BEST

Rispettare le regole, un concetto che non ha mai fatto parte del suo codice di comportamento. Non lo faceva per dimostrare qualcosa a qualcuno o per fare la parte del ribelle. Lui era semplicemente così, niente di più.
Sarebbe bastato solo il cognome, ingombrante è dire poco, a mettere pressione a chiunque altro avesse voluto diventare un calciatore, o comunque uno sportivo. La pressione, altro concetto che non ebbe posto nella sua quotidianità. Giocava a calcio con la stessa facilità con la quale avrebbe deciso di rovinarsi la vita. Sì perché per George decidere un Manchester – Liverpool, era come farsi fuori tutto l’alcool che il pub dell’occasione gli metteva a disposizione.
Il migliore, come recitava il suo cognome, lo diventò per davvero. Purtroppo fu una fiamma della durata troppo breve, due o tre stagioni, non di più.
Si prendeva gioco degli avversari in maniera così facile, che riguardando le immagini viene da pensare che gli altri fossero davvero scarsi. Pure uno come Cruijff andò in difficoltà contro di lui, quando quel giorno del 1976 si prese un tunnel e quella frase che non ha bisogno di commenti.

Tu sei il migliore perché io non ho tempo”.

Poi rimase solo il ricordo, perché anche se lui c’era e giocava ancora, poco ma giocava, non sarebbe più stato il migliore. Aveva deciso di impegnare tutte le sue fatiche ai banconi dei pub e quello che gli restava sul campo da calcio. Si distrusse con le proprie mani, dando alla sua esistenza un finale terribile.
Se ne andò undici anni fa, a salutarlo ci furono qualcosa come 25mila persone.
Per quelli come me, che non hanno avuto la possibilità di poterlo guardare in televisione, rimarrà l’idea di essersi persi qualcosa di leggendario.
Perché il 7 del Manchester United sarà per sempre suo.
Continuerà ad essere ricordato per quello che fece in campo, per quello che avrebbe potuto essere e per come riuscì a buttare via tutto il suo talento.
Se ne accorse quando ormai era troppo tardi, quando poche ore prima di morire lasciò a tutto il mondo un messaggio importante:

Don’t die like me”.

Gezim Qadraku.

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DIEGO!

Dopo il secondo gol di Maradona contro l’Inghilterra, ai mondiali di Messico’86, un miliardo di persone saltarono all’unisono.
Emir Kusturica nel suo film “Maradona di Kusturica”, afferma che solo un miracolo ha fatto sì che l’asse terrestre non si sia inclinato maggiormente in quell’istante.  Il regista è riuscito a portare Diego a Belgrado, dove l’argentino ha potuto visitare la città e rimettere piede al Marakana, lo stadio della Crvena zvezda (Stella Rossa).
Campo nel quale Diego segnò un gol bellissimo con la maglia del Barcellona, durante l’ottavo di finale di coppa delle coppe nella stagione 1982/83. Un’azione solitaria alla Maradona, iniziata a centrocampo e conclusa con un pallonetto delizioso dal limite dell’area di rigore. I tifosi belgradesi non poterono fare altro che alzarsi in piedi e applaudire.
Nonostante la rete subita, era una di quelle giocate per la quale il pubblico di Belgrado pagava il biglietto. Lo ricorda Vladimir Dimitrijevic, nel suo bellissimo libro “Il mondo è un pallone rotondo”:

Il pubblico di Belgrado è esperto ed esigente. Se in squadra non c’è un giocoliere, protesta: “Che storia è questa? Ridateci i soldi!”.

Quella sera poterono godersi il giocoliere per eccellenza, peccato per loro che vestisse la maglia della squadra avversaria.
Restando nel mondo cinematografico, il maestro Paolo Sorrentino nel discorso di ringraziamento per l’Oscar, menzionò tra le sue fonti di ispirazione anche Maradona. Nel film successivo (Youth – La giovinezza) riuscì addirittura ad inserirlo nella sceneggiatura. Mi è rimasta impressa una scena di quella pellicola, due personaggi sono in piscina e mentre si rilassano uno di loro parla con un bambino. L’argomento della conversazione è la caratteristica dei mancini di essere irregolari, e come tali, la loro capacità di trovare la posizione più adatta, per esprimere il proprio talento, appunto in una posizione non regolare. Mentre i due parlano, il personaggio di Diego si avvicina e dice: “Anch’io sono mancino sai?” e uno dei personaggi gli risponde: “Cristo, tutto il mondo sa che lei è mancino”.
Esatto, può esserci qualcuno sul globo terrestre che non sappia che Diego è mancino?
Nel caso, dovrebbe essere punito legalmente.

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La mano de Dios.

“Diego era proprio un bell’avversario. È stato sempre picchiato abbastanza eppure non diceva mai nulla.Era molto simpatico, parlava tanto, soprattutto nel tunnel prima di entrare in campo. Mi ricordo che si lamentava sempre per qualche dolore, diceva: «Oggi non ce la faccio, mi fa troppo male il piede» e cose del genere. Poi cominciava la gara e diventava un avversario incredibile, non riuscivi a fermarlo. Un mostro, anche fisicamente, non solo tecnicamente.”
Paolo Maldini.

Non ho avuto il privilegio di poter vedere Diego dal vivo, sono nato troppo tardi, quando la sua carriera era quasi finita. Sono cresciuto guardando le sue giocate prima nelle videocassette, poi nei film e ora YouTube mi dà la possibilità di potermelo riguardare ogni volta che voglio.
Ve lo dico subito, lo considero il migliore di tutti.
Da semplicissimo tifoso, reputo Diego la miglior rappresentazione di calcio che si sia mai vista.
Penso sia una questione basata sul tipo di emozioni che una persona ti fa provare, mentre la osservi praticare l’arte per la quale è nata. L’effetto delle giocate di Diego è difficile, e credo inutile, cercare di descrivere.

Chi ha giocato a calcio sa bene quanto un giocatore possa cambiare dall’allenamento alla partita. Quante volte abbiamo avuto a che fare, o sentito dire di calciatori che in allenamento facevano cose mai viste, per poi diventare le loro peggiori copie nei 90′ minuti. La tensione della gara ha distrutto tanti potenziali fenomeni.
Riguardando le immagini di Maradona saltano subito all’occhio la facilità e la tranquillità con le quali si destreggiava in campo, le stesse con le quali un essere umano clicca i tasti della tastiera di un computer. Un genio nella propria disciplina, è colui che è in grado di fare ciò che gli altri non possono neanche immaginare, il tutto con estrema naturalezza. Lui l’impossibile lo faceva sorridendo e a passo di danza.
Ci sono due gol di Diego, che rappresentano per me tutto quello che lui è stato e perché lui è Maradona e gli altri sono gli altri.
Potrei parlarvi del secondo gol all’Inghilterra, ma non rispecchia a pieno l’idea che ho dell’impossibile. Quella rete, per quanto sia un’esperienza nuova ogni volta che la rivedo, e non solo una giocata maestosa, ma una vittoria nei confronti degli inglesi, un tentativo di farsi scusare dopo il gol di mano e una rappresentazione della sua netta superiorità; negli anni seguenti in molti sono riusciti ad emularla in qualche modo. Ovviamente si parla di altri contesti, nessuno è riuscito a riprodurla in un mondiale per decidere una partita come fu quella con l’Inghilterra.
La prima rete della quale voglio parlarvi, è il pallonetto contro il Verona. Anche in questo caso, di gol simili se ne sono visti tanti. Quanti giocatori sono riusciti a sorprendere i portieri da distanze enormi, ma a nessuno l’ho visto fare con la facilità del Diez.
Il pallone sta rimbalzando a metà altezza davanti a Diego, potrebbe lasciarlo cadere per poi saltare l’uomo, invece decide di colpirlo dopo essersi coordinato e aver visto il portiere fuori dai pali. E’ un gesto che risulterebbe meno difficile se fosse eseguito per fare un lancio o un cross, ma lui tira in porta, e lo fa con la volontà di mettere la palla proprio dove lei va a finire. Prima bacia il palo e poi si insacca in rete. Tutto questo fatto con la solita naturalezza disarmante. Non è solamente un provare a sorprendere il portiere, nel modo in cui calcia quella palla c’è la convinzione di fare quello che si materializza pochi secondi dopo.

Il secondo è il famoso gol contro la Juventus, la punizione a due in area di rigore. Nelle immagini si nota subito che la barriera bianconera non era ad una distanza regolamentare, come ricorda il capitano Bruscolotti in un racconto poetico di quel momento. Dopo aver vanamente tentato di chiedere all’arbitro il rispetto delle distanze, Diego decide di fare la follia.
Tanto gli faccio gol comunque”.
E’ un gol impossibile, non so se qualcuno l’abbia mai studiato nell’ambito fisico, ma non penso sia realizzabile quella traiettoria. La palla non poteva superare la barriera e finire in rete, era troppo vicina, non c’era lo spazio necessario per farla scendere. Diego non calcia semplicemente quella palla, la prende, la accompagna con il piede fino a sopra la barriera, solo una volta superata la testa dei bianconeri sembra che stacchi il piede e lasci la sfera abbassarsi.
GOL.
Meraviglioso, assurdo, irripetibile.

 

“Su Maradona va fatto un discorso a parte. Non si è mai realmente allenato. Poteva fare riscaldamento a scarpe slacciate. Lo vidi giocare a Stoccarda con il Napoli quando avevo 21 anni. Mentre lo vedevo riscaldarsi, non riuscivo a tenere la bocca chiusa. Lo faceva ad un ritmo così blando, praticamente camminava. Poi cominciò la partita e mise a tacere l’intero stadio. Fu qualcosa di incredibile”.
Jürgen Klopp.

Diego ha preso l’impossibile, ci ha palleggiato e l’ha messo sotto l’incrocio dei pali.
Non si è limitato a mostrare il suo talento, ha vinto e lo ha fatto in condizioni difficili. La sua più grande impresa rimarrà quel mondiale del ’86, dove in molti sono d’accordo nel dire che l’abbia realmente vinto da solo.
Quello che ha fatto a Napoli non è di certo da meno, la differenza è la squadra che aveva intorno, una signora squadra. Gente come Careca, Carnevale, Giordano, Bagni, Ferrara.
Due campionati, una Coppa Italia, una Supercoppa Italiana e la Coppa Uefa.
Non è di certo un caso che il miglior Maradona lo si sia visto con la maglia partenopea.
Napoli è la città italiana che più si avvicina al mondo argentino. Oltre ad una questione urbanistica, i vicoli, le mura e i colori che ricordano quelli sudamericani. La caratteristica principale in comune tra i due mondi, è il modo di vivere il calcio. Pensi all’Argentina e il primo stadio che ti viene in mente è la Bombonera, automaticamente la tua memoria va alle esultanze di Riquelme, Palermo, Tevez e il boato dello stadio.
Le esultanze degli argentini non sono semplici momenti di gioia, arrivano dal profondo, è il loro cuore che urla, in quel momento sembra una questione di vita o di morte.
L’unico stadio italiano dove si ripete questo modo di vivere il calcio è il San Paolo.  A Napoli gli avversari si accorgono di giocare in dodici contro undici, il pubblico partenopeo è l’uomo più.
Quando il Napoli segna,  la terra trema e la città si risveglia.
Napoli non è solo una città, è un sentimento.
Diego per i partenopei è stato il Dio sceso in terra ad esaudire le preghiere di una vita.
Si è guadagnato l’amore eterno vincendo, portando il sud sopra tutti, ridando al suo popolo una dignità nazionale. Pensi a Napoli e automaticamente pensi a Diego, non avrebbe potuto giocare in un’altra squadra italiana.
Messi accettò di essere intervistato da Saviano, non perché lo conoscesse, ma perché gli avevano riferito che era napoletano. Napoli per gli argentini significa Diego, e Diego per loro viene prima di qualsiasi altra cosa.

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Maradona a Napoli, per sempre.

“Agnelli mi corteggiava come potrebbe fare un innamorato con una donna. Mi chiamava continuamente promettendo cifre pazzesche. Mi disse che aveva offerto 100 miliardi a Ferlaino e di mettere io la cifra sul mio assegno. Gli risposi che non avrei mai potuto fare questo affronto ai napoletani perché io mi sentivo uno di loro, che non avrei mai potuto indossare in Italia altra maglia se non quella del Napoli.”

L’impossibilità di essere normale ha inciso tanto sul campo, quanto fuori dal rettangolo di gioco. La necessità di andare oltre ai confini, gli ha fatto toccare con mano la morte, la droga, il doping. Si può discutere quello che ha fatto quando non calzava gli scarpini, ma quando aveva addosso la Diez, beh su quello non si può dire nulla. O forse una cosa sì, grazie.
E’ stato un Dio, e agli Dei si perdona tutto.
Se per qualche impensabile motivo non avesse giocato a calcio, sarebbe sicuramente stato un rivoluzionario. Il suo spirito anarchico, anticonformista, lo ha portato ad essere l’uomo del popolo, un simbolo per le popolazioni sudamericane povere e represse. Ha sconfitto gli inglesi e le big del nord Italia, è sempre andato contro i poteri forti per difendere i poveri, come era lui. Lui, un semplice ragazzino povero cresciuto tra i vicoli di Villa Fiorito, che aveva due sogni: giocare un mondiale e vincerlo.

Tutti i suoi compagni di squadra lo descrivono come una persona deliziosa, sempre pronta ad aiutare gli altri. Era Maradona, era il migliore di tutti, eppure non si permise mai di rimproverare nessuno. Un capitano, un uomo spogliatoio, un’ancora di salvezza. Ci pensava lui, chissà come dev’essere stato bello passargli la palla e restare a guardarlo.

Nei confronti dell’argentino è stato fatto di tutto. La gente lo ha amato, odiato, idolatrato, pregato, dipinto, filmato, copiato, paragonato, insultato, ringraziato, beatificato.
Con Maradona c’è solo una cosa da fare, mettersi comodi sul divano e godersi le sue magie. Guardare Diego è un’esperienza che andrebbe ripetuta ogni giorno, per tutta la vita.

Gezim Qadraku.

Il ragazzo dalla pelle nerazzurra

L’ho odiato.
Sì, mi vergogno a dirlo ma ho odiato Javier Zanetti.
Sono milanista e sin da bambino la squadra rivale per eccellenza è stata l’Inter, come è normale che sia. Loro, i nemici di sempre. Quelli della stessa città, quelli del derby, quelli contro cui non si può perdere.
Ne sono passati di anni, quante stracittadine, vittorie, sconfitte, sfottò. Ogni stagione qualche giocatore diverso, sia da una parte che dall’altra.
Una cosa non è mai cambiata in tutto questo tempo, lui, il numero 4 dei rivali, il loro capitano, Javier Zanetti.
L’ho odiato perché era l’unico del quale mi preoccupavo. Ne hanno avuti di calciatori forti, Ronaldo, Adriano, Ibrahimovic e tanti altri. Ma con gente del genere puoi sempre sperare che non siano in giornata. Con Zanetti no, Zanetti era sempre in giornata, Zanetti non sbagliava mai una partita.
Quando ero piccolo la battuta nei confronti degli interisti era sempre la stessa:
“non vincete mai”.
Ci fu un periodo in cui il Milan dominò nettamente nei derby, dal 0-6, alle vittorie in Champions. Lui era sempre lì, l’ultimo ad arrendersi, quello che riusciva sempre a mettere in difficoltà i miei idoli.
Passavano le stagioni e iniziavo a chiedermi perché non se andasse.

“Perché rimane?  Non vincono mai niente!”

Non capivo, non potevo ancora capire. Crescendo l’odio è svanito e ha lasciato spazio prima al rispetto, poi all’ammirazione. Il calcio è cambiato molto negli ultimi anni. Tanti soldi, cifre incredibili per i cartellini dei calciatori, si sta trasformando in business, la partita in sé sta diventando quasi superflua, le bandiere non esistono più. Le ultime rimaste a breve appenderanno le scarpe al chiodo. Sono ancora giovane, ma quando parlo di calcio mi capita spesso di parlarne al passato. Di ricordare com’era prima, che giocatori c’erano, le sfide memorabili, i capitani di una volta.
Lui è sempre nei discorsi. Lui, il nemico odiato.

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L’avversario più difficile che abbia mai incontrato è stato Javier Zanetti. Lo incontrai per la prima volta nel ’99, ai quarti di Champions. Lui terzino destro, io ala sinistra. M’impressionò per le sue qualità: rapido, potente, intelligente, esperto. Ci ho giocato contro altre due volte. È stato l’avversario più duro in assoluto. Un campione completo.
(Ryan Giggs)

Lui c’è sempre stato, ha difeso per 19 anni i colori della sua pelle. Eppure non aveva le caratteristiche per diventare una bandiera, nato in Argentina e arrivato a Milano che aveva ventidue anni. Sarebbe potuto essere uno dei tanti giocatori sudamericani che girano l’Europa. No, lui è stato l’eccezione. Lui si è ambientato subito, si è innamorato di quella maglia e l’ha difesa. Una coppa Uefa all’inizio, poi per molti anni niente. Sconfitte pesanti, delusioni dure da mandare giù e una squadra mai all’altezza.
Lui sempre lì, con la fascia al braccio a combattere.

“No, non se ne va. Resterà all’Inter a vita, ma perché lo fa?”

Poi poco a poco le cose sono iniziate a girare per il verso giusto, sono arrivati i campionati e poi la stagione che si meritava uno come lui. Il triplete, vinto alla Inter, soffrendo come solo loro sono capaci di fare. Avrebbe meritato di vincere tutto ogni stagione.
Non sono più riuscito ad odiarlo, sono cresciuto e ho capito quanto avrei dovuto imparare da uno così. Gli anni passavano e lui, nonostante l’età avanzasse, continuava ad essere il nemico che nei derby mollava solo dopo il fischio finale.
Impossibili da dimenticare le sue galoppate solitarie, con le quali attraversava tutto il campo, lasciando le briciole agli avversari. Ma Zanetti non è stato solo questo, sapeva fare tutto, ha giocato in quasi tutti i ruoli possibili. Difendeva, attaccava, contrastava, scartava, segnava. Probabilmente sarebbe riuscito a fare anche il portiere o la prima punta.
Zanetti si allenava fuori dall’aeroporto, mentre aspettava il volo dei suoi amici.
Zanetti si arrabbiava con la moglie, se nell’hotel in cui avrebbero passato le vacanze non c’era la palestra.
Zanetti si allenava anche il giorno del suo matrimonio.
No, non diventi Zanetti per caso.
Ormai era chiaro che avrebbe salutato tutti con addosso quella maglia, anche se il suo corpo decise di fargli un brutto scherzo a pochi metri dall’arrivo.
Zanetti infortunato. Assurdo, impossibile, lui? Con quel corpo?
Eppure sì, una domenica come tante, a Palermo si ruppe il tendine d’achille. Fine carriera a rischio dicevano in molti. No, non sarebbe finita con lui a terra dolorante, non poteva finire così e infatti non è andata così.
Si è rialzato, ha abbassato la testa e si è messo al lavoro.
Come ha sempre fatto, da quel 13 maggio del 1995, quando nessuno poteva lontanamente immaginare cosa avrebbe fatto quel ragazzo dalla faccia pulita.
Qualcuno invece ci mise poco a capirlo.

Primissimo allenamento, facciamo possesso palla. Lui non la perde mai, gli resta sempre incollata al piede. Quel giorno pensai che avrebbe fatto la storia dell’Inter.
(Giuseppe Bergomi)

Allenamento, sacrificio, correttezza e amore per la maglia. Sempre, in ogni partita, dalla più inutile alla più importante. Ogni tanto mi immaginavo i discorsi dei padri ai figli nelle case nerazzurre:.
“Guarda come si comporta il capitano figliolo, così si comporta un uomo”.
Non dev’essere stato difficile educare i figli per i padri interisti, ogni domenica Zanetti rendeva il loro lavoro più facile. Un esempio, dentro e fuori dal campo.

 

Spain Soccer Champions League Final

during the Champions League final soccer match between Bayern Munich and Inter Milan at the Santiago Bernabeu stadium in Madrid, Saturday May 22, 2010. (AP Photo/Antonio Calanni)

Ha sconfitto anche l’infortunio. E’ tornato come prima, la fascia al braccio e il 4 sulle spalle. Doveva realizzare il suo sogno, terminare la carriera con quei colori.
Diciannove anni dopo, quasi lo stesso giorno dell’arrivo, il mio odiato nemico ha giocato la sua ultima partita. Di tutto mi sarei immaginato tranne che di essere triste in quel momento. Finalmente lasciava, finalmente nei derby non ci sarebbe stato l’ostacolo insormontabile. Ero triste perché se ne andava un altro pezzo del calcio con il quale sono cresciuto. Un calcio fatto di valori, di capitani che hanno dato tutto per la loro maglia, di uomini che non si sono fatti comprare dai soldi.
Il mio odiato nemico è stato uno di questi. Sarei andato a San Siro a cercare di convincerlo quella sera.

“Capitano è proprio sicuro?”

Sì, a Zanetti bisogna dare del Lei. Solo ora ho capito perché non se ne voleva andare, perché è rimasto anche quando non vinceva niente, perché non ha mai tradito quella maglia. Si chiama amore, quello che questo uomo ha dimostrato ogni partita.
Per me rimarrà sempre il ragazzo dalla pelle nerazzurra, il ragazzo  che quando segnava esultava come un tifoso. Nella sua autobiografia ha spiegato cosa significa essere un tifoso nerazzurro:

Il tifoso interista è abituato a soffrire ma non molla mai, non abbandona mai la barca nel momento del bisogno. Il tifoso interista è un’innamorato cronico, un passionale, un sanguigno. Ha un carattere argentino.. È fedele, appassionato, nel bene e nel male. Ma è anche esigente, così come brillante, intelligente e ironico.

 

Gezim Qadraku.

Il Kosovo esiste!

5-9-2016, un altro pezzo di storia per il Kosovo.
La prima, storica, partita ufficiale per la nazionale di calcio kosovara.
Ho dovuto aspettare ventitré anni per poter guardare la mia nazionale.
Avrei voluto essere lì, in Finlandia, con addosso quella maglia. L’ho sognato sin da quando ho iniziato a tirare i calci al pallone. Tutti sognano di diventare professionisti, di giocare per la propria squadra del cuore e difendere i colori della propria nazione.
Per me è stato diverso. Prima di tutto io mi sono sempre sentito diverso, come ogni straniero che è cresciuto in un paese che non è il suo.
Sei quello diverso, a partire dal nome.
“Ah ma non sei italiano?”
“No, sono kosovaro.”
“E dov’è il Kosovo?”
“Nei Balcani, vicino ad Albania e Serbia”
“Ma sulle cartine non c’è, il Kosovo non esiste.”
“Senti lascia stare”
“Ma quindi cosa sei?”

Sempre così, sempre a dover spiegare, a convincere gli altri che noi esistiamo, anche se le cartine non lo dicono, anche se non abbiamo una nazionale, anche se non siamo nella lista degli stati della terra.
Un’infanzia a chiederti perché? Perché questo, perché questa diversità. Sei diverso in Italia, perché sei quello straniero, durante le vacanze torni finalmente in quella che reputi casa, ma sei diverso anche là. Perché ti chiamano l’italiano.
Passi gran parte del tuo tempo a chiederti realmente chi sei, cosa sei.
Ho sempre sognato questo giorno, la prima partita ufficiale del Kosovo, e ogni volta c’ero io. C’ero io in mezzo al campo con la maglia della mia nazionale. Ho vissuto in Italia per vent’anni, non ho mai chiesto la cittadinanza, anche se avrei potuto secondo la legge.
Non l’ho fatto, perché non mi sono mai sentito un italiano.

“Ma il tuo paese non esiste!”

La situazione paradossale non faceva altro che aumentare la mia convinzione. Arriverà il giorno mi dicevo. Il giorno è arrivato.
E’ stato un sogno, da stasera sarà il mio incubo. Avrei voluto essere in campo, avrei dovuto essere in campo, ma non ce l’ho fatta. Colpa mia, sarà il rammarico che mi porterò dietro per tutta la vita. Ora che potrò guardare le partite della mia nazionale in televisione sarà ancora più dura.
A maggio la FIFA  ha accolto il Kosovo come membro e da quel giorno è stato un continuo contare i giorni fino ad oggi.

“A settembre, il 5, contro la Finlandia”.

Che attesa, pensare che solo poche ore prima della partita alcuni giocatori hanno avuto il via libera dalla FIFA, perché precedentemente erano stati convocati da altre nazionali.
Una giornata a guardare l’orologio, a controllare se qualche rivista di calcio ha scritto un articolo su di noi.
Finalmente la cena, il segnale che manca poco.

“Pà, Hetemaj ha chiesto di non giocare”
“Grande. Bravo!”
“Ujkani ha ricevuto l’ok dalla FIFA”
“OTTIMO”.

Si parla sempre di calcio a tavola, stasera stranamente un po’ meno. Stasera si aspetta, stasera si guardano le lancette.
Questo pezzo nasce in quei momenti, ogni due maccheroni guardo l’orologio e penso a cosa potrei scrivere. Devo prepararmelo prima, sarò troppo su di giri dopo la partita.
Finisco di mangiare, corro in camera. Ci sono vari link che danno la partita in streaming.
Li apro tutti, nel caso uno si blocchi, mi sposto sugli altri. Trovo la telecronaca in kosovaro, MERAVIGLIOSO.
20:30, porto il pc in salotto. Mio padre parla con qualche parente in Kosovo. Io sono già teso, lascio il pc in sala e giro per casa senza motivo. Pensare che avrei voluto essere lì, non riesco a stare tranquillo in casa mia.
Entrano le squadre, la bandiera del Kosovo in campo.
Prima l’inno degli ospiti, il nostro. I ragazzi si abbracciano, difficile trattenere l’emozione.
Ti vibra tutto, la telecamera li inquadra uno ad uno, ti immagini tra di loro. A casa non vola una mosca.
“UH!!”
Butto fuori tutto con un respiro profondo.
Poi l’inno finlandese, loro non si abbracciano.
I capitani si scambiano i gagliardetti, strette di mano, monetina e via.
Si inizia.
Turku, 5 settembre 2016, il Kosovo nella storia.
Siamo emozionati, ho paura che possiamo fare qualche cavolata subito, ma no, i ragazzi sono concentrati.
Al settimo Berisha prova subito a colpire, la palla finisce alta. Prima emozione, già mi alzo in piedi.

“Calma, calma, è appena iniziata.”

Due minuti dopo Pacarada si inventa un sinistro da fuori area che si stampa sulla traversa.

“Ma come siamo partiti?”

Incomincio già a sognare un finale glorioso.
Al quarto d’ora ci addormentiamo in difesa, Ujkani compie il miracolo. Neanche il tempo di finire di fare i complimenti al nostro portiere, che sul calcio d’angolo seguente prendiamo gol.
Doccia fredda, dura da digerire.

“Continuiamo come abbiamo iniziato che va bene”.

Giochiamo bene, cerchiamo di tenere la palla e siamo anche ordinati. Ci guadagniamo qualche calcio d’angolo, che non riusciamo a sfruttare. Fine primo tempo, torniamo negli spogliatoi fiduciosi. Sotto uno a zero, ma meglio degli avversari.
Ripartiamo come avevamo lasciato, pressiamo un po’ di più e attacchiamo bene la profondità.
Al sessantesimo il colpo di scena, Berisha viene messo giù in area di rigore, l’arbitro indica il dischetto. Mi alzo in piedi, esulto, mi giro su me stesso. Papà urla. Il telecronista continua a ripetere:
“RIGORE. RIGORE. RIGORE.”
Il pubblico kosovaro esulta.

“Calma, calma. Bisogna segnarlo”.

Valon Berisha sul dischetto. Forte e alto sulla destra.
1 a 1.
GOL DEL KOSOVO.
Ci siamo, siamo vivi, pareggio meritato.
Presi dalla foga cerchiamo di farne un altro, continuiamo la pressione per una decina di minuti, poi inevitabilmente caliamo fisicamente. Inesorabile arriva il novantesimo. Tre minuti di recupero, rischiamo qualcosa, ma non succede niente.
Triplice fischio. Prima punto per il Kosovo.
Che inizio, quanta emozione, che orgoglio.
Immagino i bambini kosovari sparsi per l’Europa e nel mondo, penso alle loro risposte quando gli verrà chiesto:
“Di dove sei?”
“Del Kosovo”
Lo possiamo dire da otto anni ormai, da quando siamo diventati indipendenti.
Da stasera possiamo urlarlo ancora più forte.
Volevano controllarci, ma non ce l’hanno fatta.
Ci hanno uccisi, ma siamo risorti.
Non esistevamo, ora ci siamo.
Il Kosovo esiste.

Gezim Qadraku.

Pogback

Quindici anni fa, Zinedine Zidane salutava la vecchia signora e si avviava a vestire la maglia del Real Madrid. Nelle casse bianconere entrarono qualcosa come 75 milioni di euro, che permisero alla Juventus di acquistare Nedved, Buffon e Thuram.
Sembra di essere tornati a quell’estate del 2001. Nella notte appena trascorsa, il Manchester United ha ufficializzato l’arrivo di Paul Pogba.
Un’operazione fenomenale della dirigenza bianconera, capace di strappare, quattro anni fa, il giovane talento francese a parametro zero, per rivenderlo ad un prezzo da capogiro.
L’acquisto più oneroso della storia quello del francese, le cifre fanno venire i brividi.
I red devils verseranno 105 milioni, ai quali potranno aggiungersi altri 5, se si verificheranno determinate opzioni stabilite nel contratto, come per esempio la qualificazione del Manchester alla prossima Champions.
Per quantificare la plusvalenza esatta che la Juventus ha effettuato, ai 105 milioni bisogna sottrarne 32,4, che comprendono le commissioni all’agente del francese, (quel fenomeno di Mino Raiola) oneri accessori e contributo di solidarietà. L’effetto economico positivo per le casse della società è quindi di 72,6 milioni.
A guadagnarci sicuramente da questa operazione, sono il calciatore e il suo agente. Nel portafoglio di Raiola finiranno circa 20 milioni, mentre Pogba nei prossimi cinque anni guadagnerà 13 milioni a stagione, più 7 di diritti di immagine.
Chi delle due squadre ha fatto la scelta giusta, sarà solo il tempo a dirlo. Se da una parte si è scelto per la cessione di un possibile futuro pallone d’oro, dall’altra parte si è speso la cifra più grande della storia, per riprendersi un calciatore che si poteva benissimo tenere.
Saranno felici dalle parti di Manchester, con l’arrivo di Ibrahimovic, Mourinho e Pogba, i diavoli rossi puntano a tornare sulla vetta del calcio mondiale.

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Quattro anni fa Paul se ne andò perché non sentiva la fiducia dell’allenatore, fece la scelta giusta. In queste stagioni è cresciuto notevolmente, si è costruito e ha mostrato tutto il suo talento in uno dei campionati più difficili del mondo; dove è riuscito a vincere quattro campionati di fila, due coppe Italia e tre supercoppe italiane. Con la Juventus ha anche raggiunto una finale di Champions League, persa contro gli alieni del Barcellona.
Si era presentato ai tifosi bianconeri con un gol meraviglioso contro il Napoli, al volo di sinistro da fuori area. Nessuno se lo immaginava, ma quello era solo il primo, di tante altre reti spettacolari del ragazzo.
Quattro anni di crescita e maturazione, anche nella nazionale francese, con la quale ha conquistato il mondiale under 20 e ha sfiorato l’Europeo quest’estate.
Le prime due finale importanti sono andate male per Paul, ma dalla sua ha tutto il tempo per rifarsi.
Ora sta a lui, dimostrare di aver fatto ancora una volta la scelta giusta.
Niente è come prima, a Manchester tutto è cambiato, l’era di Ferguson è finita e non ci sono più i volti che aveva lasciato.
E’ cambiato anche lui, se n’era andato come un giovane talento promettente, è tornato da giovane talento affermato.
Paul is back.

Gezim Qadraku.

“Pari o dispari?”

Pari o dispari?
Pari
BIM BUM BAM
Due
Tre
Due e tre cinque, dispari mio. Scelgo…
Iniziava tutto così. Il rituale prima di ogni partita era questo, il momento che dava il via alla sfida. Molte volte la scelta dei compagni risultava decisiva, chi sceglieva per primo partiva favorito. Spesso si decideva di far fare i capitani ai due più forti, così da essere sicuri che non giocassero insieme e che la partita, almeno teoricamente, sarebbe stata equilibrata. La scelta di per sé, non era un attimo cruciale solo per l’esito della gara, ma anche per la reputazione di ognuno. Il momento in cui venivi scelto era significativo, era la considerazione che gli altri avevano di te e in quell’istante capivi quanto i tuoi amici ti reputassero forte.
Il primo scelto era il fenomeno, quello che tutti volevano avere con sé, quello su cui tutta la squadra avversaria si sarebbe interessata durante la partita. Poi man mano si andava in ordine di bravura, più tardi venivi scelto meno possibilità avevi di intraprendere una carriera calcistica, almeno, a detta dei tuoi amici. I problemi che si presentavano potevano essere innumerevoli, e non erano sempre facili da gestire.
Primo e cruciale dilemma: “Chi sta in porta?”, su una cosa tutti erano d’accordo, il più forte non entra mai, si finiva sempre per fare a giro,
Ogni due gol fatti o subiti si cambia, va bene?
Ok, ok, va bene”.
Ogni tanto nascevano litigate infinite, perché i compagni di squadra pensavano che il malcapitato portiere di turno facesse apposta a subire gol per poter uscire, la verità era che nessuno ci sapeva fare tra i pali.
Un’altra questione di attrito prendeva forma se i partecipanti alla partita erano dispari o, ancora peggio, se una volta iniziata la sfida arrivava il solito ritardatario che voleva assolutamente giocare.
Posso giocare?
Non è mio il pallone”.
Il proprietario della sfera aveva diritto di veto, ogni sua decisione doveva essere accettata, nessuno poteva ribattere. Se ci si stava divertendo in quel momento, gran parte del merito era suo, perché aveva messo a disposizione il pallone.
Si giocava ovunque, in oratorio, al parco, in strada, nei parcheggi, in qualsiasi posto si potessero creare due porte, anche immaginarie, e dove ci fosse un po’ di spazio per farci stare tutti quanti.
Si giocava in qualsiasi stagione, in qualsiasi orario, prima di entrare a scuola, all’intervallo, una volta finita la scuola. La giornata ideale dei tre mesi di vacanze estive era composta da una partita della durata infinita. L’importante era essere almeno in quattro, due contro due e si sognava. Ci si presentava con la maglia del proprio idolo, comprata al mercato o alla bancarella fuori dallo stadio a pochi euro, ma quella non era una semplice maglietta, noi con quella addosso, ci sentivamo dei supereroi.
Mentre si giocava si improvvisava la propria telecronaca, se per caso non si indossava la maglietta del proprio idolo, si diceva di essere un determinato calciatore e si urlava il suo nome ogni volta che si era in possesso di palla.
Un altro enorme problema è sempre stato quello della traversa, solitamente un gol veniva convalidato se la palla non superava la testa del portiere, ma c’erano situazioni in cui si perdeva un’eternità e ci si guardava intorno se qualcuno dal pubblico, si avevamo anche il pubblico, avesse visto con esattezza.
La strada, i campi di terra, di cemento e di erbacce erano il nostro San Siro e i ragazzini che passavano di lì e si fermavano a guardare erano i nostri 80mila tifosi.
Sognavamo, lo facevamo ad occhi aperti e con la palla tra i piedi. Ogni tanto ci si fermava, giusto per prendere un po’ di fiato, ma il centro dell’attenzione era sempre lui, il pallone.
In quei momenti ognuno prendeva le difese dei propri colori, ci si prendeva in giro per il derby vinto, per la posizione in classifica della propria squadra, per il numero di campionati e per tante altre cose. Mentre si faceva tutto questo si sperava di poter indossare, un giorno, la maglia originale della nostra squadra, con dietro il nostro cognome e non quello del nostro idolo. Poi tutto ricominciava, altra sfida, altri gol, altre corse.
Capitava a volte di trovare una sola porta libera e allora si giocava a undici, o a ventuno. Il portiere partiva con un punto in più e il gioco consisteva nel segnare al volo. Se si tirava fuori o il portiere la parava al volo, si entrava in porta. Ogni gol subito si perdeva un punto, di testa valeva due punti, di tacco tre, di rovesciata cinque (mai visto nessuno fare gol in rovesciata). Non sono mai riuscito a concludere una partita di questo gioco, ogni ritardatario poteva infiltrarsi senza che nessuno facesse polemica.
Ci si dimenticava dell’orario, finché qualcuno non salutava all’improvviso e se ne andava correndo perché era in ritardo. Quello era il segnale, ci si salutava in fretta e tutti a casa correndo. La scena era sempre la stessa, la cena era pronta, la mamma preoccupata che te ne diceva di ogni e minacciava di non farti uscire il giorno dopo, ma puntuale arrivava lo sguardo rassicurante di papà, che era solo felice di avere un figlio che correva tutto il giorno dietro il pallone. Allora passavi tutta la cena a raccontargli quanti gol avevi fatto, quanto era finita la partita e soprattutto quando eri stato scelto.
Mi mancano quei tempi, le giornate passate a calciare quella sfera con gli amici di sempre, i tardi pomeriggi seduti su un marciapiede a raccontare agli altri le proprie prodezze. C’era della magia nell’aria, c’era la magia dei sogni, la voglia di rifare dal vivo quello che vedevi in televisione, c’era la magia del calcio di un po’ tempo fa. Eppure non sono passati così tanti anni, ma sembra che tutto all’improvviso sia cambiato.
Non vedo più palloni passare in mezzo alla strada, non sento più nessuno urlare “MACCHINAAA“, non vedo più ginocchia insanguinate per aver voluto salvare un gol.
Capita che ripensi a quelle sfide, a quei gol fenomenali, sì perché al parchetto o in oratorio eravamo tutti dei fenomeni, su questo c’è poco da discutere.
Siamo i nostri ricordi, siamo ciò che abbiamo passato, e noi abbiamo trascorso gran parte della nostra esistenza dietro a quella magica sfera. E’ solo uno sport dicono gli altri, noi ridiamo e torniamo indietro nel tempo, ai nostri ricordi, alle nostre sfide, ai nostri gol.
Pari o dispari?
Pari
BIM BUM BAM
Due
Tre
Due e tre cinque, dispari mio. Scelgo…

Gezim Qadraku.

Granit Xhaka, il gioiellino svizzero

Partiamo da una cosa importante, la pronuncia del cognome. Il suo xh in albanese si pronuncia come una g dolce (giorno), quindi Xhaka si pronuncia come se fosse Giaka.
Bene, ora possiamo iniziare a parlare di questo centrocampista, salito alla ribalta quest’estate per due motivi.
In primis, il suo trasferimento all’Arsenal, la squadra londinese ha sborsato 35 milioni di sterline per assicurarsi le prestazioni dell’elvetico. Secondo, il debutto della nazionale svizzera all’Europeo francese è stato un momento storico per il ragazzo.
Per la prima volta nella storia del calcio, si sono affrontati due fratelli. Tutti i riflettori erano puntati sui fratelli Xhaka, Granit con la maglia svizzera e Taulant con la maglia albanese.
La partita si è conclusa con la vittoria degli elvetici per uno a zero, nonostante la compagine albanese, allenata da De Biasi, abbia rischiato più volte di pareggiare i conti. Granit a fine gara è stato premiato come miglior giocatore.

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Xhaka vs Xhaka

L’immagine più bella di quella partita resterà per sempre la geniale maglietta indossata dalla madre dei due ragazzi, la scritta Xhaka sotto a una bandiera composta a metà da quella elvetica e a metà da quella albanese.

In molti si saranno chiesti come sia possibile che due fratelli, nati dagli stessi genitori, possano giocare per due nazionali diverse.
La storia di questi ragazzi è simile a quella di tantissime altre famiglie di origini albanesi emigrate all’estero. In Svizzera si trova una grande parte della diaspora degli albanesi dell’ex-Jugoslavia: sono infatti circa 300mila i cittadini svizzeri di origine kosovara.
Il processo di emigrazione iniziò già negli anni ’60, quando Berna e Belgrado strinsero un accordo per facilitare l’arrivo di numerosi lavorati in Svizzera.  L’accelerazione di questa ondata si è avuta negli anni ’80 e il boom nel decennio successivo, gli anni funesti della guerra nella ex-Jugoslavia. In questo caso però la motivazione dell’emigrazione è un po’ diversa.
Il padre di Granit, Ragip Xhaka, dopo essere stato costretto ad abbandonare, a soli 17 anni, il sogno di diventare calciatore a causa di un grave infortunio, venne arrestato all’età di 22 anni. Nel pieno della sua carriera universitaria, la partecipazione alle manifestazioni contro il regime serbo-jugoslavo costarono al giovane Ragip tre anni e mezzo di carcere. Dopo aver scontato la pena, si trasferì in Svizzera, a Basilea. Città natale dei suoi figli.
Allora perché Granit gioca per la Svizzera e Taulant per l’Albania? 

Naturalmente l’interesse della nazionale albanese ad avere entrambi i fratelli in rosa c’è stata, ma secondo le parole del tecnico De Biasi, la richiesta è stata inoltrata tardivamente ai giocatori. Soprattutto per quanto riguarda Granit, il quale aveva già scelto di giocare con la Svizzera e non ha cambiato idea. Il tecnico italiano invece è riuscito a convincere Taulant, il quale avrebbe sicuramente avuto pochissimo spazio tra gli elvetici.
Per molti Granit è il traditore, ma lui stesso ha dichiarato che avrebbe fatto volentieri a meno di giocare contro suo fratello e contro la sua nazione. Oltre a dichiarare l’amore verso la sua terra:

“Non ho bisogno di andare a Ibiza o Maiorca o Dubai, ogni volta che posso torno a Prishtina

Parole rilasciate nell’estate del 2014 all’aeroporto di Prishtina, dove il ragazzo era atterrato subito dopo l’uscita della nazionale svizzera dai mondiali brasiliani. Dimostrazione di quanto sia legato alla sua terra.
Inoltre il ragazzo, in tutti questi anni, ha sempre dimostrato il suo attaccamento alle proprie origini. Un episodio significativo si è verificato la prima volta in cui le due nazionali si sono incontrate, il modo in cui incespica sul pallone si commenta da solo:

 

Oltre a questo curioso caso, il ragazzo si è reso protagonista di un bellissimo gesto. Ha personalmente inviato alla FIFA un messaggio, richiedendo il riconoscimento della nazionale Kosovara di calcio, riconoscimento arrivato quest’anno, che permetterà alla nazionale del Kosovo di partecipare alle qualificazioni per i mondiali del 2018.

Il torneo Europeo di quest’estate era un appuntamento importante per il numero dieci, se l’inizio è stato dei migliori, con il premio di miglior giocatore ricevuto dopo la vittoria contro l’Albania, il finale è stato disastroso. Suo infatti l’errore decisivo durante i calci di rigore, che ha causato l’uscita della nazionale elvetica agli ottavi di finale, a favore della Polonia.
Il ragazzo ha dovuto dimenticare in fretta la delusione, a Londra tutti lo stavano aspettando. Sia i genitori che la fidanzata erano presenti nel primo giorno da Gunners del ragazzo. Visibilmente emozionato, Granit ha rilasciato le sue prime parole da giocatore dell’Arsenal, mostrando un discreto inglese:

La sua carriera inizia insieme al fratello nelle fila della Concordia, per passare dopo cinque anni al Basilea. Gli addetti ai lavori si accorgono subito delle qualità del ragazzo e la nazionale elvetica non se lo fa sfuggire. Appena sedicenne debutta nella squadra under 21 del Basilea e nella nazionale svizzera. Il primo prestigioso trofeo arriva l’anno successivo, quando la nazionale rossocrociata under 17 si laurea campione del mondo, Granit segna anche una rete durante il torneo.
La carriera del ragazzo si inserisce nel binario giusto, disputa due ottime stagioni nella prima squadra del Basilea, conquistando due campionati di fila. Nel 2011 esordisce a soli diciotto anni nella nazionale maggiore, a Wembley contro l’Inghilterra. Quel paese dove ha sempre sognato di giocare.
L’estate del 2012 è quella del primo salto di qualità, approda in Germania, accettando l’offerta del Borussia Mönchengladbach.
Sono anni importanti per il ragazzo, che viene impiegato diversamente nel club rispetto alla nazionale. In Bundesliga ricopre il ruolo di mediano, mentre in nazionale, Ottmar Hitzfeld lo utilizza come trequartista. Sono parole importanti quelle dell’allora commissario tecnico degli elvetici:

E’ un assoluto top player, che potrebbe giocare in qualsiasi top club del mondo.

Granit inizia a toccare con mano il calcio che conta, il debutto ai mondiali di Brasile 2014, impreziosito da un gol e la Champions League nella passata stagione con il proprio club. Annata, quest’ultima, densa di significato per il ragazzo. Dopo il pessimo inizio e il cambio di allenatore, gli viene assegnata  la fascia di capitano. Incarico importante per un ventiduenne, ma nessuno dei suoi allenatori ha mai avuto dubbi sul suo carisma.
Abituato ad assumersi compiti importanti sin da piccolo, era lui infatti a tenere le chiavi di casa e non il fratello maggiore. Il Borussia risale la china, ma il ragazzo si fa schiacciare dal peso della responsabilità e riceve tre cartellini rossi in quindici partite, aggiudicandosi il record di primo under 23 a ricevere cinque espulsioni in Bundesliga. Qualcuno gli consiglia addirittura di farsi curare, ma lui risponde a tono, dicendo che quello è semplicemente il suo modo di giocare. Non è uno che va per il sottile, quando c’è da usare le maniere forti non si fa problemi, finendo poi per pagarne le conseguenze.

Con il nuovo anno le cose cambiano, Granit impara a ridurre i suoi interventi e i cartellini diminuiscono vertiginosamente. Durante l’Europeo il ragazzo ha dimostrato di aver imparato la lezione, si fa comunque prendere dal vizio di intervenire in scivolata, ma cerca di non farlo fuori tempo. Una sola ammonizione nelle quattro gare giocate in Francia.

Che giocatore è Xhaka?
In questi anni ha ricoperto diversi ruoli, a mio modesto parere la posizione più consona per le sue doti è quella da lui ricoperta durante l’Europeo. Petkovic ha utilizzato un 4-2-3-1, schierando il numero 10 davanti alla difesa, affiancandogli Behrami, un giocatore di corsa propenso alla fase difensiva.
Il repertorio del centrocampista è piacevolmente ampio.
Vedendolo in azione saltano subito all’occhio la freddezza e la tranquillità con le quali gestisce il pallone. Le origini balcaniche si notano subito nella sua personalità. Chiede sempre il pallone, non disdegna a prendersi qualche rischio, ma lo fa sempre con una calma olimpica, anche in zone pericolose del campo. Ha in mano l’intera squadra, è lui che decide quando si accelera e quando si rallenta, se non ha la palla tra i piedi indica ai compagni la giocata da fare.
Il suo mancino è sublime e gli permette di giocare con estrema facilità sia sul corto che sul lungo. I suoi cambi di gioco sono un piacere per gli occhi dello spettatore, meno per i terzini avversari che puntualmente vengono scavalcati dal pallone.

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Ogni tanto si fa prendere la mano e si avventura in qualche incursione personale, nonostante non sia molto veloce.
Dotato di un’ottima visione di gioco, che utilizza al meglio in entrambe le fasi. Dal punto di vista difensivo questo gli permette di leggere le intenzioni degli avversari e di anticipare le giocate, mentre quando si tratta di offendere cerca e trova sempre lo spazio per attaccare il lato debole o verticalizzare rapidamente.
Ottimo saltatore di testa, altrettanto bravo ad utilizzare il proprio corpo, sia per difendersi dal pressing che per recuperare il pallone. Grinta e cattiveria sono due costanti del gioco del ragazzo, che non tira mai indietro la gamba.
Non è di certo uno da dieci a gol a stagione, ma con il suo mancino è in grado di far male ai portieri. Scagliando missili del genere per esempio.

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Ora Granit è chiamato a ripetere tutto quello che ha fatto finora nel campionato più difficile del mondo, dove i ritmi sono altissimi e dove sarà sicuramente soggetto ad un pressing maggiore rispetto al passato. Dovrà ambientarsi con la nuova realtà e conquistarsi un posto da titolare. Vedremo se il suo talento riuscirà a splendere anche in Inghilterra.
Precisione svizzera e classe balcanica, due fattori la cui unione ha dato vita ad un gioiello prezioso.

Gezim Qadraku.

The Greatest

La morte, l’atto finale della nostra esistenza, l’unica cosa che ci accomuna. Di fronte a lei siamo tutti uguali, volenti o nolenti, quando arriva non possiamo fare altro che acconsentire e abbandonare questo mondo.
Per tutto il resto del tempo che spendiamo su questo pianeta siamo completamente diversi uno dall’altro. Dal pianto che emettiamo nel momento in cui veniamo alla luce fino all’ultimo dei nostri giorni, ognuno di noi è qualcosa di irripetibile.
Proprio in questo sta la differenza, quello che riusciamo a compiere durante la nostra esistenza. Dostoevskij scrisse che gli uomini si dividono in due categorie:
la prima conserva il mondo e lo aumenta numericamente, mentre la seconda muove il mondo e lo conduce verso la meta.
Probabilmente non immaginava che della seconda avrebbero potuto farne parte anche gli sportivi. Lo sport, che nel secolo passato si è preso uno spazio enorme della quotidianità dell’uomo. Capace di attirare su di sé l’attenzione globale, più di qualsiasi altro avvenimento. Gli sportivi, nella maggior parte delle volte additati come ignoranti, persone in grado di utilizzare solamente le propri capacità fisiche, ma dotati di una cultura frivola.
Lo sport, visto dai più come qualcosa di lontano dalla vita quotidiana, definito come un’inutile perdita di tempo.
Se c’è stato uno sportivo che è stato in grado di unire lo sport con tutto il resto, questo è stato Muhammad Ali. Come dicevo, la differenza sta in quello che riesci a fare durante la tua esistenza. Nato come Cassius Clay, avrebbe potuto essere un pugile come altri, che sarebbe stato ricordato per le sue vittorie e per la sua bravura. Un semplice sportivo insomma.
Il ragazzo decide di fare ciò che mai nessuno aveva fatto durante la propria esistenza, la sua vita prende la via della gloria eterna nel 1964, quando a soli ventidue anni decide di cambiare il suo nome in Muhammad Ali.
Non basta cambiare religione e nome per diventare una leggenda.
Diventi Ali rifiutandoti di andare in guerra, quando la guerra va di moda.

“Nessun vietcong mi ha chiamato negro”

Diventi Ali quando rinunci al titolo mondiale, ma non alla tua dignità.
Diventi Ali se finisci in prigione per aver preso una decisione del genere, ma una volta uscito continui per la tua strada.
Diventi Ali quando, nonostante i soldi e la fama, ti ricordi delle tue origini e combatti per i diritti civili dei tuoi compagni.
Diventi Ali quando tutto il popolo africano ti urla di uccidere Foreman.
Diventi Ali quando rappresenti l’Islam, quello vero, quello moderato, quello in cui crede la maggior parte dei musulmani.
Diventi Ali se pesi cento chili ma ti muovi come se ne avessi la metà.
Diventi Ali quando ti permetti di dire che vincerai l’incontro e poi lo vinci davvero.
Diventi Ali cambiando lo sport, perché se c’è una cosa che non puoi permetterti di fare in una competizione sportiva è proprio quella di affermare la tua vittoria prima della gara. Puoi essere consapevole della tua forza, del tuo talento, ma durante una sfida sono infinite le variabili che possono portarti alla sconfitta.
Solo se sei Ali puoi sapere a priori che vincerai.
Tutto questo ti porta a diventare Muhammad Ali, uomo e sportivo immenso.
E’ stato e sarà il più grande, per sempre.

Gezim Qadraku.

Vendetta mancata

Sembrava già tutto scritto, Atlético Madrid campione e giustizia fatta.
Sembrava, perché era già successo al Milan. Perdere in maniera assurda una finale e prendersi la rivincita due anni dopo.
Sembrava, perché anche questa volta gli ingredienti erano quasi gli stessi.
A due anni di distanza, il destino ha dato la possibilità agli uomini di Simeone di riprendersi ciò che gli era stato tolto a Lisbona a soli due minuti dal fischio finale, ancora una volta contro di loro, gli odiati rivali del Real Madrid.
Forse per la prima volta i colchoneros erano favoriti contro i blancos, per tanti motivi.
A partire dal cammino per arrivare alla finale di Milano; i biancorossi sono stati in grado di superare due colossi come Barcellona e Bayern Monaco. Il Real invece ha avuto vita decisamente più facile, nonostante abbia deciso di  complicarsela contro il Wolsfburg per poi superare di misura il Manchester City, in una doppia semifinale tra le più noiose mai viste.
Oltre a questo c’era la sensazione che dovesse vincere l’Atlético perché sarebbe stato giusto così, perché due anni fa si erano fatti raggiungere nel peggiore dei modi, quando ormai erano ad un passo da alzare la coppa.
Poi perché non l’hanno ancora vinta, e prima dell’arrivo di Simeone, avevano raggiunto la finale solo una volta , con l’argentino in panchina sono arrivate due finali in tre stagioni.
Dovevano vincere loro anche perché gli odiati rivali ne hanno già vinte abbastanza, a Lisbona era arrivata la decima, si poteva pensare che fossero già felici e soddisfatti così.
Invece no, non è tutto questo che ti permette di vincere una Champions.
Puoi partire favorito, puoi avere un conto in sospeso con la sorte, ma una finale devi giocarla e vincerla.
Non è stato l’Atlético che siamo abituati a vedere, nel primo tempo sembravano degli agnellini impauriti. La tensione e la paura erano ben visibili nei loro volti, ma soprattutto nelle loro giocate. Un Real ordinato e convinto dei propri mezzi, giocando una buona partita ha portato a casa il massimo risultato.
Sarà che loro sono abituati, per i blancos giocare una finale di Champions è quasi la normalità, per i biancorossi no.
Una vita passata ad avere a che fare contro un vicino di casa che li ha sempre sovrastati in tutto: ricchezza, trofei, campioni. Per questo quando ti trovi lì, al secondo appuntamento con la storia, ancora una volta contro chi odi di più e il favorito sei tu, capita che ti tremino le gambe. Capita che la cattiveria e la grinta che ti contraddistinguono le lasci a casa. Capita che se ti chiami Torres e hai sempre tifato Atlético, senti così tanto la partita da non azzeccare un pallone.
Capita che calci un rigore pessimo nei novanta minuti, per poi tirarne uno perfetto dopo i supplementari e rammaricarti di non averlo calciato così anche prima.
Capita che in porta hai fatto i miracoli per tutta la stagione e anche nei 120 minuti della finale, ma dei rigori non riesci a sfiorarne manco uno.
Capita che sbagli il rigore decisivo perché hai troppa fretta di calciarlo e poi scrivi una lettera ai tuoi tifosi, scusandoti e promettendo a loro che quella coppa il vostro capitano la alzerà prima o poi.
Una squadra abituata a soffrire, abituata a stare nelle posizioni meno note, abituata a vincere le partite con il sangue e con la fame.
Una squadra e un popolo che riusciranno a superare questa ennesima delusione.
Tra due anni la finale si giocherà a Madrid, in quello che sarà il nuovo stadio dell’Atlético.  Vincerla a casa propria, davanti al proprio popolo, potrebbe essere il modo migliore per cancellare queste due atroci sconfitte.
Sarà la volta buona?

Gezim Qadraku.

Storie di calcio: quando Stimac augurò la morte alla famiglia di Mihajlovic

22 marzo 2013, Zagabria.
Allo stadio Maksimir la Croazia affronta la Serbia, ci si gioca la qualificazione ai mondiali del 2014. Già di per sé non è una partita normale, non può esserlo, tra due nazioni che vent’anni prima hanno dato il via a una sanguinosa e orribile guerra civile.
Ma come se non bastasse il rancore storico, c’è un’altra vicenda, tutta balcanica, a rendere questa partita fuori dal comune.
Prima della gara i due allenatori si stringono la mano e si abbracciano, si potrebbe pensare al solito saluto che si vede sempre prima di ogni fischio iniziale, invece è tutto l’opposto di quello che sembra.
L’allenatore della Croazia è Igor Stimac, mentre l’allenatore della Serbia è Sinisa Mihajlovic.
Per farvi capire quanto il c.t serbo sentisse la gara vi riporto le sue dichiarazioni:
per giocare questa partita darei due o tre anni della mia vita“.
Per l’allenatore croato invece, il calcio d’inizio della gara avrebbero dovuto darlo Ante Gotovina e Mladen Markac, due generali croati assolti dal tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia, per crimini di guerra contro la popolazione serba in Croazia. Una volta tornati in patria, sono stati accolti come eroi di guerra da migliaia di persone scese appositamente in piazza.
La partita finisce 2 a 0 per la Croazia, decisive le reti di Olic e Mandzukic, saranno proprio i croati ad aggiudicarsi un posto ai mondiali brasiliani, ma tutto questo è parzialmente importante nel contesto di questa storia.
Il fulcro sono i due commissari tecnici e quel loro abbraccio che significa la pace, una volta per tutte. Sì perché fino a quel giorno, tra Stimac e Mihajlovic c’era stato di tutto, tranne che la pace.
Bisogna andare indietro nel tempo, esattamente l’8 maggio del 1991.
A Belgrado va in scena la finale della coppa di Jugoslavia, se la contendono l’Hajduk Spalato e la Stella Rossa. L’anno precedente, sempre in uno stadio di calcio, si capì che la Jugoslavia aveva ormai i giorni contati. Quella che ancora oggi viene ricordata come la famosa partita mai giocata.

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Igor Stimac (con la maglia numero 4) e Sinisa Mihajlovic

Questa volta la partita si gioca, la coppa se la aggiudica l’Hajduk Spalato vincendo per una rete a zero, con gol decisivo di Boksic. Durante i novanta minuti avviene qualcosa di difficile da spiegare.
La gara è sentitissima da entrambe le squadre, sei giorni prima, a Borovo Selo, è avvenuto un incidente che costituisce uno dei prodromi delle guerre jugoslave.
In questo piccolo villaggio a nord di Vukovar, quattro poliziotti croati hanno cercato di sostituire la bandiera della Jugoslavia con quella croata, gesto che ha provocato la reazione dell’esercito e della popolazione serba.
Borovo Selo è il villaggio dove Mihajlovic è nato e cresciuto, una situazione complicata la sua. Nato da madre croata e padre serbo, per lui quelli erano momenti tutt’altro che facili, dato che nessuno riusciva ad avere notizie di quello che stava accadendo nel suo villaggio.
Come se non bastasse, durante gli innumerevoli scontri sul terreno di gioco, Sinisa si trovò di fronte Stimac, il quale gli disse:
PREGO DIO CHE I NOSTRI UCCIDANO I TUOI A BOROVO“.
Queste parole sono impossibili da spiegare, impossibili da comprendere, risulta difficile dare una spiegazione logica ad un’espressione del genere. Questa frase va oltre ogni immaginazione, oltre a tutto ciò che ci si potrebbe aspettare in un campo di calcio.
La reazione di Mihajlovc fu furibonda, entrambi vennero espulsi. Il serbo dichiarò che avrebbe potuto ucciderlo a morsi. Il rapporto rimase teso anche negli anni successivi, nel 2003 Stimac lasciò la seguente dichiarazione:
Sua madre è croata, sua moglie è italiana, si è sposato e ha battezzato i suoi figli in una chiesa cattolica: i serbi non lo accetteranno mai“.
Qualche anno dopo Mihajlovic lo invitò a risolvere la questione davanti ad un bicchiere di vino, ma il croato rifiutò rispondendo:
Non potrei mai bere con lui. Sicuramente non avremo più contatti“.

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Un giovane Mihajlovic con il suo amico Arkan

Dopo lo scoppio della guerra lo zio materno di Sinisa minacciò di uccidere il padre, perché era serbo. La sua famiglia venne portata in salvo grazie all’intervento di Arkan, che li trasferì a Belgrado.
Un evento che ha contribuito a far sì che Mihajlovic optasse per la parte serba del suo sangue. Un Mihajlovic che durante il suo periodo da commissario tecnico della nazionale serba impose un codice di comportamento, che tutti i giocatori dovevano firmare e rispettare. Il primo ad accorgersi che il c.t faceva sul serio fu Ljajic, il quale non cantò l’inno nazionale e venne escluso dalla rosa.

Le porte della nazionale sono aperte a tutti, anche per Ljajic. Ma lui sa che la nostra rappresentativa ha i propri principi che nulla hanno a che vedere con il gioco. Tutti devono rispettare l’inno nazionale, il paese, la maglia. Se Ljajic canta l’inno e se è in forma io lo convoco. Se non vuol cantare, non può giocare.

Anche il capitano Ivanovic rischiò di fare la stessa fine, quando contestò la decisione del tecnico di applaudire l’inno degli avversari, una gesto che al giocatore del Chelsea sembrava stupido. L’allenatore non esitò a dirgli che se quello era il suo pensiero, poteva tranquillamente fare a meno di lui, il difensore cambiò idea e rimase nella rosa.
Di certo Mihajlovic non verrà ricordato per la sua deludente esperienza da commissario tecnico, una cosa che rimarrà della sua guida sarà l’importanza che diede ai valori umani rispetto a quelli tecnici.
Quei valori di appartenenza alla propria nazione, che hanno reso possibile una storia come questa. Il significato di quell’abbraccio, dopo anni di astio, è importantissimo. Per quanto possa essere stato forzato, ha dato un segnale fondamentale ad entrambe le nazioni. Il rancore probabilmente non cesserà mai, ma tutti si sono accorti che di buono, nel farsi la guerra, c’è ben poco.
Una storia così, poteva accadere solo nei Balcani.

Gezim Qadraku.