Caro Diario

Giorno: 19/3/2018
Ora: 23:03

Caro Diario,
è passato più di un mese dall’ultima volta che ti ho scritto. Lo sai come sono io. Un giorno ti prometto che ti terrò aggiornato sulla mia vita regolarmente, poi finisco per lasciarti ad aspettarmi per tempi infiniti. 
In realtà, dall’ultima volta, nulla di eccezionale è accaduto. Questa parte della mia vita penso di poterla inserire nella sezione “nulla di nuovo”. Il tutto procede sulla stessa linea, senza ostacoli o interruzioni. Non che la cosa mi dispiaccia è, ma qualche scossa mi servirebbe.
Ieri, al lavoro, è accaduto un fatto che mi ha scombussolato in positivo. È arrivato un ragazzo nuovo. Oddio, ragazzo, ha 35 anni se non ricordo male.
Il primo approccio ovviamente non è stato dei migliori. Mi sono limitato a presentarmi e poi sono rimasto sulle mie durante le prime ore, finché le mansioni da effettuare non ci hanno obbligato a doverci parlare.
Ho notato subito la sua timidezza e ne ho apprezzato la gentilezza con la quale mi ha domandato come doveva svolgere il lavoro.
Tutto questo mi ha permesso di sciogliermi e dopo pochi minuti, mi sono ritrovato a spiegargli tutti i piccoli segreti che il nostro lavoro ha.
Successivamente abbiamo cambiato argomento, passando alla nostra vita personale, con lui che mi ha raccontato della sua famiglia, del suo passato e delle sfide giornaliere che un padre in cerca lavoro deve combattere.

Mi sono lasciato andare anche io, raccontadogli un po’ di me e ho notato nei suoi occhi un forte interesse. La giornata lavorativa si è conclusa nel migliore dei modi. Ora lo aspettano altri quattro giorni di prova per completare la settimana e poi il capo deciderà se tenerlo o no. Sono qui a sperare che continui a fare bene anche nei prossimi giorni e possa rimanere con noi. Forse è un po’ troppo presto, non posso dire di conoscerlo, ma il suo comportamento e il modo di fare, mi hanno convinto che sia una persona per bene.

Prima, mentre mi facevo la doccia, immaginavo al suo ritorno a casa. Alle domande dei figli e della moglie. Chissà cosa staranno passando, chissà quanto potrà esere importante questo posto di lavoro.
Mentre ti scrivo, sto provando una sensazione di fierezza nei miei confronti, che non provavo da tempo.
Avrei potuto comportarmi come facciamo tutti di solito con un nuovo arrivato. Lasciarlo in disparte, fargli notare solo gli errori e rendendogli così la giornata un incubo. È andato via sorridendo e penso che un po’ del merito sia anche mio.
Lo so, lo so, non ho fatto niente di che. Ma è comunque una piccola cosa positiva.
Sono felice di aver cambiato il mio atteggiamento.
Mi sono sentito utile, ed è una sensazione bellissima.

Ora ti saluto che la stanchezza inizia a farsi sentire e il letto mi chiama.
Prometto che ti aggiornerò sul mio collega, magari già da domani.
Buonanotte caro Diario.

Gezim Qadraku.

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Scrivo.

“Posso chiederti perché scrivi?”

“Scrivo perché è l’unico modo che ho trovato per farmi capire.
Sono sempre stata timida, sin da bambina. In classe non alzavo mai la mano per fare domande. Rimanevo sempre in silenzio, anche quando non capivo. Avere la testa piena di dubbi era un’opzione decisamente migliore, rispetto a quella di parlare mentre i miei compagni e la maestra avrebbero ascoltato quello che avevo da dire.
Non sono mai riuscita a stare al centro dell’attenzione. Solo l’idea di essere l’unica a parlare in mezzo a tante persone, mi ha sempre fatto provare un’enorme sensazione di timore.
Questa timidezza, poi, me la sono portata avanti per tutta la vita. Si presentava nelle situazioni di tutti i giorni, condizionando fortemente la mia esistenza.
Quando si stava tra amici in compagnia,  ero quella che non apriva mai la bocca, ma se poi c’era da isolarsi e confidarsi privatamente, non sapevo più fermarmi.
Per non parlare delle discoteche, sono state un trauma. Con che coraggio potevo buttarmi in mezzo alla pista e ballare?
Avevo la sensazione che tutti si sarebbero fermati a guardarmi.”

“Mi viene da pensare che la scrittura ti abbia in qualche modo salvato la vita.  Però forse esagero, vero?”

“No, non esageri per niente. Hai pienamente ragione.
Avrei dovuto capirlo subito che ero nata per scrivere.  Alle elementari impazzivo di gioia il giorno in cui era previsto il tema di italiano. Quello sì che era il mio momento. Mi sentivo bene e a mio agio, ero sempre rilassata, nessuna paura, nessun dubbio. Mi sembrava di volare e non ne volevo sapere di fermarmi.
La maestra mi ripetava costantemente la frase che avrebbe accompagnato la mia intera carriera scolastica:
‘Mi raccomando, non dilungarti troppo’.
Era più forte di me, avevo bisogno di scrivere, di mettere su un foglio tutto quello che non dicevo. E di cose da dire ne avevo parecchie, visto che non parlavo mai.
C’è un’azione che penso tutti sogniamo di fare, ma che la natura ci ha precluso: il volo. Crescendo ho capito che ogni essere umano trova il proprio modo per volare.
Chi corre, chi balla, chi canta e chi dipinge, o quelli che fanno del parlare in pubblico la propria salvezza, la propria sensazione di volo.
Io quando scrivo volo, ballo, corro a tutta velocità,  urlo a squarciagola.
Ho deciso di trascorre la mia vita scrivendo, perché è l’unica azione che mi permette di toccare con mano la felicità.
Ora nulla mi fa più paura, perché sono cosciente che qualsiasi cosa possa succedere, mi metterò sulla mia macchina da scrivere, inizierò a schiacciare i tasti, il loro rumore farà da colonna sonora e tutto si risolverà.
Scrivo e continuerò a farlo, perché mi sembra che sia l’unico modo per fare di questa vita, qualcosa che valga la pena di essere vissuta.”

Gezim Qadraku.

Ragazzi

Venerdì sera.
Il solito supermercato.
La spesa prima del weekend.
Si è fatta quasi ora di cena, il carrello ormai è pieno, mancano giusto le ultime cose.
C’è sempre meno gente e il silenzio incombe. Segnale che anche per gli addetti del mercato la giornata lavorativa si sta per concludere. 
Un gruppo di ragazzini ruomorosi attira la mia attenzione.
Sono giovani, giovanissimi. Non saprei dare loro un’età.
Due di loro saranno alti almeno 1 metro e 90.
Passano da un reparto all’altro urlando e scherzando ad alta voce. Il loro carrello è pieno di dolci, patatine,bevande gassate e alcoliche.
La classica spesa che precede la festa.
Sicuramente domani sera.
Li osservo, cercando di immaginarmi le loro vite.
Chi è il più bravo di loro a scuola? Chi pratica sport? Cosa faranno nel tempo libero?

Vederli riempire di vita questo posto, mi fa tornare in mente la mia prima spesa pre festa di capodanno. Eravamo giovani, ma volevamo soltanto crescere. Ci sentivamo grandi perché iniziavamo a mandare giù i primi bicchieri di alcool e a fumare le prime sigarette.
Facevamo i duri tra maschi, ma bastavano gli occhi della ragazza che ci faceva sognare, per farci diventare degli angioletti.
Per un attimo li perdo di vista e una domanda mi fa venire i brividi dietro alla schiena. Me li sono goduti quei momenti?
Ho vissuto a pieno quell’età?

Il supermercato è vuoto, tutto si è colorato di bianco, davanti a me appare solo quel quesito:
“Hai vissuto a pieno?”
Ho paura di rispondere, di pensarci, di fermarmi ad analizzare ogni momento per capire se ho qualche rimpianto o meno, se avrei dovuto vivere di più oppure ho dato tutto quello che avevo.
E se avessi qualche rimpianto?
La consapevolezza di non poter più tornare indietro mi fa mancare la terra sotto i piedi. Eppure mamma me lo diceva sempre: “goditi questi anni figlio mio”.
L’ho fatto?
Forse sì, forse no. Non avrò mai il coraggio di dare una risposta.

“Stai cercando qualcosa?”
La voce di mia madre mi riporta sulla terra. Ogni cosa riprende colore. Avevo lo sguardo fisso sullo scaffale degli yogurt.
Arriviamo alla cassa e loro stanno già pagando.
Mi fermo di nuovo a fissarli, mi piacciono proprio. Sono felici, sono giovani e vogliono soltanto divertirsi.
Ero felice anch’io quella volta che pagammo tutti insieme.
Ricordo le parole della cassiera dopo averci dato lo scontrino: “Divertitevi ragazzi!”

Uno di loro paga per tutti, hanno buttato a casaccio alimenti e bibite nel carrello, senza neanche una busta.
Escono via veloci, come se qualcuno li stesse rincorrendo.
Si sentono le loro voci anche ora che sono nel parcheggio.
Divertitevi ragazzi!

Gezim Qadraku.

25 anni

25 anni.
Un quarto di secolo.
Il momento in cui la crisi, secondo gli studi,  colpisce il il 90% dei Millenial.
Crisi di cosa? Di esistenza.
25 anni e ci si ferma a porsi qualche domanda:
Chi sono?
Cosa ho fatto fino ad ora?
Sono felice?
Era questo ciò che sognavo?
Abbiamo 25 anni e la verità è che molti di noi hanno smesso di sognare. Dopo aver trascorso un’infanzia impeccabile, con genitori che ci hanno cresciuto in una bolla sicura ed accogliente, ed aver puntato il futuro sugli studi, la maggior parte di noi è disposta ad accettare qualsiasi mansione pur di raggiungere la fine del mese.
25 anni e l’aspirazione di tanti è diventata una vita tranquilla.
Ma come? Mica volevamo tutti cambiare il mondo? Come siamo arrivati al punto di accontentarci di cosi poco? Com’è stato possibile?
Siamo i figli di sacrifici e sacrifici, di lavori pesanti, di qualsiasi mansione pur di non farci mancare nulla. Siamo i figli di persone che hanno lasciato da parte la loro vita, pur di vederci brillare in alto, un domani. E noi che stiamo facendo ora che quel domani è arrivato? Ci stiamo accontentando di vivere come loro. Questa è una sconfitta, sia per noi, che soprattutto per i nostri genitori.
La colpa, se si è arrivati a questa situazione, è sia di chi ci governa, ma anche nostra.

25 anni ed alcuni se ne sono andati. Via, all’estero. Stesso continente o addirittura un oceano o di distanza. Ma non fa la differenza, perché una volta usciti di casa si lasciano alle spalle famiglia, amicizie e posti nei quali si è cresciuti. E fa male. Ma l’unico modo che l’uomo ha scoperto per andare avanti, è lasciarsi qualcosa alle spalle. Come ci ricorda Newton.
25 anni e i più coraggiosi sono coloro che hanno deciso di restare. Quelli che giorno dopo giorno accettano di andare avanti in qualche modo, nonostante tutto.
Nonostante i coeateni che hanno trovato subito un lavoro appropriato dopo gli studi, un appartamento e anche un macchina nuova di zecca. Senza dirci che il lavoro è arrivato grazie alla conoscenza del padre, che la spesa e le bollette le paga la madre. Non ce lo dicono che in realtà, di merito loro, c’è ben poco. Non suonerebbe bello! Ma tranquilli, a questi non c’è nulla da invidiare. Perché c’è ben poco di gratificante nel raggiungere un traguardo grazie all’aiuto di qualcuno.

25 anni e la crisi arriva perché non ci hanno preparato a questo, perché non ci hanno insegnato i sacrifici, la pazienza. Ci hanno dato tutto quello che volevamo, e quando loro hanno smesso ci ha pensato la tecnologia.
25 anni e da casa, con un click, compriamo ciò che ci serve, rompiamo il ghiaccio con una ragazza, fingiamo di essere felici tramite una vita social immaginaria, che è diventata la nostra realtà e ci sta pian piano distruggendo.
La crisi, se arriva, è anche condizionata dall’era in cui viviamo. Quella dell’apparenza.  Delle foto di amici che sono in viaggio, dei loro anniversari con i propri partner, della loro corsa mattutina prima di andare in ufficio, del weekend al mare, del concerto infrasettimanale, del dolce preparato dalla nonna. L’era della condivisione, dell’assenza di privacy. L’era della recitazione e del falso, di quelle foto tutte ritoccate minuziosamente, in maniera tale da sembrare sempre perfette.
L’era in cui ci si crede felici se si ricevono notifiche, se si è belli, se si ha ogni giorno qualcosa da pubblicare. Quasi fosse una sfida, come se ad ogni post il soggetto in questione ti stesse dicendo: “Guardami, io sto vivendo! E tu che stai facendo? Sei solo a casa che guardi i miei post, vero?
Non riusciamo più a goderci le emozioni che derivano da ogni istante, nonostante queste siano l’unica cosa che ci tenga in vita.

25 anni e se la crisi è arrivata è un’ottima notizia, perché forse capiremo che questo è solo un ostacolo da superare, un punto di partenza per quella che sarà la nostra vita.
25 anni e non è mica una tragedia se non sappiamo che lavoro fare, se non ci siamo sposati, se viviamo con i nostri genitori e se abbiamo sbagliato la facoltà. No,  perché è la nostra vita, non quella degli altri. Le cose belle arrivano solo per chi sa aspettare. Perché non si costruisce tutto con un click.  Ci vuole tempo e pazienza, un’infinita pazienza. Chiedetelo ai vostri genitori.
E ricordatevi che dal letame nascono i fiori, non dai diamanti, come ha scritto un certo de André.
25 anni e non saremo mai il nostro lavoro, la nostra macchina o la nostra casa. No, saremo i viaggi che abbiamo fatto, le frasi dei libri che abbiamo sottolineato, i film che ci riguardiamo per la millesima volta, le esperienze che abbiamo vissuto, le persone che abbiamo amato e tradito, gli ostacoli che abbiamo superato, i pezzi di cuore che abbiamo perso per strada. Questo siamo, e saremo.
25 è solo un numero, mica un traguardo. Chi l’ha detto che dobbiamo avere già un posto fisso? Che dobbiamo avere già un figlio? Che dobbiamo essere tranquilli e sicuri? Chi?

25 anni e siamo abituati a volere la luna, pensando di poterla raggiungere volando. Umiltà e piedi per terra, ma sguardo sempre rivolto in avanti. E guai permettere alla fiamma che c’è in ognuno di noi di spegnersi. Non diventiamo passivi alla vita, non permettiamo a governi, giornali e telegiornali di abbatterci.
Impariamo ad apprezzare ciò che abbiamo, perché la felicità  è una famiglia con la quale trascorrere le vacanze, degli amici da andare a trovare, un lavoro faticoso dal quale partire per costruirsi il proprio futuro, una macchina che si rompe un giorno sì e uno no,  una ragazza che alla frase “Ci sentiamo di nuovo allora!” risponde “certo”.
I 25 anni non sono un traguardo, ma solo l’inizio del viaggio.

Leggi anche il pezzo dell’anno scorso: 24 anni.

Gezim Qadraku.

 

Interflix: girare l’Europa in Autobus

Ho da poco compiuto venticinque anni e se c’è una lezione che posso dire di aver imparato fino a questo momento, è sicuramente quella di non rimandare i propri sogni. Ho passato gran parte dell’ultimo periodo della mia vita a rimandare questo viaggio, perché fondamentalmente non si presentavano mai le condizioni che sognavo. Tra impegni e poco denaro a disposizione, non ho fatto altro che progettare e restare fermotra le mura di casa. Il tempo ha continuato a scorrere e alle venticinque candeline mi sono accorto che nonostante la mia testa continuasse a sognare, le mie gambe restavano ferme.

Così, finalmente, poche settimane fa ho deciso di fottermene del fatto che non ci fossero le condizioni che speravo e mi sono messo in marcia. Ho sempre sognato un viaggio in giro per l’Europa in treno e d’estate. La stagione migliore per fare un’esperienza del genere. Anche durante l’ultima stagione esitva non c’è stata la possibilità di partire e così ho deciso di prenotare il tutto per l’ultima settimana di novembre e la prima di dicembre. Ho cambiato anche il mezzo di trasporto, in quanto ho scoperto la meravigliosa offerta di Flixbus chiamata Interflix: cinque biglietti per altrettante destinazioni a soli 100 euro.
Ho riempito il mio zaino e finalmente sono partito.

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Si parte!

Ho deciso di visitare le seguenti cinque città: Berlino, Copenaghen, Amsterdam, Gent e Parigi. Ho organizzato il mio viaggio cercando di muovermi sempre durante la notte. Principalmente per due motivi: il primo per perdere il minor tempo possibile, viaggiare di giorno avrebbe significato buttare via ore preziose e secondo, per risparmiare sulle notti da passare in ostello. Ostelli nei quali alla fine ho trascorso sette notti, dato che nell’ultima tappa, Parigi, ho avuto la fortuna di essere ospitato da un mio caro amico. In totale tra Berlino, Copenaghen e Amsterdam, sette notti mi sono venute a costare intorno ai 150 euro. Una cifra tuttosommato accettabile.

Partiamo da quella che è stata la prima tappa, la meravigliosa Berlino. Ho alloggiato al City Hostel, un ostello che si trova in una posizione veramente comoda. A piedi si possono raggiungere le attrazioni principali della città come la Porta di Brandeburgo, il memoriale per gli ebrei, il Parlamento tedesco e anche Check Point Charlie. Di Berlino mi ha colpito la grandezza, l’ampiezza, la quantità infinita di storia. Non mi sono fatto mancare ovviamente la camminata di fianco al chilometro di muro che è rimasto intatto, parte della città dove vi sembrerà di rivivere quei giorni dove si parlava di Est e Ovest. Per concludere, immancabile la visita alla torre della televisione, dalla quale potrete godervi in maniera ottimale la bellezza di questa capitale.

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La Porta di Brandeburgo

Dopo tre giorni trascorsi a Berlino, mi sono diretto a Copenaghen. Il punto più a nord del mio viaggio. L’impatto con il clima è stato a dir poco disastroso. Copritevi bene se decidete di andare in questi mesi. Per il resto che dire, passeggiando per le vie della capitale danese pare di essere in un universo parallelo. Ogni cosa è al suo posto, l’efficienza è delle migliori, l’educazione e l’inglese fantastico della gente del posto. Colpisce la quantità di biciclette e l’utilizzo di queste da parte dei cittadini in qualsiasi momento, indipendentemente dal tempo meteorologico. E poi, con l’avvicinarsi del periodo natalizio, Copenaghen si trasforma in una vera e propria favola. Il tramonto al canale Nyhavn è qualcosa di difficile da descrivere, l’esplosione di profumi e sapori che fuoriesce dal mercatino di Natale, fino al parco giochi Tivoli che di sera è veramente un’esperienza da fare e rifare. Qui ho alloggiato all’ostello Backpackers, l’ultimo posto per chi vuole stare comodo, uno dei primi per chi vuole risparmiare, come il sottoscritto. Colgo l’occasione per consigliarvi un locale sublime dove cenare, il Paludan bog & cafè. Una libreria che la sera si trasforma in un ristorante, dove potrete assaggiare deliziosi panini e dell’ottima birra, accerchiati da scaffali pieni di libri. Una meraviglia.

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Il meraviglioso Nyhavn

La terza tappa è stata Amsterdam. Devo ammettere che la prima sera l’impressione non è stata delle migliori. Probabilmente per essermi imbattuto direttamente in ciò per cui la capitale olandese è, purtroppo, famosa. La trasgressione. Dico purtroppo perché nei giorni seguenti ho potuto ammirarla e goderla durante le ore giornaliere, e camminando tra le sue vie, mi sono felicemente ricreduto. Questo numero infinito di canali, la sensazione di sentirsi perso praticamente in qualsiasi momento. I mattoni, le case storte e i musei. Che delizia quello di Van Gogh e che bella scoperta la casa di Rembrandt. Forse l’unica pecca è stata la scelta dell’ostello WOW Amsterdam, situato ad una mezz’oretta dal centro. Il quale mi ha costretto a dovermi muovere sempre con i mezzi. Vi consiglio quindi di stazionare il più vicino possibile al centro della città. Per quanto riguarda la casa di Anna Frank, informatevi prima di andare perché a causa di lavori i biglietti in questo periodo sono disponibili solo online ed io purtroppo ho trovato tutto esaurito.

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Passeggiando tra le vie di Amsterdam

Dopo l’Olanda è stata la volta del Belgio, precisamente della incantevole Gent. Una gemma piccolissima che vi farà perdere il fiato. Qui ci ho passato soltanto una giornata, più che sufficiente per girarla e godersela. Fate in modo di trovarvi li anche la sera, perché la città illuminata vi lascierà senza parole. Mentre tra una foto e l’altra vi stancherete e non saprete dove riposarvi, entrate in un bar e ordinate una cioccolata accompagnata da un waffle. Il gusto delizioso di queste specialità del posto vi rimarrà impresso per giorni. Da questo magico posto vi porterete dietro una sensazione di calma e tranquillità, che dubito potrete respirare in un’altrà città.

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La favolosa Gent con l’abito da sera

L’ultima tappa del viaggio è stata Parigi. Per la capitale francese le parole non sono necessarie. Cercare di scegliere la vista che più mi ha colpito è veramente difficile. Ho avuto la fortuna di trovare il Louvre non proprio pieno. La vista della Gioconda e dei quadri italiani, è stata una boccata d’ossigeno purissimo. Ti chiedi come sia possibile che degli esseri umani siano stati in grado di creare capolavori del genere.  Passeggiando per la capitale francese ci si rende conto che è di un livello superiore rispetto alle altre città. Tutto è di una bellezza incredibile, ogni cosa sembra assumere un aspetto romantico e la maestosa torre non smetteresti mai di guardarla.  Cosa posso consigliarvi se non sedervi in un bar qualunque, ordinare un vino francese e godervi lo spettacolo. Che altro dire, penso proprio che non esista posto migliore per innamorarsi.

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Da togliere il fiato.

Dopo quattordici giorni di viaggio ho dovuto salutare anche Parigi e ritornare a casa. Un’esperienza, questa, che consiglio a tutti quanti. Innanzitutto per l’efficienza di Flixbus. Viaggiando con questa compagnia avrete a vostra disposizione Wi-Fi, prese per caricare il cellulare, bagno e dei sedili comodi.
Stare in giro per così tanto è stancante, ma ne vale assolutamente la pena.
Ho fatto tutto questo da solo, perché sono convinto che un’esperienza come questa debba essere fatta in solitaria. Ognuno ha i propri tempi, le proprie abitudini e stare con qualcuno per tutti quei giorni, alla lunga, rischierebbe di diventare pesante. E poi da soli ho la netta sensazione che si possa godere al massimo ogni cosa.
Concludo tornando da dove avevo iniziato, ovvero alla lezione che ho imparato.
Non rimandate i vostri sogni, qualsiasi essi siano.
Perché credetemi, è veramente bello essere quì, davanti al p,c e raccontarvi che l’ho fatto. Che ho preso lo zaino, ho smesso di trovare scuse e sono partito. E la fortuna mi ha seguito, facendo sì che la mia preoccupazione più grande, il meteo, fosse quasi perfetto per tutte e due le settimane.

“Viaggia. Il denaro si recupera, il tempo no.”

Viaggiate per scoprire, per imparare, per conoscervi, per mettervi alla prova.
Viaggiate perché è l’unico modo per capire che in fondo, in qualsiasi posto del mondo, siamo tutti uguali.
Stiamo tutti combattendo la stessa sfida, dalla quale a volte è necessario prendersi una pausa, e godersi il meraviglioso spettacolo che è il mondo che ci circonda.

Gezim Qadraku.

Tu.

“Bella questa attrice, vero?”
“Si ma…”
“Come ma? Pure a lei trovi dei difetti. Non ci posso credere!”
“No no, esteticamente è bellissima…”
“Ma?”
Scoppiamo a ridere entrambi, si sta riproponendo la solita conversazione. Io che cerco il pelo nell’uovo, e lei che mi fa notare come non mi vada mai bene niente.
“Trovi qualcosa che non va in tutte le donne, cosa diavolo deve avere una per piacerti?”
Ora si che sono in difficoltà, non me l’aspettavo proprio questa domanda. Continuo a pensare a come risponderle, anche se in realtà so bene cosa dire. Temo che sia arrivato il momento di svuotare il sacco. Lo capisco da come mi sento, ho il cuore che ha preso ad andare a mille e la risposta è dentro di me che aspetta da più di due anni ormai.  Dillo, diglielo ora, muoviti!
“Tutto quello che hai tu.”

Il silenzio ci travolge con la stessa forza di una valanga. Mi sembra di non udire più né la televisione, né la legna che brucia nel camino di fronte a noi. Siamo seduti sul divano uno di fianco all’altra, una coperta morbidissa ci ha scaldati per tutta la serata, che abbiamo trascorso sorseggiando del buon vino rosso, facendo finta di guardare un film. In realtà abbiamo riso e scherzato, come facciamo da quando ci siamo conosciuti. Siamo fatti uno per l’altra, ma forse questa è solo una mia illusione. Siamo a pochi centimetri di distanza, come lo siamo stati molte volte in questo arco di tempo, ma non è mai successo nulla. Non ho fatto altro che cambiare idea in tutti questi mesi, un giorno la guardavo e vedevo in lei la madre dei miei figli, mentre il giorno seguente cambiavo idea e cercavo di convincermi che tra noi c’è soltanto una bella intesa, niente di più. Il tempo si è letteralmente fermato, per un attimo penso che sia sparita, la sento così lontana. Non percepisco neanche più il calore emanato dal camino e la coperta sembra essersi ghiacciata, ho i brividi.
Non ho nemmeno il coraggio di girarmi e guardarla negli occhi, la sensazione è che mi  voglia sbranare o che sia, giustamente, delusa dal mio comportamento. Non posso aggiungere altro, tutto quello che avevo da dire l’ho detto. Continuo a fissare la legna che brucia, guardando attraverso il bicchiere colorato di rosso posato sul tavolino,  mentre il suo silenzio sembra durare un’eternità.

“Tu sei pazzo! E quando diavolo pensavi di dirmelo?”
“Volevo essere sicuro.”
“Sicuro di cosa?”
“Della tua risposta. ”
Prendo un attimo fiato e decido di buttare fuori tutto.
“Io voglio te.  Tu sei la donna della mia vita. Voglio passare tutti i miei giorni al tuo fianco. Non mi interessa nient’altro. Potrò accontentarmi anche di fare un brutto lavoro, di passare 8 ore al giorno a svolgere un mestiere che non mi piace, accettare gli straordinari e andare anche il sabato, basta che ci sarai tu a casa ad aspettarmi.
Possiamo anche mollare tutto e andare in giro per il mondo a piedi, senza una meta, ma ci devi essere tu al mio fianco.
Possiamo fare tutti i bambini che vuoi, o se preferisci non farne neanche uno e riempire la casa di cani e gatti, ma voglio farlo con te.
Non mi interessa come e dove vorrai vivere, l’importante è che tu lo faccia con me. Siamo fatti per stare insieme, non puoi non averlo capito. Tu sei felice quando stai con me, e io sono felice solo quando sto con te.
Tu hai tutto quello che deve avere una ragazza per me. Tu mi piaci.
Non posso neanche pensare di stare con un’altra persona, di stringere altre mani, di baciare un’altra bocca. Voglio te e basta. Se non starò con te, allora passerò il resto della mia esistenza da solo.
Tu ed io, insieme, saremo felici e passeremo una vita che varrà la pena di essere vissuta, credimi.
Tu ed io ci ameremo e saremo un esempio. La gente racconterà di noi e del nostro amore. Saremo una di quelle coppie che festeggiano i cinquant’anni di matrimonio, e ci chiederanno come abbiamo fatto.
Allora, ci proviamo?”

Gezim Qadraku.

Domenica sera

La solita sensazione di malinconia avvolge la camera
Il pc riproduce la canzone dei negramaro
La pioggia cade sulle foglie marroni d’autunno
Il libro di Bukowski aspetta di essere finito
Il plaid sul letto mi ricorda che domani mattina farà freddo e sarà ancora più dura alzarsi
Il cellulare non vibra da tanto tempo
Il tuo ricordo è l’unica cosa che riempie veramente le giornate
Mi preparo un thè e conto di passare la serata leggendo
Ieri notte ti ho sognata, spero di sognarti anche stanotte
Mamma mi dice che domani non potrà darmi il passaggio
Papà mi chiede se posso portare fuori il cane
Ho finito le sigarette, un’ottima scusa per uscire a comprarle
Metto in tasca l’ipod, poi decido di lasciarlo a casa
Voglio godermi il silenzio post-cena che copre il paese
Apro la porta, mi allaccio bene il giubbotto
Asky vuole correre, sto al gioco e aumento il passo
Le strade sono così silenziose
Non c’è anima viva in giro
In tutte le case ci si prepara per domani
Per un altro lunedì, per un altra settimana
Stanno combattendo tutti la stessa sfida, stiamo combattendo tutti la stessa sfida
Compro le sigarette e ne accendo subito una
Asky vuole giocare
Alzo la testa e butto fuori il fumo
Il cielo è nuvoloso, ma bellissimo
La sigaretta è buonissima
Ho fatto bene ad uscire a quest’ora
Dovrei farlo più spesso
Ricomincia a piovere, ma decido di restare ancora un po’
È troppo bello qui fuori
Io, Asky, una sigaretta e il silenzio

Gezim Qadraku.

Hai mai provato a vivere?

Hai mai ascoltato una canzone di Mecna in autostrada, al tramonto, mentre tornavi da un viaggio insieme alla tua anima gemella?

Sei mai stato ad un concerto di Hans Zimmer a sentire le note di Time?

Hai mai passato un sabato sera sul divano, sotto una coperta, a guardarti i film di Quentin Tarantino?

Hai mai provato la sensazione di essere capito solo leggendo la frase di un libro?

Lei hai mai detto quanto è bella quando sorride e che senza di lei non potresti vivere?

Hai mai fatto l’amore per tutta la domenica?

Hai mai passato un pomeriggio intero a lanciare la pallina al tuo cane?

Hai mai scritto una lettera d’amore ad una ragazza per conquistarla?

Hai mai guardato per 20 minuti di fila un quadro di Van Gogh?

Sei mai uscito a correre la mattina presto, nonostante diluviasse?

Hai mai provato ad ascoltare per un intero viaggio la stessa canzone?
Sognando di realizzare, ogni volta che ripartiva,  un sogno diverso?

Hai mai accarezzato le mani di tua nonna?

Hai mai giocato a nascondino con un bambino?

Hai mai detto a tuoi genitori quanto li ami?

Hai mai trascorso l’intera notte sdraiato su un prato ad aspettare l’alba con il tuo migliore amico, fumando un intero pacchetto di sigarette?

Ti è mai capitato di sfogarti con uno sconosciuto e scoppiare in lacrime?

Hai mai provato a mollare tutto e ricominciare da capo?

Hai mai provato ad essere te stesso?

A fare quello che vuoi tu.
A vivere la tua vita.
Ad essere felice.

Ci hai mai provato?

Gezim Qadraku.

Mano nella mano

Sono arrabbiatissimo con lei, abbiamo rischiato di perdere il treno per la solita discussione banale e inutile. Si è ostinata a voler prendere il tram, nonostante io le avessi spiegato che ci avrebbe impiegato troppo tempo e  avremmo perso il treno. Alla fine tutto è andato come previsto, siamo arrivati alla stazione di Zurigo giusto un minuto prima della partenza. Fortunatamente il convoglio è partito con cinque minuti di ritardo e il peggio è passato.

Siamo seduti uno di fianco all’altra, davanti a lei c’è una signora francese che legge un giornale e a tutto potrà pensare, tranne che siamo una coppia. Non appena ci siamo seduti abbiamo deciso di rifugiarci nei nostri romanzi, perché leggere è un modo elegante per starsene da soli.
Io Camus e lei la Fallaci.
Siamo diretti a Parigi, le ho detto una menzogna per convincerla a venire. Le ho raccontato di un mio vecchio amico giornalista che mi vorrebbe come articolista per la sua rivista, ma in realtà non ci sarà nessuna cena con questo Jean.
Jean non esiste. Ad aspettarci ci sarà Franck, il nostro amico fotografo al quale ho chiesto di fotografarmi mentre chiederò a Valentina di sposarmi.
Domani mattina le metterò una benda sugli occhi per non farle vedere nulla, saliremo su un taxi prenotato da Franck che ci porterà davanti alla Torre Eiffel. Una volta arrivati mi inginocchierò davanti a lei, le dirò di togliersi la benda e le farò la fatidica domanda. Dopo tutte le brutte parole che le ho detto mentre eravamo in tram, probabilmente mi tirerà uno schiaffo e mi dirà di no. Ho avuto ragione io e non lo ammetterà mai. Le scuse posso sognarmele, è troppo orgogliosa per un gesto del genere.

È passata solo un’ora dalla partenza e tra l’ansia della sorpresa e l’inaspettata litigata, inizio ad avere un po’ di paura. Per qualche secondo penso che il nostro rapporto possa andare in frantumi per l’ennesima discussione, ma in realtà questo nostro comportamento di isolarci e non parlare è ordinaria amministrazione.

L’ansia continua ad aumentare e Camus non è mi più di aiuto. Ho bisogno di lei ora, non possiamo arrivare in questa maniera al giorno più importante della mia vita.
Chiudo il libro, giro la testa e la osservo mentre legge con addosso gli occhiali che la rendono fottutamente sexy. Ha appoggiato il romanzo al tavolino, sta sottolineando una frase ed ha entrambe le mani occupate. Aspetto che finisca. Ci impiega un po’, dev’essere un concetto abbastanza lungo. Utilizza sempre il segnalibro come righello, vuole che le righe  siano perferttamente diritte. È una perfezionista.
Quando, raramente, parliamo di futuro e di casa, dice sempre che le camere del nostro rifugio dovranno essere piene zeppe di libri e sulle mura scriveremo le nostre frasi preferite.
Finalmente toglie la mano sinistra dal tavolo, gliela stringo e contemporaneamente le stacco gli occhi di dosso per guardare fuori dalla finestra. Provo a stringere la presa, ma lei schiaccia più forte di me. Ho i brividi ovunque, il mio sguardo è fisso sul panorama all’esterno, ma la mia attenzione è tutta su di lei. Avevo paura che evitasse la presa o accettasse la stretta senza fare nulla. Invece continua a stringere per dirmi che mi odia, ma che non c’è problema, posso tenerle la mano e con calma possiamo iniziare a fare pace.
Proprio così, senza guardarci, facendo i finti arrabbiati , ma sotto sotto, toccandoci quasi di nascosto dal mondo, tutto è come prima.

Mi sono innamorato di lei proprio in questa maniera, incastrando le mia dita tra le sue. Mi piacque da morire. Me ne andai a casa senza neanche aver provato a baciarla, mi erano bastate le sue mani sottili e morbide. La sensazione di quel momento potrei compararla a quella  che si prova quando si legge un bel libro per la prima volta e ci si innamora della letteratura, l’istante in cui si acquisisce la consapevolezza che qualsiasi cosa brutta possa accaderti durante la vita, potrai sempre rifugiarti nei libri. Avevo appena trovato il posto dove potermi rifugiare e dissi  a me stesso che avrei voluto passare tutti i giorni della mia esistenza ad accarezzare le mani di quella ragazza.

Mentre osservo il bellissimo panorama svizzero e ripenso ai primi giorni della nostra storia, mi torna alla mente quel pezzo del giovane Holden:
Ci tenevamo sempre per mano. Detto così non sembra granché, me ne rendo conto, ma tenersi per mano con lei era pazzesco. La maggior parte delle ragazze, quando gli tieni la mano, sembra come morta, oppure pensano di doverla muovere in continuazione, come se avessero paura di annoiarti o non so cosa. Jane era diversa.  Andavamo al cinema, magari, e subito ci prendevamo la mano, e non la mollavamo più finché il film non era finito. E senza mai cambiare posizione, né fare tante scene. Con Jane non ti preoccupavi nemmeno di avere la  mano sudata. Pensavi solo che eri felice. E lo eri“.

Domani, forse, effettuerò il passo più importante della mia vita. Continuo a pensarci e sono convinto che sia la decisione giusta. Ora stringerle la mano non mi basta più, gliela prendo e la porto verso la mia bocca, le do un bacio e poi la appoggio sulla mia pancia, coprendola con la mano sinistra. Sento che smette di leggere, si toglie gli occhiali e appoggia la testa al mio braccio.
Abbiamo già fatto pace, tutto risolto. Noi siamo così, non abbiamo bisogno di parlare.
Ci amiamo tenendoci per mano.

Gezim Qadraku.

 

Straniera

“Ci avrei scommesso l’intero stipendio e l’avrei perso, menomale che ho letto il tuo nome sul cartellino. Dai è impossibile che non sei italiana”
“Ahaha me lo dicono tutti ormai, sarà per via dell’accento”
“Sei pazzesca, hai l’accento milanese. Come diavolo fai?”
“Non ne ho idea, è successo tutto in automatico”
“Roba da niente insomma…  io sono sicura che se dovessi venire in Albania non acquisirei l’accento neanche dopo 50 anni”
“Ma no, fidati che ci riusciresti”

“Quanti anni avevi quando sei arrivata?
Ah se non ti va di parlarne non c’è problema, è che sono così curiosa”
“Ma no figurati quale problema, anzi è un motivo di vanto. Avevo sei anni, iniziai le scuole elementari in Italia”
“Non dev’essere stato facile, parlavi già bene l’albanese giusto?”
“Esattamente. Il primo anno a scuola fu un vero e proprio incubo, e non solo per la lingua”
“Che ti successe?”
“Venivo presa in giro continuamente. Pensare che già in prima elementare fui quasi vittima di bullismo mi fa venire i brividi, che poi in realtà le prese in giro durarono per molti anni”.
“Che stronzi. Tu che facevi?”
“Niente, mi isolavo e cercavo di non piangere per non mostrarmi debole. Allo stesso tempo mi costruivo una muraglia intorno a me senza neanche accorgermene, la quale ancora adesso ogni tanto ha il suo effetto”
“Infatti non mi hai dato l’idea di una persona particolarmente socievole settimana scorsa”
“Anche questo me lo dicono tutti, ma quando non conosco una persona tendo a farmi gli affari miei. Sono sempre convinta di disturbare e spesso mi dimentico che i giorni in cui venivo etichettata come quella straniera sono ormai un ricordo lontano”
“Etichettata?”
“Esatto. Fino alle superiori sono stata la ragazza brutta albanese arrivata con il gommone da prendere in giro. Per anni ho pensato di non essere altro. Mi dava fastidio anche a me essere straniera, volevo semplicemente poter giocare con i miei coetanei, essere invitata alle loro feste di compleanno e che la mia famiglia trascorresse le vacanze con quelle di qualche mia compagna di classe. La realtà invece era completamente diversa, i miei parlavano male la lingua, faticavano a conversare con i genitori dei miei compagni, nessuno di loro mi invitava a casa e le mie vacanze erano un viaggio lunghissimo che durava più di una giornata, destinazione Albania. Ero una bambina e volevo soltanto somigliare ai bambini italiani, avere un nome semplice da pronunciare e fare la loro vita, tutto qui”.

“Pensi ancora le stesse cose?”
“Assolutamente no, anzi credo che in molti mi invidiano. Col passare degli anni mi sono accorta di quanto in realtà fossi fortunata, la possibilità di parlare bene due lingue, di poter vivere indifferentemente in due paesi, di essermi integrata in maniera perfetta in Italia e di sapere tutto anche di questo paese. È come se vedessi il mondo con quattro occhi, ho una visuale più ampia, due punti di vista e questo è veramente bello. Ci ho messo un po’ a mettere insieme il tutto, perché prima pensavo di essere due ragazze, quella che viveva in Italia da settembre a luglio e l’altra, quella che passava le vacanza in Albania durante il mese di agosto. A volte mi chiedevo chi fossi realmente. Crescendo e maturando ho messo insieme il tutto e sono felice di quello che ne è venuto fuori”.
“Ci torni ancora?”
“Sempre. Non esiste che durante un anno solare io non torni a trovare i miei nonni. Ora anche il fatto di aver collegato il lavoro tra Italia e Albania mi aiuta, costringendomi a fare viaggi continui. Non poteva succedermi di meglio”.
“Potete dire di avercela fatta quindi, chissà come saranno orgogliosi i tuoi genitori”
“Già, solo il fatto di essermi laureata in Italia per loro era come essere riusciti ad arrivare sulla luna. Furono in molti a dir loro che stavano commettendo un errore, quando mollarono tutto per  venire qui. Mio nonno decise di vendere tutta la terra che aveva per dare a mio padre i soldi per il viaggio. Si giocarono gli ultimi soldi così, per pagare il traghetto che sarebbe sbarcato a Bari dopo 24 ore di viaggio.  Nessuno credette in noi, ma alla fine abbiamo avuto ragione. Dopo la laurea ho aperto la mia piccola azienda e ora ci stiamo espandendo anche in Albania”

“Mi hai fatto venire i brividi davvero, non oso immaginare quanti sacrifici avete fatto”
“Noi albanesi siamo abituati a sacrificarci, siamo nati per soffrire!”
“Complimenti davvero, mi dispiace che per colpa di qualche idiota per molti anni siete stati considerati come ladri e persone pericolose”
“È sempre così e vale per tutte le nazionalità, basta che un deficiente faccia una stupidaggine e poi tutti gli altri vengono etichettati in malo modo”
“Hai ragione, lo stesso capita anche a noi italiani quando usciamo fuori dai nostri confini”
“Esattamente”
“Promettimi che mi porterai in Albania l’estate prossima”
“Promesso, ma ho paura che non vorrai più tornare in Italia ahah”
“Se non fosse per la lingua, magari un pensierino ce lo farei, ho visto di quelle spiagge in foto che mi sono già innamorata”
“Tranquilla che tanto parlano tutti l’italiano”
“Già, dimenticavo che siete dei fenomeni per le lingue.  Ti faccio solo l’ultima domanda”
“Dimmi pure”
“Se dovessi scegliere, dove passeresti il resto della tua vita?”
“Albania”
“Perché?”
“Solo per sentire il mio nome pronunciato in maniera corretta”

Gezim Qadraku.