Hype: tutto quello che devi sapere

Stai progettando un viaggio e avresti bisogno di una carta comoda e da poter gestire tramite il tuo smartphone?

Hype è la carta che fa al caso tuo.

Se non ne hai mai sentito parlare, non preoccuparti. Ora tutti quello che devi fare è metterti comodo e seguirmi.

Ora insieme andremo a scoprire tutto quello che devi sapere su Hype.

Che cosa è hype?

Hype è una carta ricaricabile con Iban che fa parte del circuito Mastercard alla quale è associato un conto di moneta elettronica.

Devi sapere che nel 2018 ha vinto il premio come miglior carta conto. Premio conferitogli dall’Osservatorio finanziario.

Puoi scegliere tra due tipologie diverse:

  • Hype Start
  • Hype Plus

Hype Start è la versione gratuita. Con questa puoi caricare il tuo conto fino ad un massimo di 2.500 euro all’anno.
Al giorno, invece, non potrai nè inserire nè prelevare più di 250 euro.

Hype Plus è la versione che costa un euro al mese e ti dà la possibilita di caricare il tuo fino ad un massimo di 50.000 all’anno.
Per quanto riguarda la giornata non più di 4.990 euro, mentre per i prelievi il limite è di 1000 euro diviso in 500 per singolo prelievo.

Lo so che non vedi l’ora di scoprire cosa devi fare per ottenerla. Non meravigliarti se ti dico che è molto più semplice di quanto possa immaginare.

Ti ci vorranno soltanto cinque minuti per aprire il tuo nuovo conto. Sì, hai capito bene, solo cinque minuti.

Puoi scaricare l’app dallo store dello tuo smartphone, farti un selfie, inserire i tuoi dati personali e il giocao è fatto. Dopo un paio di giorni la carta ti arriverà a casa.

Bello, vero?

 

I vantaggi di Hype

E se ti dicessi che non è tutto? Che questa carta porta un sacco di vantaggi?

Ho preparato una lista apposta per te. Eccola qui:

  • Possibilità di pagare online e nei negozi
  • Ricariche gratuite
  • Prelievi gratuiti in tutto il mondo
  • Tiene le tracce del tuo denaro
  • Ti aiuta a risparmiare
  • Apertura facile e veloce
  • Ti permette di guadagnare dagli acquisti grazie all’opzione Cashback

Viaggiare con Hype

Sono sicuro che avrai già intuito perché ti sto consigliando questa carta per viaggiare.

Chi decide di girare il mondo ai giorni nostri vuole sempre avere con sé la comodità e la velocità che ha quando si trova a casa. Con questo intendo per esempio pagare, versare  e prelevare senza troppo fatica.

Con Hype tutto questo ti sarà possibile.

Una settimana fa sono stato in Grecia, all’isola di Rodi, e negli ultimi giorni della vacanza ho avuto bisogno di prelevare una somma di denaro. Io non ho pagato nessuna commissione, grazie ad Hype.

Mentre i miei amici, con le carte della loro banca, hanno pagato commissioni dai 2 ai 5 euro.

Inoltre Hype ti permette di mandare e ricevere soldi con un click direttamente dall’app. Non sarebbe male ricevere una somma di denaro in un battito di ciglia mentre sei dall’altra parte del mondo, vero?

Conclusioni

Eccoci arrivati alla conclusione dell’articolo.

Abbiamo scoperto insieme cosa è Hype, quanto costa, come richiederla, i suoi vantaggi e soprattutto perché è perfetta per chi vuole viaggiare.

E ora che aspetti? Registrati subito e vinci un bonus di dieci euro. Clicca su questa immagine qui sotto.

E tu, hai già provato Hype? Raccontami la tua esperienza con un commento qua sotto.

 

Gezim Qadraku.

 

 

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Un po’ di rispetto

Si suicida e lascia una lettera, i genitori decidono di pubblicarla per denunciare il precariato“.

Abbiamo letto tutti quelle parole, abbiamo percepito la sofferenza di Michele e ci stiamo permettendo di giudicarlo, apostrofarlo, di dargli consigli e di etichettarlo.
Questo sta succedendo da due giorni, da quando il Messaggero Veneto ha pubblicato le ultime parole di Michele. Eppure dopo aver letto quell’addio alla vita, non sono riuscito a provare altro che un immenso vuoto attorno a me. Ho provato ad immedesimarmi, ad essere Michele per qualche secondo, il tempo necessario per capire che non era quello il modo per comprendere a pieno il tragico fatto.

Allora ho optato per la riflessione e per la lettura. Ho letto tanti articoli di giornali e riviste, la maggior parte dei quali aveva immediatamente etichettato una persona della quale nessuno sapeva niente come: “precario”, “trentenne”, “debole”.
Debole, già. Ci vuole coraggio a giudicare una persona che decidere di compiere il gesto estremo, provateci voi adesso, fermatevi e immaginatevi di andare a prendere una corda, prendere le misure, avvolgervela intorno al collo e spingere via lo sgabello sotto di voi.
Ho i brividi su tutto il corpo. No, non so che tipo fosse Michele, ma non mi sento certo di definirlo con nessun aggettivo.

Vedo la solita corsa che contraddistingue questi fatti di cronaca, il bisogno di etichettare il soggetto e di trovare il colpevole. Non penso ce ne sia bisogno.
Bisognerebbe leggere e cercare di riflettere, stando in silenzio. La morte di una persona merita rispetto. Un’altra occasione persa per crescere, per capire un nostro simile.
Michele non era un precario trentenne debole,
Michele era un essere umano che stava cercando di superare gli ostacoli della vita,
come cerchiamo di fare tutti noi, ogni giorno.

Gezim Qadraku.

27/1: ricordare e riflettere

Il 27 gennaio 1945 i soldati sovietici liberarono il campo di concentramento di Auschwitz e si resero conto di quanto l’essere umano poteva essere malvagio.

In principio furono gli spagnoli ad utilizzare questo strumento di controllo, esattamente nel 1896, quando il generale Valeriano Weyler deportò la popolazione cubana per reprimere la rivolta. Un metodo che avrebbero adottato un po’ tutti in giro per il mondo, gli americani nelle Filippine, gli inglesi in Sud Africa, austro-ungarici e tedeschi nei confronti degli italiani durante la prima guerra mondiale, i sovietici contro tutti i “nemici di classe”. Mussolini deportò quasi centomila seminomadi durante la guerra in Libia, oltre ai tedeschi anche altri paesi alleati alle forze dell’asse organizzarono campi di internamento, come Romania, Ungheria e la Francia di Vichy. Poi ancora gli italiani nei confronti degli jugoslavi e viceversa. Dall’altra parte dell’oceano gli statunitensi internarono americani di origine italiana e giapponese, considerati pericolosi da parte del governo. Anche in Cina accadde lo stesso, sia durante la guerra civile che dopo la nascita della Repubblica Popolare Cinese. Alla fine del XX secolo i campi riapparvero nei Balcani, durante le guerre jugoslave. Ad oggi vengono considerati campi di concentramento anche la prigione di Guantanamo e quella di Abu Ghraib. Anche in Corea del Nord ci sarebbero tutt’ora campi di internamento, nei quali le persone sarebbero costrette ai lavori forzati e a condizioni di vita disumane.

Una vergogna che si è dilungata in un arco di tempo che comprende tre secoli, dalla fine del XIX all’inizio del XXI. Potete quindi notare che sono stati in tanti ad utilizzare questo malvagio strumento di potere, e magari ne avrebbero fatto uso anche coloro che l’hanno subito, se si fossero trovati nella condizione opposta. Oggi, cercando di leggere più articoli e testimonianze possibili, mi sono imbattuto in dichiarazioni e opinioni  delle quali avrei fatto volentieri a meno.
Da chi corre a ricordare cosa stia subendo la popolazione palestinese da anni (osservazione più che legittima, farlo oggi non la trovo una cosa sensata) chi invece si sente in dovere di sottolineare quali furono i colpevoli, a chi addirittura parla di abolire la giornata della memoria perché ha stancato.

Bene, visto che questo 27 gennaio vi ha sfiancato e non volete più ricordare, allora vi invito a provare a riflettere osservando ciò che sta accadendo in questi ultimi tempi, cercando di trovare un collegamento con la storia.
Parlando nello specifico dei lager nazisti, i quali sono i più conosciuti, è opportuno dare un’occhiata agli eventi che seguirono quel drammatico evento,  che in molti considerano come il punto più vergognoso toccato dall’essere umano e che portò tutta la popolazione mondiale a dire: “mai più”.

Se una cosa è certa al mondo, è bene questa: che non ci succederà un’altra volta.
Primo Levi.

Finita la guerra ne iniziò immediatamente un’altra, quella fredda, che tra i suoi simboli principali ebbe il muro di Berlino. La caduta del quale fece gridare a tutto il mondo ancora una volta la medesima frase: “mai più”.
Con la crisi dei migranti, la Brexit e  la vittoria di Donald Trump, qual è stata la costante delle discussioni di questi ultimi tempi? I muri da costruire.
Eppure la generazione dei nostri genitori aveva urlato a squarciagola: “mai più”.

Sembra che l’essere umano non sia in grado di fare altro che dimenticare e non apprendere niente dalla storia. Siamo protagonisti di un periodo che verrà ricordato tra qualche anno, come quello dei muri da ricostruire, dei presidenti razzisti e degli imbarazzanti nazionalismi.
Se in passato quelli da discriminare erano stati prima i neri e poi gli ebrei, ora sono i musulmani e i migranti. Emarginarli non basta, seguendo “l’ottimo” esempio remoto, si tende sempre di più a considerarli la causa di qualsiasi male.
Atteggiamenti identici a quelli che fino ad oggi hanno causato guerre, costruzione di muri e di campi di concentramento.

Nessuno vuole ammettere la presenza del pericolo prima di averlo toccato con mano.
Anna Frank.

Sono passati dodici anni da quando le Nazioni Unite decisero di dedicare questa data alla memoria delle vittime dell’Olocausto. Ricordare e scrivere della storia sarà sempre necessario, soprattutto quando coloro che l’hanno vissuta sulla propria pelle non ci saranno più. Rammentare ci permette di capire, e la comprensione dovrebbe aiutarci a non diventare protagonisti di ulteriori simili vergogne.
Siete d’accordo con me che perseverare sarebbe diabolico. Dovremmo comportarci in maniera tale da finire nei libri di storia per essere ricordati come quelli che capirono e non sbagliarono.
Sarebbe bello, no?

Gezim Qadraku.

Sta vincendo la democrazia

Non è di certo stato un anno noioso questo 2016.
A giugno il popolo britannico ha votato per lasciare l’Unione Europea, nella notte gli americani hanno scelto Donald Trump come prossimo presidente degli Stati Uniti d’America.
Entrambi gli avvenimenti mi hanno portato a due conclusioni opposte, una positiva e una negativa.
Parto da quella negativa, che penso ognuno di noi abbia potuto riscontrare navigando in internet nei giorni pre o post voto, ovvero l’enorme interesse che nutriamo nei confronti delle vicende altrui. Incredibile come siamo curiosi, come cerchiamo di informarci quando si tratta degli altri, come pensiamo di dover assolutamente dire la nostra su cose che conosciamo a malapena. Mentre quando a casa nostra c’è da prendere una decisione importante, sembra quasi che la cosa non ci tocchi.
E’ come se stessimo vivendo per giudicare gli altri, non vediamo l’ora di vedere chi ci sta intorno sbagliare per poter puntare immediatamente il dito contro.

“LAVATEVELI VOI I PIATTI ADESSO”

 

“ORA POTREMO SFOTTERE GLI AMERICANI PER ANNI”

 

Entrambe le vittorie sono figlie di un periodo che gli storici potranno definire “ognuno a casa propria”, soprattutto per la Brexit.
Eppure basterebbe leggere i libri di storia per capire che muri e segregazione non hanno portato ad alcun risultato, nonostante questo nel 2016 si parla ancora di governi che chiudono confini e di destre estremiste che rischiano di tornare al potere.
E’ la vittoria dei razzisti, degli intolleranti e degli egoisti. Ognuno pensa al proprio giardino e se accade qualcosa è colpa del vicino. Non abbiamo imparato nulla e mi chiedo con che coraggio racconteremo questo periodo ai nostri figli.

 
Quella positiva invece è che, nonostante le decisioni prese da britannici e americani, la popolazione di tutto il mondo si sta accorgendo, almeno spero, di quanto potere abbia tra le proprie mani. Al di là dell’esito di questi due avvenimenti, è stato il popolo il vero vincitore.
Quando la popolazione decide, non si può far altro che accettare.
Potrà suonare banale questo pensiero, ma stiamo vivendo nel mondo per il quale i nostri antenati hanno lottato e combattuto.
Uomini e donne hanno il diritto di voto, gran parte della popolazione mondiale ha accesso all’informazione, tutto ciò porterebbe a pensare ad un mondo quasi perfetto. Nel quale ognuno di noi dovrebbe arrivare preparato prima di votare.
Tutto questo però comporta dei rischi, come la possibilità per chiunque di scrivere in rete teorie completamente false e andare a votare. Diventando decisivo, con la propria ignoranza, per il futuro del paese.

Il trionfo di Trump è l’ennesima vittoria della democrazia. E’ diventato presidente degli Stati Uniti d’America uno che durante la campagna elettorale ha sparato un mucchio di puttanate,come le ha definite Crozza, con le quali sembrava continuasse a tirarsi la zappa sui piedi. Uno che non ha niente a che vedere con il mondo dell’élite politica, uno che in teoria non poteva entrare in quel giro. Sistematicamente attaccato dai media, i quali lo consideravano già perdente, ma nonostante tutto è riuscito a convincere il popolo, che ora dovrà subirselo per i prossimi quattro anni.

Siamo già a due esempi in un anno, due vittorie che nessuno si sarebbe mai aspettato. Ha vinto l’impensabile, ma è stata la comunità a deciderlo. Hanno votato quelli come noi, gli studenti, gli operai, le impiegate, gli sportivi,gli insegnanti, i nostri genitori e i nostri nonni. Domani saremo noi a prendere una decisione importante.
Votando abbiamo un enorme potere a nostra disposizione, sarebbe buona cosa utilizzarlo nel miglior modo possibile.

Gezim Qadraku.

11/9

“Cosa stavi facendo l’11 settembre?”

Una domanda che tutti ci siamo sentiti rivolgere.
Ero in cucina, stavo guardando la melevisione su rai 3. I cartoni di quel programma erano un rituale che nessuno poteva permettersi di togliermi. Avevo 8 anni, mancavano pochi giorni all’inizio della scuola e mi stavo godendo gli ultimi giorni di libertà. Sarei dovuto essere in camera a fare i compiti,ma la scuola, per molti anni della mia vita, è sempre arrivata dopo tutto il resto.
All’improvviso quelli della televisione si permisero di farmi uno sgarbo che provocò in me una rabbia enorme. Il programma venne interrotto per dare spazio all’edizione straordinaria del Tg.
La prima immagine che vidi, fu quella della torre in fiamme. Istintivamente pensai ad un incidente, in quei secondi mi chiesi come il pilota fosse riuscito a centrare in pieno l’edificio.
Passarono pochi minuti, prima che le immagini riuscirono a farmi capire che c’era qualcosa che non andava. Vidi in diretta il secondo aereo e solo in quel momento rimasi con la bocca spalancata. Non potevano essere due incidenti, stava succedendo qualcosa. I giornalisti parlavano, ma nel mio cervello c’era un silenzio assordante e riuscivo a captare soltanto le immagini.
Mi alzai dalla sedia per andare da mia madre, lei aveva fatto lo stesso e ci incontrammo in corridoio. Non ricordo quali furono i discorsi in casa quei giorni, in quel periodo nella mia testa c’era soltanto un vuoto assurdo. Gli avvenimenti inspiegabili, le guerre, le morti le studiavo a scuola nei libri di storia, convinto che fossero irripetibili. Erano accadute nel passato e non ci sarebbero mai più stati eventi simili.
Mi sbagliavo, me ne sarei reso conto crescendo.
L’11/9 è l’inizio del cambiamento. Niente è più stato lo stesso. Il nemico mondiale è cambiato, prima era il comunista ora è l’uomo di colore che crede in Allah.
Gli atti di terrorismo sono diventati una costante della nostra esistenza. La colpa la diamo a prescindere al nemico. Non siamo più così sicuri a viaggiare, certi paesi sono diventati mete pericolose. Abbiamo accettato di essere controllati, perché abbiamo paura e siamo convinti che questo controllo sia sinonimo di sicurezza.

“meglio non vivere una super felicità, se ti controllano come un computer con facilità”

Canta Rancore, in una delle canzoni rap italiane più belle che io abbia mai ascoltato.
Il tema del controllo mi porta alla mente 1984 di Orwell.
Incredibile come lo scrittore britannico sia riuscito a descrivere il mondo di oggi. Un mondo dove si vive sotto l’occhio vigile delle telecamere e dove si è sempre in guerra. Tanto che la maggior parte delle persone ogni tanto fatica a capire chi sia il buono e chi sia il cattivo.
La base degli interventi militari da quindici anni a questa parte è sempre la stessa, la lotta al terrorismo. La ricerca di armi di distruzione di massa (mai trovate, vi consiglio il film green zone), la volontà di esportare la democrazia nei paesi dei nemici, tutto per un mondo migliore. A rimetterci sono stati i civili, gli innocenti, come sempre.  A partire dal crollo delle torri gemelle fino ad oggi, con la guerra infinita in Siria.
Sono passati quindici anni, faceva caldo, guardavo i cartoni e la televisione decise di cambiare per sempre la mia vita.

Gezim Qadraku.

Essere o non essere?

Dura è?
Adesso che si sono permessi di fare della satira sulle vittime del terremoto,
non riuscite più  a stare dalla parte di Charlie Hebdo.
Quando scherzavano su Allah,Maometto e l’Islam andava bene.
Si può scherzare e fare ironia sugli altri, si può fare satira nei confronti di altre religioni, ma quando poi toccano te, allora non vale più.
Tutti Charlie eravate, nonostante non sapeste chi fosse sto “Charlie Hebdo”.

Rivista che fa satira sull’Islam? Grandi, fantastici, fanno bene“.

Come sentite le parole “attacco terroristico”, “islamisti”,  subito a puntare il dito contro i musulmani e prendere le difese di quelli che vi somigliano.
Tutti Charlie eravate, poi basta un’amichevole di calcio e vi mettete a fischiare l’inno francese.
Probabilmente, chi ieri ha fischiato la Marsigliese, non sapeva che Charlie Hebdo è una rivista francese. Va beh dettagli, l’importante era essere Charlie un anno fa.
Fu uno dei primi articoli che scrissi: “Je ne suis pas Charlie”, nel quale dicevo la mia sui fatti accaduti nel gennaio del 2015.
Qualcuno mi disse: “Stai nel tuo, non esagerare“.
Le stesse persone che ora, in enorme difficoltà, si staranno facendo la cruciale domanda:
“Essere o non essere Charlie oggi?”.
Il problema non è, se essere o meno una rivista satirica.
Il problema è che non sapete più chi siete.
Di certo non lo scoprirete, finché continuerete a correre per stare dalla parte che considerate essere della ragione.
La parte composta da persone con lo stesso colore della vostra pelle, che la pensano come voi, che credono in quello che credete voi.

Gezim Qadraku.

Giusto il tempo di dimenticarti

Quasi un anno dopo l’immagine del piccolo Asylan, il cui corpo senza vita era stato fotografato sulla spiaggia e aveva commosso il mondo, un altro bambino cattura di nuovo la nostra attenzione.
Si chiama Omran, ha cinque anni e nel bombardamento aereo di ieri è riuscito a salvarsi. Il video mostra il volontario che lo adagia sul sedile dell’ambulanza, poi di corsa torna fuori per andare a salvare qualcun altro.
Omran resta seduto, fermo, quasi immobile. Si tocca la faccia, guarda la mano e vede del sangue, della polvere e probabilmente capisce cos’è successo. Tutto questo non provoca in lui nessuno stupore, ormai sangue, detriti, distruzione, bombe e morti non saranno più una novità per il bambino. Si guarda in giro, osserva l’ambulanza e poi tocca il sedile, probabilmente non si è mai seduto su un sedile così comodo.
Guardo il video e cerco di immaginare cosa possa passare per la testa di questo bambino, sforzo inutile, non potrò mai neanche minimamente avvicinarmi a quello che sta provando. Allora cerco di immaginare quello che sente, le urla della gente, il caos e il fischio nelle orecchie, dopo che una bomba è caduta a pochi metri di distanza. Ho presente la sensazione solo grazie ai film di guerra, per me la guerra è un film o al massimo un videogioco.
Caro Omran, sei finito su tutti i giornali del mondo, anche se ne avresti fatto volentieri a meno. I tuoi coetanei tra meno di un mese inizieranno la scuola, zaini, astucci, matite colorate e nuovi amici. Tu magari non avrai neanche le medicine per curarti e forse il trauma non lo supererai mai, perché non ci sarà nessuno che ti aiuterà a farlo. Hai solo cinque anni, ma forse hai già capito che tu un futuro non ce l’avrai, perché dalle tue parti alle persone non è concesso il lusso di avere un futuro.
Ti hanno immortalato in quei secondi, seduto, fermo, quasi immobile. Proprio come noi, noi che viviamo nella parte fortunata del mondo, qua siamo tutti belli e puliti. Siamo immobili, ma non perché una bomba è caduta a pochi metri di distanza, ma perché continuiamo a guardare le immagini del conflitto nel tuo paese e queste non ci toccano minimamente. Un anno fa, avevano fotografato un altro bambino, il suo corpo in spiaggia senza vita, aveva avuto lo stesso clamore del video che ti ritrae mentre ti guardi le braccia sporche. Voi bambini ci fate tenerezza, se vediamo che uno di voi è morto o sta soffrendo la nostra attenzione viene catturata magicamente. Comunque dopo la foto di Asylan non è successo niente tranquillo, sono state spese tante parole, sono stati scritti tanti articoli di giornale, le immagini hanno fatto il giro del mondo e poi tutto è tornato come prima. La guerra è andata avanti, le persone che cercano di scappare da quell’inferno hanno continuato a morire. Noi, quelli belli e puliti, abbiamo iniziato a costruire muri per non farvi entrare, abbiamo iniziato a dare la colpa a voi se qui le cose non funzionano. Siete un peso, una colpa, dovreste starvene là e impegnarvi a scappare dalle bombe. Non potete mica pretendere di venire qui e scombussolare la nostra, bella e agiata, vita di tutti i giorni. Funziona così da queste parti, dovreste anche averlo capito.
Tranquillo Omran, tempo una settimana o due e nessuno più parlerà di te. Rimarranno gli articoli, i video e le tue immagini, niente più. Noi qua siamo immobili, ma dimentichiamo in fretta. Le tue immagini servono per farci ragionare e per farci fare la figura di quelli che hanno un cuore, condividiamo il video che ti ritrae in ambulanza e riceviamo qualche mi piace. La tua bandiera non la mettiamo come foto profilo, capisci anche tu che la foto profilo è importante e se proprio dobbiamo cambiarla, è giusto che ci sia un paese conosciuto e importante. Mica la Siria dai, poi manco lo sappiamo dov’è la Siria.
Pensiamo a ciò che ti è successo giusto l’ora seguente dopo aver letto l’articolo. Ci chiediamo il perché della guerra, perché un bambino come te debba conoscere tale inferno. Dura un’ora il nostro pensiero, magari qualche giorno, o una settimana se vogliamo esagerare. Poi fine, non pensare che voi abbiate qualche importanza per noi.
Tra poco sarà tutto finito, tu tornerai ad essere nessuno e noi torneremo alla nostra vita agiata. Dacci solo il tempo di dimenticarti Omran.

Gezim Qadraku.