L’amore

Ho incontrato un uomo l’altra sera
Anziano, aveva 85 anni
Mi ha raccontato la sua vita
Mi ha detto che ha trascorso 65 anni insieme a una sola donna

Ha baciato solo le sue labbra
Ha fatto l’amore soltanto con lei
Ha accarezzato soltanto le sue mani
Ha avuto occhi solo per lei

Gli ho chiesto come avessero fatto,
com’era possibile una storia del genere
Mi ha detto che ai tempi c’era più fiducia
C’era voglia di stare insieme

Anche quando le cose andavano male
Ci si amava per davvero
Si credeva in quel sentimento
Si era disposti a dare la propria vita per amore

Gezim Qadraku.

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L’astuccio

Una mattina di settembre del 1998.
È il mio primo giorno di scuola.
Ho cinque anni e da pochi secondi ho scoperto il significato della parola “astuccio”.
La maestra ci ha detto di prendere gli astucci e metterli sul banco. Tutti i miei compagni si sono girati verso le cartelle e hanno tirato fuori questi cosi colorati.
Ho fatto lo stesso movimento anch’io, ma nel mio zaino non c’è nessun astuccio.
Lo sapevo, ma per un attimo ho pensato che magicamente potesse apparire.
Purtroppo non è stato così.

La maestra continua a parlare, ma io ho già smesso di ascoltarla. Ho gli occhi fissi sull’astuccio del compagno seduto di fronte a me.
È di colore arancione, bello, grande. Ha tre cerniere.
Nella mia testa quelli sono tre piani.
Lo descriverò così quando tornerò a casa, oggi pomeriggio, a mamma e papà.
“Mi serve un astuccio. È un coso a tre piani.”
Non siamo italiani, non abbiamo una buona gestione della lingua, non ce l’avremo mai.

Poi tutti li aprono. Sono stupendi. Dentro ci sono matite e pennarelli colorati. Sono diversi, ma hanno tutti due cose in comune: sono colorati e hanno tre cerniere. Mi piacciono veramente tanto.
Riporto lo sguardo sul mio banco. È vuoto.
Io ho solo una matita e una gomma.
Ma non è finita qui. Su ogni banco c’è scritto su un pezzo di carta il nome dell’alunno. Il mio non è scritto in maniera corretta.  Dovrei dirlo alla maestra. Alzare la mano e chiederle quello che non capisco. Così mi ha detto di fare mamma.

“Se non capisci una cosa, alza la mano e chiedi alla maestra.”

Non sto capendo perché il mio nome è scritto in quel modo.
Non alzo la mano, non lo farò mai, ma ancora non lo so.
Ora, ripensandoci, mi accorgo che in quella prima ora del mio primo giorno di scuola c’è rinchiusa gran parte della mia vita.

Ho cinque anni, guardo i miei compagni di classe e mi danno l’idea di essere uno uguale all’altro. Hanno tutti un astuccio, una bella cartella colorata e mi sembrano dei pezzi di puzzle che possono incastrarsi tra di loro.
Io no. Io non ho un astuccio, la mia cartella non è colorata come le loro, il mio nome è scritto in maniera scorretta e non suona naturale come quelli italiani. Sono diverso. Provo per la prima volta quella sensazione di un’ombra che mi copre. Come se la stanza fosse illuminata e ci fosse qualcuno da sopra che toglie la luce soltanto a me, facendomi sparire.
Non lo so ancora, ma anche quella sensazione si ripeterà per molto, troppo tempo.

Dovrei dire alla maestra che il mio nome non si scrive così, ma non lo faccio.
Dovrei dirle che non ho l’astuccio, magari lei ne ha uno per me, ma non lo faccio.
Ho paura, mi sento diverso e questa cosa mi mette a disagio.
Ho cinque anni e dovrei chiedere aiuto, ma non lo faccio.
Cerco solo di nascondermi, mi sposto per essere giusto dietro al compagno seduto davanti a me, così penso che la maestra non riesca a vedermi. Trovare una soluzione anche se in mano non ho niente. Farò sempre anche questo e diventerò piuttosto bravo.

 

 

Anche domani andrò a scuola senza l’astuccio, nonostante per tutta la notte avrò sognato di sedermi al mio banco e tirare fuori dalla cartella quel coso arancione a tre piani. Supererò pure il secondo giorno, anche se sarà più difficile del primo. Farò sempre anche questo nella vita, scavalcare qualsiasi ostacolo, ma il problema ogni volta è ciò che lascerò dietro. Me ne sto accorgendo solo ora di tutto quello che ogni ostacolo si è portato via da me.

Finalmente al terzo giorno ce l’avrò anch’io, l’astuccio. Ma il mio non sarà come quello degli altri. Sarà la cosa più lontana possibile da quello arancione a tre piani.  Il mio avrà un solo piano e sarà meno colorato. Non lo so ancora, ma quella è una sorta di regola che mi accompagnerà per molto. Io non posso avere le stesse cose che hanno gli altri. Io le avrò diverse. Saranno meno belle e dovrò aspettare del tempo prima di poterle ricevere. Quando le avrò sarà già troppo tardi, perché nel frattempo i miei compagni o amici avranno trovato altro e così dovrò aspettare di avere l’altro, ma arriverò ancora una volta in ritardo. E questo succederà costantemente.

Non dirò nulla, non mi lamenterò mai, cercherò di trovare sempre una soluzione. Proprio come sto facendo ora, mentre mi nascondo dietro la testa del mio compagno e la maestra non si è accorta che il mio banco è vuoto, che mi manca l’astuccio, che il mio nome è scritto in maniera scorretta, che non mi sto godendo il mio primo giorno di scuola. Che ho paura, tanta paura.

Quei tre piani dell’astuccio sono stati difficili da superare. Erano parecchio alti e io ero così piccolo. Il primo ostacolo della mia vita, il più difficile.
Eppure l’ho superato, ma molto di me è rimasto incastrato in quei piani, mentre cercavo di scavalcarli a fatica. È come se avessi smesso di essere un bambino dopo quel primo giorno di scuola. Gli altri crescevano giocando, ridendo e facendo i bambini in maniera spensierata. Lo facevo anch’io in un certo senso, ma nel frattempo capitava che per qualche istante mi fermassi a guardarli e mi domandassi perché non potevo essere come loro.

Ho cinque anni.
È il mio primo giorno di scuola.
Tutti i miei compagni hanno l’astuccio.
Io no.

Gezim Qadraku.

Ti ho cercata

Ti ho cercata tutta notte
Ho sognato soltanto te
Ci siamo incontrati nei sogni, come succede da tanto tempo
Ti rincorrevo e tu continuavi a scappare

Volevo parlarti
Non so cosa avessi da dirti di preciso
Correvo più forte che potevo
Ma tu eri sempre più veloce

Ho aperto gli occhi e ho continuato a cercarti
Nel letto non c’eri
Non ci sono più tracce di te
La stanza odora della tua assenza

È un odore atroce, non è rimasto niente del tuo profumo
Ne è passato di tempo
Avrei dovuto abituarmi della tua assenza, ormai
Ma come faccio a dimenticarmi di te?

Gezim Qadraku

Coffee time

I remember that at that time I got into this habit of writing a list of the things I wanted to do during the day.
I had read a few motivational books and everyone suggested that I should have written down my daily schedule as soon as I woke up and then, before going to bed, mark out all the activities that I had been able to do.
It gives extra motivation, they explained. When you go home and check how many things you were able to do you feel a sense of pride towards yourself. Otherwise, it is still a useful tool for understanding how to organize your day.
It was a time when I woke up really early every morning, practiced Yoga, trained before going to work and I had totally changed my diet. Habits light-years away from my past everyday life.

After meeting her, I started to leave a space between my activities for her. We met each other in the office corridors. She worked two floors above mine, but very often she had to go down. One day she needed to talk to me and it was a great excuse to take a break and have a coffee. Just the time for a short chat and that became a routine.
“Coffee?” and we met somewhere, with these pauses that began to grow longer and longer. And everything became more and more interesting. She, her ways of doing things, her habits and her shyness that never disappeared. I immediately mentioned to her that I should have soon left that office. My skills were needed by our employees in another city.

Moving to work, something I’d always loved. A point that probably played in my favor during the interview job. I had given my full willingness to move and move periodically.
But in those days, the only thing I wanted to do was go back and no longer give that availability.
I understood why I’d always wanted to move so much.
I had never had a reason to stay in a place before.
I realized that I never thought that I could have missed someone.
I had never told anyone, saying goodbye to them, “I’ll miss you”.
The time had come and I just didn’t know how to handle it.
I would have missed her. That was not much but sure.
I still missed her before I left, I missed her even though I saw her every day and I hoped that every second with her would last forever.
Although we knew that nothing more would come, it was still something. A new feeling that had upset my everyday life.

It was fine in those moments.
We were not the kind of people who need to talk to understand each other and this had brought us closer from the beginning, as all those people who at least once in their lives have been silent with someone for a series of minutes without feeling uncomfortable can well understand.
Without feeling that terrible feeling of having to say something.
It happens rarely, with few people, and it’s right.
We went on for a period that now seems infinite to me – on second thought – but at the time I felt a blink of an eye. Until I told her because, in the end, the things have to be said. And you have to do it by looking people in the eyes. Which was easier for me with her. I felt comfortable looking at her, I felt safe inside her pupils.

It’s never enough” I confessed to her, stroking an eyebrow and losing myself for the umpteenth time in her eyes.
What?” she asked me, in a surprising and curious tone.
The time with you!“I replied, smiling.
Somehow trying to show her how happy it was to be with her.

Gezim Qadraku.

I’ll be back soon

I’m at the airport, waiting for a friend who’s coming back from London after two months of work. The speaker announces that the plane is half an hour late. Not having many options I decide to take a walk aimlessly. I wonder for a while until I reach the departure gates.
My attention is immediately captured by a child and what should be his father. I am kidnapped by the way the little one is glued to the parent. I sit on a bench and keep watching them. I can already imagine how this story will end.

After a couple of minutes, the father hugs his woman with a touching and deep gesture. They remain attached to each other for an indefinite time. When they come off, both have shiny eyes.  He is a little less, while she just can’t hold back her tears. It’s a blow to the heart to look at her, it hurts me. She tries to hide the emotion by looking up and putting on her sunglasses. She doesn’t want the child to see her like that.
The father is holding back because now comes the impossible part. He lowers himself towards his little one, caresses his hair and pulls out a forced, hard-fought smile, while he succeeds in the very complicated exercise of keeping tears inside his body. I can get a very clear idea of the power of the knot in the throat she’s trying.

He hugs him hard and the son literally clings to his body. It’s a snapshot, a flash. There should be someone – for each one of us – who takes pictures or films certain moments of our existence. That gesture should be shown in schools to explain the meaning of parent, child, family.
It is impossible to think that those two bodies could come off. It would be like asking or expecting, that a natural event stops following its course. Ask the flowers not to bloom in spring or the water of the rivers not to feed the seas. You can’t do that.
The mother is forced to do what she does not want. She pulls the baby to herself with a quick gesture, somehow trying to reduce the pain. As if that was possible.
I read the father’s lips: “I’ll be back soon”.
The child knows that he is lying to him and bursts into a roaring cry. He turns around and hugs the legs of the mother. She looks at her man, gently caresses his face and tells him to go. In my heart, selfishly, I wish myself the good fortune to find such a woman.
He looks at the little one and then turns his back on his family.

The emptiness that is created is deafening. For a moment I think the whole airport has stopped and is watching them. I don’t feel anything. I can only feel the pain of those three people that increases dramatically every second that passes.
I know this kind of stories. I’ve already heard those words. I know how that child feels. He doesn’t understand why her father is doing something as terrible as going to work somewhere far away. He feels betrayed and is not wrong. But what he doesn’t know is that his father is doing such a bad thing just for him. So that he doesn’t miss anything now that he’s small and above all, so that, in a certain way, he can secure a future when he’ll be big.
That child will understand it, he will understand all this when he is grown up. But now he doesn’t care. Now he just wants to have his father there with him to play and go and eat ice cream together.

What the father doesn’t know is that he will lose pieces of his son’s life forever. He’ll let days, months and maybe years slip by. This will last until he can take it with him or decides to return. It may happen if the period of distance is prolonged for too many years, that that son will not be able to recognize him and will go into the arms of someone else when he will be back.
He will ask his mother, “Who is this man?”.
And then that father will take all the blame in the world. He will wonder if it was worth it to make his creature suffer. To live far from his family and then to return so as not to be recognized.
What all those who left their land asked themselves at least once in their lives: “but was it really worth it?”
Yes, as if a simple human being were able to answer such a question.

I take one last look at that child and remind of the story my mother used to talk to me. The photo of the three of us, with my father holding me in his arms a few days after birth next to my mother, who I asked her to kiss before falling asleep while he was away. When he came back and I told her to make him sleep under the bed, that man.
I didn’t call him Daddy anymore. He had become “that man”. It had been a long time since he left and I was just a child. I was not to blame, neither was my father. It’s nobody’s fault actually, it’s life.
I always wondered how he felt, but I never had the courage to ask him directly.
I go outside to smoke a cigarette and I pray that no father should be forced to make such decisions.

Gezim Qadraku.

Quale guerra?

C’era la guerra in Kosovo e io ero in prima elementare.
C’era la guerra, ma io non lo sapevo.
Non la sentii mai quella parola in casa.
Eppure la nostra gente moriva.
Moriva mio nonno in quei giorni e altri miei parenti.
Mia madre perdeva una parte di se stessa per sempre.
E io non mi accorgevo di nulla.
C’era la guerra nel mio paese eppure la mia vita continuava.
Andavo a scuola e agli allenamenti.
Giocavo al parco con i miei compagni di classe.
Guardavo i cartoni, facevo i compiti e chissà cosa sognavo di diventare.
Forse l’astronauta o magari già il calciatore.

C’era la guerra, ma io non lo sapevo.
I miei genitori guardavano il telegiornale di nascosto.
Parlavano a bassa voce con i parenti.
Mi stavano nascondendo tutto.
Non mostravano il dolore che li stava distruggendo.

Poi la guerra finì e noi tornammo in Kosovo.
Entrammo in una casa che non conoscevo.
C’era la nonna, lo zio, la zia e i miei cugini.
Il nonno non c’era.
Forse è andato da qualche parte, pensai.
Ma poi tutti incominciarono a piangere e allora capii.
Non domandai nulla perché compresi immediatamente cosa era successo.
Gli avevo visti i danni che aveva fatto la guerra dopo che eravamo scesi dall’aereo.
Le avevo viste le case distrutte dalle fiamme, i segni dei proiettili sui palazzi, le strade piene di buche, le facce della gente.
La stavo vedendo la guerra ora.
Ora che non c’era più.

C’era stata la guerra e io non me ne ero accorto.
Ora quella stanza piena di gente mi sembrava il posto più vuoto che esistesse.
Le mura erano completamente bianche.
I mobili erano brutti.
Le persone erano tristi.
Nessuno rideva.
Si sentiva ancora l’odore della morte.
C’era stata la guerra e aveva rovinato le nostre vite, ma io non me ne ero accorto.

C’era stata la guerra e non avevo visti i miei genitori soffrire.
Avevano nascosto tutto.
Non avevano mostrato il minimo dolore.
Allora compresi quanto mi amavano.
Dissi a me stesso che avrei dovuto fare lo stesso con le persone a cui volevo bene.
Avrei dovuto mostrare loro solo la parte felice e mai quella triste.
Non avrei mai dovuto dire a loro quanto stessi soffrendo.
Avevo capito che così avrei soltanto fatto stare male anche loro e non me lo sarei mai perdonato.

C’era stata la guerra e i miei genitori si erano tenuti tutto dentro.
Mi avevano insegnato, senza volerlo, come gestire il dolore.
A piangere dentro.
A mostrare sempre il sorriso.
A non chiedere aiuto.
A dire che va tutto bene.
C’era la guerra, ma io non lo sapevo.

Gezim Qadraku.

(Wikiwand Images)

Torno presto

Sono all’aeroporto. Aspetto un amico che torna da Londra dopo due mesi di lavoro. Lo speaker annuncia che l’aereo è in ritardo di mezz’ora. Non avendo molte opzioni decido di intraprendere una camminata senza meta. Vago per un po’, finché non raggiungo i gate delle partenze.

La mia attenzione viene subito catturata da un bambino e quello che dovrebbe essere suo padre. Mi rapisce il modo in cui il piccolino è incollato al genitore. Mi siedo su una panchina e continuo a osservarli. Già me lo immagino come andrà a finire questa storia.

Dopo un paio di minuti il padre abbraccia la sua donna con un gesto commosso e profondo. Restano attaccati l’uno all’altra per un tempo indefinito. Quando si staccano, entrambi hanno gli occhi lucidi.  Lui un po’ meno, mentre lei non riesce proprio a trattenere le lacrime. È un colpo al cuore guardarla, mi fa male. Cerca di nascondere la commozione guardando in alto e sistemandosi gli occhiali da sole. Non vuole che il bambino la veda in quello stato.
Il padre si sta trattenendo perché ora arriva la parte impossibile. Si abbassa verso il suo piccolino, gli accarezza i capelli e tira fuori un sorriso forzato, combattuto, mentre riesce nell’esercizio complicatissimo di mantenere le lacrime all’interno del suo corpo. Riesco ad avere un’idea chiarissima della potenza del nodo alla gola che sta provando.

Lo abbraccia forte e il figlio si aggrappa letteralmente al suo corpo. È un’istantanea, un flash. Ci dovrebbe essere qualcuno – per ognuno di noi –  che fotografa o riprende certi attimi della nostra esistenza. Quel gesto andrebbe mostrato nelle scuole per spiegare il significato di genitore, di figlio, di famiglia.
È impossibile pensare che quei due corpi possano staccarsi. Sarebbe come chiedere, o aspettarsi, che un evento naturale smetta di seguire il suo corso. Domandare ai fiori di non sbocciare in primavera o all’acqua dei fiumi di non nutrire i mari. Non lo si può fare.
La madre è costretta a fare ciò che non vorrebbe. Tira a sè il bambino con un gesto rapido, tentando in qualche modo di ridurre il dolore. Come se fosse possibile.

Leggo il labiale del padre: “torno presto”.

Il bambino lo sa che gli sta mentendo e scoppia in un pianto scrosciante. Si gira e abbraccia le gambe della figura materna. Lei guarda il suo uomo, gli accarezza dolcemente il viso e gli dice di andare. In cuor mio, egoisticamente, auguro a me stesso di avere la fortuna di trovare una donna del genere.
Lui guarda il piccolo e poi volta le spalle alla sua famiglia.

È assordante il vuoto che si viene a creare. Per un attimo penso che tutto l’aeroporto si sia fermato e li stia osservando. Non sento nulla. Riesco solo a percepire il dolore di quelle tre persone che aumenta vertiginosamente ogni secondo che passa.

Le conosco queste storie. Le ho già sentite quelle parole. Lo so come si sente quel bambino. Non capisce perché il padre stia facendo una cosa così tremenda come andare a lavorare in un posto lontano. Si sente tradito e non ha torto. Ma quello che non sa è che il padre sta facendo quella brutta cosa solo per lui. Per non fargli mancare nulla ora che è piccolo e soprattutto per potergli, in un certo modo, assicurare un futuro quando sarà grande.

Lo capirà quel bambino, comprenderà tutto questo quando sarà cresciuto. Ma ora non gli importa. Adesso vuole soltanto avere suo padre lì con lui per giocare e andare a mangiare il gelato insieme.

Quello che il padre invece non sa è che si perderà per sempre pezzi di vita del figlio. Si lascerà scappare giorni, mesi e forse anni. Questo durerà finché non riuscirà a portarselo con sé o deciderà di tornare. Potrà capitare, se il periodo di distanza si dovesse prolungare per troppi anni, che quel figlio non sarà in grado di riconoscerlo e andrà nelle braccia di qualcun altro quando lui sarà tornato.
Chiederà a sua madre: “chi è quest’uomo?”.

E allora quel padre si addosserà tutte le colpe del mondo. Si domanderà se ne valeva la pena far soffrire la propria creatura. Vivere lontano dalla sua famiglia e poi tornare per non essere riconosciuto.
Ciò che si sono domandati almeno una volta nella vita tutti quelli che hanno lasciato la propria terra: “ma ne valeva veramente la pena?”
Già, come se un semplice essere umano fosse in grado poter rispondere a un quesito del genere.

Do un’ultima occhiata a quel bambino e mi tornano in mente i racconti di mia madre. La foto di noi tre, con mio padre che mi teneva in braccio pochi giorni dopo la nascita accanto a mia madre,  che le chiedevo di baciare prima di addormentarmi mentre lui non c’era. Quando poi lui tornò e le dissi di farlo dormire sotto il letto, quell’uomo.
Non lo chiamavo più papà. Era diventato quell’uomo. Ne era passato di tempo da quando era andato via e io ero soltanto un bambino. Non avevo colpe, neanche mio padre ne aveva. Non è colpa di nessuno in realtà, è la vita.
Mi sono sempre chiesto come si sia sentito lui, ma non ho avuto mai il coraggio di domandarglielo direttamente.

Esco fuori a fumarmi una sigaretta e prego che nessun padre debba essere costretto a prendere decisioni del genere.

Gezim Qadraku.