Straniero

Nasci in un paese e diventi adulto in un altro.
Parli una lingua in casa e un’altra quando sei con i tuoi amici.
Hai trascorso la maggior parte delle tue vacanze dove i tuoi genitori sono cresciuti.
Lì dove li vedi felici e questo succede solo una volta all’anno.
Gli altri undici mesi li passano contando quanto manca a quel mese.
Dividi la tua vita nei momenti in cui hai preferito un paese e in quelli in cui hai preferito l’altro.
A volte ti prometti che ritornerai, altre invece ti convinci che il posto che ti ha adottato sia casa tua.
Che poi non lo sai neanche cosa significhi casa. O meglio, per te non è la stessa sensazione che possono provare i tuoi amici. Quelli che sono cresciuti in un posto e ci moriranno lì.
Proprio l’altro giorno un amico te l’ha chiesto:
“ Ma tu dove ti senti a casa?
“Sai perché io quest’estate sono tornato dopo tanti anni nella città dove sono nato e non mi ero mai sentito così straniero”.
 
Il bello di tutto questo è che ognuno la vive a modo suo, c’è chi si integra di più, chi di meno. Chi decide di tagliare una volta per tutte le radici e chi invece le lascia crescere diventando così una persona speciale, come ti piace definirti a volte.
Sei speciale perché ogni cosa è come se tu la osservassi con quattro occhi e la spiegassi utilizzando due lingue.
A volte ti senti speciale e ringrazi di esserlo.
Altre invece ti senti in difficoltà.
Finisci sempre col domandarti:
“Ma io chi sono?”
Sì perché in un posto ti chiamano in una certa maniera mentre nell’altro pronunciano il tuo nome correttamente, col suono naturale, originale.
Tu sei lo stesso, pensi. Forse lo sei o forse cambi ogni vola che superi un confine.
Alla fine non l’hai ancora capito e probabilmente non lo comprenderai mai.
 
Pensieri che prendono forma mentre osservi una scena che ti fa sorridere e ti rende triste allo stesso tempo.
Un bambino piccolo che chiede informazioni al controllore del treno perché il padre non sa parlare bene la lingua.
Guardi gli occhi pieni di vergogna del genitore e l’innocenza del bambino che ascolta concentrato tutto quello che il controllore gli dice.
Non sai perché ma finisci a immaginare le feste di compleanno di quel bambino.
 
Immagini lui che viene invitato alle feste dei suoi amichetti. Si diverte, porta i regali e come ogni altro bambino sogna di fare una festa uguale per il suo di compleanno.
Immagini che si chieda se possa permettersela, perché magari la casa dove vive non è grande come quella dei suoi compagni.
Forse lui una stanza tutta per sé non ce l’ha. Figurarsi un giardino dove mettere un tavolo lunghissimo pieno di prelibatezze da gustarsi mentre si gioca a pallone.
Te lo immagini che pensa a un’altra cosa, ai suoi genitori.
È consapevole che i suoi genitori non la sanno parlare bene la lingua dei suoi amici.
Che figura ci farebbe a invitarli a casa?
Non vorrebbe sentire mamma e papà pronunciare male le parole che lui dice così bene e in maniera così veloce, proprio come i suoi compagni di classe.
Te lo immagini che prima di andare a dormire, ogni volta, se lo chieda:
“Ma perché io riesco a parlare entrambe le lingue come se fossero le mie?”
Te lo immagini che si addormenta cercando di darsi una risposta, ma ogni volta non ce la fa.
 
Finisci di immaginare la vita del bambino e guardi il padre.
Ti auguri di non vederlo mai più quello sguardo pieno di vergogna mentre il suo piccolo gli faceva da traduttore.
Quale padre vorrebbe dipendere dal figlio?
Sono i padri che si occupano dei figli, non il contrario.
Te lo immagini che ha firmato un contratto a vita che lo legherà a un posto di lavoro che non gli piace, che sicuramente è duro e faticoso, ma che gli permette di portare a casa il cibo.
Perché questo è il pensiero principale dei padri stranieri che incontrate ogni giorno.
Portare a casa da mangiare, vestire i propri figli, mandarli a scuola e cercare di creare le condizioni migliori possibili nelle quali farli crescere.
 
Tutti i genitori stranieri che incrociate per strada nel momento in cui hanno abbandonato la propria casa hanno smesso di vivere e hanno iniziato a sopravvivere.
Hanno abbassato la testa, hanno iniziato a lavorare, hanno cercato di parlare il meno possibile perché si sono vergognati della loro pronuncia scorretta e non si sono mai concessi niente per sé stessi.
Solo quel viaggio, una volta all’anno. Tornare a respirare l’aria di casa, abbracciare famigliari e amici. Continuare a fare finta che là, dove si sta bene economicamente, tutto vada a gonfie vele.
Tutto questo per provare a dare ai propri figli un futuro migliore.
Il futuro, incognita e speranza.
Sì perché i figli crescono e capita che prendano la strada sbagliata.
Oppure non parlino, o parlino male la lingua dei genitori.
Capita che non vogliano più tornare nel posto dove sono nati.
Allora? Ne valeva davvero la pena mollare tutto e partire?
Provate a immaginare come possa sentirsi un genitore che non ascolterà mai parlare suo figlio in quella che dovrebbe essere la sua lingua madre.
 
Succede però anche che i figli la lingua non la dimentichino.
Che ogni anno non vedano l’ora di tornare là dove vedono i loro genitori felici.
Che facciano fruttare al meglio possibile tutti quei sacrifici di mamma e papà.
 
Guardi ancora una volta padre e figlio.
Si parlano nella lingua madre del genitore e lui sembra un’altra persona quando si esprime usando il suo idioma.
A suo agio, senza alcun timore.
Come il naturale scorrere degli eventi.
Ti immagini un’altra scena prima di scendere alla tua fermata.
Un futuro lontano.
Il bambino è diventato grande.
Sorride per il traguardo che ha raggiunto e festeggia con i suoi amici.
Ci sono anche i suoi genitori.
Parlano e scherzano con i fratelli e le sorelle di vita che il figlio si è scelto.
Il padre lo guarda e piange, commosso e orgoglioso.
 
Gezim Qadraku.
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Quei due…

“Mi piacciono tanto quei due.
Si amano per davvero e lo noterebbe chiunque osservandoli.
Non fanno altro che cercarsi, anche quando si trovano nello stesso posto, giusto per avere la certezza che l’altro sia lì.
Si amano senza chiedersi nulla a vicenda, se non quel sentimento che fiorisce in loro spontaneo.
Farebbero a meno di tutto ciò che li circonda, anche degli averi ai quali sono più legati, pur di portare avanti la loro storia. 
Mi ricordano quelle coppie che quando uno muore l’altro lo raggiunge pochissimo tempo dopo.
Penso che l’essenza di questo indescrivibile sentimento sia proprio questa, la consapevolezza di non poter vivere senza quella persona.”

Gezim Qadraku.

Scrittore

Fuori fa freddo, è arrivato l’inverno
Le giornate si sono accorciate e il buio bussa sempre più presto alla porta
Le mura di casa sembrano aver preso un triste color grigio
La tavola è ancora apparecchiata
Una bottiglia di vino rosso quasi vuota e un pezzo di pane troppo duro da mandare giù
Si respira tristezza e silenzio da queste parti
Guardo fuori dalla finestra alla ricerca dell’ispirazione giusta, ma non trovo nulla
La macchina da scrivere e la sigaretta sono le mie uniche salvezze
Prendo in mano il giornale, sperando di leggere qualcosa di interessante
I ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri
La gente muore in nome del proprio Dio, sperando di avere una vita migliore
Sempre le solite notizie, chiudo quelle maledette pagine
Finisco la sigaretta e mi sdraio sul divano
Spengo la luce e cerco di dormire
Lo stomaco brontola, la cena è stata troppo misera
Piange anche il portafoglio, ma non ho nessuna voglia di trovarmi un lavoro e diventare uno schiavo
I miei amici si sposano e io sogno di fare lo scrittore
Il prossimo racconto sarà quello giusto.

Gezim Qadraku.

Domani è venerdì

L’orologio segna le 12 quando la campanella suona.
Non è una scuola, ma una fabbrica.
Il segnale indica che è arrivato il momento della pausa pranzo. Un’ora per riposarsi e mangiare. Ogni operaio lascia la propria postazione di lavoro e si dirige, chi più velocemente, chi meno, verso i bagni.

È qui che si incontrano Mario e Alberto, due dipendenti storici della fabbrica e amici di vecchia data. Entrambi entrati nello stabilimento nello stesso anno.
Un rapporto sincero nato durante un numero infinito di giornate passate fianco a fianco a lavorare. Poi negli anni uno è stato spostato nel reparto torni, mentre l’altro è finito ai forni. Temperature altissime per otto ore al giorno, con uomini che si guadagnano da vivere mettendo e togliendo pezzi di metallo in questi forni bollenti.
Il lavoro è sempre stato faticoso, ma prima si guadagnava bene. C’erano i soldi per potersi permettere un buon mutuo per la casa, una buona macchina e due settimane al mare ad agosto. C’erano gli straordinari pagati profutamente e le cose procedevano meravigliosamente, nonostante la fatica giornaliera.
Poi tutto è iniziato a peggiorare. Niente più straordinari, settimane lavorative che si accorciano e stipendi che non fanno altro che diminuire. A tutto questo si aggiunge la fatica di più di vent’anni di lavoro fisico.

“Allora Berto, quanto manca ad Alessio?”
“Ci siamo quasi dai. Ancora due esami. Pensa di laurearsi quest’estate.”
“Tosti?”
“Dice di no. Ma penso lo faccia per non farci stare in pensiero. 
Martina invece? Trovato qualcosa?”
“Ma va! Solite offerte imbarazzanti, soliti sputi di stipendi. È arrivata all’esasperazione, sono convinto che se ne andrà via!”
“Guarda, mi dispiace dirlo, ma penso sia la scelta migliore.” 
“Lo penso anche io guarda. “

Mentre si asciugano le mani, Alberto tira fuori lo smartphone per mostrare qualcosa all’amico, ma questo gli scivola via e cade, rischiando di rompersi. Berto sbuffa e si mette le mani sui fianchi, sfinito.

“Stanco è?”
“Cotto!”
“Dai che domani è venerdì!”

Si dirigono insieme verso la mensa, mentre commentano le ultime partite di calcio del campionato italiano. Un’ora per pensare ad altro, poi altre quattro ore di lavoro fino alle 17. La giornata in fabbrica è scandita dalla routine che ognuno si impone.
Prima la pausa caffè dopo un’oretta di lavoro, poi un giro in bagno nella speranza di trovare qualcuno per scambiare due chiacchiere, prima che arrivi la pausa pranzo.
Un’ora dopo la ripresa c’è un’altra pausa e poi la tirata fino alla fine.
Una vita fatta di conteggi, di quanto manca al weekend, alla prossima vacanza e alla pensione.
Una vita trascorsa a fare ciò che non si è potuto scegliere, per poter portare da mangiare a casa e istruire i figli.
Ancora quattro ore, poi il ritorno a casa, la cena e la televisione da guardare sdraiati sul divano, per cercare di sconfiggere la fatica.
La settimana è quasi finita, il weekend è ad un passo.
Tutto ricomincerà inesorabile, il lunedì arriverà come sempre troppo presto.
Ma ora non importa, perché domani è venerdì.

Gezim Qadraku.

Una passeggiata

Una passeggiata dietro casa, dopo una settimana trascorsa a correre.
I pensieri iniziano a percorrere luoghi lontani, mentre mi allaccio bene il giubbottino.
Raggiungo in un batter d’occhio il ponte che sta sopra l’autostrada. Sotto di me scorrono veloci un numero infinito di macchine.
Fisso quella strada, cercando di immaginarmi dove quei veicoli stiano andando. La stessa strada, che rappresenta i chilometri che mi dividono dai miei amici.
Quelli che quando mi scrivono, prima mi domandano quando torno e successivamente come sto.
Mentre il sole dà al cielo un color pesca, un bellissimo pastore tedesco mi si avvicina, voglioso di giocare.
Neanche il tempo di accarezzarlo che si allontana, richiamato dal rimprovero fin troppo severo del suo padrone.
Lo saluto facendogli l’occhiolino, prima che la sua coda sparisca tra i campi.
Mentre i pensieri continuano a viaggiare lontano, una vibrazione mi risveglia da quella sensazione di sogno ad occhi aperti.
È lei. “Scusami se ti rispondo solo ora”, mi dice.
Controllo quanto tempo è passato dall’ultimo messaggio. Più di una settimana.
Ne vale la pena? Si chiede il cervello.
Provaci, che ti costa. Mi dico.
Mi fermo, compongo il messaggio, ma finisco per cancellarlo. Le rispondo domani. Forse.
Nel frattempo l’aria si è raffreddata, il sole è sparito e in lontananza si udisce il rumore delle macchine che sfrecciano sull’asfalto.
Una foto alle nuvole, prima di riprendere la via di casa.
Sono passati solo 20 minuti da quando sono uscito, eppure mi sembra che sia trascorso un sacco di tempo.
Una camminata, i soliti pensieri e l’abbraccio della natura.
Ti ricordi che a casa c’è il nuovo libro da iniziare che ti aspetta.
Ossigeno puro per i tuoi polmoni.
Un sorriso compare sul tuo viso.

Gezim Qadraku.

Stranieri

Quando insulti uno straniero dicendogli – per esempio – di tornarsene nel suo paese, devi sapere che se fosse stato per lui, nel tuo paese, non ci sarebbe mai venuto.
Tu lascieresti famiglia, amici, parenti e le tue amate abitudini, per andare a vivere in un posto del quale innanzitutto non comprendi la lingua e dove non conosci nessuno?
No, non lo faresti. Almeno che tu non fossi in un certo modo obbligato.
Ecco, allora ricordati che quella persona è stata obbligata ad andarsene dalla sua amata terra madre.
Probabilmente c’era una guerra, magari era perseguitato o “semplicemente” non stava riuscendo a costruirsi il futuro che aveva immaginato e così ha pensato di provare a farlo in un paese che dava più possibilità del suo.

Sai, è brutto sentirsi incolpati dei problemi che affliggono uno Stato o essere etichettati come ladri di lavoro. Nessuno viene nel tuo paese a rubare nulla.
Sì, a parte quelle persone che optano per l’illegalità. Ma parliamoci chiaro, quelli ci sono dappertutto. Ce li abbiamo anche noi, come ce li avete voi.
E poi credimi, non saranno di certo gli stranieri ad incidere sulla mancata crescita del PIL o sull’aumento del debito pubblico. Anzi, dovresti sentirti onorato che abbiano scelto il tuo paese, perché significa che vedono in te e nei tuoi connazionali, persone che sono state in grado di dar vita ad uno Stato che funziona. Presumo però, che questo concento non ti sia mai passato per la mente.

Dovresti vederli, tutti questi stranieri che coniugano male i verbi della tua lingua e fanno i lavori che tu non ti sogneresti mai di accettare, quanto sono felici quando tornano a casa loro. Sempre se possono permetterselo. Piangono quando arrivano, ma ancora di più quando se ne vanno.
Vai da qualsiasi straniero e chiedigli che piani aveva quando è arrivato. Ti garantisco che 9 su 10 ti risponderanno dicendoti che le loro intenzioni iniziali erano di lavorare per guadagnare un po’ di soldi, il sufficiente per poter tornare a casa e costruirsi una vita. Poi sai come si dice, la vita è quello che ti succede mentre fai progetti.
Alla fine sono rimasti tutti, hanno messo su famiglia e hanno continuato a lavorare.
Può capitare che i figli non sappiano parlare correttamente la lingua dei genitori, ma abbiano il tuo stesso accento. Che quando tornano nella terra natia di mamma e papà, fatichino a creare un legame con i propri nonni perché non li capiscono.
Succede inoltre, che quella generazione che ha mollato tutto e si è costruita una vita nel tuo paese, non riesca nemmeno ad essere presente ai funerali dei propri cari. Perché la morte arriva da un momento all’altro e magari non riesci a trovarlo il biglietto aereo quella sera.
Nessuno vuole lasciare la propria casa, credimi. E puoi verificarlo te stesso, osservando in quanti hanno cercato di costruire nel tuo paese una loro mini terra madre. Aprendo per esempio negozi alimentari tipici, nei quali ogni tanto ci entri anche tu a mangiare.
Lo vedi allora quanto ne sentono la mancanza.

Io capisco la tua rabbia e la tua frustrazione di fronte a coloro che rubano, che non rispettano le leggi e tu giustamente pensi che si approfittino del tuo amato paese. Lo capisco che è più facile trovare un colpevole e generalizzare, se tu non riesci a trovare il lavoro per il quale hai sacrificato anni di studio, se i tuoi genitori perdono il loro posto fisso e la tua felice realtà si trasforma in uno schifo. Comprendo la tua ira, perché è la stessa che hanno vissuto coloro che etichetti come colpevoli.

Se vuoi veramente capire com’è la vita di uno straniero, prova a chiedere ai tuoi connazionali che sono andati, e continuano ad andare via. Domanda a loro cosa si prova a non sapere la lingua del posto in cui si vive, a dover accettare qualsiasi lavoro, a doversi accontentare di una videochiamata nel weekend per sentire la voce di famigliari e amici. E che fortuna ora che c’è internet, pensa com’era dura prima.

Credimi, non è una vita facile quella di uno straniero. A volte vorresti solo nasconderti e non farlo capire a nessuno. Però ci si mette in mezzo la natura, che ti ha dato il colore della pelle diverso. Se non è la pelle, allora sarà il tuo nome ad incastrarti, o magari il tuo accento. E non è di vergogna che parlo, nessuno si vergogna delle proprie origini. Semplicemente che a volte vorresti soltanto essere uno del posto o almeno poter vivere nel tuo paese e sentirti identico a tutti gli altri.
Sei straniero sempre, anche se ti integri e parli bene. Sei comunque diverso. Nessuno pronuncia bene il tuo nome, nessuno intorno a te ha le abitudini e le usanze con le quali ti ha cresciuto la tua famiglia. Uno poi cerca di adattarsi, di sdoppiarsi, di fare due vite contemporaneamente, finendo per non capire più chi è.
Arrivando ad essere semplicemente considerato come il colpevole di tutti i mali.
Perché sei straniero.
Perché non dovresti essere qua, ma saresti dovuto restartene dove sei nato.

Gezim Qadraku.

L’immagine raffigura l’opera di Bruno Catalanto, “Les Voyageurs”.

Caro Diario

Giorno: 19/3/2018
Ora: 23:03

Caro Diario,
è passato più di un mese dall’ultima volta che ti ho scritto. Lo sai come sono io. Un giorno ti prometto che ti terrò aggiornato sulla mia vita regolarmente, poi finisco per lasciarti ad aspettarmi per tempi infiniti. 
In realtà, dall’ultima volta, nulla di eccezionale è accaduto. Questa parte della mia vita penso di poterla inserire nella sezione “nulla di nuovo”. Il tutto procede sulla stessa linea, senza ostacoli o interruzioni. Non che la cosa mi dispiaccia è, ma qualche scossa mi servirebbe.
Ieri, al lavoro, è accaduto un fatto che mi ha scombussolato in positivo. È arrivato un ragazzo nuovo. Oddio, ragazzo, ha 35 anni se non ricordo male.
Il primo approccio ovviamente non è stato dei migliori. Mi sono limitato a presentarmi e poi sono rimasto sulle mie durante le prime ore, finché le mansioni da effettuare non ci hanno obbligato a doverci parlare.
Ho notato subito la sua timidezza e ne ho apprezzato la gentilezza con la quale mi ha domandato come doveva svolgere il lavoro.
Tutto questo mi ha permesso di sciogliermi e dopo pochi minuti, mi sono ritrovato a spiegargli tutti i piccoli segreti che il nostro lavoro ha.
Successivamente abbiamo cambiato argomento, passando alla nostra vita personale, con lui che mi ha raccontato della sua famiglia, del suo passato e delle sfide giornaliere che un padre in cerca lavoro deve combattere.

Mi sono lasciato andare anche io, raccontadogli un po’ di me e ho notato nei suoi occhi un forte interesse. La giornata lavorativa si è conclusa nel migliore dei modi. Ora lo aspettano altri quattro giorni di prova per completare la settimana e poi il capo deciderà se tenerlo o no. Sono qui a sperare che continui a fare bene anche nei prossimi giorni e possa rimanere con noi. Forse è un po’ troppo presto, non posso dire di conoscerlo, ma il suo comportamento e il modo di fare, mi hanno convinto che sia una persona per bene.

Prima, mentre mi facevo la doccia, immaginavo al suo ritorno a casa. Alle domande dei figli e della moglie. Chissà cosa staranno passando, chissà quanto potrà esere importante questo posto di lavoro.
Mentre ti scrivo, sto provando una sensazione di fierezza nei miei confronti, che non provavo da tempo.
Avrei potuto comportarmi come facciamo tutti di solito con un nuovo arrivato. Lasciarlo in disparte, fargli notare solo gli errori e rendendogli così la giornata un incubo. È andato via sorridendo e penso che un po’ del merito sia anche mio.
Lo so, lo so, non ho fatto niente di che. Ma è comunque una piccola cosa positiva.
Sono felice di aver cambiato il mio atteggiamento.
Mi sono sentito utile, ed è una sensazione bellissima.

Ora ti saluto che la stanchezza inizia a farsi sentire e il letto mi chiama.
Prometto che ti aggiornerò sul mio collega, magari già da domani.
Buonanotte caro Diario.

Gezim Qadraku.

Scrivo.

“Posso chiederti perché scrivi?”

“Scrivo perché è l’unico modo che ho trovato per farmi capire.
Sono sempre stata timida, sin da bambina. In classe non alzavo mai la mano per fare domande. Rimanevo sempre in silenzio, anche quando non capivo. Avere la testa piena di dubbi era un’opzione decisamente migliore, rispetto a quella di parlare mentre i miei compagni e la maestra avrebbero ascoltato quello che avevo da dire.
Non sono mai riuscita a stare al centro dell’attenzione. Solo l’idea di essere l’unica a parlare in mezzo a tante persone, mi ha sempre fatto provare un’enorme sensazione di timore.
Questa timidezza, poi, me la sono portata avanti per tutta la vita. Si presentava nelle situazioni di tutti i giorni, condizionando fortemente la mia esistenza.
Quando si stava tra amici in compagnia,  ero quella che non apriva mai la bocca, ma se poi c’era da isolarsi e confidarsi privatamente, non sapevo più fermarmi.
Per non parlare delle discoteche, sono state un trauma. Con che coraggio potevo buttarmi in mezzo alla pista e ballare?
Avevo la sensazione che tutti si sarebbero fermati a guardarmi.”

“Mi viene da pensare che la scrittura ti abbia in qualche modo salvato la vita.  Però forse esagero, vero?”

“No, non esageri per niente. Hai pienamente ragione.
Avrei dovuto capirlo subito che ero nata per scrivere.  Alle elementari impazzivo di gioia il giorno in cui era previsto il tema di italiano. Quello sì che era il mio momento. Mi sentivo bene e a mio agio, ero sempre rilassata, nessuna paura, nessun dubbio. Mi sembrava di volare e non ne volevo sapere di fermarmi.
La maestra mi ripetava costantemente la frase che avrebbe accompagnato la mia intera carriera scolastica:
‘Mi raccomando, non dilungarti troppo’.
Era più forte di me, avevo bisogno di scrivere, di mettere su un foglio tutto quello che non dicevo. E di cose da dire ne avevo parecchie, visto che non parlavo mai.
C’è un’azione che penso tutti sogniamo di fare, ma che la natura ci ha precluso: il volo. Crescendo ho capito che ogni essere umano trova il proprio modo per volare.
Chi corre, chi balla, chi canta e chi dipinge, o quelli che fanno del parlare in pubblico la propria salvezza, la propria sensazione di volo.
Io quando scrivo volo, ballo, corro a tutta velocità,  urlo a squarciagola.
Ho deciso di trascorre la mia vita scrivendo, perché è l’unica azione che mi permette di toccare con mano la felicità.
Ora nulla mi fa più paura, perché sono cosciente che qualsiasi cosa possa succedere, mi metterò sulla mia macchina da scrivere, inizierò a schiacciare i tasti, il loro rumore farà da colonna sonora e tutto si risolverà.
Scrivo e continuerò a farlo, perché mi sembra che sia l’unico modo per fare di questa vita, qualcosa che valga la pena di essere vissuta.”

Gezim Qadraku.

Ragazzi

Venerdì sera.
Il solito supermercato.
La spesa prima del weekend.
Si è fatta quasi ora di cena, il carrello ormai è pieno, mancano giusto le ultime cose.
C’è sempre meno gente e il silenzio incombe. Segnale che anche per gli addetti del mercato la giornata lavorativa si sta per concludere. 
Un gruppo di ragazzini ruomorosi attira la mia attenzione.
Sono giovani, giovanissimi. Non saprei dare loro un’età.
Due di loro saranno alti almeno 1 metro e 90.
Passano da un reparto all’altro urlando e scherzando ad alta voce. Il loro carrello è pieno di dolci, patatine,bevande gassate e alcoliche.
La classica spesa che precede la festa.
Sicuramente domani sera.
Li osservo, cercando di immaginarmi le loro vite.
Chi è il più bravo di loro a scuola? Chi pratica sport? Cosa faranno nel tempo libero?

Vederli riempire di vita questo posto, mi fa tornare in mente la mia prima spesa pre festa di capodanno. Eravamo giovani, ma volevamo soltanto crescere. Ci sentivamo grandi perché iniziavamo a mandare giù i primi bicchieri di alcool e a fumare le prime sigarette.
Facevamo i duri tra maschi, ma bastavano gli occhi della ragazza che ci faceva sognare, per farci diventare degli angioletti.
Per un attimo li perdo di vista e una domanda mi fa venire i brividi dietro alla schiena. Me li sono goduti quei momenti?
Ho vissuto a pieno quell’età?

Il supermercato è vuoto, tutto si è colorato di bianco, davanti a me appare solo quel quesito:
“Hai vissuto a pieno?”
Ho paura di rispondere, di pensarci, di fermarmi ad analizzare ogni momento per capire se ho qualche rimpianto o meno, se avrei dovuto vivere di più oppure ho dato tutto quello che avevo.
E se avessi qualche rimpianto?
La consapevolezza di non poter più tornare indietro mi fa mancare la terra sotto i piedi. Eppure mamma me lo diceva sempre: “goditi questi anni figlio mio”.
L’ho fatto?
Forse sì, forse no. Non avrò mai il coraggio di dare una risposta.

“Stai cercando qualcosa?”
La voce di mia madre mi riporta sulla terra. Ogni cosa riprende colore. Avevo lo sguardo fisso sullo scaffale degli yogurt.
Arriviamo alla cassa e loro stanno già pagando.
Mi fermo di nuovo a fissarli, mi piacciono proprio. Sono felici, sono giovani e vogliono soltanto divertirsi.
Ero felice anch’io quella volta che pagammo tutti insieme.
Ricordo le parole della cassiera dopo averci dato lo scontrino: “Divertitevi ragazzi!”

Uno di loro paga per tutti, hanno buttato a casaccio alimenti e bibite nel carrello, senza neanche una busta.
Escono via veloci, come se qualcuno li stesse rincorrendo.
Si sentono le loro voci anche ora che sono nel parcheggio.
Divertitevi ragazzi!

Gezim Qadraku.

25 anni

25 anni.
Un quarto di secolo.
Il momento in cui la crisi, secondo gli studi,  colpisce il il 90% dei Millenial.
Crisi di cosa? Di esistenza.
25 anni e ci si ferma a porsi qualche domanda:
Chi sono?
Cosa ho fatto fino ad ora?
Sono felice?
Era questo ciò che sognavo?
Abbiamo 25 anni e la verità è che molti di noi hanno smesso di sognare. Dopo aver trascorso un’infanzia impeccabile, con genitori che ci hanno cresciuto in una bolla sicura ed accogliente, ed aver puntato il futuro sugli studi, la maggior parte di noi è disposta ad accettare qualsiasi mansione pur di raggiungere la fine del mese.
25 anni e l’aspirazione di tanti è diventata una vita tranquilla.
Ma come? Mica volevamo tutti cambiare il mondo? Come siamo arrivati al punto di accontentarci di cosi poco? Com’è stato possibile?
Siamo i figli di sacrifici e sacrifici, di lavori pesanti, di qualsiasi mansione pur di non farci mancare nulla. Siamo i figli di persone che hanno lasciato da parte la loro vita, pur di vederci brillare in alto, un domani. E noi che stiamo facendo ora che quel domani è arrivato? Ci stiamo accontentando di vivere come loro. Questa è una sconfitta, sia per noi, che soprattutto per i nostri genitori.
La colpa, se si è arrivati a questa situazione, è sia di chi ci governa, ma anche nostra.

25 anni ed alcuni se ne sono andati. Via, all’estero. Stesso continente o addirittura un oceano o di distanza. Ma non fa la differenza, perché una volta usciti di casa si lasciano alle spalle famiglia, amicizie e posti nei quali si è cresciuti. E fa male. Ma l’unico modo che l’uomo ha scoperto per andare avanti, è lasciarsi qualcosa alle spalle. Come ci ricorda Newton.
25 anni e i più coraggiosi sono coloro che hanno deciso di restare. Quelli che giorno dopo giorno accettano di andare avanti in qualche modo, nonostante tutto.
Nonostante i coeateni che hanno trovato subito un lavoro appropriato dopo gli studi, un appartamento e anche un macchina nuova di zecca. Senza dirci che il lavoro è arrivato grazie alla conoscenza del padre, che la spesa e le bollette le paga la madre. Non ce lo dicono che in realtà, di merito loro, c’è ben poco. Non suonerebbe bello! Ma tranquilli, a questi non c’è nulla da invidiare. Perché c’è ben poco di gratificante nel raggiungere un traguardo grazie all’aiuto di qualcuno.

25 anni e la crisi arriva perché non ci hanno preparato a questo, perché non ci hanno insegnato i sacrifici, la pazienza. Ci hanno dato tutto quello che volevamo, e quando loro hanno smesso ci ha pensato la tecnologia.
25 anni e da casa, con un click, compriamo ciò che ci serve, rompiamo il ghiaccio con una ragazza, fingiamo di essere felici tramite una vita social immaginaria, che è diventata la nostra realtà e ci sta pian piano distruggendo.
La crisi, se arriva, è anche condizionata dall’era in cui viviamo. Quella dell’apparenza.  Delle foto di amici che sono in viaggio, dei loro anniversari con i propri partner, della loro corsa mattutina prima di andare in ufficio, del weekend al mare, del concerto infrasettimanale, del dolce preparato dalla nonna. L’era della condivisione, dell’assenza di privacy. L’era della recitazione e del falso, di quelle foto tutte ritoccate minuziosamente, in maniera tale da sembrare sempre perfette.
L’era in cui ci si crede felici se si ricevono notifiche, se si è belli, se si ha ogni giorno qualcosa da pubblicare. Quasi fosse una sfida, come se ad ogni post il soggetto in questione ti stesse dicendo: “Guardami, io sto vivendo! E tu che stai facendo? Sei solo a casa che guardi i miei post, vero?
Non riusciamo più a goderci le emozioni che derivano da ogni istante, nonostante queste siano l’unica cosa che ci tenga in vita.

25 anni e se la crisi è arrivata è un’ottima notizia, perché forse capiremo che questo è solo un ostacolo da superare, un punto di partenza per quella che sarà la nostra vita.
25 anni e non è mica una tragedia se non sappiamo che lavoro fare, se non ci siamo sposati, se viviamo con i nostri genitori e se abbiamo sbagliato la facoltà. No,  perché è la nostra vita, non quella degli altri. Le cose belle arrivano solo per chi sa aspettare. Perché non si costruisce tutto con un click.  Ci vuole tempo e pazienza, un’infinita pazienza. Chiedetelo ai vostri genitori.
E ricordatevi che dal letame nascono i fiori, non dai diamanti, come ha scritto un certo de André.
25 anni e non saremo mai il nostro lavoro, la nostra macchina o la nostra casa. No, saremo i viaggi che abbiamo fatto, le frasi dei libri che abbiamo sottolineato, i film che ci riguardiamo per la millesima volta, le esperienze che abbiamo vissuto, le persone che abbiamo amato e tradito, gli ostacoli che abbiamo superato, i pezzi di cuore che abbiamo perso per strada. Questo siamo, e saremo.
25 è solo un numero, mica un traguardo. Chi l’ha detto che dobbiamo avere già un posto fisso? Che dobbiamo avere già un figlio? Che dobbiamo essere tranquilli e sicuri? Chi?

25 anni e siamo abituati a volere la luna, pensando di poterla raggiungere volando. Umiltà e piedi per terra, ma sguardo sempre rivolto in avanti. E guai permettere alla fiamma che c’è in ognuno di noi di spegnersi. Non diventiamo passivi alla vita, non permettiamo a governi, giornali e telegiornali di abbatterci.
Impariamo ad apprezzare ciò che abbiamo, perché la felicità  è una famiglia con la quale trascorrere le vacanze, degli amici da andare a trovare, un lavoro faticoso dal quale partire per costruirsi il proprio futuro, una macchina che si rompe un giorno sì e uno no,  una ragazza che alla frase “Ci sentiamo di nuovo allora!” risponde “certo”.
I 25 anni non sono un traguardo, ma solo l’inizio del viaggio.

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Gezim Qadraku.