Tu.

“Bella questa attrice, vero?”
“Si ma…”
“Come ma? Pure a lei trovi dei difetti. Non ci posso credere!”
“No no, esteticamente è bellissima…”
“Ma?”
Scoppiamo a ridere entrambi, si sta riproponendo la solita conversazione. Io che cerco il pelo nell’uovo, e lei che mi fa notare come non mi vada mai bene niente.
“Trovi qualcosa che non va in tutte le donne, cosa diavolo deve avere una per piacerti?”
Ora si che sono in difficoltà, non me l’aspettavo proprio questa domanda. Continuo a pensare a come risponderle, anche se in realtà so bene cosa dire. Temo che sia arrivato il momento di svuotare il sacco. Lo capisco da come mi sento, ho il cuore che ha preso ad andare a mille e la risposta è dentro di me che aspetta da più di due anni ormai.  Dillo, diglielo ora, muoviti!
“Tutto quello che hai tu.”

Il silenzio ci travolge con la stessa forza di una valanga. Mi sembra di non udire più né la televisione, né la legna che brucia nel camino di fronte a noi. Siamo seduti sul divano uno di fianco all’altra, una coperta morbidissa ci ha scaldati per tutta la serata, che abbiamo trascorso sorseggiando del buon vino rosso, facendo finta di guardare un film. In realtà abbiamo riso e scherzato, come facciamo da quando ci siamo conosciuti. Siamo fatti uno per l’altra, ma forse questa è solo una mia illusione. Siamo a pochi centimetri di distanza, come lo siamo stati molte volte in questo arco di tempo, ma non è mai successo nulla. Non ho fatto altro che cambiare idea in tutti questi mesi, un giorno la guardavo e vedevo in lei la madre dei miei figli, mentre il giorno seguente cambiavo idea e cercavo di convincermi che tra noi c’è soltanto una bella intesa, niente di più. Il tempo si è letteralmente fermato, per un attimo penso che sia sparita, la sento così lontana. Non percepisco neanche più il calore emanato dal camino e la coperta sembra essersi ghiacciata, ho i brividi.
Non ho nemmeno il coraggio di girarmi e guardarla negli occhi, la sensazione è che mi  voglia sbranare o che sia, giustamente, delusa dal mio comportamento. Non posso aggiungere altro, tutto quello che avevo da dire l’ho detto. Continuo a fissare la legna che brucia, guardando attraverso il bicchiere colorato di rosso posato sul tavolino,  mentre il suo silenzio sembra durare un’eternità.

“Tu sei pazzo! E quando diavolo pensavi di dirmelo?”
“Volevo essere sicuro.”
“Sicuro di cosa?”
“Della tua risposta. ”
Prendo un attimo fiato e decido di buttare fuori tutto.
“Io voglio te.  Tu sei la donna della mia vita. Voglio passare tutti i miei giorni al tuo fianco. Non mi interessa nient’altro. Potrò accontentarmi anche di fare un brutto lavoro, di passare 8 ore al giorno a svolgere un mestiere che non mi piace, accettare gli straordinari e andare anche il sabato, basta che ci sarai tu a casa ad aspettarmi.
Possiamo anche mollare tutto e andare in giro per il mondo a piedi, senza una meta, ma ci devi essere tu al mio fianco.
Possiamo fare tutti i bambini che vuoi, o se preferisci non farne neanche uno e riempire la casa di cani e gatti, ma voglio farlo con te.
Non mi interessa come e dove vorrai vivere, l’importante è che tu lo faccia con me. Siamo fatti per stare insieme, non puoi non averlo capito. Tu sei felice quando stai con me, e io sono felice solo quando sto con te.
Tu hai tutto quello che deve avere una ragazza per me. Tu mi piaci.
Non posso neanche pensare di stare con un’altra persona, di stringere altre mani, di baciare un’altra bocca. Voglio te e basta. Se non starò con te, allora passerò il resto della mia esistenza da solo.
Tu ed io, insieme, saremo felici e passeremo una vita che varrà la pena di essere vissuta, credimi.
Tu ed io ci ameremo e saremo un esempio. La gente racconterà di noi e del nostro amore. Saremo una di quelle coppie che festeggiano i cinquant’anni di matrimonio, e ci chiederanno come abbiamo fatto.
Allora, ci proviamo?”

Gezim Qadraku.

Annunci

Domenica sera

La solita sensazione di malinconia avvolge la camera
Il pc riproduce la canzone dei negramaro
La pioggia cade sulle foglie marroni d’autunno
Il libro di Bukowski aspetta di essere finito
Il plaid sul letto mi ricorda che domani mattina farà freddo e sarà ancora più dura alzarsi
Il cellulare non vibra da tanto tempo
Il tuo ricordo è l’unica cosa che riempie veramente le giornate
Mi preparo un thè e conto di passare la serata leggendo
Ieri notte ti ho sognata, spero di sognarti anche stanotte
Mamma mi dice che domani non potrà darmi il passaggio
Papà mi chiede se posso portare fuori il cane
Ho finito le sigarette, un’ottima scusa per uscire a comprarle
Metto in tasca l’ipod, poi decido di lasciarlo a casa
Voglio godermi il silenzio post-cena che copre il paese
Apro la porta, mi allaccio bene il giubbotto
Asky vuole correre, sto al gioco e aumento il passo
Le strade sono così silenziose
Non c’è anima viva in giro
In tutte le case ci si prepara per domani
Per un altro lunedì, per un altra settimana
Stanno combattendo tutti la stessa sfida, stiamo combattendo tutti la stessa sfida
Compro le sigarette e ne accendo subito una
Asky vuole giocare
Alzo la testa e butto fuori il fumo
Il cielo è nuvoloso, ma bellissimo
La sigaretta è buonissima
Ho fatto bene ad uscire a quest’ora
Dovrei farlo più spesso
Ricomincia a piovere, ma decido di restare ancora un po’
È troppo bello qui fuori
Io, Asky, una sigaretta e il silenzio

Gezim Qadraku.

Hai mai provato a vivere?

Hai mai ascoltato una canzone di Mecna in autostrada, al tramonto, mentre tornavi da un viaggio insieme alla tua anima gemella?

Sei mai stato ad un concerto di Hans Zimmer a sentire le note di Time?

Hai mai passato un sabato sera sul divano, sotto una coperta, a guardarti i film di Quentin Tarantino?

Hai mai provato la sensazione di essere capito solo leggendo la frase di un libro?

Lei hai mai detto quanto è bella quando sorride e che senza di lei non potresti vivere?

Hai mai fatto l’amore per tutta la domenica?

Hai mai passato un pomeriggio intero a lanciare la pallina al tuo cane?

Hai mai scritto una lettera d’amore ad una ragazza per conquistarla?

Hai mai guardato per 20 minuti di fila un quadro di Van Gogh?

Sei mai uscito a correre la mattina presto, nonostante diluviasse?

Hai mai provato ad ascoltare per un intero viaggio la stessa canzone?
Sognando di realizzare, ogni volta che ripartiva,  un sogno diverso?

Hai mai accarezzato le mani di tua nonna?

Hai mai giocato a nascondino con un bambino?

Hai mai detto a tuoi genitori quanto li ami?

Hai mai trascorso l’intera notte sdraiato su un prato ad aspettare l’alba con il tuo migliore amico, fumando un intero pacchetto di sigarette?

Ti è mai capitato di sfogarti con uno sconosciuto e scoppiare in lacrime?

Hai mai provato a mollare tutto e ricominciare da capo?

Hai mai provato ad essere te stesso?

A fare quello che vuoi tu.
A vivere la tua vita.
Ad essere felice.

Ci hai mai provato?

Gezim Qadraku.

Mano nella mano

Sono arrabbiatissimo con lei, abbiamo rischiato di perdere il treno per la solita discussione banale e inutile. Si è ostinata a voler prendere il tram, nonostante io le avessi spiegato che ci avrebbe impiegato troppo tempo e  avremmo perso il treno. Alla fine tutto è andato come previsto, siamo arrivati alla stazione di Zurigo giusto un minuto prima della partenza. Fortunatamente il convoglio è partito con cinque minuti di ritardo e il peggio è passato.

Siamo seduti uno di fianco all’altra, davanti a lei c’è una signora francese che legge un giornale e a tutto potrà pensare, tranne che siamo una coppia. Non appena ci siamo seduti abbiamo deciso di rifugiarci nei nostri romanzi, perché leggere è un modo elegante per starsene da soli.
Io Camus e lei la Fallaci.
Siamo diretti a Parigi, le ho detto una menzogna per convincerla a venire. Le ho raccontato di un mio vecchio amico giornalista che mi vorrebbe come articolista per la sua rivista, ma in realtà non ci sarà nessuna cena con questo Jean.
Jean non esiste. Ad aspettarci ci sarà Franck, il nostro amico fotografo al quale ho chiesto di fotografarmi mentre chiederò a Valentina di sposarmi.
Domani mattina le metterò una benda sugli occhi per non farle vedere nulla, saliremo su un taxi prenotato da Franck che ci porterà davanti alla Torre Eiffel. Una volta arrivati mi inginocchierò davanti a lei, le dirò di togliersi la benda e le farò la fatidica domanda. Dopo tutte le brutte parole che le ho detto mentre eravamo in tram, probabilmente mi tirerà uno schiaffo e mi dirà di no. Ho avuto ragione io e non lo ammetterà mai. Le scuse posso sognarmele, è troppo orgogliosa per un gesto del genere.

È passata solo un’ora dalla partenza e tra l’ansia della sorpresa e l’inaspettata litigata, inizio ad avere un po’ di paura. Per qualche secondo penso che il nostro rapporto possa andare in frantumi per l’ennesima discussione, ma in realtà questo nostro comportamento di isolarci e non parlare è ordinaria amministrazione.

L’ansia continua ad aumentare e Camus non è mi più di aiuto. Ho bisogno di lei ora, non possiamo arrivare in questa maniera al giorno più importante della mia vita.
Chiudo il libro, giro la testa e la osservo mentre legge con addosso gli occhiali che la rendono fottutamente sexy. Ha appoggiato il romanzo al tavolino, sta sottolineando una frase ed ha entrambe le mani occupate. Aspetto che finisca. Ci impiega un po’, dev’essere un concetto abbastanza lungo. Utilizza sempre il segnalibro come righello, vuole che le righe  siano perferttamente diritte. È una perfezionista.
Quando, raramente, parliamo di futuro e di casa, dice sempre che le camere del nostro rifugio dovranno essere piene zeppe di libri e sulle mura scriveremo le nostre frasi preferite.
Finalmente toglie la mano sinistra dal tavolo, gliela stringo e contemporaneamente le stacco gli occhi di dosso per guardare fuori dalla finestra. Provo a stringere la presa, ma lei schiaccia più forte di me. Ho i brividi ovunque, il mio sguardo è fisso sul panorama all’esterno, ma la mia attenzione è tutta su di lei. Avevo paura che evitasse la presa o accettasse la stretta senza fare nulla. Invece continua a stringere per dirmi che mi odia, ma che non c’è problema, posso tenerle la mano e con calma possiamo iniziare a fare pace.
Proprio così, senza guardarci, facendo i finti arrabbiati , ma sotto sotto, toccandoci quasi di nascosto dal mondo, tutto è come prima.

Mi sono innamorato di lei proprio in questa maniera, incastrando le mia dita tra le sue. Mi piacque da morire. Me ne andai a casa senza neanche aver provato a baciarla, mi erano bastate le sue mani sottili e morbide. La sensazione di quel momento potrei compararla a quella  che si prova quando si legge un bel libro per la prima volta e ci si innamora della letteratura, l’istante in cui si acquisisce la consapevolezza che qualsiasi cosa brutta possa accaderti durante la vita, potrai sempre rifugiarti nei libri. Avevo appena trovato il posto dove potermi rifugiare e dissi  a me stesso che avrei voluto passare tutti i giorni della mia esistenza ad accarezzare le mani di quella ragazza.

Mentre osservo il bellissimo panorama svizzero e ripenso ai primi giorni della nostra storia, mi torna alla mente quel pezzo del giovane Holden:
Ci tenevamo sempre per mano. Detto così non sembra granché, me ne rendo conto, ma tenersi per mano con lei era pazzesco. La maggior parte delle ragazze, quando gli tieni la mano, sembra come morta, oppure pensano di doverla muovere in continuazione, come se avessero paura di annoiarti o non so cosa. Jane era diversa.  Andavamo al cinema, magari, e subito ci prendevamo la mano, e non la mollavamo più finché il film non era finito. E senza mai cambiare posizione, né fare tante scene. Con Jane non ti preoccupavi nemmeno di avere la  mano sudata. Pensavi solo che eri felice. E lo eri“.

Domani, forse, effettuerò il passo più importante della mia vita. Continuo a pensarci e sono convinto che sia la decisione giusta. Ora stringerle la mano non mi basta più, gliela prendo e la porto verso la mia bocca, le do un bacio e poi la appoggio sulla mia pancia, coprendola con la mano sinistra. Sento che smette di leggere, si toglie gli occhiali e appoggia la testa al mio braccio.
Abbiamo già fatto pace, tutto risolto. Noi siamo così, non abbiamo bisogno di parlare.
Ci amiamo tenendoci per mano.

Gezim Qadraku.

 

Straniera

“Ci avrei scommesso l’intero stipendio e l’avrei perso, menomale che ho letto il tuo nome sul cartellino. Dai è impossibile che non sei italiana”
“Ahaha me lo dicono tutti ormai, sarà per via dell’accento”
“Sei pazzesca, hai l’accento milanese. Come diavolo fai?”
“Non ne ho idea, è successo tutto in automatico”
“Roba da niente insomma…  io sono sicura che se dovessi venire in Albania non acquisirei l’accento neanche dopo 50 anni”
“Ma no, fidati che ci riusciresti”

“Quanti anni avevi quando sei arrivata?
Ah se non ti va di parlarne non c’è problema, è che sono così curiosa”
“Ma no figurati quale problema, anzi è un motivo di vanto. Avevo sei anni, iniziai le scuole elementari in Italia”
“Non dev’essere stato facile, parlavi già bene l’albanese giusto?”
“Esattamente. Il primo anno a scuola fu un vero e proprio incubo, e non solo per la lingua”
“Che ti successe?”
“Venivo presa in giro continuamente. Pensare che già in prima elementare fui quasi vittima di bullismo mi fa venire i brividi, che poi in realtà le prese in giro durarono per molti anni”.
“Che stronzi. Tu che facevi?”
“Niente, mi isolavo e cercavo di non piangere per non mostrarmi debole. Allo stesso tempo mi costruivo una muraglia intorno a me senza neanche accorgermene, la quale ancora adesso ogni tanto ha il suo effetto”
“Infatti non mi hai dato l’idea di una persona particolarmente socievole settimana scorsa”
“Anche questo me lo dicono tutti, ma quando non conosco una persona tendo a farmi gli affari miei. Sono sempre convinta di disturbare e spesso mi dimentico che i giorni in cui venivo etichettata come quella straniera sono ormai un ricordo lontano”
“Etichettata?”
“Esatto. Fino alle superiori sono stata la ragazza brutta albanese arrivata con il gommone da prendere in giro. Per anni ho pensato di non essere altro. Mi dava fastidio anche a me essere straniera, volevo semplicemente poter giocare con i miei coetanei, essere invitata alle loro feste di compleanno e che la mia famiglia trascorresse le vacanze con quelle di qualche mia compagna di classe. La realtà invece era completamente diversa, i miei parlavano male la lingua, faticavano a conversare con i genitori dei miei compagni, nessuno di loro mi invitava a casa e le mie vacanze erano un viaggio lunghissimo che durava più di una giornata, destinazione Albania. Ero una bambina e volevo soltanto somigliare ai bambini italiani, avere un nome semplice da pronunciare e fare la loro vita, tutto qui”.

“Pensi ancora le stesse cose?”
“Assolutamente no, anzi credo che in molti mi invidiano. Col passare degli anni mi sono accorta di quanto in realtà fossi fortunata, la possibilità di parlare bene due lingue, di poter vivere indifferentemente in due paesi, di essermi integrata in maniera perfetta in Italia e di sapere tutto anche di questo paese. È come se vedessi il mondo con quattro occhi, ho una visuale più ampia, due punti di vista e questo è veramente bello. Ci ho messo un po’ a mettere insieme il tutto, perché prima pensavo di essere due ragazze, quella che viveva in Italia da settembre a luglio e l’altra, quella che passava le vacanza in Albania durante il mese di agosto. A volte mi chiedevo chi fossi realmente. Crescendo e maturando ho messo insieme il tutto e sono felice di quello che ne è venuto fuori”.
“Ci torni ancora?”
“Sempre. Non esiste che durante un anno solare io non torni a trovare i miei nonni. Ora anche il fatto di aver collegato il lavoro tra Italia e Albania mi aiuta, costringendomi a fare viaggi continui. Non poteva succedermi di meglio”.
“Potete dire di avercela fatta quindi, chissà come saranno orgogliosi i tuoi genitori”
“Già, solo il fatto di essermi laureata in Italia per loro era come essere riusciti ad arrivare sulla luna. Furono in molti a dir loro che stavano commettendo un errore, quando mollarono tutto per  venire qui. Mio nonno decise di vendere tutta la terra che aveva per dare a mio padre i soldi per il viaggio. Si giocarono gli ultimi soldi così, per pagare il traghetto che sarebbe sbarcato a Bari dopo 24 ore di viaggio.  Nessuno credette in noi, ma alla fine abbiamo avuto ragione. Dopo la laurea ho aperto la mia piccola azienda e ora ci stiamo espandendo anche in Albania”

“Mi hai fatto venire i brividi davvero, non oso immaginare quanti sacrifici avete fatto”
“Noi albanesi siamo abituati a sacrificarci, siamo nati per soffrire!”
“Complimenti davvero, mi dispiace che per colpa di qualche idiota per molti anni siete stati considerati come ladri e persone pericolose”
“È sempre così e vale per tutte le nazionalità, basta che un deficiente faccia una stupidaggine e poi tutti gli altri vengono etichettati in malo modo”
“Hai ragione, lo stesso capita anche a noi italiani quando usciamo fuori dai nostri confini”
“Esattamente”
“Promettimi che mi porterai in Albania l’estate prossima”
“Promesso, ma ho paura che non vorrai più tornare in Italia ahah”
“Se non fosse per la lingua, magari un pensierino ce lo farei, ho visto di quelle spiagge in foto che mi sono già innamorata”
“Tranquilla che tanto parlano tutti l’italiano”
“Già, dimenticavo che siete dei fenomeni per le lingue.  Ti faccio solo l’ultima domanda”
“Dimmi pure”
“Se dovessi scegliere, dove passeresti il resto della tua vita?”
“Albania”
“Perché?”
“Solo per sentire il mio nome pronunciato in maniera corretta”

Gezim Qadraku.

Weekend al mare

Il viaggio è durato soltanto due ore e mezza, nessuno di noi è stanco anzi, siamo tutti euforici per questi tre giorni che ci aspettano al mare.
Ci ho messo un po’ a trovare un parcheggio e nel frattempo i miei compagni hanno deciso di lasciarmi l’unica camera singola della casa. Poco importa come ci disponiamo, tanto ci passeremo giusto le notti in camera.

Dopo aver tirato via i vestiti dalla valiga e averli sistemati nell’armadio, esco fuori sul balcone. Siamo al terzo piano, la vista è delle migliori.
Si è fatta quasi l’ora del tramonto e la città inizia a rispecchiare il colore del cielo, che è un misto splendido tra arancione e rosa. Guardando verso il basso noto i minuscoli giardini delle casette abitate dalle persone della zona che stanno aspettando di mangiare la cena, mentre discutono in dialetto. Le cucine sprigionano l’inevitabile profumo di pesce, che si inserisce in tutti i vicoli della cittadina e dà il via alla serata.
Un gabbiano sorvola la mia testa e continua il suo bellissimo movimento alato verso la spiaggia. Il mare è a poco meno di un chilometro, sento che qualcuno in sala sta proponendo di andare a farci un bagno al volo prima di uscire fuori a cena.

“Dai raga andiamo in spiaggia a beccarci gli ultimi secondi del tramonto”
“Basta che non torniamo troppo tardi che io ho prenotato il ristorante per le 21”
“ANDIAMOOO”

Finito il weekend torneremo a Milano per festeggiare le lauree di Chiara, Luca e Sabrina.  Tutti dottori finalmente, la felicità è alle stelle!
Nonostante le nostre vite si siano divise stiamo riuscendo nell’unica cosa che non avevamo ancora fatto, un bel viaggio tutti insieme.
Sento Luca e Sabrina parlare con i rispettivi genitori per sistemare gli ultimi preparativi delle feste, il fatto di aver dato gli esami finali insieme li ha fatti avvicinare e tra di loro è nata una relazione. Sono così timidi che nessuno dei due ce l’ha detto apertamente. Stanno proprio bene insieme, chi se la sarebbe mai immaginata una storia d’amore tra loro.
Luigi mi sembra rilassato, gli ultimi tempi sono stati così difficili per lui, prima la brutta esperienza lavorativa a Bruxelles e poi il periodo di stress. Sono sicuro che questa vacanza gli permetterà di riprendersi.
Chiara invece è così tesa che non riesce proprio a nasconderlo, ci penseremo noi a distrarla un po’.  Non ci vuole dire il voto finale, ma siamo sicuri che avrà ricevuto la lode.

“Allora andiamo???”
“Un attimo che mi devo lavare i denti”
“Ma cosa ti lavi i denti ora?”
“Eh ma lo sai che deve uscire bene nelle foto ora che sta diventano una blogger”
“AHAHAHAH”
“Smettetela idioti!”

Mentre osservo il sole che si abbassa lentamente, mi accendo una sigaretta e cerco di immaginarmi come andrà questo weekend. Il fatto di avere un solo bagno per otto persone ci porterà sicuramente a litigare, ne sono certo. Faremo fatica a convivere tutti insieme, ma il divertimento sarà superiore a qualsiasi cosa. Stiamo facendo mille progetti da quando siamo partiti, abbiamo deciso che ci sveglieremo sempre presto per goderci a pieno il mare, che giocheremo a carte, a beach volley e aspetteremo i tramonti in spiaggia tra una birra e l’altra. Quest’inverno festeggeremo quattro anni di amicizia, ma la cosa più bella è che nonostante la distanza e le sempre minori uscite insieme, ci basta rincontrarci e dopo neanche due secondi tutto riparte da dove si era fermato.

“La sabbia tra le dita, la schiuma del mare, l’odore della crema solare, la pelle rossa scottata, gli occhiali da sole, gli asciugamani, il venditore di cocco, l’aperol spritz, i bagnini, le partite a carte, i tramonti, le risate, gli amici, la nostra vacanza”.

Sento Marika che mi chiama chiedendomi se sono pronto per uscire, spengo la sigaretta e cerco le infradito.  In corridoio c’è un gran baccano,  Marco mi tira un coppino appena uscito dalla stanza e tutti si mettono a ridere mentre noi diamo vita ad una mini rissa. Aspettiamo Silvia che ci mette sempre una vita a prepararsi e finalmente usciamo.
Le ragazze prendono l’ascensore, mentre noi maschi siamo costretti ad utilizzare le scale. Una volta arrivati giù iniziamo a camminare a due a due in direzione mare.

La sabbia è ancora calda e il sole non ha proprio intenzione di andare a riposare. Mentre ci posizioniamo per farci un selfie Luca rompe il suo silenzio:
“Credetemi se vi dico che appena arrivati questo posto non mi ispirava per niente”
“Neanche a me, quella via mi è sembrata così sporca”
“Il mare sistema tutto!”
“ESATTO!”
Si vede che Luca è innamorato e decide di uscirsene con la migliore della frasi possibili:
“Che poi chi se ne frega del posto, l’importante è che siamo insieme”.
Il silenzio incombe di nuovo su di noi, restiamo  immobili a goderci le bellissime parole di Luca. Ha proprio ragione, ogni volta che siamo insieme tocchiamo con mano la felicità.

Laurea

Dev’essere stato un giorno come tanti altri, quando entrai in Università e per la prima volta vidi una giornata di laurea. La struttura straripava di persone, tutti vestiti ad hoc per quel momento così speciale. Ricordo ancora perfettamente la mia reazione, mi fermai ad osservare tutte quelle persone felici e non smisi di sorridere per tutto il resto del giorno. Fu da quel momento che iniziai a sognare la mia laurea. C’era ancora tantissima strada da fare e fortunatamente non avevo la più pallida idea degli ostacoli che avrei dovuto superare.

La carriera universitaria proseguiva, gli esami pian piano iniziavano a diminuire e tra compagni si iniziava ad accennare la parola “tesi di laurea”. I discorsi erano ancora molto vaghi, ma qualcuno aveva già deciso il Professore da scegliere come relatore.

Mentre gli ostacoli iniziavano ad aumentare e le sicurezze diminuivano pericolosamente, il sogno di quella giornata era sempre presente.

Ho sognato la mia laurea durante tutti i weekend trascorsi in biblioteca a studiare fino alla chiusura, soprattutto d’estate, quando il caldo rendeva tutto così difficile.

Ho sognato la mia laurea tornando a casa dopo non aver passato un esame, pensando ai sacrifici che i miei genitori stavano compiendo per farmi studiare e io mi sentivo di essere soltanto una delusione.

Ho sognato la mia laurea quando, stupidamente, per qualche secondo ho pensato di mollare tutto perché non credevo di potercela fare e quel traguardo mi sembrava così maledettamente lontano.

Ho sognato la mia laurea dopo aver dato l’esame più difficile, convinto che ormai fosse fatta, ma mi sbagliavo, perché c’era da sudarsi ogni esame, anche quello più facile.

Ho iniziato a sognare la mia laurea sempre più spesso, perché ho capito che era l’unico modo col quale avrei potutto rendere i miei genitori fieri di me e io nel mio piccolo avrei potuto dire che in qualcosa ce l’avevo fatta.
Dovevo riuscirci, non c’erano altre opzioni.

Ho sognato la mia laurea anche la notte scorsa. Ero vestito come l’occasione richiede, attorno a me c’erano la mia famiglia, parenti e amici, tutti coloro che mi hanno aiutato in questo percorso così tortuoso.
Poi mi sono svegliato e ho realizzato che quel giorno era finalmente arrivato. Ho preso per mano genitori, parenti, amici e li ho portati in Università, mentre i miei amati compagni erano già lì ad aspettarmi. Ho chiuso un attimo gli occhi e quando li ho riaperti mi sono ritrovato con la corona d’alloro in testa, la laurea in mano, le facce felici, commosse e piene di orgoglio di tutte le mie persone.

Pensavo non ci potesse essere niente di più bello di questo traguardo, ma mi sbagliavo. Mentre festeggiavo guardavo i miei colleghi e notavo che molti di loro non avevano molta gente a seguito, io invece facevo fatica ad abbracciare tutti.
Avere una marea di persone intorno a te che festeggiano il tuo trionfo, è la cosa più bella che ti possa capitare nella vita.

Alla mia famiglia,
ai miei parenti,
ai miei amici.
Grazie per aver creduto in me.

Gezim Qadraku.

 

 

 

 

 

Reportage

Bukowski ha scritto che solo i poveri conoscono il significato della vita, chi ha soldi e sicurezza può soltanto tirare a indovinare. Penso che questa frase sia stata decisiva nella  mia scelta di intraprendere la carriera da giornalista. Il vecchio Buko ha sempre raccontato di persone ai margini della società, trovando in loro  le migliori storie possibili. Tutto ciò, col tempo, mi ha fatto venire una voglia matta di incontrare quel tipo di gente e di scoprire le loro vite.

Continuo a ripetermi le sue parole mentre esco dall’ostello di Stoccarda dove io e il mio cameramen abbiamo passato la notte. È il mio primo servizio, un ex compagno di Università che si è trasferito qui, mi ha consigliato di venire a fare un giro e guardare con i miei occhi come in una delle città più ricche della Germania, di notte saltino fuori dei veri e propri fantasmi viventi. Immigrati da tutto il mondo, arrivati qui in cerca di fortuna e finiti a vivere in strada, tra una siringa e l’altra.

Sono le undici di sera passate quando usciamo dalla stanza, mancano pochi giorni all’arrivo dell’estate, ma certe folate di vento mi fanno venire i brividi. Ci stiamo dirigendo verso la stazione centrale – Hauptbahnof –  e c’è veramente poca gente in giro. Ci impieghiamo una buona mezz’oretta a piedi, ma una volta arrivati sembra di essere in un supermercato. C’è tutto quello di cui ho bisogno, vedo in diversi punti dei senzatetto e ragazzi che si nascondono alla nostra vista, mentre cercano di prendere la propria dose di droga.

Dopo una rapida occhiata dico a Francesco di accendere la telecamera e di segurmi. Ho scelto il mio obiettivo, da lontano mi sembra l’unico a non aver avuto una reazione dopo averci visto. Mi avvicino a lui e mentre faccio per salutarlo mi fa un cenno con la testa, lo prendo come un consenso ad essere filmato.
Si chiama Ivica, è di Sarajevo. Faccio fatica a presentarmi, il primo ragazzo che intervisto arriva da uno dei miei paesi preferiti. Francesco mi fa un segno con la mano per ricordarmi che stiamo girando e sono in silenzio da troppi secondi. Iniziamo a parlare, il suo inglese è pazzesco, non si ferma mai e sembra uno di quelli che ha superato l’IELTS a pieni voti. È arrivato in Germania circa un anno fa, dopo averle provate tutte in Bosnia per ricostrursi una vita, ma là non c’è più niente mi dice.
Inizia a raccontarmi della guerra senza che glielo abbia chiesto. È riuscito a sopravvivere ai 1421 giorni di assedio che la capitale bosniaca dovette subire.
“Come hai fatto?”
“Non ne ho idea. Ti abitui alla guerra, non puoi fare altro”.
Mi racconta che dopo neanche un anno il cibo iniziò a scarseggiare e allora incominciarono a mangiare l’immangiabile, come la colla dei cartelloni pubblicitari o qualsiasi pianta trovassero per terra.
“Era meglio morire a Srebrenica insieme a tutti gli altri”.
Al suono di quel nome, Srebrenica, mi si blocca anche il respiro. Non ho il coraggio di chiedergli niente. Mentre osservo i suoi jeans bucati all’altezza delle ginocchia, le  converse di color grigio sporco e la felpa strettissima, lui inizia a prepararsi una  dose di eroina da iniettarsi in vena.

“Perché lo fai?”
“Perché per un po’ mi dimentico della mia vita di merda”
“Come fai a guadagnarti i soldi per comprarla?”
“Non te lo posso dire”
È passato dall’essere cordiale e gentile, al carattere glaciale e riservato tipico dei Balcani che ho sempre letto nei libri. La nostra conversazione si interrompe dopo che Ivica si inietta in vena la sua dose. Passa più di un minuto nel quale il suo sguardo è perso e non risponde più alle mie domande. Penso di essermi giocato il servizio, quando all’improvviso ha un sussulto:
“Lo conosci il viale dei cecchini?”
È come se mi avesse acceso la lampadina, ho scritto la tesi sulla guerra in Bosnia, so praticamente tutto di quel conflitto. Con un tono fin troppo sicuro glielo riferisco:
“Certo, io so tutto della guerra in Bosnia”
Lui mi guarda per mezzo secondo, fa un tiro di sigaretta e sorridendo mi risponde:
“Voi non sapete niente della guerra”.
Si alza immediatamente e se ne va’ senza dire più niente. Rimango di sasso, ero pronto a proseguire l’intervista e cercare di scoprire qualcosa di più, ma lui ha deciso di distruggermi con quelle poche parole.
Restiamo in giro con Francesco fino alle 3 di notte, riusciamo ad intervistare altri tre ragazzi giovani provenienti tutti dall’este. Poi una donna e un uomo, entrambi tedeschi nati nella DDR, che tirano avanti chiedendo l’elemosina appostati di fronte ai negozi di marca, dato che la pensione non basta più.

Dopo quattro ore di lavoro ci dirigiamo verso l’ostello, Francesco mi sembra entusiasta di quello che abbiamo fatto, io invece non potrei essere più deluso di così.
Ho guardato un video di Federico Buffa prima di partire e raccontava come Kobe Bryant abbia passato la sua carriera a cercare di farsi accettare dai suoi colleghi di colore, come se ogni volta provasse a dire loro: “Guardate che sono come voi”.
Avrebbe tanto voluto esserlo, ma non poteva. Il suo passato parla chiaro, lui  è cresciuto in Italia, figlio di un giocatore di basket professionista, non ha dovuto fare la fame e rischiare la morte come la maggior parte dei ragazzi di colore americani.  Non puoi diventare qualcosa che non sei.

Domani monteremo le interviste e ci occuperemo di inserire i sottotitoli. Il servizio dovrebbe andare in onda tra una settimana, sarà il mio debutto in televisione, tutta Italia scoprirà un nuovo giornalista. Dovrei essere felice, ma non lo sono. Ho provato per anni la stessa volontà di Kobe Bryant, ovvero essere come loro: i poveri, i rifugiati di guerra, i senza tetto. Stasera ho capito che non potrò mai esserlo.
Mi è bastato il primo incontro per comprendere a pieno le parole di Bukowski, mezz’oretta di intervista con un ragazzo bosniaco reduce dalla guerra è stata più interessante di 26 anni della mia vita agiata.
Cosa abbiamo di interessante noi persone fortunate? Un bel niente.
Sin dal momento in cui veniamo alla luce, la nostra vita è già segnata in maniera precisa dai nostri genitori.
Le migliori scuole, i vestiti di un certo spessore, le compagnie di un certo rango, le vacanze in determinati posti. Tutto sempre per il meglio.
Una vita invidiabile, ma per nulla interessante.

Mi butto sul letto, socchiudo gli occhi e continuo a riflettere. Sto pensando ad un titolo da dare al servizio, quando arrivo alla conclusione che il mondo, fondamentalmente, si divide in due: noi, i privilegiati e loro, i dimenticati.

Gezim Qadraku.

(Questo racconto è frutto della fantasia dell’autore, nulla di ciò che è stato scritto è accaduto realmente)

 

8 ore

L’orologio segna le 21:57, il secondo turno è quasi finito, ci guardiamo tra di noi e siamo tutti d’accordo che possiamo andarcene a casa. Rubiamo tre minuti alla giornata lavorativa e cerchiamo di aggiungerli al nostro venerdì sera. Ecco come siamo conciati, a sentirci felici di uscire tre minuti prima dal capannone.
Fuori l’aria è pungente, mi allaccio bene il giubbotto e mi dirigo verso la macchina. Giorgio ci augura buon weekend mentre si accende una sigaretta. Dovrebbe smettere, almeno così gli ha consigliato il medico dopo l’infarto che lo stava facendo secco qualche mese fa.
“Non mi interessa arrivare in forma alla morte, voglio arrivarci con la sigaretta in bocca e il pacchetto pieno da fumarmi insieme a Dio”. Questo è il suo motto.

Neanche il tempo di aprire la macchina che sento Mario fare retromarcia e partire a tutto gas. Trent’anni di uomo che passa ogni venerdì sera con le prostitute meno costose, per poi trascorrere la settimana successiva a inventarsi i migliori racconti di quelle che devono essere le scopate peggiori del mondo.
Tolgo le scarpe antinfortunistiche, le calze sono fradice di sudore e mi sento sempre più sporco. La polvere, quella che devo togliere otto ore al giorno per prendere 1000 euro al mese. Penso che ormai mi sia entrata nelle vene, sono diventato spazzatura. Carta, plastica, vetro, polvere, tanta, troppa polvere in tutti questi anni.

Indosso le scarpe da ginnastica che ho comprato qualche mese fa al mercato e finalmente posso appoggiare la mia schiena malandata allo schienale del sedile. Ogni volta la stessa sensazione di benessere, manco fosse un idromassaggio. L’effetto rilassante provocato dal sedile è momentaneo, ormai ho tutti i muscoli tesi, la schiena, le braccia e il collo sembrano marmo. Tutta la stanchezza dei cinque giorni lavorativi si fa sentire adesso. Accendo la macchina e parto verso casa.
Al primo semaforo mi si affianca un auto piena di giovani. Ci sono due ragazzi davanti e uno dietro seduto tra due ragazze che sembrano decisamente più giovani.
Si passano una bottiglia di plastica che all’interno contiene un liquido di colore roseo. Sarà la solita miscela di alcool. Il semaforo è ancora rosso e il giovane al volante si fa passare la bottiglia, cercando di berne il più possibile incitato dagli altri.
“Non fare cazzate” vorrei dirgli, ma il clacson di quello dietro mi avvisa che è già scattato il verde e devo sbrigarmi. Alla radio nel frattempo lo speaker annuncia quale sarà il tema di questo venerdì sera:
“Cosa sognavate di diventare quando eravate bambini?”

Entro in autostrada, inserisco la quinta e mi rilasso definitivamente. Giusto qualche secondo per godermi la strada completamente vuota e la pioggia inizia a cadere sul parabrezza. Faccio andare i tergicristalli e maledico quelle goccie d’acqua.
È da un mese che i bambini mi chiedono di portarli a fare un picnic al lago, ma ogni volta il tempo peggiora nel weekend. Ho trascorso tutta la settimana a controllare il meteo, dava soleggiato sia sabato che domenica.
Mentre supero uno dietro l’altro i tir e prego che smetta di piovere, ripenso alla mia infanzia.

Ero fin troppo ambizioso quando ero soltanto un bambino, volevo fare l’astronauta, mi affascinavano i pianeti e sognavo di passare la vita in orbita.
Peccato che per raggiungere un sogno del genere avrei dovuto studiare, ma decisi di abbandonare i banchi di scuola a soli sedici anni.
“È bravo ma non si applica”, mi resterà per sempre il rimorso di non essermi applicato, ma non ce la facevo proprio a stare seduto a studiare.

La trasmissione radiofonica prosegue e tra una canzone e l’altra il conduttore  inizia a leggere i primi messaggi. I soliti sogni: calciatore, poliziotto, attrice ecc…
Per un momento immagino di telefonare alla radio e raccontare qual era il mio desiderio:
“Da piccolo avrei voluto fare l’astronauta, sognavo di portare la bandiera del mio paese sulla luna”.
Mentre ripeto quella frase, la mente elabora quella che sarebbe la conversazione con lo speaker : “Alla fine poi, cosa hai fatto nella vita?”
Già, che cosa ho fatto nella vita?
Ho trascorso la mia esistenza facendo per otto ore al giorno un lavoro orrendo, ho mangiato, dormito e sperato che la domenica non piovesse.

Gezim Qadraku.

Una vita Social

Capitava spesso di imbattermi tra i vari profili dei miei amici, in alcuni di quelle persone che davano l’idea di avere una vita favolosa. Lo capivi immediatamente dalle foto, erano perfette. Si facevano ritrarre nelle migliori posizioni possibili, accerchiati dagli sfondo più belli. Si passava dalle immagini in spiaggia, per mostrare l’ottima forma fisica a quelle davanti ai piatti deliziosi, per ostentare un po’ di ricchezza, ma non troppa. Quella vera, di ricchezza, la ostentavano pubblicando foto che li ritraevano in giro per il mondo ad ogni festività, su barche o macchine costose. Ciò che non mancava mai nei profili di queste persone, era il partner di turno (che fosse il terzo in un anno a chi importava?) Essere impegnato sentimentalmente era l’ulteriore prova di una vita da sogno. Insomma, bastava unire i puntini e ci si poteva accorgere che a loro a non mancava proprio niente.
I viaggi, il buon cibo, i soldi, gli oggetti costosi, l’amore, ecc…

Una vita social in costante aggiornamento era il nuovo metodo per dimostrare di essere qualcuno, ma non uno qualsiasi, bensì la persona da tot like e tot seguaci. E scusate se vi sembra poco.
Si viveva contando i like raggiunti da una foto o da un post, aspettando le richieste di amicizia da quelli che contavano, cercando di farsi trovare nel posto più cool del momento e farlo sapere a tutti. Erano quei tipi di giovani che frequentavano le migliori università della città, ma il percorso di studi era indifferente, perché una volta finito gli aspettava un posto nell’azienda del padre o in una dell’amico di famiglia. Non sapevano neanche come se lo fossero guadagnato quel posto di lavoro, perché se glielo chiedevi ti rispondevano:
“Boh, ci ha messo una buona parola mia madre”. 

Queste erano le persone che contavano veramente, quelle che mostravano tutto e non si tenevano niente per sé. Quelle che non ne volevano sapere di faticare, ma si lamentavano tutto il giorno. Quelle che si descrivevano come diverse, ma passavano la loro esistenza a condividere le foto del proprio cane.
Cosa ci si poteva aspettare da individui del genere?

Gezim Qadraku.