Qualcuno volò sul nido del cuculo

Corre l’anno 1963, nell’istituto psichiatrico di Salem fa la sua comparsa il signor Randle Patrick McMurphy. Il soggetto è un tipo bellicoso, indolente a qualsiasi tipo di lavoro, aggressivo, finito in cella già cinque volte. Il suo intento è quello di fingersi un malato mentale per sfuggire alla prigione.

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Il film ci narra il suo periodo di degenza e la sua lenta, ma totale trasformazione.  Il protagonista si prende subito la scena nell’ospedale. E’ intelligente, vivace, ribelle. Mantiene un comportamento anticonformista, incomincia giocando a carte e facendo perdere agli altri pazienti tutte le loro sigarette, gioca da solo a basket, propone una votazione per cambiare l’orario delle riunioni di terapia per poter guardare le finali di baseball.
Un bel giorno, aiutato dal “grande capo”, un nativo sordomuto, riesce a scavalcare la recinzione e a mettersi alla guida dell’autobus che viene utilizzato per portare in giro i pazienti meno gravi. Insieme agli altri degenti prende una barca, spacciando sé e gli altri per un gruppo di medici.
Questo è il primo momento in cui i pazienti si ricordano di essere degli esseri umani, di non essere pazzi, di essere realmente in grado ancora, di fare qualcosa. L’avventura finisce con qualche pesce pescato e il ritorno nell’istituto.
Dopo un parapiglia scoppiato a causa delle sigarette che i degenti hanno perso giocando a carte, McMurphy e il grande capo si scagliano contro  gli infermieri e vengono portati in un altro ospedale. Qui il protagonista riceve il suo primo elettroshock e scopre che il grande capo si è finto sordomuto e nessuno lo ha mai scoperto. Oltre che col nativo, McMurphy lega  anche con Billy Bibit, un ragazzo introverso e affetto da balbuzie. Il protagonista, convinto di poter lasciare l’istituto dopo i giorni prestabiliti, scopre che così non è, e decide di provare a scappare.
Organizza con il grande capo la fuga, la sera stessa decidono di fare una festa per salutare tutti. L’alcool però manda in fumo il loro piano e il giorno successivo Billy si suicida, per la vergogna di essere stato trovato a letto con una ragazza che l’amico aveva fatto entrare nel centro per la festa. McMurphy cerca di uccidere la caporeparto, ma questo gesto gli costa caro. I medici, che lo hanno preso in antipatia sin dall’inizio decidono di “curarlo” con una lobotomia, trasformandolo così in un vegetale.

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La pellicola è tratta dal romanzo omonimo di Ken Kesey, che scrisse il libro in seguito alla sua esperienza da volontario in un ospedale psichiatrico.È uno dei tre film nella storia del cinema (insieme a Accadde una notte di Frank Capra e Il silenzio degli innocenti di Jonathan Demme) ad aver vinto tutti e cinque gli Oscar principali ( miglior film, miglior regista, miglior attore, miglior attrice, migliore sceneggiatura non originale).
L’interpretazione di Jack Nicholson è maestosa, tutti gli altri pazienti sono interpretati in maniera eccelsa. Il protagonista riesce a creare una vera e propria rivoluzione all’interno del centro, col passare del tempo i pazienti, chi più chi meno, iniziano a pensare a se stessi come persone e non solo come pazzi.
La percezione delle loro priorità cambia, capiscono che le cose importanti della vita sono al di fuori di quel centro. I suoi due cari amici riescono a carpire pienamente il messaggio di McMurphy. Il povero Billy se ne infischia delle regole e va a letto con la ragazza.
Il grande capo, prende coscienza della sua forza e la usa per riprendersi la libertà.
Al termine della pellicola viene naturale porsi qualche domanda:
Perché quei trattamenti disumani?
I pazzi esistono veramente?
Qual’è il limite che separa la sanità dalla pazzia?
Non sarà che tutti sono entrati sani nell’istituto e poi sono stati trasformati in “pazzi” come succede al protagonista?
Oltre ad essere un atto di accusa contro i manicomi, il film descrive l’intolleranza del potere (il comportamento mantenuto dalla caporeparto ne è la prova) , i meccanismi repressivi della società (occhio per occhio e il mondo diventa cieco, mi verrebbe da dire), ma soprattutto il condizionamento dell’uomo da parte degli altri uomini. Come dimostrò Milgram nel suo esperimento, la maggioranza delle persone darebbe una scossa letale ad un’altra persona solo perché è un tizio col camice bianco a chiederglielo.
Le persone che parteciparono all’esperimento erano persone normali.

Voto? 10, naturalmente.

Gezim Qadraku.

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Sopravvissuto – The Martian

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Ingannevole il trailer di The Martian.
Ci si aspetterebbe una di quelle apocalissi drammatiche, colme di suspense, di colpi di scena e invece..
L’ultima creazione di Ridley Scott finisce per essere la più umana delle odissee.
L’equipaggio della missione Ares 3 sul suolo di Marte, è costretta a fare le valigie prima del previsto, a causa di una grave tempesta. Tutto l’equipaggio riesce a portarsi in salvo, tranne Mark Watney. Il quale inizialmente viene creduto morto, solo qualche giorno dopo la NASA si accorge della sua errata constatazione.
Il regista si concentra molto sulla solitudine dell’astronauta, sulle sue vicissitudini giornaliere, sui suoi lampi di genio che lo rendono un MacGyver dello spazio. C’è molta scienza in questo film, ci viene spiegato come sia possibile coltivare del cibo in un pianeta dove non cresce nulla, come creare una bomba utilizzando zucchero e ossigeno liquido, ma siamo ben lontani dalle inquadrature mozzafiato e dalle colonne sonore di Interstellar. La musica che accompagna le due ore di film è a dir poco rivedibile, in certi momenti sembra quasi che il botanico Watney sia ad una gita scolastica sul pianeta rosso. L’apprensione, l’attesa, l’adrenalina arrivano a piccole dosi solo verso il finale. Matt Damon si prende completamente la scena, non lasciando neanche le briciole al resto del cast. Non c’è altro da segnalare infatti, oltre alla superba prova dell’attore americano. Che dimostra ancora una volta di saperlo fare proprio bene il suo lavoro

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Un finale che ci mostra l’intera popolazione di New York per vie della città, in trepida attesa del ritorno dell’astronauta. Un’ottima descrizione della società attuale, ovvero la preoccupazione della maggior parte della popolazione mondiale è incentrata su presunti problemi.
Si spendono soldi per cercare l’acqua su pianeti che distano anni luce dal nostro, mentre sul nostro suolo ci sono persone che muoiono perché non hanno acqua potabile a disposizione.
Sì è solo un film, non sarà compito di un regista cercare di risolvere i problemi del pianeta, ma forse bisognerebbe iniziare a concentrarsi sui problemi veri che ci circondano.
Sarà inutile andare su Marte o cercare tutta l’acqua che c’è nella galassia, se di fianco a noi la gente muore perché ha sete.
Un film comunque apprezzabile, due ore che sfilano gradevolmente, senza che lo spettatore debba scervellarsi per capire cosa stia accadendo. L’intenzione di fare un film per il grande pubblico è chiara, una pellicola che nel complesso risulta un po’ troppo semplice.

Voto: 6,5.

Gezim Qadraku.

La regola del gioco

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1996, Stati Uniti d’America. Gary Webb riceve una telefonata. Dall’altra parte della cornetta c’è una donna, la discussione dura pochi secondi. Il giornalista del “San Josè Mercury News” mette giù il telefono, incredulo di quello che ha sentito. Ha appena ricevuto una bomba. Oltre all’ordigno, si ritrova in mano anche la miccia per farlo esplodere.
Il governo americano sarebbe implicato nella vendita di cocaina per finanziare una guerra, illegale. Quella condotta dai Contras, in Nicaragua.
Inizia per il protagonista un lavoro duro, estenuante e infinito. Una ricerca complicata di notizie, di fonti, di prove.
Gary Webb non ha alcun dubbio, vuole farla scoppiare questa bomba.
Nonostante questa sia, “una storia troppo vera per essere raccontata,” nonostante metta a rischio il suo lavoro, la sua credibilità, i suoi colleghi, ma soprattutto la sua famiglia.

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E’ uno di quei film, in cui non ti interessano tanto le interpretazioni, gli attori, la regia, i discorsi. E’ un film positivo. È un film coraggioso. E’ un film utile.
Sì perché, verrebbe naturale pensare che leggere i giornali, vuol dire leggere la verità. Invece, la storia continua a dirci che non è così.
Che i giornali ci dicono la verità quando vogliono. Che i governi non sono poi così buoni. Che noi semplici cittadini siamo veramente distanti dalla verità.
E’ un film che ti apre gli occhi. Sì perché, ci hanno bendati e non vogliono farci vedere nulla.
Però, ogni tanto, per caso, salta fuori qualche pecora nera che non si accontenta. Che si sente obbligato a divulgare la verità.
Queste sono le persone come Gary Webb.
Persone che cambiano il mondo.

Voto: 7,5.

Gezim Qadraku.

L’amico di famiglia

“Voglio essere coraggiosa. In fondo il coraggio è l’unica possibilità che abbiamo di cambiare le nostre vite quando non ci piacciono più. I rimpianti, invece, i rimpianti ci fanno morire tristi e soli.”

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Geremia De’ Geremi, è un uomo di una certa età, brutto, ricco, tirchio, cinico, ossessionato da tante, troppe cose. I soldi, la madre, il padre, le donne. Queste sono le caratteristiche che Sorrentino utilizza per creare il protagonista della storia. Geremia l’usuraio, per tutti l’amico di famiglia.
Lui è l’amico che ti aiuta nel momento del bisogno, che avrà il suo ultimo pensiero per te, che pone le condizioni, che tratta solo determinate cifre, che c’è anche quando non ti serve, se tu non rispetti le condizioni.
Un uomo che vive in una straziante monotonia. La madre da curare, in una casa da morto di fame. Gli affari, gestiti in una sartoria. L’ossessione per il padre, che lo ha abbandonato da piccolo, e fa il suo stesso lavoro, con cifre molto più importanti. E non ultimo, il suo amore per i gianduiotti. Un uomo convinto di non avere amici, di essere solo, che si autodefinisce un mostro. Tra gli affari di Geremia, capita un matrimonio. La bella Rosalba (Laura Chiatti) si sposa, ma la famiglia non può permettersi determinate spese. L’unica soluzione è chiedere un favore all’amico di famiglia. Il quale non rifiuta, ma si ritrova ad avere a che fare con qualcosa che non aveva, forse , mai incontrato.
Il sentimento. Ciò che si può provare nei confronti di un altro essere umano.

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Un film bello, vivo, in diverse parti ironico, vero, diretto, estroverso. Con un finale splendido.
Uno dei primi film di Sorrentino, nel quale si rivede la stessa idea del regista, che abbiamo potuto notare negli ultimi due film. Molto più acclamati. “La grande bellezza” e “Youth”.
Una telecamera che cerca di mostrare tutta la bellezza possibile che sta intorno agli attori. Un inserimento e un utilizzo delle colonne sonore, quasi perfetto. Scene di silenzio, condite da panorami e musica, che sono una delle caratteristiche del regista. Discorsi mai banali.
Un cast ristretto, ma ottimo nell’interpretazione dei ruoli.
Da sottolineare, la notevole prova di Giacomo Rizzo, nei panni dell’usuraio. Ottime anche le interpretazioni di Fabrizio Bentivoglio e Laura Chiatti.
Una pellicola che mostra la realtà, senza scorciatoie, senza mezze misure, ma la scaglia addosso allo spettatore.
La capacità di Sorrentino nel farci riflettere, è favolosa.

Voto: 8

Gezim Qadraku.

Fury

“Le idee sono pacifiche, la storia è violenta”.

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Germania, 1945. A pochi attimi dalla fine della seconda guerra mondiale, gli americani sono nel territorio nemico e contano di conquistarlo. Il compito è difficile, i tedeschi sono più sviluppati nel settore bellico.  Fury è il nome del carro armato che fa da “casa” ai protagonisti. Un cast niente male. Brad Pitt,Shia La Beouf, Logan Lerman e John Brenthal.
I requisiti per un gran film ci sono tutti, purtroppo il regista decide di farli restare tali.
La storia è incentrata sul sergente Don e i suoi uomini. Interpretato da Brad Pitt, un sergente duro, amante della patria e pronto a dare la vita per la causa. Accompagnato da Boyd (Shia La Beouf) impegnato tra granate e versi della Bibbia. Poi ci sono il Messicano Gordo (Micheal Pena) e un Grady (John Brental), che il più delle volte sembra più farci che esserci. Sono loro la squadra migliore e vengono chiamati a guidare l’inserimento nel cuore della Germania per sterminare gli ultimi nazisti rimasti.
Dopo una grave perdita, alla squadra si aggiunge Brandon (Logan Lerman).
Un giovane dattilografo, uno che dovrebbe stare lontano da bombe, fucili, pistole, sangue e morte. Vittima del cameratismo presente nell’ambiente, fatica molto ad ambientarsi. Nonostante non ne voglia sapere di uccidere nazisti, il ragazzo si adegua a quello che la guerra lo obbliga. Ottima l’interpretazione di Logan Lerman, che dimostra di starci bene nei panni del cattivo, a dispetto del ragazzino problematico visto in “Noi siamo infinito.”

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Non succede niente di eccezionale per i tre quarti del film. Discorsi abbastanza vuoti, le scene degli scontri lasciano a desiderare per la bassa qualità, la noia la fa da padrona.
David Ayer ci mostra semplicemente che la guerra è un inferno. Questo però già lo sapevamo.
Presentato come il miglior film di guerra degli ultimi trent’anni. Beh, assolutamente no.
La pellicola sarebbe dovuta uscire nei cinema a gennaio, ma il fallimento della casa di distribuzione ne ha posticipato l’uscita a giugno. Se non fosse uscito, nessuno ci sarebbe rimasto male.
Uniche note di gradimento sono, il finale. Capace di dare un po’ di pepe e di sorpresa alla storia e l’ottima tempistica nella quale vengono inserite le colonne sonore, perfette.
Comunque niente di che.

Voto: 5,5

Gezim Qadraku.

Messi – Storia di un campione

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“Un genio”, “un diamante” , “un mostro”.
Questi sono solo alcuni degli appellativi che vengono utilizzati nel documentario, per descrivere Lionel Messi.
Il palcoscenico questa volta , non è il solito rettangolo verde, ma un ristorante. Orario di cena, i tavoli si riempiono. Le persone che vengono inquadrate hanno solo una cosa in comune.
Tutte conoscono bene il protagonista del documentario.
I suoi compagni di squadra, Iniesta, Pique, Macherano, Pinto. I suoi amici di infanzia, i suoi allenatori, Sabella e l’allenatore dell’Argentina under 20. I suoi ex compagni di squadra del Newell’s Old Boys, un paio di giornalisti, i suoi insegnanti delle elementari e per ultimi, due mostri sacri come Valdano e Cruijff.
Il regista concentra l’attenzione della telecamera soprattutto sui discorsi degli ospiti, che tra un bicchiere di vino e una bistecca, ricordano, analizzano, elogiano, le gesta del numero dieci del Barcellona. Il tutto mescolato alle riprese di repertorio che mostrano un Leo piccolissimo ai suoi primi passi nei campi da calcio.
Pardon, ai suoi primi dribbling e gol, nei campi da calcio. Oltre alle vere riprese delle magie del ragazzo, ci sono anche ricostruzioni ad hoc eseguite con attori professionisti. Quattro, per le varie fasi della storia.

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E’ un racconto che si svolge in ordine cronologico. Si parte dall’inizio, da quel giorno in cui la nonna portò il piccolo Leo in un campetto di calcio e fu lei a decidere di farlo giocare.
Quel giorno il pallone si attaccò a quel piede sinistro e non si staccò più.
E’ a lei che il ragazzo dedica ogni goal, alzando le dita al cielo.
Si passa per i ricordi degli insegnanti delle scuole elementari.
“L’unico momento importante per Leo era la ricreazione.”
“I suoi compagni volevano due palloni, uno ce l’aveva sempre lui,  nessuno riusciva a toglierglielo.”
I primi gol con la sua squadra, le prime vittorie e poi la stangata. La scoperta della malattia e quel viaggio della speranza. Direzione Barcellona.
Ostacoli a prima vista insormontabili. Il difficile ambientamento, la lontananza dalla famiglia e quella responsabilità di dover dimostrare a tutti che i soldi spesi per lui, non erano sprecati.
Poi, Rijkaard e la protezione che ebbe nei confronti del ragazzo, un momento cruciale della carriera di Leo. Il debutto in prima squadra. Il primo gol, l’abbraccio con l’amico Ronaldinho. L’arrivo di Guardiola e l’idea di cambiargli ruolo. Un mossa vincente.
C’è anche il Leo versione albiceleste. Criticato perché non canta l’inno, perché poco attaccato alla maglia.

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Un documentario che non mette in prima fila le abilità del ragazzo con la palla, ma ci mostra che cosa è Messi al di fuori del rettangolo di gioco.
Un ragazzo timido, educato, umile e ostinato.
Il regista ci mostra tutta la semplicità di un artista.

Voto : 8.

Gezim Qadraku.

Youth – La giovinezza

Tu hai detto che le emozioni sono sopravvalutate, ma è una vera stronzata.
Le emozioni sono tutto quello che abbiamo“.

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Svizzera, montagne, prati verdi, animali, panorami da favola, un hotel di lusso, massaggi, saune, bagni termali, musica, tanta musica, un ritmo lento e tanta bellezza.Questo è lo sfondo del nuovo film, del regista italiano, premio Oscar, Paolo Sorrentino.
Una pellicola caratterizzata da un’ottima base musicale, inquadrature mozzafiato, la telecamera che si muove come una fisarmonica, da un’inquadratura ravvicinata ad un’altra in lontananza, che permette allo spettatore di rifarsi gli occhi, grazie ai meravigliosi paesaggi alpini.
In tutto questo la ricerca del dettaglio è ben riuscita. Nulla è lasciato al caso, c’è spazio per tutto. Per l’ironia, per i discorsi profondi, per una fotografia meravigliosa. Non si sa come, ma Sorrentino riesce a trovare spazio anche per Maradona. E’ un film che non corre, ma cammina lentamente. Con la necessità di portare l’attenzione dello spettatore anche a ciò che potrebbe risultare inutile. Niente è superficiale quando si guarda Sorrentino.

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Il film si intitola la giovinezza, ma il tema che tratta è la vecchiaia. Di una certa età infatti, sono i due protagonisti. Due uomini, due amici, che fanno i conti con il loro passato, con la loro carriera, con quello che hanno avuto e con quello che si sono lasciati scappare.
Fred, un maestro e compositore d’orchestra che da ragazzo ha frequentato Stravinskij e ha dato tutta la sua vita alla musica. Lasciando da parte famiglia e amore. Ormai in pensione e convinto di non voler più tornare a lavorare, neanche se a chiederglielo è una regina.
Mik, un noto regista, con meno talento del suo amico, che in questa settimana di riposo cerca di trovare il finale più appropriato a quello che sarà il suo film testamento. Si dedicano ad una settimana di puro relax, accerchiati da giovani, da cinquantenni e da anziani. Tutti impegnati ad osservarsi e a studiarsi. L’Hotel accoglie altri artisti, oltre a loro. Artisti nel pieno della loro fama, come miss Universo e altri molto vicini al baratro. Il Maradona che viene interpretato da un suo sosia, è un obeso accompagnato sempre dalla compagna e da una bombola di ossigeno, che lo mantiene in vita.

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Il cast finalmente è all’altezza del regista.
Michael Caine non è di certo una novità, niente da dire sul suo talento e sulla sua interpretazione.
Harvey Keitel, il premio Oscar Rachel Weisz, Paul Dano, breve, conciso, ma potente. Per ultima, la ciliegina sulla torta, la due volte premio Oscar, Jane Fonda.
Sorrentino si interroga ancora una volta su temi importanti della nostra esistenza.
Il tempo, l’amicizia, l’amore, la famiglia, la vita.
Il tempo, gioca un ruolo cruciale nella storia. Come viene visto dai giovani e rispettivamente dai più anziani. Il futuro che i giovani vedono così vicino e il passato che gli anziani vedono così lontano.
Un film bello, leggero, vivace, profondo.
Un regista che ancora una volta ci invita a riflettere, attraverso una pellicola che funge da tappeto rosso.

Voto: 8.

Gezim Qadraku.

Citizenfour

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Il documentario è finito, sei ancora un po’ scosso da tutte le informazioni dettagliate che hai acquisito in quasi due ore. La cosa naturale che ti viene da fare, è cercare su wikipedia qualche informazione in più. Digiti il titolo del documentario sulla barra di ricerca, ma niente.
Allora cerchi tra i premi Oscar di quest’anno, scorri giù fino alla categoria dei documentari e ti rendi conto che il nome è in rosso.  Non esiste una pagina dedicata a questo piccolo capolavoro.  Perché? La risposta la lascio a voi, non mi sembra difficile.
Un capolavoro che ci racconta come si è sviluppato lo scandalo più grave della storia.
Il protagonista è Edward Snowden, si fa chiamare Ed.
Collaboratore della Booz Hallen Hamilton (azienda tecnologica informatica della NSA, National Security Agency).
Il luogo è la stanza dell’Hotel Mira di Hong Kong, nel quale insieme alla regista Laura Poitras (la quale da gennaio è in contatto con Snowden, tramite email criptate) e ai giornalisti Gleen Greenwald e Ewen McAskill, Ed dà il via alla rivelazione di uno degli scandali più gravi della storia dell’umanità.

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Il tutto dura otto giorni. Nei quali la telecamera segue il protagonista senza un attimo di tregua. Ci si aspetterebbe di vedere delle ricostruzioni, dei video messaggi caricati con la speranza di essere visti nel futuro. Invece no, è tutto in diretta.
La consapevolezza, il coraggio, la determinazione di Edward di voler far sapere a tutto il mondo la verità.
Una verità scomoda.
Il governo americano, a insaputa di tutti, dal 2001 ( casualmente dopo l’attentato alle torri gemelle) ha iniziato a controllare tutto ciò che voleva.
Dalle telefonate, ai messaggi, alle email, alle ricerche sui browser.  Indifferentemente, nel proprio territorio e nel resto del mondo.
Dodici anni di libero spionaggio, senza che nessuno sapesse niente.
Non è un semplice racconto, ci sono anche spiragli di cinema. La suspense che si prende possesso dello spettatore. La possibilità di un colpo di scena, che può avvenire da un momento all’altro, il quale potrebbe causare la stessa reazione sia per chi è all’interno dello schermo che per chi è all’esterno.
Il protagonista che fa da regista. E’ lui a decidere tempi e modi. E’ stato lui a scegliere chi doveva stare dietro alla telecamera e chi di fianco a lui.
Tutto questo è valso l’Oscar di miglior documentario. Ma una statuetta d’oro non è nulla.
Il messaggio può arrivare a tutti.
E’ nostro dovere fare in modo che uno sforzo del genere non sia vano.
Dedicato a coloro che hanno intenzione di cambiare il mondo.

Voto: 10.

Gezim Qadraku.

Il capitale umano

Volete avete avere un’idea chiara della società attuale?
Guardate questo film.

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Ci troviamo a Milano. Ma non in centro, siamo in periferia. Una periferia benestante.
La famiglia è una di quelle importanti. La casa, no beh non stiamo parlando di casa. Ci avviciniamo più al concetto di reggia. I soldi? Quelli ci sono e sono tanti, forse troppi.

Il film nasce con una scena che descrive un fatto ormai fin troppo comune in questo paese.
Un pirata della strada investe una persona, in questo caso un ciclista e scappa.
La storia e i protagonisti ruotano attorno a questo avvenimento.
La costante principale è l’accento.
Quello milanese. Lo si sente in tutti i protagonisti, che lo  marcano con il gesticolare tipico italiano e le abbreviazioni del momento.
Il periodo è quello natalizio.Tutti presi a scambiarsi gli auguri, a comprare i regali, le vie della moda e i negozi illuminati, ma effettivamente di acceso nelle persone c’è ben poco.
Ognuno dei protagonisti ha i propri scheletri nell’armadio. E non sono cose da niente.
Un mix di tradimenti, soldi non dichiarati, affari mal riusciti. Tutto arricchito dalla falsità dei rapporti. Caratterizzati da sorrisi frontali e pugnalate alle spalle.
C’è la crisi. E tutti vogliono evitarla, anzi , vogliono guadagnarci sopra.
Si scommette sulla rovina del paese.

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Il cast non è uno di quelli importanti, ma non ha niente da invidiare a nessuno.
Spicca su tutte la notevole interpretazione di Fabrizio Giffuni.
Accompagnato da un Fabrizio Bentivoglio, ottimo nei panni dell’agente immobiliare Dino Ossola.
Piacevole la scoperta di Matilde Gioli, che interpreta Serena, la figlia di Dino Ossola.
Altrettanto belle le conferme di Valeria Bruni Tedeschi e di Valeria Golino.
E’ una pellicola che vuole mostrare i segreti di quella vita che tanto piace e attira l’immaginazione delle persone comuni. Una vita fatta di macchine lussuose, case affascinanti, abiti su misura, autisti privati, feste di gala.

Paolo Virzì ci fa vedere l’altra faccia della medaglia. In queste vite mancano i sentimenti, i rapporti non esistono, l’unica cosa che lega queste famiglie ricche è il loro grado di parentela.
Una famiglia, quella dei Bernaschi, spaccata.
Una moglie completamente assente, persa e lontana dai suoi affetti, un padre concentrato esclusivamente sui suoi affari, un figlio che vuole solamente divertirsi e affogare i suoi problemi nell’alcool.

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Il regista ci lascia con un messaggio forte, sul quale riflettere.
Nella nostra società, il valore di una persona si stima in euro.
Questo film è l’ennesima dimostrazione che questo paese è pieno di talento.

Voto : 8.

Gezim Qadraku.

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Cheryl Strayed ha un progetto. Percorrere il Pacific Crest Trail. Un sentiero escursionistico che ha come capolinea meridionale il confine tra gli Stati Uniti e il Messico e come capolinea settentrionale il confine tra gli Stati Uniti e il Canada.
Una vita che sta andando in frantumi la porta a prendere questa decisione.
Un matrimonio finito in modo burrascoso. La morte della madre a causa di una grave malattia. Un’infanzia rovinata da un padre alcolista e violento. E come ultimo, l’assunzione di droghe e stupefacenti.
Cheryl, (Reese Whiterspoon) ha bisogno di stare da sola, di allontanarsi da tutto questo marcio che le sta infangando la vita e la sta facendo sprofondare in un baratro.
Parte, portandosi dietro solo il suo enorme zaino. E’ un percorso lungo. Si ripete che può mollare quando vuole. Ma va avanti, imperterrita, coraggiosa.
Gli incontri con altre persone sono parecchi. Soprattutto con gli uomini, con i quali Cheryl non riesce ad avere un approccio facile.

Il viaggio è un mix di ricordi, scoperte, ostacoli e di vittorie.
Il fatto che la pellicola sia tratta dal libro, Wild- Una storia selvaggia di avventura e rinascita, rende tutto ancora molto più toccante e suggestivo.
E’ inevitabile cercare di paragonarlo a “Into the Wild”. Lo stesso scenario, un percorso simile, ma due storie diverse e due protagonisti completamente differenti. L’attenzione è incentrata tutta su Cheryl , non sul mondo e sulla natura selvaggia. In questa pellicola, l’unica cosa che si può considerare incontrollata, è la vita della protagonista.

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Una bella interpretazione di Reese Whiterspoon, capace di calarsi nella parte in maniera ottimale, non a caso candidata all’oscar come miglior attrice, da qualcosa in più a questo film. Un regia che si concentra molto sulla protagonista, sul suo calvario, sui suoi cambiamenti mentali, sulla sua vittoria.
Lo si capisce subito che Cheryl ha vinto.
Dall’inizio, quando ha deciso di mettersi sulle spalle quello zaino e partire.

Voto: 6,5

Gezim Qadraku.