Ti penso ancora

Niente,
era solo per dirti che ogni tanto ti penso ancora.

Mi domando sempre se tu stia bene.
Mi rispondo che deve essere così.
Se non altro perché io continuo a preoccuparmi di te.

Ora a piccole dosi è vero, ma quanto basta.
Quanto basta per tenere viva una fortezza immaginaria che ti protegga quotidianamente dai pericoli.

Ci sarebbe un’altra cosa che vorrei dirti, ma forse è meglio che tu non la sappia.
Mi manchi.

Gezim Qadraku.

Annunci

Dei figli

La stagione dei monsoni aveva appena iniziato a provocare i primi danni.
A causa del maltempo il loro volo era stato cancellato.
Avrebbero trascorso tutta la notte in un piccolo aeroporto sperduto da qualche parte in Asia. La cosa non li disturbava affatto, anzi, l’avrebbero inserita nella lista delle loro infinite esperienze.
Tante ne avevano passate insieme dal giorno in cui si erano conosciuti.
Si erano incontrati in un momento particolare della vita per entrambi.

Lei era sempre stata la ragazza fuori posto, incompresa, solitaria.
Era rimasta in mezzo a quel gruppo di persone formato dalla sua famiglia e dagli amici, che non erano mai riusciti a capirla, fino a quando aveva finalmente trovato il coraggio di salutarli per sempre.
Fece loro soltanto una promessa: se tutto fosse andato nel verso giusto non l’avvrebbero rivista mai più.

Lui invece aveva avuto una vita totalmente diversa. Una bellissima famiglia unita, formata da un grande numero di persone, tra le quali però lui era sempre riuscito ad essere quello che catturava l’attenzione e la stima di tutti, grazie ai suoi successi nel mondo scolastico prima e successivamente in quello del lavoro.
Inoltre un ristretto gruppo di amici fedeli e una persona con la quale era piuttosto sicuro di volerci creare una famiglia.
Un giorno però qualcosa si era rotto e gli aveva permesso di aprire gli occhi.
Davanti alle sue pupille si era materializzata una realtà che non aveva mai visto, o che non gli avevano permesso di osservare.
Si accorse semplicemente che i sogni che aveva realizzato fino a quel giorno non erano i suoi, ma delle persone che gli stavano accanto.
Iniziò a domandarsi chi fosse, ma per un lungo periodo non riuscì a darsi una risposta.

Decise che doveva scoprire chi fosse e pensò che l’unico modo per farlo era quello di mettersi in viaggio. Salì su una bicicletta e dal sud Italia si promise che avrebbe raggiunto le vette più fredde dell’Europa.
Anche lei era in viaggio, ma a differenza sua non aveva una destinazione. Aveva semplicemente bisogno di respirare aria pulita di libertà.

Si incontrarono in un ostello poco fuori dal centro di Parigi.
Lui non lo capì, ma la conquistò nel momento esatto in cui le raccontò cosa stava facendo con quella bicicletta.
Lei comprese subito che quell’uomo avrebbe potuto capire e apprezzare il suo bisogno di libertà.
Lui decise di fermarsi qualche giorno in più nella capitale francese per lei.

Non erano partiti per trovare una persona. Innamorarsi avrebbe soltanto rovinato i piani. Non lo sapevano, o probabilmente se lo erano dimenticati entrambi, che non è il tipo di sentimento che si riesce a tenere sotto controllo.
E così, dopo giorni passati a camminare e chiacchierare tra le vie francesi, in un parco alle spalle della magnifica torre, mentre la primavera rendeva quella città una favola, loro due, davanti a un’ottima bottiglia di vino rosso, si promisero che non si sarebbero promessi niente l’uno all’altra.
Avrebbero vissuto tutto quello che sarebbe arrivato fino a quando quella magia sarebbe durata.
C’era una sola condizione: continuare a viaggiare senza una meta.

Ora, in quell’aeroporto asiatico, le lancette segnavano le 23 e un paio di minuti.
Ne erano passati di anni da quei bicchieri di vino al parco di Parigi.

Non mi sono mai sentito così stanco“, esclamo lui.
L’Asia ci ha distrutti” replicò lei con gli occhi che ancora le brillavano mentre ripensava a quei mesi passati tra India, Vietnam, Laos, Cina e Giappone.
Non intendo questo viaggio in particolare. Mi riferisco al nostro stile di vita. Penso che dovremmo prenderci una pausa. Fermarci da qualche parte.

Erano anni che correvano in giro per il mondo come se qualcuno li stesse inseguendo. Dire quelle parole significava venire meno all’unica promessa che si erano fatti a Parigi.
Non la sentì rispondere e preoccupato riprese: “Lo so che…“.
Lei non lo lasciò finire: “Fermiamoci“.
Cercò i suoi occhi per fargli capire che lo voleva veramente, che non lo aveva detto solo per assecondarlo. Non voleva farlo sentire in colpa.
Anche lei era stanca.
Appoggiò la testa sulla spalla di lui.

“Scegliamo un posto e fermiamoci. Costruiamoci una quotidianità normale. 
Io ora sono pronta a farlo.”

Erano fatti per stare insieme quei due. Da tempo avevano raggiunto entrambi l’obiettivo che si erano posti quando si erano messi in viaggio, ovvero capire chi realmente fossero.
Ora l’avevano compreso.
Ora c’erano le basi per avere una vita normale.

Rimasero in silenzio per una buona mezz’ora, felici del nuovo obiettivo che si erano posti. Ancora stupiti di come riuscissero ad avere i medesimi desideri.

“Non mi hai detto in che città vorresti fermarti però”, gli chiese lei.
“Abbiamo tutta la notte per deciderlo” le disse lui, mentre le rubava un bacio.

Lei stringeva la sua mano da quando avevano iniziato quel discorso.
Dopo quel bacio strinse sempre di più e finalmente si prese coraggio per fargli una domanda che non gli aveva mai fatto.
Tu li vorresti dei figli?
Sì…” rispose lui dopo aver aspettato qualche secondo di troppo e con un tono piuttosto incerto.
Lei lo guardò dubbiosa, invitandolo con gli occhi a concludere quella frase.
Basta che somiglino a te.

Gezim Qadraku.

#tenyearschallenge

Ho apprezzato molto la challenge dei dieci anni che è diventata virale sui social in questo ultimo periodo.
Mi ha permesso di fermarmi per prendere un respiro profondo.
Dopo aver buttato fuori tutta l’aria ho fatto questo lungo salto indietro.
Dieci anni fa è stato il peggiore anno della mia vita.
Si ruppe tutto quell’anno. 
Si ruppe una parte del mio corpo.
Si sgretolò l’idea che avevo dell’amicizia.
Rovinai la mia carriera scolastica.
Tutto questo non fece altro che compromettere la fiducia che i miei genitori avevano nei miei confronti.
Sono passati dieci anni e non ho realizzato nessuno dei sogni che avevo all’epoca.
Non mi ci sono neanche minimamente avvicinato alla realizzazione in realtà.
Però questa è probabilmente la cosa più bella che mi sia successa, ovvero capire che quelli che non erano i sogni che volevo realmente.
Se qualcuno mi avesse detto durante quei giorni bui che dieci anni dopo mi sarei trovato dove sono ora, non avrei mai mai potuto credergli.
Avrei soltanto potuto ringraziarlo per la fiducia.
Quindi, che ho fatto in questi dieci anni?
Ho riparato tutto quello che avevo rotto e ogni giorno cerco di rendere quelle ferite sempre più belle.
Sto provando a trasformare le fratture in radici.
Ne sta valendo la pena.

Gezim Qadraku.

Ti auguro

Ti auguro di trovare il coraggio di fare di testa tua.
Di prendere decisioni importanti.
Di fregartene di quello che ti diranno gli altri.
Probabilmente nessuno capirà perché ti sei messo in testa di fare quella cosa, ma questo non significa che quella non sia la strada giusta per te.
Hai visto com’è passato veloce questo anno? 
Quanti rimpianti hai oggi?
Ti auguro di averne sempre di meno ogni volta che ti fermerai a pensare a come sta andando la tua vita.
Fai in modo che ogni giorno sia un nuovo anno.
Ti auguro di svegliarti ogni mattina con la voglia di sbagliare, perché gli errori e le delusioni sono il segnale che ci stai provando, che stai rincorrendo il tuo sogno.
Ti auguro di trovare qualcuno che ti aspetti per mangiare con te, anche se sono le 22 e l’ora di cena è già passata da un pezzo.
Qualcuno che prenda un aereo solo per vederti.
Qualcuno che abbia bisogno di te.
Ti auguro di avere persone da chiamare e da andare a trovare appena hai un po’ di tempo libero.
Ti auguro tanti libri e tanti viaggi. Soltanto la curiosità e la voglia di conoscere quello che ci sembra diverso può permetterci di migliorare questo mondo.
Ti auguro di avere la possibilità di poterci provare.
Una fortuna che purtroppo non tutti hanno.
Non commettere l’errore di sprecarla.

Gezim Qadraku.

Straniero

Nasci in un paese e diventi adulto in un altro.
Parli una lingua in casa e un’altra quando sei con i tuoi amici.
Hai trascorso la maggior parte delle tue vacanze dove i tuoi genitori sono cresciuti.
Lì dove li vedi felici e questo succede solo una volta all’anno.
Gli altri undici mesi li passano contando quanto manca a quel mese.
Dividi la tua vita nei momenti in cui hai preferito un paese e in quelli in cui hai preferito l’altro.
A volte ti prometti che ritornerai, altre invece ti convinci che il posto che ti ha adottato sia casa tua.
Che poi non lo sai neanche cosa significhi casa. O meglio, per te non è la stessa sensazione che possono provare i tuoi amici. Quelli che sono cresciuti in un posto e ci moriranno lì.
Proprio l’altro giorno un amico te l’ha chiesto:
“ Ma tu dove ti senti a casa?
“Sai perché io quest’estate sono tornato dopo tanti anni nella città dove sono nato e non mi ero mai sentito così straniero”.
 
Il bello di tutto questo è che ognuno la vive a modo suo, c’è chi si integra di più, chi di meno. Chi decide di tagliare una volta per tutte le radici e chi invece le lascia crescere diventando così una persona speciale, come ti piace definirti a volte.
Sei speciale perché ogni cosa è come se tu la osservassi con quattro occhi e la spiegassi utilizzando due lingue.
A volte ti senti speciale e ringrazi di esserlo.
Altre invece ti senti in difficoltà.
Finisci sempre col domandarti:
“Ma io chi sono?”
Sì perché in un posto ti chiamano in una certa maniera mentre nell’altro pronunciano il tuo nome correttamente, col suono naturale, originale.
Tu sei lo stesso, pensi. Forse lo sei o forse cambi ogni vola che superi un confine.
Alla fine non l’hai ancora capito e probabilmente non lo comprenderai mai.
 
Pensieri che prendono forma mentre osservi una scena che ti fa sorridere e ti rende triste allo stesso tempo.
Un bambino piccolo che chiede informazioni al controllore del treno perché il padre non sa parlare bene la lingua.
Guardi gli occhi pieni di vergogna del genitore e l’innocenza del bambino che ascolta concentrato tutto quello che il controllore gli dice.
Non sai perché ma finisci a immaginare le feste di compleanno di quel bambino.
 
Immagini lui che viene invitato alle feste dei suoi amichetti. Si diverte, porta i regali e come ogni altro bambino sogna di fare una festa uguale per il suo di compleanno.
Immagini che si chieda se possa permettersela, perché magari la casa dove vive non è grande come quella dei suoi compagni.
Forse lui una stanza tutta per sé non ce l’ha. Figurarsi un giardino dove mettere un tavolo lunghissimo pieno di prelibatezze da gustarsi mentre si gioca a pallone.
Te lo immagini che pensa a un’altra cosa, ai suoi genitori.
È consapevole che i suoi genitori non la sanno parlare bene la lingua dei suoi amici.
Che figura ci farebbe a invitarli a casa?
Non vorrebbe sentire mamma e papà pronunciare male le parole che lui dice così bene e in maniera così veloce, proprio come i suoi compagni di classe.
Te lo immagini che prima di andare a dormire, ogni volta, se lo chieda:
“Ma perché io riesco a parlare entrambe le lingue come se fossero le mie?”
Te lo immagini che si addormenta cercando di darsi una risposta, ma ogni volta non ce la fa.
 
Finisci di immaginare la vita del bambino e guardi il padre.
Ti auguri di non vederlo mai più quello sguardo pieno di vergogna mentre il suo piccolo gli faceva da traduttore.
Quale padre vorrebbe dipendere dal figlio?
Sono i padri che si occupano dei figli, non il contrario.
Te lo immagini che ha firmato un contratto a vita che lo legherà a un posto di lavoro che non gli piace, che sicuramente è duro e faticoso, ma che gli permette di portare a casa il cibo.
Perché questo è il pensiero principale dei padri stranieri che incontrate ogni giorno.
Portare a casa da mangiare, vestire i propri figli, mandarli a scuola e cercare di creare le condizioni migliori possibili nelle quali farli crescere.
 
Tutti i genitori stranieri che incrociate per strada nel momento in cui hanno abbandonato la propria casa hanno smesso di vivere e hanno iniziato a sopravvivere.
Hanno abbassato la testa, hanno iniziato a lavorare, hanno cercato di parlare il meno possibile perché si sono vergognati della loro pronuncia scorretta e non si sono mai concessi niente per sé stessi.
Solo quel viaggio, una volta all’anno. Tornare a respirare l’aria di casa, abbracciare famigliari e amici. Continuare a fare finta che là, dove si sta bene economicamente, tutto vada a gonfie vele.
Tutto questo per provare a dare ai propri figli un futuro migliore.
Il futuro, incognita e speranza.
Sì perché i figli crescono e capita che prendano la strada sbagliata.
Oppure non parlino, o parlino male la lingua dei genitori.
Capita che non vogliano più tornare nel posto dove sono nati.
Allora? Ne valeva davvero la pena mollare tutto e partire?
Provate a immaginare come possa sentirsi un genitore che non ascolterà mai parlare suo figlio in quella che dovrebbe essere la sua lingua madre.
 
Succede però anche che i figli la lingua non la dimentichino.
Che ogni anno non vedano l’ora di tornare là dove vedono i loro genitori felici.
Che facciano fruttare al meglio possibile tutti quei sacrifici di mamma e papà.
 
Guardi ancora una volta padre e figlio.
Si parlano nella lingua madre del genitore e lui sembra un’altra persona quando si esprime usando il suo idioma.
A suo agio, senza alcun timore.
Come il naturale scorrere degli eventi.
Ti immagini un’altra scena prima di scendere alla tua fermata.
Un futuro lontano.
Il bambino è diventato grande.
Sorride per il traguardo che ha raggiunto e festeggia con i suoi amici.
Ci sono anche i suoi genitori.
Parlano e scherzano con i fratelli e le sorelle di vita che il figlio si è scelto.
Il padre lo guarda e piange, commosso e orgoglioso.
 
Gezim Qadraku.

Quei due…

“Mi piacciono tanto quei due.
Si amano per davvero e lo noterebbe chiunque osservandoli.
Non fanno altro che cercarsi, anche quando si trovano nello stesso posto, giusto per avere la certezza che l’altro sia lì.
Si amano senza chiedersi nulla a vicenda, se non quel sentimento che fiorisce in loro spontaneo.
Farebbero a meno di tutto ciò che li circonda, anche degli averi ai quali sono più legati, pur di portare avanti la loro storia. 
Mi ricordano quelle coppie che quando uno muore l’altro lo raggiunge pochissimo tempo dopo.
Penso che l’essenza di questo indescrivibile sentimento sia proprio questa, la consapevolezza di non poter vivere senza quella persona.”

Gezim Qadraku.

Scrittore

Fuori fa freddo, è arrivato l’inverno
Le giornate si sono accorciate e il buio bussa sempre più presto alla porta
Le mura di casa sembrano aver preso un triste color grigio
La tavola è ancora apparecchiata
Una bottiglia di vino rosso quasi vuota e un pezzo di pane troppo duro da mandare giù
Si respira tristezza e silenzio da queste parti
Guardo fuori dalla finestra alla ricerca dell’ispirazione giusta, ma non trovo nulla
La macchina da scrivere e la sigaretta sono le mie uniche salvezze
Prendo in mano il giornale, sperando di leggere qualcosa di interessante
I ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri
La gente muore in nome del proprio Dio, sperando di avere una vita migliore
Sempre le solite notizie, chiudo quelle maledette pagine
Finisco la sigaretta e mi sdraio sul divano
Spengo la luce e cerco di dormire
Lo stomaco brontola, la cena è stata troppo misera
Piange anche il portafoglio, ma non ho nessuna voglia di trovarmi un lavoro e diventare uno schiavo
I miei amici si sposano e io sogno di fare lo scrittore
Il prossimo racconto sarà quello giusto.

Gezim Qadraku.

Domani è venerdì

L’orologio segna le 12 quando la campanella suona.
Non è una scuola, ma una fabbrica.
Il segnale indica che è arrivato il momento della pausa pranzo. Un’ora per riposarsi e mangiare. Ogni operaio lascia la propria postazione di lavoro e si dirige, chi più velocemente, chi meno, verso i bagni.

È qui che si incontrano Mario e Alberto, due dipendenti storici della fabbrica e amici di vecchia data. Entrambi entrati nello stabilimento nello stesso anno.
Un rapporto sincero nato durante un numero infinito di giornate passate fianco a fianco a lavorare. Poi negli anni uno è stato spostato nel reparto torni, mentre l’altro è finito ai forni. Temperature altissime per otto ore al giorno, con uomini che si guadagnano da vivere mettendo e togliendo pezzi di metallo in questi forni bollenti.
Il lavoro è sempre stato faticoso, ma prima si guadagnava bene. C’erano i soldi per potersi permettere un buon mutuo per la casa, una buona macchina e due settimane al mare ad agosto. C’erano gli straordinari pagati profutamente e le cose procedevano meravigliosamente, nonostante la fatica giornaliera.
Poi tutto è iniziato a peggiorare. Niente più straordinari, settimane lavorative che si accorciano e stipendi che non fanno altro che diminuire. A tutto questo si aggiunge la fatica di più di vent’anni di lavoro fisico.

“Allora Berto, quanto manca ad Alessio?”
“Ci siamo quasi dai. Ancora due esami. Pensa di laurearsi quest’estate.”
“Tosti?”
“Dice di no. Ma penso lo faccia per non farci stare in pensiero. 
Martina invece? Trovato qualcosa?”
“Ma va! Solite offerte imbarazzanti, soliti sputi di stipendi. È arrivata all’esasperazione, sono convinto che se ne andrà via!”
“Guarda, mi dispiace dirlo, ma penso sia la scelta migliore.” 
“Lo penso anche io guarda. “

Mentre si asciugano le mani, Alberto tira fuori lo smartphone per mostrare qualcosa all’amico, ma questo gli scivola via e cade, rischiando di rompersi. Berto sbuffa e si mette le mani sui fianchi, sfinito.

“Stanco è?”
“Cotto!”
“Dai che domani è venerdì!”

Si dirigono insieme verso la mensa, mentre commentano le ultime partite di calcio del campionato italiano. Un’ora per pensare ad altro, poi altre quattro ore di lavoro fino alle 17. La giornata in fabbrica è scandita dalla routine che ognuno si impone.
Prima la pausa caffè dopo un’oretta di lavoro, poi un giro in bagno nella speranza di trovare qualcuno per scambiare due chiacchiere, prima che arrivi la pausa pranzo.
Un’ora dopo la ripresa c’è un’altra pausa e poi la tirata fino alla fine.
Una vita fatta di conteggi, di quanto manca al weekend, alla prossima vacanza e alla pensione.
Una vita trascorsa a fare ciò che non si è potuto scegliere, per poter portare da mangiare a casa e istruire i figli.
Ancora quattro ore, poi il ritorno a casa, la cena e la televisione da guardare sdraiati sul divano, per cercare di sconfiggere la fatica.
La settimana è quasi finita, il weekend è ad un passo.
Tutto ricomincerà inesorabile, il lunedì arriverà come sempre troppo presto.
Ma ora non importa, perché domani è venerdì.

Gezim Qadraku.

Una passeggiata

Una passeggiata dietro casa, dopo una settimana trascorsa a correre.
I pensieri iniziano a percorrere luoghi lontani, mentre mi allaccio bene il giubbottino.
Raggiungo in un batter d’occhio il ponte che sta sopra l’autostrada. Sotto di me scorrono veloci un numero infinito di macchine.
Fisso quella strada, cercando di immaginarmi dove quei veicoli stiano andando. La stessa strada, che rappresenta i chilometri che mi dividono dai miei amici.
Quelli che quando mi scrivono, prima mi domandano quando torno e successivamente come sto.
Mentre il sole dà al cielo un color pesca, un bellissimo pastore tedesco mi si avvicina, voglioso di giocare.
Neanche il tempo di accarezzarlo che si allontana, richiamato dal rimprovero fin troppo severo del suo padrone.
Lo saluto facendogli l’occhiolino, prima che la sua coda sparisca tra i campi.
Mentre i pensieri continuano a viaggiare lontano, una vibrazione mi risveglia da quella sensazione di sogno ad occhi aperti.
È lei. “Scusami se ti rispondo solo ora”, mi dice.
Controllo quanto tempo è passato dall’ultimo messaggio. Più di una settimana.
Ne vale la pena? Si chiede il cervello.
Provaci, che ti costa. Mi dico.
Mi fermo, compongo il messaggio, ma finisco per cancellarlo. Le rispondo domani. Forse.
Nel frattempo l’aria si è raffreddata, il sole è sparito e in lontananza si udisce il rumore delle macchine che sfrecciano sull’asfalto.
Una foto alle nuvole, prima di riprendere la via di casa.
Sono passati solo 20 minuti da quando sono uscito, eppure mi sembra che sia trascorso un sacco di tempo.
Una camminata, i soliti pensieri e l’abbraccio della natura.
Ti ricordi che a casa c’è il nuovo libro da iniziare che ti aspetta.
Ossigeno puro per i tuoi polmoni.
Un sorriso compare sul tuo viso.

Gezim Qadraku.

Stranieri

Quando insulti uno straniero dicendogli – per esempio – di tornarsene nel suo paese, devi sapere che se fosse stato per lui, nel tuo paese, non ci sarebbe mai venuto.
Tu lascieresti famiglia, amici, parenti e le tue amate abitudini, per andare a vivere in un posto del quale innanzitutto non comprendi la lingua e dove non conosci nessuno?
No, non lo faresti. Almeno che tu non fossi in un certo modo obbligato.
Ecco, allora ricordati che quella persona è stata obbligata ad andarsene dalla sua amata terra madre.
Probabilmente c’era una guerra, magari era perseguitato o “semplicemente” non stava riuscendo a costruirsi il futuro che aveva immaginato e così ha pensato di provare a farlo in un paese che dava più possibilità del suo.

Sai, è brutto sentirsi incolpati dei problemi che affliggono uno Stato o essere etichettati come ladri di lavoro. Nessuno viene nel tuo paese a rubare nulla.
Sì, a parte quelle persone che optano per l’illegalità. Ma parliamoci chiaro, quelli ci sono dappertutto. Ce li abbiamo anche noi, come ce li avete voi.
E poi credimi, non saranno di certo gli stranieri ad incidere sulla mancata crescita del PIL o sull’aumento del debito pubblico. Anzi, dovresti sentirti onorato che abbiano scelto il tuo paese, perché significa che vedono in te e nei tuoi connazionali, persone che sono state in grado di dar vita ad uno Stato che funziona. Presumo però, che questo concento non ti sia mai passato per la mente.

Dovresti vederli, tutti questi stranieri che coniugano male i verbi della tua lingua e fanno i lavori che tu non ti sogneresti mai di accettare, quanto sono felici quando tornano a casa loro. Sempre se possono permetterselo. Piangono quando arrivano, ma ancora di più quando se ne vanno.
Vai da qualsiasi straniero e chiedigli che piani aveva quando è arrivato. Ti garantisco che 9 su 10 ti risponderanno dicendoti che le loro intenzioni iniziali erano di lavorare per guadagnare un po’ di soldi, il sufficiente per poter tornare a casa e costruirsi una vita. Poi sai come si dice, la vita è quello che ti succede mentre fai progetti.
Alla fine sono rimasti tutti, hanno messo su famiglia e hanno continuato a lavorare.
Può capitare che i figli non sappiano parlare correttamente la lingua dei genitori, ma abbiano il tuo stesso accento. Che quando tornano nella terra natia di mamma e papà, fatichino a creare un legame con i propri nonni perché non li capiscono.
Succede inoltre, che quella generazione che ha mollato tutto e si è costruita una vita nel tuo paese, non riesca nemmeno ad essere presente ai funerali dei propri cari. Perché la morte arriva da un momento all’altro e magari non riesci a trovarlo il biglietto aereo quella sera.
Nessuno vuole lasciare la propria casa, credimi. E puoi verificarlo te stesso, osservando in quanti hanno cercato di costruire nel tuo paese una loro mini terra madre. Aprendo per esempio negozi alimentari tipici, nei quali ogni tanto ci entri anche tu a mangiare.
Lo vedi allora quanto ne sentono la mancanza.

Io capisco la tua rabbia e la tua frustrazione di fronte a coloro che rubano, che non rispettano le leggi e tu giustamente pensi che si approfittino del tuo amato paese. Lo capisco che è più facile trovare un colpevole e generalizzare, se tu non riesci a trovare il lavoro per il quale hai sacrificato anni di studio, se i tuoi genitori perdono il loro posto fisso e la tua felice realtà si trasforma in uno schifo. Comprendo la tua ira, perché è la stessa che hanno vissuto coloro che etichetti come colpevoli.

Se vuoi veramente capire com’è la vita di uno straniero, prova a chiedere ai tuoi connazionali che sono andati, e continuano ad andare via. Domanda a loro cosa si prova a non sapere la lingua del posto in cui si vive, a dover accettare qualsiasi lavoro, a doversi accontentare di una videochiamata nel weekend per sentire la voce di famigliari e amici. E che fortuna ora che c’è internet, pensa com’era dura prima.

Credimi, non è una vita facile quella di uno straniero. A volte vorresti solo nasconderti e non farlo capire a nessuno. Però ci si mette in mezzo la natura, che ti ha dato il colore della pelle diverso. Se non è la pelle, allora sarà il tuo nome ad incastrarti, o magari il tuo accento. E non è di vergogna che parlo, nessuno si vergogna delle proprie origini. Semplicemente che a volte vorresti soltanto essere uno del posto o almeno poter vivere nel tuo paese e sentirti identico a tutti gli altri.
Sei straniero sempre, anche se ti integri e parli bene. Sei comunque diverso. Nessuno pronuncia bene il tuo nome, nessuno intorno a te ha le abitudini e le usanze con le quali ti ha cresciuto la tua famiglia. Uno poi cerca di adattarsi, di sdoppiarsi, di fare due vite contemporaneamente, finendo per non capire più chi è.
Arrivando ad essere semplicemente considerato come il colpevole di tutti i mali.
Perché sei straniero.
Perché non dovresti essere qua, ma saresti dovuto restartene dove sei nato.

Gezim Qadraku.

L’immagine raffigura l’opera di Bruno Catalanto, “Les Voyageurs”.