Un po’ di rispetto

Si suicida e lascia una lettera, i genitori decidono di pubblicarla per denunciare il precariato“.

Abbiamo letto tutti quelle parole, abbiamo percepito la sofferenza di Michele e ci stiamo permettendo di giudicarlo, apostrofarlo, di dargli consigli e di etichettarlo.
Questo sta succedendo da due giorni, da quando il Messaggero Veneto ha pubblicato le ultime parole di Michele. Eppure dopo aver letto quell’addio alla vita, non sono riuscito a provare altro che un immenso vuoto attorno a me. Ho provato ad immedesimarmi, ad essere Michele per qualche secondo, il tempo necessario per capire che non era quello il modo per comprendere a pieno il tragico fatto.

Allora ho optato per la riflessione e per la lettura. Ho letto tanti articoli di giornali e riviste, la maggior parte dei quali aveva immediatamente etichettato una persona della quale nessuno sapeva niente come: “precario”, “trentenne”, “debole”.
Debole, già. Ci vuole coraggio a giudicare una persona che decidere di compiere il gesto estremo, provateci voi adesso, fermatevi e immaginatevi di andare a prendere una corda, prendere le misure, avvolgervela intorno al collo e spingere via lo sgabello sotto di voi.
Ho i brividi su tutto il corpo. No, non so che tipo fosse Michele, ma non mi sento certo di definirlo con nessun aggettivo.

Vedo la solita corsa che contraddistingue questi fatti di cronaca, il bisogno di etichettare il soggetto e di trovare il colpevole. Non penso ce ne sia bisogno.
Bisognerebbe leggere e cercare di riflettere, stando in silenzio. La morte di una persona merita rispetto. Un’altra occasione persa per crescere, per capire un nostro simile.
Michele non era un precario trentenne debole,
Michele era un essere umano che stava cercando di superare gli ostacoli della vita,
come cerchiamo di fare tutti noi, ogni giorno.

Gezim Qadraku.

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27/1: ricordare e riflettere

Il 27 gennaio 1945 i soldati sovietici liberarono il campo di concentramento di Auschwitz e si resero conto di quanto l’essere umano poteva essere malvagio.

In principio furono gli spagnoli ad utilizzare questo strumento di controllo, esattamente nel 1896, quando il generale Valeriano Weyler deportò la popolazione cubana per reprimere la rivolta. Un metodo che avrebbero adottato un po’ tutti in giro per il mondo, gli americani nelle Filippine, gli inglesi in Sud Africa, austro-ungarici e tedeschi nei confronti degli italiani durante la prima guerra mondiale, i sovietici contro tutti i “nemici di classe”. Mussolini deportò quasi centomila seminomadi durante la guerra in Libia, oltre ai tedeschi anche altri paesi alleati alle forze dell’asse organizzarono campi di internamento, come Romania, Ungheria e la Francia di Vichy. Poi ancora gli italiani nei confronti degli jugoslavi e viceversa. Dall’altra parte dell’oceano gli statunitensi internarono americani di origine italiana e giapponese, considerati pericolosi da parte del governo. Anche in Cina accadde lo stesso, sia durante la guerra civile che dopo la nascita della Repubblica Popolare Cinese. Alla fine del XX secolo i campi riapparvero nei Balcani, durante le guerre jugoslave. Ad oggi vengono considerati campi di concentramento anche la prigione di Guantanamo e quella di Abu Ghraib. Anche in Corea del Nord ci sarebbero tutt’ora campi di internamento, nei quali le persone sarebbero costrette ai lavori forzati e a condizioni di vita disumane.

Una vergogna che si è dilungata in un arco di tempo che comprende tre secoli, dalla fine del XIX all’inizio del XXI. Potete quindi notare che sono stati in tanti ad utilizzare questo malvagio strumento di potere, e magari ne avrebbero fatto uso anche coloro che l’hanno subito, se si fossero trovati nella condizione opposta. Oggi, cercando di leggere più articoli e testimonianze possibili, mi sono imbattuto in dichiarazioni e opinioni  delle quali avrei fatto volentieri a meno.
Da chi corre a ricordare cosa stia subendo la popolazione palestinese da anni (osservazione più che legittima, farlo oggi non la trovo una cosa sensata) chi invece si sente in dovere di sottolineare quali furono i colpevoli, a chi addirittura parla di abolire la giornata della memoria perché ha stancato.

Bene, visto che questo 27 gennaio vi ha sfiancato e non volete più ricordare, allora vi invito a provare a riflettere osservando ciò che sta accadendo in questi ultimi tempi, cercando di trovare un collegamento con la storia.
Parlando nello specifico dei lager nazisti, i quali sono i più conosciuti, è opportuno dare un’occhiata agli eventi che seguirono quel drammatico evento,  che in molti considerano come il punto più vergognoso toccato dall’essere umano e che portò tutta la popolazione mondiale a dire: “mai più”.

Se una cosa è certa al mondo, è bene questa: che non ci succederà un’altra volta.
Primo Levi.

Finita la guerra ne iniziò immediatamente un’altra, quella fredda, che tra i suoi simboli principali ebbe il muro di Berlino. La caduta del quale fece gridare a tutto il mondo ancora una volta la medesima frase: “mai più”.
Con la crisi dei migranti, la Brexit e  la vittoria di Donald Trump, qual è stata la costante delle discussioni di questi ultimi tempi? I muri da costruire.
Eppure la generazione dei nostri genitori aveva urlato a squarciagola: “mai più”.

Sembra che l’essere umano non sia in grado di fare altro che dimenticare e non apprendere niente dalla storia. Siamo protagonisti di un periodo che verrà ricordato tra qualche anno, come quello dei muri da ricostruire, dei presidenti razzisti e degli imbarazzanti nazionalismi.
Se in passato quelli da discriminare erano stati prima i neri e poi gli ebrei, ora sono i musulmani e i migranti. Emarginarli non basta, seguendo “l’ottimo” esempio remoto, si tende sempre di più a considerarli la causa di qualsiasi male.
Atteggiamenti identici a quelli che fino ad oggi hanno causato guerre, costruzione di muri e di campi di concentramento.

Nessuno vuole ammettere la presenza del pericolo prima di averlo toccato con mano.
Anna Frank.

Sono passati dodici anni da quando le Nazioni Unite decisero di dedicare questa data alla memoria delle vittime dell’Olocausto. Ricordare e scrivere della storia sarà sempre necessario, soprattutto quando coloro che l’hanno vissuta sulla propria pelle non ci saranno più. Rammentare ci permette di capire, e la comprensione dovrebbe aiutarci a non diventare protagonisti di ulteriori simili vergogne.
Siete d’accordo con me che perseverare sarebbe diabolico. Dovremmo comportarci in maniera tale da finire nei libri di storia per essere ricordati come quelli che capirono e non sbagliarono.
Sarebbe bello, no?

Gezim Qadraku.

Sta vincendo la democrazia

Non è di certo stato un anno noioso questo 2016.
A giugno il popolo britannico ha votato per lasciare l’Unione Europea, nella notte gli americani hanno scelto Donald Trump come prossimo presidente degli Stati Uniti d’America.
Entrambi gli avvenimenti mi hanno portato a due conclusioni opposte, una positiva e una negativa.
Parto da quella negativa, che penso ognuno di noi abbia potuto riscontrare navigando in internet nei giorni pre o post voto, ovvero l’enorme interesse che nutriamo nei confronti delle vicende altrui. Incredibile come siamo curiosi, come cerchiamo di informarci quando si tratta degli altri, come pensiamo di dover assolutamente dire la nostra su cose che conosciamo a malapena. Mentre quando a casa nostra c’è da prendere una decisione importante, sembra quasi che la cosa non ci tocchi.
E’ come se stessimo vivendo per giudicare gli altri, non vediamo l’ora di vedere chi ci sta intorno sbagliare per poter puntare immediatamente il dito contro.

“LAVATEVELI VOI I PIATTI ADESSO”

 

“ORA POTREMO SFOTTERE GLI AMERICANI PER ANNI”

 

Entrambe le vittorie sono figlie di un periodo che gli storici potranno definire “ognuno a casa propria”, soprattutto per la Brexit.
Eppure basterebbe leggere i libri di storia per capire che muri e segregazione non hanno portato ad alcun risultato, nonostante questo nel 2016 si parla ancora di governi che chiudono confini e di destre estremiste che rischiano di tornare al potere.
E’ la vittoria dei razzisti, degli intolleranti e degli egoisti. Ognuno pensa al proprio giardino e se accade qualcosa è colpa del vicino. Non abbiamo imparato nulla e mi chiedo con che coraggio racconteremo questo periodo ai nostri figli.

 
Quella positiva invece è che, nonostante le decisioni prese da britannici e americani, la popolazione di tutto il mondo si sta accorgendo, almeno spero, di quanto potere abbia tra le proprie mani. Al di là dell’esito di questi due avvenimenti, è stato il popolo il vero vincitore.
Quando la popolazione decide, non si può far altro che accettare.
Potrà suonare banale questo pensiero, ma stiamo vivendo nel mondo per il quale i nostri antenati hanno lottato e combattuto.
Uomini e donne hanno il diritto di voto, gran parte della popolazione mondiale ha accesso all’informazione, tutto ciò porterebbe a pensare ad un mondo quasi perfetto. Nel quale ognuno di noi dovrebbe arrivare preparato prima di votare.
Tutto questo però comporta dei rischi, come la possibilità per chiunque di scrivere in rete teorie completamente false e andare a votare. Diventando decisivo, con la propria ignoranza, per il futuro del paese.

Il trionfo di Trump è l’ennesima vittoria della democrazia. E’ diventato presidente degli Stati Uniti d’America uno che durante la campagna elettorale ha sparato un mucchio di puttanate,come le ha definite Crozza, con le quali sembrava continuasse a tirarsi la zappa sui piedi. Uno che non ha niente a che vedere con il mondo dell’élite politica, uno che in teoria non poteva entrare in quel giro. Sistematicamente attaccato dai media, i quali lo consideravano già perdente, ma nonostante tutto è riuscito a convincere il popolo, che ora dovrà subirselo per i prossimi quattro anni.

Siamo già a due esempi in un anno, due vittorie che nessuno si sarebbe mai aspettato. Ha vinto l’impensabile, ma è stata la comunità a deciderlo. Hanno votato quelli come noi, gli studenti, gli operai, le impiegate, gli sportivi,gli insegnanti, i nostri genitori e i nostri nonni. Domani saremo noi a prendere una decisione importante.
Votando abbiamo un enorme potere a nostra disposizione, sarebbe buona cosa utilizzarlo nel miglior modo possibile.

Gezim Qadraku.

11/9

“Cosa stavi facendo l’11 settembre?”

Una domanda che tutti ci siamo sentiti rivolgere.
Ero in cucina, stavo guardando la melevisione su rai 3. I cartoni di quel programma erano un rituale che nessuno poteva permettersi di togliermi. Avevo 8 anni, mancavano pochi giorni all’inizio della scuola e mi stavo godendo gli ultimi giorni di libertà. Sarei dovuto essere in camera a fare i compiti,ma la scuola, per molti anni della mia vita, è sempre arrivata dopo tutto il resto.
All’improvviso quelli della televisione si permisero di farmi uno sgarbo che provocò in me una rabbia enorme. Il programma venne interrotto per dare spazio all’edizione straordinaria del Tg.
La prima immagine che vidi, fu quella della torre in fiamme. Istintivamente pensai ad un incidente, in quei secondi mi chiesi come il pilota fosse riuscito a centrare in pieno l’edificio.
Passarono pochi minuti, prima che le immagini riuscirono a farmi capire che c’era qualcosa che non andava. Vidi in diretta il secondo aereo e solo in quel momento rimasi con la bocca spalancata. Non potevano essere due incidenti, stava succedendo qualcosa. I giornalisti parlavano, ma nel mio cervello c’era un silenzio assordante e riuscivo a captare soltanto le immagini.
Mi alzai dalla sedia per andare da mia madre, lei aveva fatto lo stesso e ci incontrammo in corridoio. Non ricordo quali furono i discorsi in casa quei giorni, in quel periodo nella mia testa c’era soltanto un vuoto assurdo. Gli avvenimenti inspiegabili, le guerre, le morti le studiavo a scuola nei libri di storia, convinto che fossero irripetibili. Erano accadute nel passato e non ci sarebbero mai più stati eventi simili.
Mi sbagliavo, me ne sarei reso conto crescendo.
L’11/9 è l’inizio del cambiamento. Niente è più stato lo stesso. Il nemico mondiale è cambiato, prima era il comunista ora è l’uomo di colore che crede in Allah.
Gli atti di terrorismo sono diventati una costante della nostra esistenza. La colpa la diamo a prescindere al nemico. Non siamo più così sicuri a viaggiare, certi paesi sono diventati mete pericolose. Abbiamo accettato di essere controllati, perché abbiamo paura e siamo convinti che questo controllo sia sinonimo di sicurezza.

“meglio non vivere una super felicità, se ti controllano come un computer con facilità”

Canta Rancore, in una delle canzoni rap italiane più belle che io abbia mai ascoltato.
Il tema del controllo mi porta alla mente 1984 di Orwell.
Incredibile come lo scrittore britannico sia riuscito a descrivere il mondo di oggi. Un mondo dove si vive sotto l’occhio vigile delle telecamere e dove si è sempre in guerra. Tanto che la maggior parte delle persone ogni tanto fatica a capire chi sia il buono e chi sia il cattivo.
La base degli interventi militari da quindici anni a questa parte è sempre la stessa, la lotta al terrorismo. La ricerca di armi di distruzione di massa (mai trovate, vi consiglio il film green zone), la volontà di esportare la democrazia nei paesi dei nemici, tutto per un mondo migliore. A rimetterci sono stati i civili, gli innocenti, come sempre.  A partire dal crollo delle torri gemelle fino ad oggi, con la guerra infinita in Siria.
Sono passati quindici anni, faceva caldo, guardavo i cartoni e la televisione decise di cambiare per sempre la mia vita.

Gezim Qadraku.

Essere o non essere?

Dura è?
Adesso che si sono permessi di fare della satira sulle vittime del terremoto,
non riuscite più  a stare dalla parte di Charlie Hebdo.
Quando scherzavano su Allah,Maometto e l’Islam andava bene.
Si può scherzare e fare ironia sugli altri, si può fare satira nei confronti di altre religioni, ma quando poi toccano te, allora non vale più.
Tutti Charlie eravate, nonostante non sapeste chi fosse sto “Charlie Hebdo”.

Rivista che fa satira sull’Islam? Grandi, fantastici, fanno bene“.

Come sentite le parole “attacco terroristico”, “islamisti”,  subito a puntare il dito contro i musulmani e prendere le difese di quelli che vi somigliano.
Tutti Charlie eravate, poi basta un’amichevole di calcio e vi mettete a fischiare l’inno francese.
Probabilmente, chi ieri ha fischiato la Marsigliese, non sapeva che Charlie Hebdo è una rivista francese. Va beh dettagli, l’importante era essere Charlie un anno fa.
Fu uno dei primi articoli che scrissi: “Je ne suis pas Charlie”, nel quale dicevo la mia sui fatti accaduti nel gennaio del 2015.
Qualcuno mi disse: “Stai nel tuo, non esagerare“.
Le stesse persone che ora, in enorme difficoltà, si staranno facendo la cruciale domanda:
“Essere o non essere Charlie oggi?”.
Il problema non è, se essere o meno una rivista satirica.
Il problema è che non sapete più chi siete.
Di certo non lo scoprirete, finché continuerete a correre per stare dalla parte che considerate essere della ragione.
La parte composta da persone con lo stesso colore della vostra pelle, che la pensano come voi, che credono in quello che credete voi.

Gezim Qadraku.

Giusto il tempo di dimenticarti

Quasi un anno dopo l’immagine del piccolo Asylan, il cui corpo senza vita era stato fotografato sulla spiaggia e aveva commosso il mondo, un altro bambino cattura di nuovo la nostra attenzione.
Si chiama Omran, ha cinque anni e nel bombardamento aereo di ieri è riuscito a salvarsi. Il video mostra il volontario che lo adagia sul sedile dell’ambulanza, poi di corsa torna fuori per andare a salvare qualcun altro.
Omran resta seduto, fermo, quasi immobile. Si tocca la faccia, guarda la mano e vede del sangue, della polvere e probabilmente capisce cos’è successo. Tutto questo non provoca in lui nessuno stupore, ormai sangue, detriti, distruzione, bombe e morti non saranno più una novità per il bambino. Si guarda in giro, osserva l’ambulanza e poi tocca il sedile, probabilmente non si è mai seduto su un sedile così comodo.
Guardo il video e cerco di immaginare cosa possa passare per la testa di questo bambino, sforzo inutile, non potrò mai neanche minimamente avvicinarmi a quello che sta provando. Allora cerco di immaginare quello che sente, le urla della gente, il caos e il fischio nelle orecchie, dopo che una bomba è caduta a pochi metri di distanza. Ho presente la sensazione solo grazie ai film di guerra, per me la guerra è un film o al massimo un videogioco.
Caro Omran, sei finito su tutti i giornali del mondo, anche se ne avresti fatto volentieri a meno. I tuoi coetanei tra meno di un mese inizieranno la scuola, zaini, astucci, matite colorate e nuovi amici. Tu magari non avrai neanche le medicine per curarti e forse il trauma non lo supererai mai, perché non ci sarà nessuno che ti aiuterà a farlo. Hai solo cinque anni, ma forse hai già capito che tu un futuro non ce l’avrai, perché dalle tue parti alle persone non è concesso il lusso di avere un futuro.
Ti hanno immortalato in quei secondi, seduto, fermo, quasi immobile. Proprio come noi, noi che viviamo nella parte fortunata del mondo, qua siamo tutti belli e puliti. Siamo immobili, ma non perché una bomba è caduta a pochi metri di distanza, ma perché continuiamo a guardare le immagini del conflitto nel tuo paese e queste non ci toccano minimamente. Un anno fa, avevano fotografato un altro bambino, il suo corpo in spiaggia senza vita, aveva avuto lo stesso clamore del video che ti ritrae mentre ti guardi le braccia sporche. Voi bambini ci fate tenerezza, se vediamo che uno di voi è morto o sta soffrendo la nostra attenzione viene catturata magicamente. Comunque dopo la foto di Asylan non è successo niente tranquillo, sono state spese tante parole, sono stati scritti tanti articoli di giornale, le immagini hanno fatto il giro del mondo e poi tutto è tornato come prima. La guerra è andata avanti, le persone che cercano di scappare da quell’inferno hanno continuato a morire. Noi, quelli belli e puliti, abbiamo iniziato a costruire muri per non farvi entrare, abbiamo iniziato a dare la colpa a voi se qui le cose non funzionano. Siete un peso, una colpa, dovreste starvene là e impegnarvi a scappare dalle bombe. Non potete mica pretendere di venire qui e scombussolare la nostra, bella e agiata, vita di tutti i giorni. Funziona così da queste parti, dovreste anche averlo capito.
Tranquillo Omran, tempo una settimana o due e nessuno più parlerà di te. Rimarranno gli articoli, i video e le tue immagini, niente più. Noi qua siamo immobili, ma dimentichiamo in fretta. Le tue immagini servono per farci ragionare e per farci fare la figura di quelli che hanno un cuore, condividiamo il video che ti ritrae in ambulanza e riceviamo qualche mi piace. La tua bandiera non la mettiamo come foto profilo, capisci anche tu che la foto profilo è importante e se proprio dobbiamo cambiarla, è giusto che ci sia un paese conosciuto e importante. Mica la Siria dai, poi manco lo sappiamo dov’è la Siria.
Pensiamo a ciò che ti è successo giusto l’ora seguente dopo aver letto l’articolo. Ci chiediamo il perché della guerra, perché un bambino come te debba conoscere tale inferno. Dura un’ora il nostro pensiero, magari qualche giorno, o una settimana se vogliamo esagerare. Poi fine, non pensare che voi abbiate qualche importanza per noi.
Tra poco sarà tutto finito, tu tornerai ad essere nessuno e noi torneremo alla nostra vita agiata. Dacci solo il tempo di dimenticarti Omran.

Gezim Qadraku.

Immigrato: essere umano in fuga da morte certa.

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Il piccolo Aylan ha perso la vita.
La sua famiglia ha perso la forza di andare avanti.
I Siriani hanno perso l’ennesimo loro connazionale.
L’Europa ha perso l’opportunità di migliorare la vita di una famiglia, incolpevole di quello che sta accadendo nel loro paese.
Il mondo ha perso la dignità.
Abbiamo perso tutti.
Aylan non è più importante degli altri, non è più importante di tutti quegli esseri umani che sono morti per cercare una vita migliore, in un paese diverso dal loro.
Ma solo la foto cruda della morte di un bambino, è riuscita a farci rendere conto di cosa sta succedendo e di quanto stiamo sbagliando. E’ riuscita a farci capire, che anche tutti quelli che sono morti in mezzo al mare, senza che nessuno potesse fotografarli, erano persone.
Abbiamo trovato qualsiasi aggettivo per definirli.
Immigrati, rifugiati, extracomunitari, clandestini, richiedenti asilo. Dimenticandoci che sono esseri umani, proprio come noi. Ogni giorno salta fuori una nuova etichetta, un nuovo aggettivo per definire una persona e noi tutti non facciamo altro che accettare questa situazione.
Un uomo viene considerato per il colore della pelle, per il paese dove è nato, per i suoi gusti sessuali, per la sua religione, per la sua ricchezza. Un fanatico cattolico negli Stati Uniti viene visto come una persona per bene, dalla quale prendere esempio.
Un fanatico mussulmano in Africa o in medio Oriente viene visto come un terrorista.
Perché? Perché non ragioniamo più con la nostra testa, ma con quello che ci viene sputato addosso da telegiornali e giornali.
Bisogna fare i complimenti al capolavoro fatto dalla politica e dai media. Riuscire a convincere uno stato intero, che se le cose vanno male è per colpa di chi sta peggio di loro. Bisogna essere veramente ignoranti per credere che il problema di questo paese siano delle persone che come patrimonio personale, hanno quei due stracci che si portano addosso.
Nessuno lascia casa, figli, famiglia, amici per piacere. Se queste persone continuano a farlo, magari, è perché non vedono altra possibilità. Non penso che qualcuno di loro, come sogno da bambino abbia avuto quello di venire in Italia a raccogliere i pomodori o a pulire i cessi.
Facile dire, “stai a casa tua”, quando una casa ce l’hai.
Nel film “Inception”, Dom Cobb (Leonardo di Caprio) si rivolge a Mr Saito chiedendogli,
“Qual’è il parassita più resistente? Un batterio? Un virus? Una tenia intestinale?”
Mr Saito non risponde e Dom Cobb replica:
“Un’idea. Resistente, altamente contagiosa. Una volta che un’idea si è impossessata del cervello è quasi impossibile sradicarla. Un’idea pienamente formata, pienamente compresa si avvinghia, qui da qualche parte. ”
L’idea che gli stranieri siano un problema, si è impossessata del cervello di moltissime persone.
Purtroppo ci sono determinati paesi che si possono permettere il lusso di far scoppiare guerre a destra e a sinistra, senza porsi il problema delle conseguenze.
Mi sono imbattuto in un video che mostra un bambino Siriano mentre dice:“Fermate la guerra e noi staremo qui”. Lui non lo sa che la guerra fa comodo a molti.
Siamo nel 2015, abbiamo superato un limite che non doveva essere valicato. Abbiamo toccato il fondo. Ci è stato donato un pianeta meraviglioso sul quale vivere. Abbiamo la possibilità di poter condividere questa fortuna con i nostri simili.
Invece noi, che per pura casualità siamo nati nella parte migliore del mondo, non siamo riusciti a migliorare niente. Non abbiamo fatto altro che distruggere il pianeta e distruggere i nostri simili. Vorrei che ci fosse qualcuno, da qualche parte, con un potere disumano in grado di potere resettare tutto. Far ripartire tutto da zero. Perché abbiamo fallito.
Abbiamo perso tutti.

Gezim Qadraku.

E se i Black Bloc facessero comodo?

Un mese di Maggio che si è aperto con scontri, contestazioni, polemiche e tante, troppe domande.  Due i cortei di protesta da segnalare, quello di Milano del primo maggio e due giorni dopo quello di Bologna. Nati con intenzioni pacifiche, finiti in tutt’altra maniera.
Nell’arco di 72 ore, si è potuto notare come il comportamento delle forze dell’ordine sia passato da un estremo all’altro.
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Cos’è successo a Bologna?
Si festeggiavano i settant’anni della liberazione e la prima festa dell’Unità. Il presidente del consiglio dei ministri, Matteo Renzi, era atteso al parco della Montagnola. Un parco pubblico, che per l’occasione è stato militarizzato.
Perché? Sicuramente per la paura che potesse ripetersi quello che era accaduto a Milano due giorni prima. Il collettivo di protestanti ha cercato di entrare dall’ingresso principale, il quale era stato chiuso e messo al sicuro dagli agenti di polizia. Dopo un lancio di uova e insulti, con scarsi risultati, il corteo si è spostato ad un’altra entrata.
Con mani alzate e volti scoperti sono continuati i cori, le offese e le richieste di poter parlare con Renzi. I due fronti si sono avvicinati sempre di più e una volta venuti faccia a faccia, la polizia ha caricato. Manganellate, spinte, calci e pugni.
Risultato? Una donna a terra con un braccio rotto. Molti ragazzi feriti. Ma sopratutto tanta indignazione e molta rabbia.  La stessa che i protestanti hanno ribadito con urla e cori, fuori dal parco durante il discorso di Renzi.  Un discorso nel quale, il presidente del consiglio dei ministri ha evocato la libertà di espressione. Proprio quando qualche attimo prima, chi si era permesso di utilizzare questo diritto era stato aggredito dalle forze dell’ordine.

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E allora qualche domanda sorge spontanea. Perché due giorni prima chi si è permesso di mettere a ferro e fuoco Milano non è stato sfiorato? Perché invece, chi contesta civilmente viene caricato?
E’ interessante dare un’occhiata alla guerra che si svolge sui social ogni giorno. Quello dei social è un conflitto denso di errori. C’è sempre fretta di prendere una posizione, quando succede qualcosa che attira l’attenzione del paese intero. E allora tutti sulla giostra a inveire contro i Black Bloc, contro il ventenne ( decisamente sotto l’effetto di qualche sostanza) che giustifica la violenza, contro i poliziotti che non hanno fatto niente, contro le stesse forze dell’ordine che due giorni dopo si sono permessi di fare l’esatto opposto.
E’ uno sprint a chi se la prende per primo con il colpevole di turno. Commettendo l’errore che caratterizza queste situazioni. La mancanza di lucidità nel cercare di guardare più a fondo a quello che ci viene detto e mostrato dai media.
Mi soffermo su quello che è accaduto a Milano, perché ci ho trovato più di qualche somiglianza ai fatti di Genova di quattordici anni fa. Il caso della scuola Diaz è tornato sotto i riflettori mondiali, quando qualche settimana fa, la corte Europea dei diritti dell’uomo ha qualificato il blitz della polizia alla scuola come TORTURA.
Anche a in quel caso i Black Bloc non furono sfiorati.
Allora ci si chiede, se in entrambe le occasione, era questa l’unica soluzione possibile?
In molti dicono che se fossero stati attaccati sarebbe scoppiata una situazione ingestibile.
Si, forse, probabile. Non è da scartare come ipotesi.
Da prendere in considerazione le dichiarazioni di un agente di polizia, dopo gli scontri di Milano.
“Ci sono stati dei momenti in cui tutti noi sapevamo che si potevano prendere, fermare. Ma il funzionario ha detto no. Era un ordine e noi agli ordini dobbiamo obbedire. Ci sono alcuni funzionari che i gradi sembrano averli vinti con i punti delle merendine. 
A un certo punto li avevamo chiusi in una piazza. In quel momento i black bloc si potevano bloccare, se ne potevano fermare parecchi. Bastava spostare un po’ di uomini e si potevano chiudere del tutto. È vero che avremmo sguarnito il presidio verso la Scala, ma si poteva ridislocare solo una parte degli agenti”, racconta l’uomo, osservando che “già dalla vigilia si sapeva che l’orientamento era di evitare il contatto a tutti i costi.Fa rabbia vedere la gente che piange perché ha il negozio distrutto. La gente che ti chiede perché non li hai fermati”, commenta l’agente. Veniamo addestrati per fare queste cose, ma se poi non le dobbiamo fare perché ci addestriamo?”.
E se invece facesse comodo il loro intervento? Se fosse qualcuno a mandarceli?

EXPO_FOODIE

Fermiamoci un attimo. In questi mesi si è parlato praticamente solo di Expo. Nessuno ha avuto il coraggio di parlarne bene. Sprechi, mafia, appalti, debiti, lavori in ritardo.
E dal giorno dell’inaugurazione invece?
Parole al miele, elogi, messaggi di soddisfazione. Per quanto possano essere belli i padiglioni e tutto il resto, non posso metterlo in dubbio vedendo le immagini, non capisco come sia stato possibile questo cambio di rotta in un lasso di tempo così breve. Come mai si è passati da un estremo all’altro? Ci si è già dimenticati di tutto il fango che ha caratterizzato l’evento più atteso dell’anno?
Il governo ha avuto tutto quello che sembrava impossibile fino a poche ore prima dell’inaugurazione. Un’ottima figura, complimenti per l’organizzazione, messaggi di soddisfazione e soprattutto, l’attenzione dei media dirottata su altro.
Nonostante i lavori non siano ancora stati finiti, o finiti male. Vedi l’incidente del padiglione della Turchia, che ha causato la corsa al pronto soccorso di una visitatrice. Numerosi fonti ci raccontano che il padiglione più indietro nei lavori sia quello italiano, che simpatica coincidenza.
Ci si è subito dimenticati anche del problema del lavoro in Italia. La figura del lavoratore offuscata dalla partenza dell’Expo, proprio nel giorno della festa nazionale dei lavoratori.
Mi viene dunque da dire, che per il governo e per le forze economiche del paese, l’azione dei Black Bloc è stata una manna dal cielo.

Fonti:

http://www.huffingtonpost.it/2015/05/04/expo-agente-milano_n_7202516.html
http://www.serviziopubblico.it/2015/05/renzi-carogna-fuori-da-bologna-gli-scontri-e-limmagine-choc-della-manifestante-ferita/
-http://video.corriere.it/renzi-bologna-scontri-fischi-fa-riforme-destra/ea02014c-f21f-11e4-88c6-c1035416d2ba

Gezim Qadraku.

La violenza non ha mai risolto niente

Milan Expo 2015 protest

Eccoci qua, per l’ennesima volta, a commentare qualcosa di vergognoso.
1 maggio 2015.
Quest’anno il primo maggio è stato tante cose.
E’ stata la festa dei lavoratori, anche se la maggior parte di questo paese non è rimasta a casa a festeggiare, ma è andata al lavoro.
L’altra metà, è rimasta a casa, non a festeggiare, ma a sperare di trovarlo un lavoro.
Il primo maggio è stata anche l’inaugurazione dell’Esposizione Universale , l’evento più atteso dell’anno.
Il primo maggio è stata anche la tradizionale manifestazione milanese per la festa del lavoro. Quello che è successo questo pomeriggio, non mi va proprio di considerarlo come primo maggio.
Ma cos’è successo?
Il corteo “No Expo” ha preso il via alle ore 15, da piazza XXIV maggio, porta Ticinese.  A formare il corteo c’erano famiglie con i propri figli, molti studenti, esponenti di vari partiti politici , clown, una banda che ha animato il corteo cantando “Bella ciao”. Bandiere raffiguranti, “L’altra Europa con Tsipras”, “No Tav”, “No Expo”.  Simboli antagonisti come le bandiere rosse, con falce e martello.
Tutto sembrava concludersi per bene, dato che il corteo aveva quasi raggiunto il punto di conclusione, a Pagano. Poco prima di raggiungere Cadorna, è scoppiato l’inferno.
La parte centrale del corteo si è separata e sono comparse maschere antigas, fumogeni, molotov, pietre. Tutto questo materiale è stato lanciato verso le forze dell’ordine.
Da quel momento si è verificato un susseguirsi di scontri, esplosioni, devastazioni, macchine bruciate, vetrine rotte e imbrattate. Trasformando il centro di Milano in uno scenario di guerriglia urbana.

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Ma chi sono i colpevoli di tutto questo?
Si fanno chiamare Black Bloc, si vestono di nero, si definiscono anarchici  e il loro scopo è organizzarsi per dare vita ad azioni di protesta violente.
Nonostante si definiscano anarchici, è molto difficile accettarla questa definizione. In quanto, una caratteristica principale di questo “blocco” è proprio la mancanza di pensiero.
Scrivo “blocco”, perché non sono né una organizzazione, né un gruppo. Visto che non hanno sedi, giornali e neanche una ideologia.  La loro costante è il rifiuto al capitalismo, ogni persona può intrufolarsi tra di loro ad una manifestazione e distruggere tutto quello che riesce.  Quindi per correttezza, ad ogni cosa il suo nome.  Insieme di soggetti, che in certe situazioni, preferibilmente cortei o manifestazioni, si aggregano giusto il tempo per commettere disordine e violenza.

Non si è mai risolto niente con la violenza, la storia lo dimostra.
Ho appena ascoltato un’intervista di un giovane ragazzo, presente questo pomeriggio al corteo, il quale con molta convinzione ha affermato che senza la violenza non si sistemerà mai niente. Caro ragazzo, la non violenza ha cambiato il corso della storia.
Ora ti faccio qualche esempio.
Un certo Gandhi, conquistò i diritti per i suoi compatrioti utilizzando il metodo della non violenza, detto anche “satyagraha”.
Esattamente cinquant’anni fa, Martin Luther King guidava oltre cinquecento manifestanti, alla marcia che iniziò da Selma e si concluse a Montgomery. La manifestazione fu bloccata dalle forze dell’ordine, tramite l’utilizzo della forza.
Tutto questo portò alla legge che proibiva la discriminazione razziale e rafforzava il diritto di voto, dando la possibilità alle minoranze razziali di iscriversi alle liste elettorali.
I cittadini di Belgrado marciarono sul ponte della loro città per interrompere i bombardamenti della NATO. Ci riuscirono, nonostante il loro presidente Slobodan Milosevic fosse colpevole di crimini di guerra.

Bisogna combattere la violenza. Il bene che pare derivarne è solo apparente; il male che ne deriva rimane per sempre“.
(Mahatma Gandhi)

Gezim Qadraku.

Je ne suis pas Charlie

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Parigi.
7 gennaio 2015.

La redazione del giornale satirico francese, Charlie Hebdo, subisce un attentato terroristico.
Nell’attentato perdono la vita dodici persone e quindici rimangono ferite.
E’ passato ormai più di un mese, la situazione si è calmata, anzi molti forse si sono già dimenticati di quello che è successo.
Torniamo ai giorni successivi alla strage.
Mi è sembrato che il vero problema fosse se è essere Charlie Hebdo o non esserlo.
Schierarsi dalla parte dei buoni o dei cattivi?
Stare con i musulmani o no?
Essere uno di quelli che accetta gli stranieri nel proprio paese oppure cacciarli via tutti?
Nessuno di noi è, o è diventato Charlie Hebdo. Molte persone si sono accorte che in Francia esiste una rivista giornalistica che deride una religione. Sfotte l’Islam, quindi va bene. Però poi le stesse persone hanno scoperto  che  anche le altre religioni sono state derise. Quindi va un po’ meno bene.
La cosa che mi ha fatto più paura, non sono state le immagini di quel giorno. Dei morti. Dei due attentatori che indisturbati giravano per Parigi armati e facevano quello che volevano. Mi ha fatto paura quello che ho visto attorno a me. Questo bisogno di schierarsi subito dalla parte della rivista. Questo bisogno di giudicare subito. Questo bisogno di fare bella figura. Caricando immagini di matite sui social network, scrivendo messaggi di cordoglio, attaccando l’Islam, come se queste cose potessero essere utili.
Ho sentito molte persone aggrapparsi subito al tema dell’immigrazione.
“Gli stranieri sono pericolosi, entrano tante di quelle persone ogni giorno in Italia che potrebbe esserci qualche attentato anche nel nostro paese. “
Si è vero, in Italia ogni giorno, di immigrati ne entrano davvero tanti. Solo nell’ultimo anno ne sono arrivati 170816. Di questi, cento mila sono scomparsi. Fantasmi dei quali non si sa più nulla. Lo stato italiano, dal febbraio 2011 al dicembre 2014 ha speso 2288 miliardi di euro per i profughi. Secondo i dati, lo stato italiano spenderebbe 35 al giorno per persona. Il problema è che i soldi stanziati non vengono utilizzati per l’assistenza ai profughi. I comuni, gli imprenditori, le compagnie che si prendono la responsabilità di ospitare gli immigrati, hanno diminuito il costo dell’assistenza. Passato da un minimo di 5 euro ad un massimo di 10. Questo vuol dire, un guadagno di 25 euro a persona. In questo modo gli immigrati, non hanno la possibilità di imparare la lingua, quindi per loro diventa impossibile trovare lavoro. Possono solo dormire e mangiare. Gli italiani pagano, lo stato finanzia, gli imprenditori o i comuni guadagnano e gli immigrati diventano un peso. Cari italiani, il lavoro non ve lo stanno di certo rubando loro.

Poi c’è stato l’accanimento contro l’Islam.
Il corano parla molto di guerre e combattimenti. E’ pieno di racconti che inneggiano alla guerra, ma non di dovere sacro o religioso. Il versetto considerato come fondamento principale della guerra santa. “Combattete coloro che non credono in Allah e nell’Ultimo Giorno, che non vietano quello che Allah e il Suo Messaggero hanno vietato, e quelli, tra la gente della Scrittura, che non scelgono la religione della verità, finché non versino umilmente il tributo*, e siano soggiogati.” (Sura IX, 29)
*[“il tributo” (jizya): è il tributo di capitolazione con il quale giudei e cristiani riconoscevano lo Stato islamico. Il pagamento della “jizya” conferiva loro lo status di “dhimmîy” (protetti) e con il quale ottenevano il diritto di vivere in pace e in sicurezza nello Stato islamico. Ai tempi del Profeta, l’ammontare della “gizya” annua era pari a dieci dirham (circa 30 grammi d’argento) per ogni uomo adulto (donne, bambini, schiavi e poveri erano comunque esenti) e corrispondeva a dieci giorni di mantenimento alimentare]

“Fate guerra per la causa di Dio, a coloro che vi fanno la guerra ma non siate aggressori: Iddio non ama gli aggressori. Uccideteli ovunque li incontriate e cacciateli donde vi hanno cacciati: la sovversione è peggio dell’uccisione.” (Sura II, 190)
Nell’Islam è lecita una individuale e spontanea lettura interpretativa del libro sacro. Rispetto al cristianesimo, nel quale è centrale il concetto di “Chiesa docente”.
Ogni versetto del Corano va spiegato in relazione ai versetti ad esso legati concettualmente e poi in relazione alla Sunna e in relazione alla circostanze della rivelazione. Circostanze che rivelano per esempio che molti dei versetti che parlano di guerra sono da riferirsi ai problemi del Profeta. Ovvero alla prima comunità di credenti a Mecca e a Medina. Un periodo quello nel quale erano forti le persecuzioni. Sia tra musulmani, che tra cattolici, ebrei nei confronti dei musulmani.
Ci sono ulteriori versetti in cui si precisa che se le parti inclinano alla pace bisogna far prevalere la pace e la concordia.
Un altro aspetto che mi interessava erano le vignette utilizzate dalla rivista. Volevo scoprire se veramente, in questi anni avesse utilizzato lo stesso metro con tutte le religioni. Mi sono imbattuto in questo articolo.
Un ragazzo di 16 anni è stato arrestato, come riporta France3,per avere modificato una vignetta di Charlie Hebdo e averci postato sotto dei commenti ironici. La vignetta originale era questa la scritta riporta “Il Corano è una merda, non ferma nemmeno le pallottole”.
La copertina in oggetto si riferiva al massacro di mille persone che protestavano contro la presa del potere in Egitto del Generale Sisi, che diede ordine all’esercito di sparare sui manifestanti.
Mille morti. Che ridere.
Con grave sprezzo del pericolo, e a intento puramente divulgativo riporto la vignetta modificata dal sedicenne, la scritta , potrete intuire, è “Charlie Hebdo è una merda, non ferma neanche le pallottole”.
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Incredibilmente di cattivo gusto come la prima, ma , in qualche modo, forse più appropriata, più “indovinata”.

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Il ragazzo rischia una grossa multa e una condanna fino a 5 anni per “incitazione al terrorismo”.
Arriviamo alle famose vignette “molto divertenti” della rivista.

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Anche la religione cristiana, ha avuto la sua parte, non è stata maltrattata come quella musulmana, ma Charlie ci ha dato giù di brutto, come vedete.
La parte del leone, nelle vignette incriminate, però l’ha avuta il Profeta Maometto, venerato dai musulmani.

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Maometto , è nata una stella”
Ho scelto una delle tante immagini, quella che ritengo più significativa, premetto che non c’è nessuna intenzione di offendere, voglio solo ribadire un concetto.

La vignetta si riferisce alle polemiche suscitate dal film sulla vita di Maometto che forse venne girato qualche tempo fa.
Tra l’altro la disegnatrice, Coco, fu la donna che aprì la porta ai terroristi sotto la minaccia delle armi, e si salvò dal massacro.
Ora, anche a me piace l’umorismo pesante , come a molti e soprattutto quello dissacrante sulle religioni, dato che sono un ateo militante.
Ma che cosa avevano in mente facendo queste cose?
Poi ho fatto una ricerca in rete e ho notato una cosa.
Non viene riservato lo stesso trattamento alla terza religione monoteista, quella ebraica.
Eppure il divertimento sarebbe stato assicurato, rabbini che si infilavano la Torah nei posti più impensati, oppure due aguzzini tedeschi in un campo di concentramento , uno sta violentando una prigioniera:
dai, Hans sbrigati!”
tranquillo Otto , tra un minuto ho finito, poi la inforno!”
Sai che ridere?

A ben guardare però, qualcosa ho trovato:

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pancia in dentro!”
Ecco, questo è il massimo che potrete trovare dopo estenuanti ricerche.
Una vignetta graffiante, allo stile di disegnatori tipo Wulleimin, ma niente di che.
Insomma, due pesi e due misure.
E il dubbio che si cercasse l’incidente rimane.
artisti” imbambolati dalla “libertà di stampa” puntati da “qualcuno” contro i musulmani come dei missili Cruise.
Mission Accomplie.
Fonte:Liberticida.

Un altro tema che è balzato fuori dopo la strage è il bisogno di aumentare i controlli.
Spulciando tra vari articoli, due hanno colpito la mia attenzione. Il primo è l’intervista al famoso giornalista, attivista Jullian Assange:
“Come editore penso che è stato tristissimo quanto accaduto ad una pubblicazione che rappresenta la grande tradizione francese della caricatura. Però oggi dobbiamo guardare avanti e cercare di pensare cosa è successo e quale deve essere la reazione. E’ necessario capire che ogni giorno si sta verificando un massacro di queste dimensioni e oltre in Iraq e in altri paesi del mondo arabo. E questo accade grazie agli sforzi destabilizzanti degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e della Francia. La Francia ha partecipato al rifornimento di armi in Siria, Libia e nella ricolonizzazione dello stato africano del Mali. Questo ha stimolato l’attacco, in questo caso specifico usando un obiettivo facile come Charlie Hebdo. Ma la realtà è che il servizio segreto francese lascia molte domande senza risposta sull’accaduto.
E’ quello che si sta cercando di nascondere. I servizi di sicurezza della Francia sapevano delle attività dei responsabili del massacro, tuttavia hanno smesso di sorvegliarli. Perché i fratelli Kouachi, noti per i loro legami con gli estremisti, non erano sotto sorveglianza? Cherif Kouachi era stato condannato per atti di terrorismo e aveva passato 18 mesi in prigione. Entrambi erano nelle liste dei potenziali terroristi. Lontano dall’inviarsi messaggi criptati, hanno comunicato tra loro centinaia di volte prima e durante gli attacchi, con normalissimi telefoni cellulari. Le domande sono molte. Per esempio, perché la redazione di Charlie Hebdo non era meglio protetta, considerando le dure critiche della rivista all’Islam? Oppure come hanno potuto, noti jihadisti, ottenere armi semiautomatiche in Francia? Si è cercato di presentare gli assassini come super criminali per nascondere la stessa incompetenza dei servizi.
La realtà è che i terroristi erano piuttosto degli incompetenti, dilettanti che sono andati a sbattere con la macchina, hanno lasciato un loro documento di identità bene in vista e coordinato i loro movimenti per telefono. Non era necessaria una sorveglianza di massa di Internet per evitare quanto accaduto: ciò che sarebbe servito era una vigilanza specifica.

La sorveglianza di massa è una minaccia alla democrazia e alla sicurezza della popolazione, dato che concede un potere eccessivo ai servizi segreti. L’argomento per proporla è che così si possono trovare persone non note in precedenza. Ciò che vediamo, nel caso di Parigi, è che i protagonisti erano stati identificati. Ci dovrebbe essere una inchiesta approfondita sul come è stato possibile commettere tali errori, anche se l’esperienza mi dice che questo non succederà, perché questi servizi sono corrotti e lo sono perché sono segreti. La sorveglianza di massa non è gratis e in tal senso è una delle cause di ciò che è successo, perché sono state sottratte risorse e personale per qualcosa che avrebbe dovuto essere una sorveglianza mirata ad una minaccia terroristica.

Il secondo invece è un articolo della rivista italiana, l’Espresso.
“Chi rinuncia alla libertà per raggiungere la sicurezza, non merita né la sicurezza, né la libertà.” Benjamin Franklin.
“Dopo i fatti di Parigi, prevedibilmente, sono state annunciata o decise misure reattive. Il premier britannico James Cameron ha parlato di provvedimenti contro la crittografia, cioè per vietare quegli strumenti che in rete permettono di dialogare senza essere spiati, ma sono usati anche per fare acquisti on line con la carta di credito o per accedere al proprio conto corrente via Internet, visto che ci mettono al sicuro da chi vuole rubarci i dati; la misura porterebbe inoltre all’oscuramento di servizi come Whatsapp, Snapchat o iMessage, che non sono intercettabili. Sempre nel Regno Unito, il capo dello spionaggio Andrew Parker ha attaccato la privacy come “principale intralcio per le indagini antiterrorismo”: un ostacolo che peraltro i servizi di sua Maestà hanno travolto non solo ai tempi dello scandalo denunciato da Snowden ma anche più di recente, quando come si è scoperto, hanno messo sotto controllo le mail di decine di giornalisti delle maggiori testate inglesi. Quasi tutti i governi Ue hanno poi chiesto al parlamento europeo di sbloccare in frette il Passenger Name Recorder un sistema di raccolta e di condivisione tra paesi dei dati di chiunque prenda un aereo, che resterebbero a disposizione dei governi per tre o cinque anni, comprese le preferenze sui pasti consumati a bordo. In Francia, Marine LePen ha proposto un referendum sul ritorno alla pena di morte e la sospensione degli accordi di Schengen per la libera circolazione in Europa: un’idea, quest’ultima che vede d’accordo il governatore leghista della Lombardia, Roberto Maroni. Il matematico e docente universitario inglese Ray Corrigan ha di recente pubblicato sul settimanale “The Scientist” un articolo secondo il quale anche da un punto di vista statistico è difficilissimo che la sorveglianza di massa produca risultati apprezzabili: al contrario , secondo Corrigan rischia di produrre una quantità di “falsi positivi” ulteriormente depistanti ed è uno spreco di risorse economico-umane che si potrebbero usare molto meglio in attività mirate.

Il gruppo di esperti nominato da Obama sullo spionaggio e el comunicazione elettroniche, il cosiddetto President’s Review Group, ha sfornato un rapporto di 300 pagine intitolato “Libertà e sicurezza nel mondo che cambia” con 46 raccomandazioni per riformare l’intelligence USA: tra le indicazioni più assertive e sorprendenti, quella secondo la quale è del tutto inutile la politica delle intercettazioni di massa , i cui budget sarebbero sostanzialmente soldi buttati. In particolare, il Review Group sostiene di “non aver trovato un solo esempio in cui i programmi di sorveglianza di massa abbiano procurato informazioni cruciali in un’indagine di terrorismo.”

Ha senso logico che un attacco alla libertà provochi per reazione un’autoriduzione delle libertà?”

“A QUANTA LIBERTA’ RINUNCI” di Alessandro Gilioli.

Si è parlato molto di libertà di stampa.
Ho sentito molte discussioni su questo argomento. La classifica mondiale della libertà di stampa pone l’Italia al quarantanovesimo posto. Non penso ci sia molto da aggiungere.
Per libertà di stampa, io non includo anche l’offesa. Non ho capito il bisogno di pubblicare dopo la strage , Maometto, raffigurandone la faccia.

Charlie-Hebdo

(la leggenda vuole che il profeta non possa essere raffigurato, ma non è vero. Però diverse fasce dell’islam vietano la raffigurazione di Maometto.) Tra l’altro disegnando una testa di forma fallica, giusto per andarci giù pesante.
Con questo non voglio dire che se la sono cercata. Anche perché, la rivista pubblica vignette del genere da anni. E se veramente il motivo dell’attentato fossero state le offese alla religione, avremmo assistito a qualcosa di simile parecchi anni fa.

Ho visto tanta fretta in quei giorni. Questa fretta mi ha fatto tanta paura. Perché è con questa impazienza che si rischia una vera e propria guerra.

Non voglio mettere in dubbio quello che è successo. I morti , il dolore delle famiglie, il dolore dei colleghi, la paura di chi si è trovato lì in quel momento e la paura che rimarrà  ai Parigini chissà per quanto tempo ancora.

Questo è tutto vero e non mi permetto di discuterlo.

Ma ci sono varie cose che non mi convincono. Questi video ben fatti, da inquadrature molto buone. Criminali che dimenticano documenti in macchina. Un generale della polizia incaricato di lavorare al caso che si suicida.

Il vero problema è la reazione.

Una reazione frettolosa, una reazione basata da quello che si vede in televisione, che si legge nei principali quotidiani e nelle news. Quelle news che non vogliono andare a scavare nella buca profonda che ci sarà dietro a questa tragedia. News che corrono per darci quella piccola novità di minuto in minuto.
Il risultato è decisamente buono. Un’europa impaurita, occidentali convinti che i musulmani vogliano conquistare l’occidente.

Queste sono cose molto più grandi di noi. Delle quali molto probabilmente non sapremo mai la verità. Ci rendono ancora più poveri in tutti i sensi.

Siamo tutti pilotati, in maniere diverse, ma tutti ugualmente pensiamo e facciamo quello che vuole qualcun’altro. Molti di noi corrono dietro a una religione, a questo ipotetico qualcuno che ha deciso cosa è buono e cosa è cattivo. Tutte cose che ci allontanano da un base importante.
L’uguaglianza degli esseri umani.

Ci hanno divisi. Ci hanno divisi per colpa del colore della nostra pelle, per colpa delle lingue, per colpa dei credenziali politici, sportivi, ideologici, religiosi, facendoci credere che una persona può essere meglio di un’altra.

Una persona non si giudica per quello che è, ma per quello che fa.

Finisco citando le parole di Alessandro Corneli,
“Difficilmente si riuscirà a sradicare del tutto e definitivamente il terrorismo come se fosse una malattia infettiva. Esso fa comodo a molti regimi autoritari e alle forme dell’estremismo politico e religioso. Non si esclude che faccia comodo anche a importanti interessi economici: rendere un Paese insicuro significa, per esempio, scartarlo come sede di gasdotti, oleodotti o altri investimenti, da dirottare altrove. Come spesso si dice, il terrorismo internazionale di questi ultimi decenni è una nebulosa , la cui decifrazione è difficile o addirittura impossibile in tempi brevi.”

Gezim Qadraku.

Fonti:
l’Espresso.
http://www.informarexresistere.fr/2015/01/17/julien-assange-perche-charlie-non-era-piu-protetta/

http://www.informarexresistere.fr/2015/01/28/un-ragazzo-francese-di-16-anni-arrestato-per-avere-pubblicato-una-vignetta-modificata-di-charlie-hebdo-qui-qualcosa-non-funziona/

Il libro, “ORIENTE: IL GRANDE RITORNO” di Alessandro Corneli.