quella semplicità.
Si accaparra subito il posto da titolare, ai danni di Rui Costa, il quale dichiarò:
Stare in panchina mi dispiace. Ma sono il primo a riconoscere che davanti ho un giocatore che presto vincerà il pallone d’oro”.
Risulta troppo decisivo, non è concepibile pensare di lasciare in panchina una forza della natura del genere. Strappa le partite con i suoi cambi di velocità, salta sempre l’uomo, ma non solo uno, tutti quelli che si trova davanti. E’ in grado di fungere sia da vero trequartista, servendo alla perfezione i propri compagni, ma anche da realizzatore, non disdegnando di cercare la soluzione personale arrivando al gol spesso e volentieri. Il suo adattamento al calcio italiano è qualcosa di meraviglioso.
Non è il solito brasiliano cresciuto nella miseria, il passato di Ricardo, economicamente parlando, è stato dei più rosei. Cresce nella borghesia brasiliana, papà ingegnere e madre professoressa di matematica, ha la possibilità di studiare e giocare a calcio sin da piccolo, a tutto questo aggiunge educazione e intelligenza impeccabili. Il classico ragazzo che ogni madre vorrebbe per la propria figlia.
Tutto questo gli ha permesso di non perdere la testa, una vola arrivato in una città come Milano.
I problemi di Ricky da piccolo sono stati più che altro fisici. Dopo essere approdato nella sua prima e unica squadra brasiliana, il San Paolo, il ragazzino inizia a fare i conti con un ritardo della crescita. Fisicamente è sempre indietro di due anni rispetto ai suoi coetanei. Questo lo mette in difficoltà, ma sin da quei momenti  impara a non mollare, a perseverare e impegnarsi. Saranno anni difficili, di sacrifici e sudore, ma da quello che pareva uno svantaggio ne viene fuori una bella scoperta.
Kakà infatti nasce come vera e propria punta, ma il fisico esile gli impediva di riuscire ad essere efficace quando era accerchiato dai difensori, così l’allenatore decise di spostarlo più indietro, in modo tale da avere più spazio per muoversi. È in quel momento che nasce Kakà, il trequartista atipico. Proprio quando tutto il Brasile si stava accorgendo del suo talento, una caduta rischia di portarlo alla paralisi. Molto probabilmente in quel momento avviene l’incontro che gli cambia radicalmente la vita, l’incontro con la fede. L’incidente non ebbe conseguenze negative per il ragazzo, che tornò a correre dietro al suo amato pallone.

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Dopo lo splendido debutto in maglia rossonera, il primo gol arriva nel miglior momento possibile, in un derby. Il Milan vince tre a uno contro i cugini neroazzurri e Kakà segna la sua prima rete in rossonero, entrando dritto nel cuore dei tifosi.
Dopo pochi mesi però, deve subito fare i conti con una sconfitta pesante. Il Milan si gioca la coppa Intercontinentale contro il Boca Juniors, e sono gli argentini ad avere la meglio ai rigori.
Sarà così la carriera del brasiliano, un’altalena di alti e bassi, senza una sequenza precisa, che lo porterà a provare enormi delusioni, ma anche ad arricchire la sua bacheca con qualsiasi trofeo.
L’annata del debutto è anche quella della vittoria dello scudetto, il diciassettesimo per il diavolo. A dir poco decisivo il numero 22, segna dieci reti ed è sempre titolare.
Suo l’assist per Shevchenko, nella partita contro la Roma dove i rossoneri si laureano campioni d’Italia. Un’annata nella quale il Milan avrebbe potuto riconfermarsi anche in Europa, se non si fosse imbattuto in una delle più brutte notti europee, la maledetta sera del Riazor. Nella quale gli uomini di Ancelotti subirono quattro reti dal Deportivo la Coruna e abbandonarono prematuramente la competizione. È un rapporto difficile quello con la Champions League per Ricardo, nel 2005 i rossoneri arrivano in finale, ma ad attenderli c’è la più grande delusione della loro storia. Kakà può solo assaporare il sapore della coppa dalle grandi orecchie, ma è costretto a vederla nelle mani del Liverpool, non sa che il destino gli darà la possibilità di rifarsi.
La sua fama, il suo talento e la sua immagine sono in continua ascesa, ma è soprattutto fuori dal campo che dimostra di essere un ragazzo diverso. Sposa la sua ragazza storica, quella con la quale ha passato gran parte della sua vita, con la quale arriva vergine al matrimonio. Ecco sì, basta questo ultimo particolare per capire che non stiamo parlando del solito calciatore.
Il 2006 porta un’altra cocente delusione a Ricardo, ancora più difficile da digerire perché riguarda il suo amato paese. Il Brasile infatti, parte favoritissimo alla vigilia dei mondiali tedeschi, il reparto avanzato dei Carioca è qualcosa di illegale.
Kakà, Ronaldinho, Adriano e Ronaldo.
Ricky gioca bene la prima partita, dove risulta decisivo segnando alla Croazia, poi però più nulla.
Per quanto quei quattro insieme possano essere difficili da fermare, l’equilibrio della squadra ne risente e i verde-oro vengono sbattuti fuori ai quarti dalla Francia. Un eterno incompiuto, in termini di nazionale, anche il mondiale 2010 sarà una delusione; eppure le premesse con il Brasile erano state delle migliori, c’era anche lui nella selezione campione del mondo del 2002, anche se giocò soltanto diciotto minuti.
Dopo la tempesta però, arriva sempre l’arcobaleno, e così finalmente arriva l’anno della consacrazione per il brasiliano. Un’annata che parte da lontano, dai preliminari di Champions contro la Stella Rossa, un’annata particolare, che vede i rossoneri fare una fatica immane in campionato, e trasformarsi in quello che è da sempre stato il loro habitat naturale, le notti europee. É Ricky a prendere letteralmente per mano la squadra e guidarla nella cavalcata trionfale; strepitoso nel giro eliminatorio, permette ai rossoneri di raggiungere gli ottavi di finale da primi del girone.
Ai quarti ci sono i sempre ostici Scozzesi del Celtic, non bastano 180 minuti, al ritorno infatti sono necessari i tempi supplementari. Ed è qui, che il brasiliano realizza il gol che mi fa emozionare ancora oggi. Riceve palla a centrocampo, resiste alla spinta di un avversario e poi mette il turbo, è incontenibile, nessuno gli si fa sotto, solo una volta arrivato in area è costretto a spostarsi verso sinistra per evitare l’intervento del difensore, il portiere dei biancoverdi nel frattempo è uscito, ma Ricky lo trafigge con un delicato piatto sinistro che passa in mezzo alle gambe dell’estremo difensore.
Non puoi essere in grado di fare un allungo del genere, con una tale lucidità, durante un tempo supplementare, se non sei Kakà.
Ai quarti ci sono i tedeschi del Bayern Monaco, al quale il Milan dà una ripassata di calcio all’Allianz Arena.
La semifinale mette di fronte i due volti più noti del momento, da una parte Cristiano Ronaldo e dall’altra Kakà. Andata a Manchester e ritorno a Milano.
I red devils partono subito forte e si portano in vantaggio, sembra la classica trasferta dove la squadra italiana è chiamata ad evitare la catastrofe, ma no, questa è una partita diversa, perché dopo il gol subito il ragazzo dalla faccia pulita si trasforma in diavolo.
Due gol in pochi minuti, Old Trafford ammutolito, il Manchester si rende conto che dall’altra parte c’è un fenomeno. Il secondo gol rimarrà nella storia dello sport, quando riceve il lancio di Dida, Kakà si trova da solo nella metà campo dei devils contro tre avversari. Vince un contrasto di spalla con Fletcher, supera in scioltezza Heinze con un pallonetto, il quale si rifà sotto insieme ad Evra, ma Ricky si prende letteralmente gioco di loro, toccando la palla di testa e facendola passare in mezzo ai due, pochi attimi prima che si scontrino. Una volta davanti a Van Der Sar non può far altro che appoggiare in rete.
Un gol monumentale, degno del teatro dei sogni.

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I red devils rimontano, vincendo 3 a 2, ma la sensazione dopo il fischio finale è che il Milan può mangiarselo a colazione quel Manchester. Così sarà, nella notte della partita perfetta. Milan 3 – Manchester 0. Dopo il primo gol del solito Ricky, Compagnoni lo definisce “l’extraterrestre”. È la serata perfetta, a Milano piove, il campo è in condizione eccellenti, San Siro è stracolmo e il Milan mette in mostra una delle migliori prestazioni della storia del club.
Kakà sembra giocare una partita tutta sua, ogni momento è buono per accelerare e far impazzire gli avversari. Milan in finale, e ad Atene il destino dà la possibilità ai rossoneri di vendicarsi. La prestazione dei rossoneri in finale è una delle peggiori della stagione, nel primo tempo si vede solamente il Liverpool, ma a pochi secondi dal rientro negli spogliatoi il brasiliano si procura la punizione che permette al Milan di portarsi in vantaggio. Nella ripresa è lui a servire un assist al bacio ad Inzaghi per il due a zero. Il Liverpool sogna un’altra rimonta, ma questa volta la storia è diversa. La vendetta è servita.
La consacrazione di Kakà, che dopo il triplice fischio si inginocchia, chiude gli occhi, alza le mani al cielo e ringrazia. Dopo la Champions arriva anche il meritato pallone d’oro.
Si sa che quando arrivi in cima è dura restarci, e può capitare che tu possa iniziare a scendere e non fermarti più. Esattamente quello che succede al brasiliano.
Nel gennaio del 2009 si arriva a qualcosa di impensabile fino a pochi anni prima, ovvero la possibile cessione del ragazzo.
I soldi che il Manchester City offre sono veramente tanti e la società accetta, sembra che ormai il trasferimento sia cosa fatta, ma poi Ricky regala un gesto d’amore che fa letteralmente impazzire il popolo milanista. È una fredda serata di gennaio, quando il ragazzo si affaccia alla finestra di casa sua per dare la buona notizia ai suoi tifosi,
Siamo venuti fin qua – siam venuti fin qua – per vedere segnare Kakà” cantano in strada i supporters rossoneri. La magia del ragazzo perfetto, con il cuore solo per il Milan dura solo un’altra mezza stagione. A giugno il brasiliano non può rifiutare la chiamata che arriva da Madrid, cosa puoi fare se il Real Madrid ti vuole? Ringraziare e accettare l’offerta.
Questo è stato il suo unico errore, accettare quella proposta, ma come biasimarlo. A Madrid però non è l’unico fuoriclasse, anzi, il destino vuole che insieme a lui arrivi un altro alieno, Cristiano Ronaldo. Uno capace di rubarti la scena, uno abituato a stare al centro dell’attenzione, uno adatto a tutto quello che  la quotidianità madrilena vuole.
Uno capace di non far sentire la tua assenza in campo, e così, di quel ragazzo in grado di sfondare letteralmente le difese di tutto il mondo, si persero per sempre le tracce. Dei quattro anni in maglia bianca non c’è molto da ricordare, se non il  suo addio per ritornare a casa.
Tutti lo aspettano con lo stesso affetto di sempre, il 22 è lì pronto per lui, e anche se non è più quello di una volta, fa sempre bene al cuore vederlo con quei colori addosso.
Resta un anno, giusto in tempo per segnare il suo centesimo gol con il Milan.
All’età di trentadue anni decide di lasciare il calcio europeo, saluta tutti e se ne va prima in Brasile e poi in America.

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È stata una fiamma, durata purtroppo solo quattro anni, nei quali ha mostrato un modo di giocare a calcio che non si era mai visto. Accelerazioni incontenibili, capacità di trasformare un campo di calcio in una vera e propria prateria, nella quale mettere in mostra tutto il suo talento, abbinando velocità, potenza, concretezza e tecnica.
È sempre stato semplice, sia in campo che fuori. Il più europeo dei brasiliani, nessun numero da circo, concretezza e linearità, come il vecchio continente desidera. Dagli occhiali da vista alla numero ventidue cambiava poco, soltanto che quando sulle spalle c’era quella cifra, dietro a quella faccia da angioletto prendeva vita un vero e proprio tornado, che nessuno era in grado controllare. Lo ricorderemo per le sue accelerazioni, per la sua faccia da ragazzino educato e gentile, per il suo numero, per la sua esultanza.
Quelle mani rivolte al cielo dopo ogni i gol. Un gesto di ringraziamento, ma anche un modo per mostrare a noi comuni mortali il luogo della sua provenienza.
Perché solo dal cielo poteva arrivare uno così. 

Gezim Qadraku.

Il profeta del calcio

Gli uomini, per legge di natura, si dividono, in generale, in due categorie: la categoria inferiore (quella degli uomini ordinari), che è, per così dire, composta di materiali che servono unicamente a procreare individui simili a loro, e quella degli uomini veri e propri, che hanno il dono o la capacità di dire nel loro ambiente una parola nuova. La prima categoria è sempre padrona del presente, la seconda è padrona dell’avvenire. Gli uomini della prima conservano il mondo e lo aumentano numericamente; quelli della seconda muovono il mondo e lo conducono verso la meta“.
Scriveva così, lo scrittore russo Fedor Dostoevskij.
C’è stato un calciatore, che più di tutti, è riuscito nell’impresa di rivoluzionare il calcio e condurlo verso la meta, si chiamava Johan, era olandese e vestiva la maglia numero 14.

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Nacque due anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, il padre gestiva un negozio di frutta e verdura, la madre faceva la lavandaia, abitavano a soli 300 metri dallo storico stadio dell’Ajax, il De Meer.
L’attrazione fu fatale per il piccolo Johan, decise che il calcio sarebbe stato il suo sport, non poteva essere altrimenti.
A scuola non andava benissimo: “potrebbe impegnarsi di più“, scrivevano i professori sulla pagella.
Sì, poteva, ma le sue energie le custodiva per le partitelle in strada con gli amici.
La strada fu il suo primo palcoscenico, lì dove sei costretto a pensare in fretta, perché di spazio non ce n’è abbastanza e devi essere intelligente a trovarlo, lì dove devi stare attento a non cadere, altrimenti ti fai male.
Si innamorò dell’Ajax, diventò la mascotte della squadra, seguiva le partite, aiutava il magazziniere a sbrigare le faccende del campo e a dieci anni, senza fare alcun provino, venne tesserato dai Lancieri.
A soli dodici anni perse la figura paterna, la prima squadra adottò il piccolo Johan e la società trovò un lavoro alla madre. Era ancora un bambino dai piedi piatti e le caviglie deformi, ma tutti si erano accorti di avere tra le mani un vero e proprio diamante.
Il debutto tra i professionisti arrivò a soli 17 anni, era il 1964 e ad Amsterdam si incominciava a respirare profumo di rivoluzione. L’anno successivo infatti, i Provos anticiparono i movimenti di massa socialmente eterogenei del sessantotto.
Avevano come simboli, le biciclette bianche e le mele, trattavano temi che nessuno sembrava conoscere, in un paese ricco come l’Olanda, pacifismo, ecologia, libertà sessuale e liberalizzazione delle droghe leggere.
Amsterdam divenne la capitale della controcultura. L’ennesima prova di una paese sempre un passo avanti rispetto agli altri, da lì a pochi anni dimostrò di esserlo anche nel calcio.
All’Ajax arrivò colui che verrà eletto allenatore del XX secolo, Rinus Michels.
Un genio che diede il via alla rivoluzione calcistica più importante della storia di questo sport, il padre del calcio totale, fu lui il primo a portare la coppa dei campioni ad Amsterdam, prima di lasciare i Lancieri nel loro miglior momento.
L’Ajax di Cruijff vinse tre Coppe dei Campioni di fila, l’Europa venne conquistata dai bianco rossi, la rivoluzione era riuscita, il calcio era stato completamente cambiato.
C’è stato un prima e un dopo Cruijff, il simbolo di questo cambiamento non poteva che essere il suo numero di maglia, il 14. Diverse sono le leggende dietro a questa decisione, si dice che l’avesse scelto lo stesso Johan perché a quattordici anni aveva vinto il primo campionato, altri dicono che in una partita, ad un suo compagno mancasse la maglia, lui gli prestò la sua e prese la 14.
Qualsiasi sia la verità, questo è stato un ulteriore simbolo in grado di descrivere chi era Cruijff. All’epoca i titolari utilizzavano i numeri dall’uno all’undici, lui decise per il 14 e “obbligò” gli altri ad accettare la sua decisione.
Con la rigidità delle regole non ebbe mai un buon rapporto l’olandese.

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Dopo aver conquistato l’Europa, lasciò l’Ajax e firmò per il Barcellona. Venne accolto come un Dio, e come tale si comportò in campo. Permise ai Blaugrana di vincere la Liga e poi volò in Germania per disputare i mondiali di calcio.
Era all’apice della sua carriera, oltre ai successi in Europa aveva vinto due palloni d’oro e mancava solo quella coppa oro nella sua bacheca. L’Olanda mostrò un calcio stupendo, incantò e distrusse tutti gli avversari e naturalmente si qualificò per la  finale.
L’avversario era la Germania ovest, nel primo minuto di quella partita andò in scena la più bella rappresentazione del calcio, mai vista nella storia.
Furono gli olandesi a battere il calcio d’inizio, effettuarono sedici passaggi in un minuto, Cruijff ricevette la palla a centrocampo (in quel momento era l’uomo più basso degli Orange), effettuò un’accelerazione in verticale, entrò in area e venne steso, calcio di rigore. Neeskens segnò, uno a zero Olanda. La Germania non aveva ancora toccato palla.
Nonostante la superiorità olandese e la lezione di calcio impartita all’inizio del match, a vincere la competizione furono i tedeschi. Perché, come scrisse Dimitrijevic:
il calcio è un gioco che si gioca con due squadre di undici giocatori, un pallone e un arbitro, in cui, alla fine vince la Germania“.
Vinse un altro pallone d’oro, la sua carriera continuò tra Spagna, un’avventura negli States e il ritorno in Olanda.
In campo fu ossessionato dallo spazio, non aveva una posizione fissa, vagava per il rettangolo di gioco e riguardando le sue immagini sembra che avesse una calamità che attirava su di sé tutto quanto, palla, avversari, tifosi e arbitri.
Dava l’idea di avere tutto sotto controllo, disse che aveva la capacità di capire in anticipo cosa sarebbe accaduto. Era avanti di due o tre pensieri rispetto agli altri, era in grado di ricoprire qualsiasi ruolo.
Non è un attaccante, ma fa tanti gol; non è un difensore ma non perde mai un contrasto; non è un regista ma imposta il gioco in ogni zona del campo e gioca il pallone sempre per i compagni“.  (Alfredo di Stefano).
Faceva tutto quello che voleva con la palla, ma anche senza perché era dotato di un intelligenza tattica che pochi hanno, aveva la visione di gioco del miglior regista, ciò gli permetteva di dispensare palle al miele per i propri compagni.
Ogni sua azione era accompagnata da eleganza e naturalezza sublimi.

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Fu in grado di cambiare anche la concezione del calciatore come mestiere, il primo a trasformarsi in un calciatore-azienda, il primo a dare importanza agli interessi dell’atleta.
Riuscì a mettere a disagio anche gli sponsor. Nel mondiale del 1974, l’Olanda aveva come sponsor l’Adidas, ma il giocatore più rappresentativo, Johan, vestiva Puma. Fu l’unico ad indossare maglietta e calzoncini con due strisce, invece che le tre storiche del marchio tedesco. Non era l’unico a vestire Puma, il suo compagno Haan condivideva con lui questa scelta. Haan però giocò con la maglia e calzoncini a tre strisce, giusto per farvi capire cosa voleva dire essere Cruijff.
Conclusa la carriera da calciatore, si sedette in panchina.
Non fu da meno neanche da allenatore, vinse con l’Ajax, ma con il Barcellona riuscì nel miracolo. Portare la prima Coppa dei Campioni in Catalogna. Era il Dream Team, con Koeamn, Guardiola, Laudrup, Romario e Stoickov.
Da allenatore arrivò la sconfitta più bruciante della sua vita, nella finale di Champions League del 1994, contro il Milan di Capello. Prima della gara l’olandese si autoproclamò vincitore della competizione e gli spagnoli si fecero fotografare con la coppa.
Il Milan vinse quattro a zero.
Johan era fatto così, se doveva cadere lo faceva con le sue idee, così ha fatto per tutta la vita. Anche da allenatore portò avanti l’idea di un gioco divertente, spregiudicato, totale, per lui era importante mostrare un bel gioco, non solo vincere.
Alla radice di tutto c’è che i ragazzini si devono divertire a giocare a calcio“, sembra quasi banale questa sua dichiarazione, ma questa è la vera forza di chi nel calcio è riuscito a fare la differenza. Giocare divertendosi, senza pressione, lui poteva farlo perché
era consapevole di essere un genio, questo lo ha portato ad avere una forza interiore che è stata la sua caratteristica più importante. In egual misura alla dedizione e alla tenacia che dimostrava negli allenamenti, era ben consapevole dell’importanza fondamentale che l’allenamento ha per un atleta.
La natura pensò bene di dotarlo anche di tecnica e intelligenza smisurate, in modo tale da permettere agli amanti del calcio di poter osservare in lui la personificazione del calcio.
In un uno scambio di battute, Jorge Valdano si sentì dire dall’olandese “ragazzino, a ventun anni a Cruijff si da del lei“.
Su questo non sono d’accordo con Johan; a Cruijff, del lei, bisogna darglielo sempre.

Gezim Qadraku.

 

Il piede destro di Dio

È la mattina del 17 luglio 2008, ricevo una telefonata da mio padre:
Abbiamo preso Ronaldinho, è ufficiale. Stasera lo presentano a San Siro, vado a vederlo”.
In quel momento non provai proprio del sentimento di affetto per mio padre, mi trovavo in vacanza insieme a mia madre e a mio fratello, mi stavo perdendo la presentazione del giocatore che tutti gli appassionati di calcio volevano avere nella propria squadra.
Fu una presentazione incredibile, un stadio gremito di milanisti in visibilio, show di calcio freestyle e tante speranze di vittoria riposte sul brasiliano.
In certi momenti della vita è un bene non sapere ciò che ci riserverà il futuro, questo fu uno di quelli per i tifosi milanisti. Sì perché il Dinho che arriva al Milan, è un giocatore ben diverso da quello visto con la maglia del Barcellona.

AC Milan's newly signed player Ronaldinho attends his presentation at San Siro Stadium in Milan
Italian soccer club AC Milan’s newly signed player Ronaldinho of Brazil attends his presentation at San Siro Stadium in Milan July 17, 2008. REUTERS/Alessandro Garofalo

Non è cresciuto nell’oro, ma neanche nella miseria di tanti suoi connazionali. Il padre si faceva in quattro, da un lavoro all’altro, per portare a casa i soldi. Un destino legato al pallone quello della famiglia; papà Joào era stato un centrocampista della squadra dilettante del Cruzeiro Porto Alegre, la carriera di Dinho invece inizia a soli sei anni, quando insieme al fratello Roberto (quello che diventerà il suo procuratore) entra nella scuola calcio del Gremio. Club per il quale il padre faceva il parcheggiatore dello stadio, nei giorni delle partite. L’approdo dei fratelli al Gremio sembra la svolta verso un futuro migliore, la società infatti regala alla famiglia una villa con piscina.
Il sogno si trasforma in incubo, è proprio in piscina che perde la vita il padre. È una tragedia che non fa altro che cementificare il rapporto tra i figli e la madre. Tutti si preoccupano del più piccolino, tutti lo coccolano e lo proteggono. Il padre se ne va presto, ma i suoi insegnamenti resteranno per sempre nella testa del ragazzo.
Le ripetizioni degli esercizi tecnici, l’imposizione del gioco a due tocchi e l’idea di mettere in mostra un calcio pieno di destrezza. Con una tecnica del genere ci nasci, non la apprendi con nessun allenamento, però i dribbling e la rapidità di esecuzione, il ragazzo li perfeziona con il suo cane, dato che dopo un po’ tutti i suoi amici si stufavano di essere messi a sedere e lui restava solo col suo pallone. Avete mai provato a scartare un cane? Provateci e capirete quanto è difficile.

“Ad un certo punto i miei amici si stancavano di giocare a calcio, allora io mi allenavo tra le sedie e con il mio cane; è anche grazie a lui se so fare quello che faccio”

Debutta tra i grandi a diciotto anni e in tre stagioni con il Gremio convince tutti, anche suo fratello, che gli consiglia di intraprendere lo stesso percorso di Ronaldo, ovvero il viaggio verso l’Europa.
È il Paris Saint Germain a credere nel suo talento, il brasiliano non fa cose eccezionali in Francia, ma dopo la prima stagione fa parte della formazione titolare carioca nel mondiale nippo-coreano. Il protagonista assoluto di quella competizione sarà Ronaldo, Dinho però riesce a ritagliarsi il suo momento di gloria.
Nei quarti di finale il Brasile incontra l’Inghilterra di Owen e Beckham. A sorpresa sono gli inglesi a portarsi in vantaggio, con un gol di Owen su errore di Lucio.
Poi però Ronaldinho decide di salire in cattedra. È l’ultimo minuto del primo tempo, quando prende palla a centrocampo e punta la difesa avversaria, Ashley Cole prova a contrastarlo, il brasiliano esegue un doppio passo rapido che mette a terra il difensore inglese, potrebbe anche calciare, ma decide di servire Rivaldo sulla destra, il quale con un piatto sinistro riapre la partita. Nel secondo tempo arriva la giocata da fuoriclasse, una punizione dai trentacinque metri, defilata sulla destra, dalla quale ci si potrebbe aspettare solamente un cross al centro. Seaman è fuori dai pali, Ronaldinho lo vede e calcia in porta, il pallone si insacca sotto l’incrocio dei pali.
Un gol impensabile.
“Ho visto 30 cm di spazio e ci ho provato”.
Non contento di essersi conquistato tutta l’attenzione del pubblico, riesce anche a farsi espellere.
Il Brasile si laurea per la quinta volta campione del mondo, ci ricorderemo della doppietta di ronnie in finale, con annessa una mezzaluna come capigliatura, alquanto rivedibile. Quella competizione fu il trampolino di lancio di Dinho, ancora un anno a Parigi e poi la grande scommessa, Barcellona.

Soccer - UEFA Champions League - First Knock Out Round - Second Leg - Barcelona v Celtic - Camp Nou
Gaucho Ronaldinho, Barcelona


È l’ambiente ideale per il brasiliano, a Barcellona si canta, si balla e si gioca il calcio che piace a lui. È con la maglia blaugrana che il Gaucho esprime il suo massimo potenziale.
È qui che perfeziona tutto il suo repertorio, a partire dalla posizione in campo. Si stazione largo a sinistra, da dove può rientrare per calciare con il suo piede più forte, ma è anche una posizione questa, che gli permette di avere più spazio per far rendere al meglio i suoi dribbling. Le due pedine inamovibili del tridente d’attacco sono lui ed Eto’o, che staziona al centro, il nome del terzo a destra è superfluo.
È in quel momento che diventa Ronaldinho, che diventa il giocatore più forte del mondo per qualche anno. Arrivano i primi riconoscimenti accompagnati da coincidenze importanti, miglior giocatore della FIFA nell’anno del centenario, vince il pallone d’oro nel cinquantesimo anniversario. Prima di ricevere il premio di France Football, toglie qualsiasi dubbio su chi sia il giocatore più forte del momento.
Lo fa nella tana del nemico, al Bernabeu. È una fredda serata di novembre, il Clasico mette di fronte Ronaldo e Ronaldinho, gli occhi di tutto il mondo sono puntati su Madrid.
I blaugrana si portano in vantaggio nel primo tempo, grazie ad Eto’o, nella ripresa ci pensa il brasiliano a mettere al sicuro il risultato. I due gol sono molto simili, ma il primo è un misto di tecnica, velocità, rapidità di esecuzione mai vista prima. Riceve palla alla linea di centrocampo, defilato sulla sinistra, punta verso l’area di rigore, salta secco Sergio Ramos con una finta che lo porta all’esterno, rientra velocemente verso il centro del campo, entra in area di rigore dove fa fuori Helguera con una finta di corpo e poi spiazza Casillas, con un tiro preciso sul primo palo. Un gol pazzesco, tutto di proprietà del brasiliano, che dopo qualche minuto si ripete. La base del gol è sempre la stessa, ripartenza dalla sinistra, questa volta però rimane defilato e non rientra al centro, riesce comunque a segnare una volta entrato in area di rigore e aver saltato il povero Sergio Ramos.
La consacrazione definitiva arriva dagli applausi che il pubblico madridista gli tributa

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L’anno successivo arriverà la Champions League, dopo una cavalcata trionfale, nella quale il protagonista più in vista non può che essere il Gaucho. Nella finale di Parigi, la notizia è che la star della gara non sia lui. Sono infatti le reti di Eto’o e Belletti a decidere la partita. È da lì, dall’apice raggiunto con una squadra di club che inizia il declino di Ronaldinho.
Da Parigi, da dove tutto era cominciato. Il primo indizio arriva pochi giorni dopo, al mondiale tedesco. Il Brasile è favorito, dispone di un arsenale d’attacco stratosferico, Ronaldo, Ronaldinho, Adriano e Kakà. La Francia è nel destino del Gaucho, sono i transalpini infatti ad eliminare la nazionale carioca dalla competizione.
Ancora due stagioni a Barcellona, dove con l’arrivo di Guardiola avviene il passaggio di consegna, il brasiliano lascia il numero dieci a quello che diventerà dopo di lui il più forte del mondo.
L’arrivo al Milan è contraddistinto da tante speranze e pochi fatti. Si sblocca con un gol di testa nel derby, giusto in tempo per far impazzire di gioia i tifosi milanisti e poi una lunga e inesorabile caduta. Gioca da fermo, non lo si vede più scattare e dribblare tutti come qualche anno prima, la movida milanese fa un’altra vittima. Riesce nonostante tutto a far divertire, peccato che lo faccio durante il riscaldamento, dove mostra ai tifosi milanisti numeri da circo, che valgono da soli il prezzo del biglietto.
Lascia il Milan dopo due stagioni e mezzo, per ritornare in Brasile, dove può permettersi di fare la differenza anche giocando da seduto. È stato il primo calciatore a rendere efficace il binomio, pubblicità e calcio. I suoi dentoni sproporzionati, tanto da farlo assomigliare ad un personaggio dei fumetti, quel sorriso spontaneo e contagioso insieme ai suoi numeri da circo, sono stati il mix perfetto. Erano i tempi di joga bonito, del video virale delle quattro traverse, delle scarpe bianche e oro, era l’inizio di quello che sarebbe poi diventato il calcio di lì a pochi anni, un vero e proprio business pubblicitario.

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Ha giocato sorridendo, questo potrà sembrare soltanto un simpatica caratteristica del calciatore, in realtà ritengo sia stato il vero motivo della sua forza.
Per molti calciatori si sente tutt’oggi dire, “in partita ha mostrato la metà di quello che era in allenamento”.
La pressione ha ridimensionare molti presunti fuoriclasse, la paura di sbagliare, il timore di provare a fare la giocata difficile, la perdita di fiducia dopo qualche errore, la tensione dei grandi eventi ha portato diversi calciatori a perdersi nel dimenticatoio.
Cambia tutto vivere sotto pressione. Certe persone le spremi e si svegliano, altre crollano“, diceva Al Pacino ne “L’avvocato del diavolo”.
Evidentemente nella testa di Dinho l’idea di pressione non esisteva. Sembrava che il Camp Nou fosse il campetto del nostro oratorio, dove tutti noi eravamo dei fenomeni; per lui il Clasico o una partita di Champions erano semplici partite di calcio nelle quali divertirsi.
Non ho mai visto un giocatore più naturale di lui sui campi di calcio. In molti imitano giocate di altri, a tratti sembrano quasi recitare una parte che non gli si addice. Nonostante lui stesso abbia ammesso che certe giocate le abbia prese da Ronaldo, il suo gioco e la sua interpretazione di questo sport, rimarranno sempre qualcosa di diverso e inimitabile. Come tutti i più grandi ha avuto il suo marchio di fabbrica, il passaggio no look. Non c’è spiegazione migliore per descrivere le capacità di questo calciatore. Eseguire un passaggio, nella maggior parte dei casi perfetto, guardando da tutt’altra parte. Come se stesse partecipando ad una gara di salto in alto, questo era il suo modo per alzare il coefficiente di difficoltà del suo gioco. Voi guardate pure nella direzione dove va la palla, io guardo dall’altra parte. Ah, ovviamente la palla la metto sui piedi del mio compagno.
Nessuno è riuscito a rendere così utili, nel contesto di una partita, dribbling e numeri da circo. Nessuna giocata era fine a sé stessa, qualsiasi numero mettesse in pratica, gli permetteva di creare una situazione di favore per la sua squadra.
Penso sia inutile stare qui a cercare di descriverlo tecnicamente. Se Maradona è il sinistro di Dio, beh il piede destro non può che essere quello di Ronaldinho.
Sarebbe stato il calciatore ideale per il pubblico jugoslavo, il quale chiedeva indietro i soldi del biglietto se in campo non c’era qualcuno in grado di mettere a sedere gli avversari. È stato uno di quei calciatori dei quali si parlerà, non semplicemente narrando le sue gesta, ma ricordandolo come un’epoca.
Forse l’ultima, di un calcio normale con un campione “umano”, prima che i due marziani si impadronissero di questo sport.
Verrà ricordato come il periodo del brasiliano che diventò il più forte di tutti sorridendo.
Lui si è divertito giocando a pallone, noi guardandolo, ci siamo divertiti più di lui.

Gezim Qadraku.

Il leone indomabile

Guarda qui che cicatrice mi sono fatto. Me lo ricordo ancora, il profumo del pane mi piaceva da matti. Il problema è che piaceva anche a lui, al cane gigantesco che comincia a rincorrermi. Ero soltanto un bambino, ho iniziato a correre quel giorno e non mi sono fermato più. Io andavo avanti per quella strada piena di polvere, scalzo e con il sacchetto di pane in mano, e le poche monete di resto. L’ho seminato il disgraziato, ma ho colpito in pieno un palo di ferro che spuntava da non so dove. Le strade di Nkon non sono mica perfette come il Camp nou o San Siro”.
Correre è stato il filo conduttore della sua esistenza. Da piccolo il premio della sua corsa era il pane, poi negli anni per correre è arrivato a ricevere 20,5 milioni di euro.
Ha toccato con mano due estremi molto distanti tra loro, ciò che gli ha permesso di raggiungere due distanze così lontane è stata la voglia di arrivare che solo uno nato in un continente come l’Africa può avere.

Archives - Archive Mondial 2010 -WC 2010

Cresciuto nel nulla, tra polvere e povertà, tra una corsa per scappare dai cani ad un’altra per inseguire il pallone. In mezzo a tutto questo c’era il suo sogno, diventare un calciatore.
A quindici anni viene acquistato dal Real Madrid, dove incontra il suo idolo, Raul.
Alla guida dei blancos c’era Fabio Capello, che gli permise di allenarsi con la prima squadra, Samuel lo salutava con un inchino. L’allenatore italiano gli disse che gli ricordava George Weah e che avrebbe dovuto allenarsi di più, doveva fare doppie sedute perché non calciava bene. Il ragazzo prese alla lettera queste parole e incominciò ad allenarsi sui tiri, ogni giorno; se c’era solo la seduta del mattino Samuel restava in campo anche al pomeriggio.
Calciava, calciava e calciava. Quelle fatiche saranno poi ripagate durante la sua carriera. La sua avventura a Madrid non è di certo da ricordare, le presenze sono pochissime e non arriva nessun gol. Vogliono venderlo, mandarlo dove vogliono senza chiedergli niente, ma lui non ci sta. È uno tosto Samuel, è uno che non si fa mettere in piedi in testa neanche dal Real Madrid. Non accetta di andare al Deportivo la Coruna, sceglie Maiorca. Sarà l’incubo dei blancos, ogni volta che incontrerà la sua ex squara Eto’o farà danni.
A Maiorca incontra quello che lui considera un Dio, l’allenatore Luis Aragones. Un padre putativo, uno che si conquista la fiducia del giovane ragazzo a suon di bastoni e carote.
Quando c’era da sgridarlo lo sgridava, ma poco dopo gli dimostrava tutto l’affetto che provava per lui.
Mi ha amato, non solo come un giocatore, ma come un figlio”. A Maiorca arriva il primo trofeo per il camerunense, la coppa del Re, con una doppietta in finale. Gli piaceva stare a Maiorca perché non c’era pressione, poteva andare al supermercato e scherzare tranquillamente con la commessa, ma era arrivato il momento di fare il salto di qualità, di dimostrare agli altri come si gioca sotto pressione. È proprio il suo amato allenatore a consigliare ai dirigenti del Barcellona l’acquisto di Samuel.
Volete vincere nei prossimi anni? Io ho il giocatore che fa per voi”.
Nell’estate del 2004 Eto’o è un giocatore del Barcellona, si presenta subito vincendo la Liga. È il Barcellona di Rijkaard, del 4-3-3, con davanti Ronaldinho – Eto’o e il terzo non è mai importante, visto che bastano loro due. Si trovano, sia in campo che fuori, sono affiatati, forti e veloci. Distruggono le difese spagnole e quelle europee.
Due anni dopo arriva finalmente l’occasione di dimostrare ai suoi colleghi come si gestisce la tensione delle gare importanti.
17 maggio 2006, a Parigi a contendersi la coppa dalle grandi orecchie ci sono Barcellona e Arsenal. I londinesi si portano in vantaggio nel primo tempo, nonostante l’inferiorità numerica resistono fino al 76’ minuto, quando è proprio Samuel, con un destro sul primo palo, a dare il via alla rimonta blaugrana. Quattro minuti dopo sarà Belletti a firmare il 2 a 1. Gol in finale, una costante nella carriera di Eto’o.

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Nel 2008 alla guida della squadra catalana arriva Guardiola, dopo aver fatto cedere sia Ronaldinho che Deco, risulta chiaro che il camerunense non rientra al centro del progetto.
Ma Samuel non sa perdere, dopo essersi sorbito una lezione tattica di come bisogna attaccare dal neo allenatore, gli risponde a tono:
Tu sei stato un centrocampista, neanche uno dei migliori e mi vieni a parlare a me di come si attacca?”.
Non sarà di certo il preferito di Pep, ma Eto’o gioca e ovviamente risulta decisivo. È subito triplete e in finale naturalmente segna Samuel. È lui ad aprire le danze a Roma contro i red devils, con un tiro di punta che si insacca dietro le spalle di Van der Sar.
Due finali di Champions giocate, due finali vinte, due gol segnati.
Samuel ringrazia  e capisce che la stagione successiva la passerà altrove. Di certo non si immagina con la maglia nero azzurra. In una giornata di quell’estate riceve un messaggio da un numero sconosciuto:
Sei il miglior attaccante del mondo. Questa è una grande famiglia. Sarebbe bello se tu venissi nella nostra famiglia perché sei il migliore. Sarebbe davvero un piacere giocare con te”.
Il numero è di Marco Materazzi.
Muorinho lo chiama e gli chiede che numero di maglia vuole, “La numero nove va bene?”.
È fatta, Samuel Eto’o è un giocatore dell’Inter. Ma questo non è tutto, i dirigenti nero azzurri non si rendono conto dell’affare che hanno appena concluso. Samuel entra nella trattativa che vede la cessione di Zlatan Ibrahimovic al Barcellona, pagato 50 milioni più il cartellino del camerunense. Il miglior colpo della storia dell’Inter.
Lo svedese sceglie i blaugrana per vincere la Champions, i destini delle due squadre si incroceranno e ad avere la meglio sarà proprio Eto’o. Il primo a gioire per la sua partenza è Iker Casillas, “da un lato sono felice che Eto’o sia andato in Italia, per me era un incubo”.
È il giocatore ideale per lo special One, “È un uomo-squadra, che è la cosa più importante. C’è bisogno di difendere? Lui lo fa. Bisogna attaccare? Lui lo fa”.
E’ una stagione pazzesca quella della squadra di Mourinho, irripetibile, suggellata da un triplete da sogno.
Il camerunense è uno dei più decisivi di quella cavalcata trionfale, insieme a Milito formano una coppia mostruosa che nessuno è in grado di fermare.
L’allenatore portoghese lo inventa come esterno sinistro nel 4-2-3-1, da quella posizione punisce il Chelsea negli ottavi di finale; a Barcellona dopo l’espulsione di Thiago Motta si trasforma praticamente in un terzino e in finale si danna l’anima fino all’ultimo secondo. Tre finali di Champions, tre vittorie. A Madrid non segna, basta la doppietta di Milito. L’unico giocatore al mondo ad aver vinto per due volte il triplete.

Bayern Muenchen v Inter Milan - UEFA Champions League Final
Ancora un anno in nero azzurro per poi salutare Milano e andare a giocare nell’Anzhi Makhachkala, dove guadagna 20,5 milioni a stagione.
Sono venuto qui perché credo nel progetto”. E sì certo. Cosa saranno mai tutti quei soldi?
Trascorre due stagioni in Russia, segna 36 gol e guadagna giusto qualche soldino. Poi passa al Chelsea dove ritrova Mourinho, il portoghese lo bolla come “vecchio” e lui risponde segnando e imitando la camminata di un anziano. L’anno successivo veste la maglia dell’Everton, poi il ritorno in Italia, a Genova sponda blu cerchiata. Giusto in tempo per mostrare a Mihajlovic il suo carattere fumantino e complimentarsi con Sarri per il gioco espresso dall’Empoli.
Ora si trova in Turchia, dove oltre a giocare come capitano fa anche l’allenatore. Il palmares del ragazzo parla chiaro, nella sua bacheca c’è tutto.
Il finalizzatore ideale per qualsiasi squadra, agile, veloce, dotato di un’ottima forza fisica, nonostante una struttura corporea non imponente. Capace di utilizzare entrambi i piedi, in grado di segnare sia da rapinatore d’area, sia partendo da lontano. Dotato di un ottimo senso tattico, che gli ha permesso di giocare anche più indietro rispetto al suo ruolo naturale. Bravo anche nell’uno contro uno, la sua velocità di esecuzione gli ha consentito di mettere in difficoltà chiunque.
Solo giocando contro di lui mi viene il mal di testaThiago Silva.
La sua miglior caratteristica è stata sicuramente la capacità di essere decisivo nei momenti importanti. Ha avuto un vero e proprio rapporto d’amore con le finali, 11 giocate e 15 gol realizzati. Sono numeri mostruosi.
E’ stato un leone anche fuori dal campo, soprattutto nella lotta contro il razzismo, l’episodio più famoso risale a quando era in forza ai blaugrana.
In un Real Saragozza-Barcellona del 2006, ad ogni suo tocco di palla alcuni tifosi della squadra di casa iniziarono ad imitare il verso della scimmia. Samuel dopo un po’ non riuscì a reggere l’offesa e cercò di abbandonare il campo. Prima di farlo però, si girò verso i tifosi e indicò la pelle di Alvaro (giocatore del Real Saragozza) come per dire,
non vedete che abbiamo la pelle dello stesso colore?”.
Accorsero tutti, gli avversari, l’arbitro, i suoi compagni e l’allenatore Rijkaard. Riuscirono a convincerlo a restare in campo, non doveva darla vinta ad un gruppo di ignoranti.
Si è sempre fatto rispettare, non ha mai abbassato la testa di fronte a nessuno. Non si è mai tirato indietro neanche se si trattava di mostrare la sua vita lussuosa. Quando arrivò a Milano, comprò una casa di mille metri quadri, di fronte alla sede del Milan. Ci fece subito costruire una piscina. Sempre a Milano i paparazzi lo immortalarono mentre litigava con una vigilessa per una multa. Un divieto di sosta non rispettato, costo della contravvenzione? 38 euro. Chissà che fatica a pagarla..
Durante l’ultimo mondiale brasiliano scelse di soggiornare in una lussuosa suite da 193mq attrezzata con piscina privata, jacuzzi, terrazza vista mare, palestra pesi e una sala cinema. A Mosca soggiornò in una casa da 80mila euro al mese.  Va matto per le macchine sportive e per la Coca Cola con ghiaccio e limone, almeno tre al giorno.
Ha cercato il lusso sin da piccolo, quando si faceva tre docce bollenti in un giorno, voleva stare da comodo. Ci è riuscito.
“Correrò come un negro per guadagnare come un bianco”. Samuel Eto’o.

Gezim Qadraku.

L’usignolo di Kiev

7 le meraviglie del mondo. 7 i vizi capitali. 7 i colori dell’arcobaleno.
7 i colli di Roma. 7 i giorni della settimana. 7 le note musicali.
7 è il numero di maglia che ha indossato il protagonista di questa storia.
Andriy Shevchenko.
Nasce in un villaggio di 390 abitanti a 100 chilometri da Kiev, l’attuale capitale dell’Ucraina. Nel 1976 però non si parlava di Ucraina, ma di URSS. A soli tre anni si trasferisce a Kiev insieme alla sua famiglia, ma sei anni dopo sono costretti ad allontanarsi dalla città. A pochi chilometri da loro c’è stato il peggior incidente nucleare della storia, il disastro di Chernobyl.
Il suo futuro non prevedeva la possibilità di diventare un calciatore, il padre sognava per lui la carriera militare. Non fu facile per l’osservatore della Dinamo Kiev convincere il papà di Andriy che il bambino poteva realmente diventare qualcuno nel mondo del pallone. L’accordo riesce miracolosamente e il bambino veste la maglia bianco azzurra della squadra ucraina. Alla tenera età di quattordici anni si mette in mostra in Galles, disputa la coppa “Ian Rush”, vincendo il premio di capocannoniere della manifestazione. Riceve come premio le scarpe di Ian Rush, è proprio la stella gallese a consegnargliele.
Vince tre campionati nazionali di fila nei primi tre anni con la Dinamo Kiev, ma la svolta per la carriera del ragazzo arriva nella stagione 1997-98.
In panchina si siede il colonnello Valeriy Lobanovskyi. E’ grazie a lui se Shevchenko diventa quello che noi abbiamo potuto ammirare.
Avviene un cambiamento radicale nel modo di vivere il calcio per Andriy. Stop alle sigarette, allenamenti al limite dell’impossibile e l’insegnamento più importante, si vince e si perde tutti insieme.
Lo ricorda lo stesso Sheva: “Quando l’ho conosciuto pensavo tanto a me stesso nel gioco. Lui ha spiegato bene a tutti cosa vuol dire lavorare per un collettivo. Veramente, ha cambiato tantissimo la mia visione del calcio. Ci ha aiutato a capire che con la concentrazione, con la voglia, con il senso del gruppo, si può battere qualsiasi avversario, anche se è tanto più forte di te”.
Era un perfezionista Lobanovskyi e non lasciava nulla al caso, fu il primo ad utilizzare i computer negli allenamenti. Misurava l’attitudine, la reazione e la velocità dei suoi giocatori. Così capiva chi era adatto a giocare. Celebre la sua “salita della morte”, ripetute eseguite su una salita con una pendenza del 18%, chi non ce la faceva sapeva che si sarebbe seduto in panchina. Andriy ce la faceva sempre. Domandarono al colonnello “E se un giorno Shevchenko fosse stato più lento del dovuto in questi test?
La risposta fu al quanto chiara: “Allora non sarebbe stato Shevchenko”.
Non lo avrebbe scambiato neanche con Ronaldo, stiamo parlando del 1998, l’anno in cui il brasiliano giocava nell’Inter e distruggeva tutto quello che trovava davanti. Per Sheva il maestro è stato un secondo padre, non ha mai smesso di essergli riconoscente, neanche dopo la morte.
Quando il colonnello Lobanovskyi morì, per me fu terrificante. Era stato come un padre… Mi ha cresciuto, e mi ha fatto diventare quello che sono oggi. Tutti i trofei, li porteró sempre, sulla sua tomba. È giusto che sia così, perché sono il 50% suoi ed il 50% miei“.

man+lobanovsky

Andriy non ha mai avuto un vero e proprio talento, non è stato un Ronaldo o un Van Basten, lui è stato il frutto dei continui allenamenti, del duro lavoro, della sua perseveranza. Però un talento ce l’aveva, ed era quello di esaltarsi quando giocava contro le grandi. La prima volta che si esalta entra nella storia.
Barcellona – Dinamo Kiev 0 a 4. Tripletta di Shevchenko. Sarà così per tutta la sua carriera, quando c’era da giocare un big match Sheva diventava letale. Dopo cinque campionati consecutivi vinti in Ucraina e il titolo di capocannoniere della Champions League, insieme a Yorke, il ragazzo è pronto per fare il salto di qualità. Tutti lo vogliono, ma è il Milan a riuscire a portarselo a casa.
E’ Braida a vederlo dal vivo e ad innamorarsene, ed è grazie a lui che Andriy sbarca a Milano.
L’ucraino lo vidi giocare dal vivo e mi era piaciuto tantissimo, pensavo avesse una forza nelle gambe come Gullit. Poi lo andammo a vedere con Galliani e lui giocò male, tanto che Adriano mi disse: ‘Ma sei matto a volere prendere questo?’. Ma nessuno può giocare sempre bene, così riandai a Kiev e portai a Sheva una maglietta del Milan, dicendo ad un suo uomo di fiducia che con quella avrebbe vinto il Pallone d’Oro”.
I dubbi erano molti, nonostante il ragazzo avesse già dimostrato in un palcoscenico come quello della Champions le sue qualità. Il cambiamento era enorme, passare da Kiev a Milano non è semplice. Campionati completamente diversi, culture differenti e un livello, quello italiano, che non ha niente a che vedere con quello del calcio ucraino. La rigidità e la metodicità degli allenamenti di Lobanovskyi sono stati fondamentali per aiutare l’ucraino ad ambientarsi immediatamente al nostro calcio. I primi ad accorgersi che il ragazzo non avrebbe avuto alcuna difficoltà furono i suoi compagni di squadra, Costacurta in particolare.
Ricordo la prima settimana d’allenamento di sheva con noi. Nel giorno delle ripetute, alla fine di più di due ore e mezza ininterrotte di allenamento, ci stavamo dirigendo tutti negli spogliatoi. Andriy un po’ titubante e con un italiano zoppicante mi chiese : “Billy scusa quando inizia allenamenti?” Credevo che mi stesse prendendo per il culo, ma poi ho capito che diceva sul serio quando rimase altre due ore ad allenarsi da solo”.
Si presenta ai tifosi rossoneri segnando subito all’esordio in campionato contro il Lecce. Si laurea capocannoniere con 24 gol, l’ultimo ad iniziare così in Italia era stato un certo Platini. Eppure 24 gol per una seconda punta che parte da lontano e spesso da esterno sono tanti.
E’ una seconda punta con la mentalità da prima punta”. Questo il pensiero di Zaccheroni, il suo primo allenatore in rossonero. Ogni suo movimento è finalizzato al gol, si allarga, stringe verso il centro, attacca la profondità esclusivamente per fare gol. Unico pensiero fisso nella testa dell’ucraino.
Il Milan non sfrutta a pieno le reti di Sheva. Passano altri due anni, nei quali il diavolo non riesce a conquistare nessun trofeo. Poi la svolta, la stagione 2002/03. I rossoneri si rinforzano con l’arrivo di Nesta, Seedorf, Rivaldo e Tomasson (ottima prima riserva), per sheva però tutto si complica ad agosto, nel preliminare contro lo Slovan Liberec si infortuna al menisco. In campionato racimola qualche gol, ma in Europa dà il meglio di sé. Decisivo insieme ad Inzaghi nella gara al cardiopalma contro l’Ajax, decide il derby della morte in semifinale. Segna anche in finale, ma il gol viene annullato.
La gara finisce ai rigori e l’ultimo, quello decisivo, lo tira proprio Andriy. Un rigore dalla durata infinita, l’arbitro fischia, ma lui non sente, la sua testa continua a muoversi verso il dirigente di gara, poi chiede l’ok e parte. Buffon da una parte, palla dall’altra. Milan campione d’Europa.

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Quell’anno arriverà anche la coppa Italia e la Supercoppa Europea, uno a zero contro il Porto. Assist di Rui Costa e gol di Sheva, ovviamente.
L’anno successivo il Milan torna sul tetto d’Italia. Decisivo. Sempre. All’andata contro la Roma, partita che permette ai rossoneri di avvicinarsi ai giallorossi e al ritorno, nella gara decisiva per la conquista del tricolore. Assist di Kakà e gol di Sheva. Milan campione d’Italia.
Poi il calcio si ricorda di essere bastardo e toglie all’ucraino tutto ciò che gli ha dato. La stagione 2004/05 è quella che inizia dal pallone d’oro e finisce nella notte maledetta di Istanbul. Se l’azione della parata di Dudek sul tiro ravvicinato di Andriy accadesse altre novantanove volte, quella palla entrerebbe sempre. Invece quella volta gli dei del calcio salvarono il portiere polacco. L’ucraino è ancora decisivo nella lotteria dei calci di rigore, però nella versione opposta rispetto all’ultima volta. Il suo errore permette ai reds di laurearsi campioni d’Europa.
Nella sua ultima stagione  a Milano entra nella lista dei pochi calciatori in grado di segnare quattro gol in una partita di Champions League, la vittima dell’ucraino è il Fenerbache.
Il 2006 però è un anno storico per la sua Ucraina, che per la prima volta nella storia si qualifica ai mondiali. Il protagonista non può che essere lui, segna un terzo dei gol totali della nazionale nel girone di qualificazione. Gli ucraini superano il girone come secondi, agli ottavi sconfiggono la Svizzera ai calci di rigore, ma ai quarti di finale non possono fare altro che soccombere allo strapotere italiano.
Poi succede quello che nessun milanista avrebbe mai pensato. Sheva se ne va. Si presenta in curva sud, saluta i tifosi e cerca di autoconvincersi davanti ai giornalisti che andare a giocare in Inghilterra è quello che vuole.
La lingua inglese viene utilizzata come motivazione di questo trasferimento. E’ con questa decisione che l’ucraino si pregiudica il suo futuro. Al Chelsea sarà irriconoscibile, la velocità non è più quella di una volta, la sua facilità di integramento sparisce e sembra un pesce fuor d’acqua. Non combina praticamente niente che sia degno di nota in quelle due stagioni, rischia di vincere un’altra Champions League, ma sono i red devils ad avere la meglio ai calci di rigore, nella finale di Mosca. Non si presentò a ritirare la medaglia e fu definito dal quotidiano inglese “The sun”, il peggior affare di calciomercato della Premier League degli ultimi dieci anni. Un finale a luci spente, un ritorno al Milan che sa tanto di minestra riscaldata e cosa dice il proverbio lo sappiamo tutti. Un finale di carriera trascorso alla sua Dinamo Kiev, un addio passato senza lasciare traccia. Di certo i suoi figli ora sapranno anche parlare un ottimo inglese, ma questo non era il finale che si meritava Andriy Shevchenko. No, non doveva andare così.
La sua correttezza in campo è sempre stata esemplare, freddo, glaciale anche nel ricevere i tackle dei difensori, c’è un episodio nel quale Andriy ha mostrato tutto l’uomo che era. Nella sfida contro il Cagliari nella stagione 2004/05, a causa di uno scontro aereo con Loria si ruppe lo zigomo sinistro. Ecco le parole del “colpevole” di quell’infortunio:
Era un giocatore di una correttezza unica. Mai sentito lamentarsi con nessun avversario, eppure prendeva una quantità infinita di calci. Quel giorno per sbaglio, in uno scontro fortuito, gli procurai la frattura dello zigomo. Molti giocatori inveirono contro di me, per avergli praticamente sfasciato la faccia. Lui in tutta tranquillità, si rialzò e disse: tranquillo è tutto apposto, non è successo nulla” (Simone Loria).
Successe anche un altro fatto proprio mentre Andriy lasciava il campo, dopo aver dato il cambio a Tomasson si diresse verso gli spogliatoi, con un gesto di stizza gettò un tampone, mentre lo lanciò si accorse che il tampone era finito nella direzione del mister Ancellotti. L’ucraino si girò subito per chiedere scusa all’allenatore, perché il gesto visto ad una prima rapida occhiata poteva quasi far pensare che ce l’avesse con il mister.

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Un giocatore atipico. La sua dedizione, la tenacia nel perseguire l’obiettivo e la freddezza che gli scorreva nel sangue gli hanno permesso di essere un killer del gol. Il classico esempio che la fatica ripaga, guardavi Sheva all’inizio di una nuova stagione e ti sembrava di vedere un altro giocatore rispetto a qualche mese prima. Era un continuo miglioramento, non si accontentava mai.
Il duro lavoro, la cura dei dettagli, l’impegno su quello che sapeva fare meno bene  l’hanno portato ad essere un giocatore completo. Destro e sinistro quasi alla stessa maniera, i gol di testa, i tiri dalla distanza potenti e precisi. Le punizioni.
I rigori invece sono sempre stati un marchio di fabbrica. Il movimento del corpo ad ingannare il portiere. Molti dei suoi tiri dagli undici metri hanno avuto un finale felice, ma oltre ai palloni in rete il portiere veniva spesso ingannato. Si buttava dall’altra parte. Una cosa che rende il gol dal dischetto ancora più bello. Contando anche i due rigori delle finali di Champions l’ucraino ha calciato nella sua carriera 49 rigori, andando a segno 43 volte, solo sei gli errori. Una percentuale realizzativa dell’87,76%. Vanta inoltre il titolo di capocannoniere dei derby della Madonina, con ben 14 reti all’attivo.
La sua rapidità, la capacità di rubare il tempo all’avversario, la sua intelligenza nel trovarsi nel posto giusto al momento giusto, la sua bravura nel sapersi smarcare dai difensori; tutte caratteristiche che gli hanno permesso di essere un finalizzatore mostruoso.
Forse solo riguardando ora i suoi gol, si può capire il vero valore di Andriy. La facilità con la quale rendeva quasi scontate certe sue  finalizzazioni, sono la prova che stiamo parlando di un calciatore di altissimo livello.
Sarà difficile trovarne un altro come lui, così strano, così complesso, così decisivo.
Proprio come il canto dell’usignolo, fatto di toni chiari e forti, composto di strofe di toni singoli e doppi densamente allineati l’uno all’altro. Considerato tra i più belli e i più complicati.
“Non è brasiliano però/che gol/ che fa/. Il fenomeno lascialo là/qui c’è/Shevà”.

Gezim Qadraku.

El poeta del fùtbol

Questa storia è ambientata in Sud America, in Argentina per l’esattezza e narra di un calciatore che nella sua carriera ha vestito la maglia numero dieci e ha fatto con la palla, ciò che nessuno aveva mai fatto prima.
Questa è la storia del poeta del fùtbol, Juan Romàn Riquelme.

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Nasce a pane e pallone, come tantissimi bambini argentini. Ci mette poco a passare dalle partitelle di strada ai campi di calcio. Il trampolino di lancio per il ragazzo è la squadra degli Argentinos Juniors.
In Argentina tutti si sono accorti di quel ragazzo timido, taciturno, dai piedi vellutati. Viene soprannominato “el Mudo” e verrà chiamato così per tutta la sua carriera. Cresce sotto la pressione del padre, che dopo ogni partita gli fa notare tutti gli errori che ha commesso. Probabilmente questo incide sulla crescita del ragazzo e i risultati non tardano. Arrivano subito offerte importanti dalla capitale, entrambe le squadre di Buenos Aires offrono cifre alte per il ragazzo.
River o Boca?
No, non c’è neanche da porsela la domanda. Ha già scelto il padre, che solo all’idea di vedere il figlio giocare per il River sbotta e dice al ragazzo:
“se indosserai quella maglia non verrò più allo stadio a vederti giocare”.
Non poteva andare diversamente. Debutta in prima squadra nel momento peggiore possibile, quelli sono gli ultimi anni di Diego Armando Maradona al Boca, tornato in patria per finire la propria carriera. Romàn esordisce in prima squadra, segna anche dopo poche partite, ma passa gran parte del tempo in panchina.
Maradona lascia nel 1998 e da quel momento inizia la carriera di Riquelme. Si prende quel numero, il dieci, già pensante di suo, figuriamoci dopo che è stato indossato da quello che sarà per sempre, l’unico e inimitabile Diez. Dopo aver vinto sia il torneo di Apertura che di Clausura nel suo primo anno da protagonista, nella stagione successiva il ragazzo decide che è arrivata l’ora che il calcio mondiale si accorga della sua esistenza.
Opta per farsi notare quando gli occhi di tutto il mondo lo guardano.
Tokyo, 28 novembre 2000 finale della coppa intercontinentale. Il Boca Juniors si trova di fronte le maglie bianche dei Galacticos di Madrid. L’attenzione è tutta sul Real, che si presenta con gente come Casillas, Roberto Carlos, Hierro, Guti, Figo e Raul. Il risultato sembrerebbe già scritto, ma quella partita ha un unico protagonista.
El Mudo. Non segna, ma è ancora più decisivo di Palermo, autore di una doppietta nei primi cinque minuti della finale. Il secondo gol parte da un’invenzione del numero dieci, che pennella un lancio di quaranta metri, sfruttato alla perfezione da Palermo. Per il resto della gara delizia gli occhi di chi lo sta guardando con giocate sontuose, cambi di gioco, dribbling stretti, fa letteralmente impazzire il centrocampo madridista. Makélélé e McManaman non ci capiscono praticamente nulla per tutti i novanta minuti. Missione riuscita, dopo quella partita tutto il mondo si è accorto dell’esistenza di Riquelme.

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Resta ancora una stagione in Argentina, nella quale vince di nuovo la copa Libertadores e poi arriva l’inevitabile salto dell’oceano per venire a giocare in Europa, destinazione Barcellona. La stagione blaugrana non è quella che Romàn si era sognato, le cose non vanno per il verso giusto, il ragazzo non si trova a suo agio e Van Gaal di certo non gliele manda a dire.
“Con la palla al piede sei il miglior giocatore al mondo, senza ci fai giocare in dieci”.
El Mudo cerca fortuna altrove, non va troppo lontano, nella stagione successiva veste la maglia gialla del Villareal. Il Diez torna a fare cose degne di quel numero, si trova a suo agio, gioca bene e porta il sottomarino giallo dove mai era stato. Prima arriva il terzo posto in campionato, che permette l’accesso alla Champions League e l’anno seguente proprio in Europa sfiora il miracolo.
Purtroppo qualcosa va storto, nel momento in cui tutto il popolo amarillo pone la fiducia sul piede destro di Romàn, lui tradisce. Si fa parare il rigore nella semifinale contro l’Arsenal all’88 minuto. Il sogno svanisce sul più bello.
Qualche giorno dopo al Bernabeu un certo Zidane saluta i suoi tifosi e al fischio finale scambia la maglia proprio con Romàn.
“È un onore ritirarmi con la sua maglietta tra le mani”.
Il rapporto con Pellegrini si rompe e il Diez non può far altro che tornare a casa. Lì dove è sempre rimasto il suo cuore, su quella maglia azul y oro.
“La Bombonera sarà per sempre il giardino di casa mia”.
Non si limita a concludere la carriera, permette agli Xeneizes di tornare a vincere. Due titoli Apertura e una copa Libertadores. Forse questo è stato il miglior periodo della sua carriera. Davanti alla sua gente, con addosso la sua maglia. Si è sentito amato, e quando uno come lui sente l’amore della propria gente, risponde dando altrettanto amore.
Lo fa con capolavori come questo.

 

Se per il Boca il sentimento è stato immenso, quello per gli Argentinos Juniors forse lo è stato ancora di più. Torna nella squadra che lo ha lanciato con un obiettivo, riportarla in Primera Division.
Ci riesce e con questo ultimo miracolo saluta tutti.
Uno di altri tempi anche fuori dal campo, significative le sue dichiarazioni sul famoso tunnel di suola che fece ai danni di Yepes vicino alla linea del fallo laterale:
“In una partita del genere, un classico, eravamo sopra 3-0 e me ne sono uscito con quella cosa. Un altro al posto suo mi avrebbe fatto male, lui invece mi ha seguito lungo la fascia e mi ha chiuso in fallo laterale. È stato molto più uomo Yepes a reagire così, che io a fargli un tunnel in quella situazione”.
Le affermazioni di due mostri sacri come Ronaldo (il primo) e Iniesta, dimostrano come i suoi colleghi abbiano capito realmente il valore di Romàn.
“Si no te gusta Romàn, no te gusta el Fùtbol” ha detto il brasiliano.
Mentre lo spagnolo ha dichiarato che “Lionel Messi è il giocatore più forte del mondo, ma Riquelme è fuori concorso”.
E’ stato definito l’ultimo Diez,un tipo di giocatore che forse non vedremo più sui campi di calcio. Lui come Rui Costa o Zidane. Sarebbe fin troppo riduttivo definirlo trequartista, non si può descrivere Romàn tramite un ruolo in campo, lui dirigeva da qualsiasi posizione. L’importante era fargli arrivare palla poi ci pensava lui. Con il suo modo di fare introverso, la sua andatura lenta, il suo gioco fatto di tante pause e sprazzi di genio incomprensibili per noi comuni mortali. Il suo sguardo quasi perso nel vuoto, come se non si capacitasse del perché tutti intorno a lui corressero a perdi fiato. Lento sì, non discuto di ciò. Non aveva fretta di prendersi tutto il tempo che gli serviva per fare la giocata, la quale doveva essere quella più utile per la squadra, ma anche la più bella da far vedere al pubblico. Andava piano, per dare tempo a chi lo guardava di godersi lo spettacolo.
Creava arte utilizzando un pallone Romàn.

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Cosa faceva uscire da quei piedi?
Erano lettere d’amore verso gli spettatori le sue giocate.
A riguardare le immagini sembra che abbia giocato in un’epoca tutta sua, come se le partite in cui c’era lui fossero state disputate in un diverso arco temporale.  Avrei preferito vederlo in bianco e nero, perché quelle immagini senza colori, così distanti dai giorni nostri danno un accento leggendario ai protagonisti delle storie. Esattamente quello che è stato Romàn, una leggenda che ci ha mostrato come si accarezza quell’oggetto sferico che tanto amiamo. Era dotato di talmente tanta tecnica e rispettava così tanto il pallone, che gli si poteva perdonare tutto. Se c’era una cosa che tutti attendevano durante la partita, erano le punizioni di Riquelme, ci ha fatto vedere come si tirano i calci da fermo.
I suoi tiri erano poesie. Non erano punizioni forti, né con effetti strani, erano dichiarazioni d’amore verso il pubblico che si appoggiavano delicatamente alla rete, dove il portiere non poteva mai arrivare.
Anche in questa situazione decideva lui quando si poteva dare inizio allo spettacolo.
“L’arbitro fischia ma Riquelme non parte. È Román che decide quando si deve battere la punizione”. (Stefano Borghi)
Indescrivibile la doppietta contro il Cile, entrambi i gol arrivarono su punizione.

Se fossi argentino dedicherei alla mia ragazza le punizioni di Romàn.
Concludo con le parole di un poeta, un sudamericano come Riquelme. Penso che questo sia il modo più adatto per descrivere come si sente il mondo del calcio senza l’ultimo Diez.

“Una volta lui le aveva detto una cosa che lei non riusciva a concepire: gli amputati sentono dolori, crampi, solletico, alla gamba che non hanno più. Così si sentiva lei senza di lui, sentendolo là dove non c’era più”.
(Gabriel Garcia Marquez).

Gezim Qadraku.

L’eroe dei due mondi

Nasce il 5 febbraio del 1984 a Ciudadela, periferia ovest di Buenos Aires. Cresce in uno dei posti più difficili al mondo, il Barrio Ejército de los Andes, meglio conosciuto come Fuerte Apache. Nome che venne dato al quartiere da un giornalista argentino ispiratosi al film “Fort Apache – The Bronx”.
Un posto caratterizzato da spazzatura, auto che vanno a fuoco,  baracche, strade rovinate, odori atroci, fogne a cielo aperto, vicoli bui e pericolosi nei quali girano droghe e armi. Chi nasce in un luogo del genere capisce ben presto di avere pochissime possibilità nella vita.
Questi ambienti potrebbero essere descritti utilizzando la struttura del film “Requiem for a Dream” nel quale il regista decise di dividere la pellicola in tre stagioni, escludendo la primavera. La quale è sinonimo di rinascita e di vittoria della vita. Lo stesso si può dire di questi quartieri, nei quali non c’è la prospettiva di un futuro migliore e la gente cerca una scorciatoia per provare a migliorare la propria vita. Queste scorciatoie però, molto spesso portano al baratro, alla morte.
E’ qui che Carlos prende la prima decisione improbabile della sua vita. Dice no alla droga e alla criminalità, si concentra su quell’oggetto sferico. Una scelta difficile, coraggiosa, ma questa è solo la prima delle tante. I primi anni di vita del ragazzo sono allucinanti. A soli tre mesi la madre decide di abbandonarlo, a dieci mesi gli cade sul viso un bollitore pieno di acqua bollente. Viene portato in ospedale avvolto in una coperta di nylon, la quale sciogliendosi peggiora la situazione portando le ustioni dal primo al secondo grado. Gli effetti di quell’incidente sono ancora ben visibili su volto, collo e petto di Carlitos.
Dopo essersi ripreso dalla disavventura, sono gli zii materni a prendersi cura di lui; intanto il bambino cresce e all’età di cinque anni il padre biologico, che non lo aveva mai riconosciuto, viene ucciso in una sparatoria. Una strada in salita la vita del ragazzo, ma con una pendenza di quelle impossibili. Carlos non è uno di quelli che ha paura, mette giù la testa e corre. Cosa che farà per tutta la vita.
La sua carriera calcistica incomincia negli All Boys, dove disputa gli anni delle giovanili. Il suo talento non passa inosservato e gli scout del Boca Juniors si accorgono subito di lui. Qui succede qualcosa di particolare, il Boca vuole il ragazzo, ma gli All Boys non sono disposti a cederlo. Allora la società degli Xeneizes studia un piano a tavolino. Chiede alla famiglia del ragazzo di cambiargli cognome. Si passa così da Carlos Martinez (cognome del padre) a Carlos Tévez(cognome della madre). L’impresa riesce, il sogno del ragazzo si realizza. Ora potrà giocare per i suoi colori, per la sua amata squadra. Dopo quattro anni passati nelle giovanili, debutta in prima squadra. Dal 2001 al 2004 è decisivo nel scrivere una delle pagine più importanti della storia del club. Con il Boca nel 2003 vince il campionato di Apertura, la Copa Libertadores (segnando in finale contro il Santos) e la Coppa Intercontinentale ai danni del Milan. L’anno successivo vince la Copa Sudamericana, in un anno vince tutto quello che si può vincere in Sud America. Sia nel 2003 che nel 2004 viene premiato con il pallone d’oro sudamericano.

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Proprio nel 2004 arriva un’altra scelta inattendibile, Tévez ha soli vent’anni, ma è già un calciatore affermato. Si pensa che la sua storia d’amore con la Bombonera sia destinata a durare per anni e invece…
il ragazzo decide di andare a giocare per il Corinthians, sì decide di andare a giocare in Brasile. Un argentino che prende una decisione del genere fa discutere entrambi i paesi per mesi interi. Come se non bastasse la scelta al quanto strana, a far parlare è anche il prezzo del cartellino, qualcosa come venti milioni di dollari, il trasferimento più importante per un club sudamericano. Un costo che obbliga il Timão a chiedere aiuto ad un gruppo finanziario esterno al mondo del pallone. Gli altri parlano e lui si concentra sul campo. Dopo un’accoglienza titubante da parte dei tifosi, Carlos riesce dopo poche partite a conquistare il cuore della gente. Non riesce a bissare però i trofei vinti con il Boca, ma anche qui diventa il calciatore del popolo. Vince per il terzo anno consecutivo il pallone d’oro sudamericano.
Il 2006 è l’anno di un’altra decisione poco probabile, l’argentino sbarca in Europa, precisamente a Londra per vestire la maglia del West Ham. Per quanto la Premier League possa essere considerata il miglior campionato d’Europa, per un argentino gli inglesi sono e resteranno sempre i nemici della guerra per le Malvinas. Inoltre la scelta di giocare per gli Hammers, non proprio una squadra di primo livello, è al quanto strana per un calciatore che a ventidue anni è una stella affermata.
L’inizio è complicato, Alan Pardew lo schiera come fascia sinistra e il suo rendimento ne risente. La squadra va male e Carlitos non riesce a dare il suo contributo. A metà stagione Pardew viene esonerato e al suo posto arriva Alan Curbishey, il quale dopo aver lasciato l’argentino per qualche partita in panchina, decide di utilizzarlo come seconda punta. Scelta che si rivela decisiva per il raggiungimento di una salvezza insperata. E’ proprio un suo gol, nell’ultima gara contro il Manchester United, a salvare la squadra. Sono proprio i red devils, ai quali Carlitos ha segnato il suo primo gol importante e decisivo in Premier, ad acquistarlo nell’estate del 2007. E’ Sir Alex Ferguson a volerlo fortemente e la scelta ripaga pianamente il tecnico scozzese. Quella stagione il Manchester si aggiudica la Premier e la Champions League, nella finale tutta inglese a Mosca contro il Chelsea. Carlos segna il primo rigore di quella serie infinita. Anche la stagione successiva inizia nel verso giusto, la vittoria della Community Shield e il mondiale per club. Pure a Manchester il rapporto con i tifosi è ottimo, ma con Ferguson le cose iniziano a peggiorare. L’argentino viene impiegato sempre meno, nonostante le sue prestazioni siano buone. In una partita di Carling Cup segna ben quattro reti, permettendo alla sua squadra di vincere per quattro a zero. L’allenatore definì la prestazione di Tévez allo stesso livello di quella dei suo compagni. Lascia l’Old Trafford salutato dall’ovazione dei tifosi e prende un’altra scelta discutibile.
Non si allontana di molto, solo di circa sette chilometri, la sua nova casa è l’Etihad Stadium. Dai red devils ai Citizens altra decisione forte, uno smacco nei confronti di Ferguson. Nel dicembre dello stesso anno sulla panchina del City si siede Roberto Mancini. Tra i due inizialmente c’è una forte intesa, l’allenatore italiano punta molto sull’argentino, dandogli anche la fascia di capitano e il ragazzo naturalmente non delude le attese. Ancora una volta riesce a conquistarsi l’amore dei tifosi, ma soprattutto dal tifoso più importante dei Citizens, Noel Gallagher (chitarrista degli Oasis) il quale dichiara: “Mia moglie pochi giorni fa mi ha chiesto per chi avrei votato alle prossime elezioni. Io gli ho risposto che non avrei mai buttato via il mio voto per nessuno e che avevo deciso di scrivere semplicemente ‘Tévez è Dio’ sulla scheda”.

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La luna di miele anche in questo caso non dura molto, la data della rottura è il settembre del 2011, il Manchester sta perdendo a Monaco di Baviera contro il Bayern per due a zero, al sessantacinquesimo minuto Mancini dice a Tévez di iniziare a scaldarsi, ma lui si rifiuta. È subito il caso Tévez. Aguero raccontò l’episodio: “Ero accanto a Carlitos nello spogliatoio. Mancini era incazzato e ha cominciato a gridare. A un certo punto, gli ha detto di tornarsene a casa in Argentina. Io credevo che ce l’avesse anche con me. Mi sono detto: “Anch’io? Va bene, così posso passare qualche giorno di vacanza con la famiglia…”. Il giorno dopo, Carlitos era a Buenos Aires. Non l’abbiamo più visto per i successivi quattro mesi”.
Mancini lo scarica immediatamente e pure i tifosi. Dopo quattro mesi passati in Argentina, nei quali il ragazzo rischia di smettere di giocare e nei quali gli viene affibbiata la fama da bad boy, ritorna in tempo per vincere la Premier, all’ultimo secondo dell’ultima partita contro i Queens Park Rangers, scavalcando proprio i rivali dello United. Veste la maglia azzurra per un anno ancora, nell’estate del 2013 si trasferisce a Torino, la Juventus ha finalmente trovato il top player di cui ha bisogno.
Anche in questo caso Tévez fa una scelta incredibile. Decide di prendersi il numero dieci. In questo caso non è un semplice numero, perché quella maglia era stata vestita per diciassette anni consecutivi da un certo Alessandro Del Piero, dopo un anno in cui nessuno aveva avuto il coraggio di prendersela, arriva Carlitos e come se niente fosse decide di mettersi quel numero sulle spalle. Fa quello che ha sempre fatto nella sua carriera, lascia parlare gli altri, lui abbassa la testa e corre. Nel calcio italiano il suo impatto è devastante, fa capire subito a tutti che l’aggettivo di bad boy è un’invenzione dei giornalisti. Si allena, si impegna, si sacrifica, mai una parola fuori posto, mai un comportamento fuori dagli schemi. Alle sue grandi doti di calciatore aggiunge la maturità acquisita in tutti questi anni e ne viene fuori un vero e proprio tornado che travolge la serie A. Incontenibile per le difese italiane, enorme la sua personalità, se paragonata ad un calcio, quello italiano, in cui ci si preoccupa molto a mantenere la propria posizione e a non prendersi rischi. Lui si prende i rischi, calcia, dribbla, inventa e tutto viene premiato. Due stagioni in bianconero e due campionati, diciannove gol nel primo anno e venti nel secondo. Vince anche la coppa Italia e la Supercoppa Italiana. Sfiora la Champions League nel maggio 2015. Nella finale persa contro il Barcellona, l’argentino avrebbe potuto mandare in un’altra direzione la partita. Dopo il pareggio di Morata, Tévez ha un’ottima opportunità per ribaltare il risultato, ma da un’ottima posizione, a pochi metri fuori dall’area, calcia alto. Ha segnato gol bellissimi con la maglia bianconera, ma quello che più mi è rimasto impresso è il gol alla Lazio nella prima stagione.

Un semplice tocco di esterno che lascia sul posto Cana, poi da fuori area la piazza di piatto all’angolino. Come per dire, “non mi stanco neanche di calciare forte, valla a prendere se ci riesci”. Si dice che Cana lo stia ancora cercando, qualcuno lo avvisi che Tévez è in Argentina adesso.
Nonostante l’ottima prima stagione con la Juventus, l’argentino non venne convocato per i mondiali in Brasile. Una decisione che ha fatto discutere, la quale però era prevedibile, dato che il ragazzo non veniva convocato dal 2011.
La sua carriera con la maglia dell’Argentina era iniziata più che bene, nel 2004 aveva vinto l’oro nelle olimpiadi di Atene, affermandosi come capocannoniere. Poi però non molto, i due mondiali del 2006 e del 2010 non sono di certo da ricordare e dal 2011 più niente. Molto può essere dovuto anche alla presenza di un certo Lionel Messi, che comunque in patria è meno amato di Carlitos. Il motivo è semplice, Tévez ha giocato in Argentina e ha vinto tutto, Messi avrà anche vinto tutto in Europa, ma in Argentina non ha fatto niente. Questo è quello che pensano gli argentini. Per i giovani il modello da seguire è Tévez, soprattutto per la caparbietà che ha avuto nel non mollare mai.
Carlos è ”el judador del pueblo”, in molti argentini sono convinti che la nazionale non abbia vinto il mondiale passato perché non c’era Tévez. Se ci fosse stato, sarebbe finita in maniera diversa.
Nonostante sia stato descritto come un ragazzo dal carattere difficile, in campo si è sempre comportato da professionista.  Corre, si impegna, lotta, combatte, non tira dietro la gamba, rincorre gli avversari, si mette sempre a disposizione della squadra. Un attaccante per il quale ogni allenatore farebbe carte false. A tutta questa dedizione bisogna aggiungere una tecnica sopraffina, da buon argentino non poteva essere altrimenti. Possiamo considerarlo una seconda punta, gli è sempre piaciuto partire da lontano, se c’è da saltare due o tre avversari di fila non si fa problemi. Molti dei suoi gol, sono arrivati partendo da sinistra per poi accentrarsi e scaricare tiri che in molti casi erano dei missili, ma non sdegnava anche a conclusioni precise. Da segnalare la sua capacità di calciare da fermo e dare alla palla una forza e una velocità incredibile, uno su tutti il gol al Borussia Dortmund in Champions League.

Con il proseguire degli anni si è ritagliato anche il ruolo da leader, alla Juventus lo ha incarnato alla perfezione. Fuori dal campo, in allenamento e in partita. A confermarlo anche le dichiarazioni di Alvaro Morata : “Quello che impressiona di Tévez il fatto che lui non avrebbe bisogno di correre così tanto, di metterci sempre quella cattiveria e quell’impegno, potrebbe anche non difendere come fa lui, eppure lo fa! Lui è un fenomeno che gioca con l’attitudine di un esordiente”.
Dopo due anni di bianconero ha salutato tutti ed è tornato dove il suo cuore gli ha sempre detto di andare, a casa sua, alla Bombonera. Accolto come si accoglie un eroe, è stato applaudito dalla sua gente e dall’inimitabile numero diéz,Diego Armando Maradona.
Gioca, segna e fa vincere subito il Boca. Gli Xeneizes vincono la Primera Division e pochi giorni dopo la Copa Argentina. A Febbraio saranno trentadue candeline per Carlos, avrebbe potuto continuare ancora a giocare in Europa, ma saranno gli argentini a goderselo dal vivo per i prossimi anni.

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Con tutti i soldi guadagnati durante la carriera avrebbe potuto cancellare quella cicatrice e migliorare il suo aspetto esteriore, invece ha deciso di mantenerla. Il messaggio che ha ripetuto ad ogni intervista è che secondo lui l’uomo è bello per quello che ha dentro e non per quello che è fuori.
La sua terra, la sua gente sono state le costanti della sua carriera. Ad ogni gol ha mostrato la maglia con le dediche verso il suo barrio. Perché Carlitos lo sa che non se fosse nato lì, se non fosse cresciuto rischiando la vita, se non avesse patito la povertà, non sarebbe mai diventato il calciatore che è.
“Sono cresciuto nel mio barrio e ho l’essenza del barrio. Nelle villas si vive con gli stessi codici, la stessa gente, la stessa sofferenza, la stessa allegria”.
Ha giocato in due continenti, in quattro stati, in sei squadre diverse, eppure non ha saputo fare altro che vincere. Si è sempre preso l’amore dei tifosi, ovunque sia andato, perché uno così non puoi fare altro che amarlo. Può anche sbagliare, ma si fa perdonare perché rincorre subito l’avversario. Sempre a testa bassa, sempre concentrato, il calcio gli ha dato tanto, ma lui non si è mai fermato un attimo a godersi i soldi e la fama. Ha continuato a correre e a vincere.
E’ riuscito a portare la primavera nel suo barrio, ha portato la speranza, ha dimostrato che anche se nasci a Fuerte Apache puoi diventare qualcuno. Ora tutti i ragazzini sognano di diventare come Carlos Tévez.
L’eroe dei due mondi, l’eroe vestito da calciatore.

Gezim Qadraku.