Dove ho visto il razzismo

Venerdì sera ho parlato al telefono con mia madre e lei a un certo punto ha iniziato a commentare quello che sta succedendo negli Stati Uniti.
Ha detto che è rimasta scioccata, che non è riuscita a guardare il video, che non pensava che gli USA fossero un paese del genere.
L’ho fermata subito e le ho detto di non commettere l’errore di pensare che solo là, dall’altra parte dell’oceano, il razzismo sia ancora un problema. Per farla arrivare dritta al punto ho voluto spiegarle come il razzismo sia presente anche tra la nostra gente, gli albanesi del Kosovo.

In primis contro noi stessi. Perché noi siamo tutti albanesi quando c’è la guerra, quando gli albanesi del Kosovo sono scappati in Albania e hanno trovato rifugio.
Siamo tutti albanesi quando la nazionale di calcio si qualifica all’Europeo.
Siamo tutti albanesi quando c’è da difendere le minoranze albanesi in Macedonia, Grecia, Montenegro o Serbia.
Siamo tutti albanesi quando un/a cantante di nazionalità albanese diventa famoso/a, c’è da andarne orgogliosi e cerchiamo di farlo notare in tutti i modi possibili che sia albanese. “Perché abbiamo anche cose buone.”

Eppure sin da piccolo ho sentito famigliari e amici distinguere la nostra gente in base a dove abitassero in Kosovo. Questo esercizio trovava il suo apice nei matrimoni.
Il primo commento verso la sposa riguardava la sua provenienza.
È cresciuta in una città? Se sì, quale e dove? Nord, Sud, Ovest o Est.
Oppure arriva da un villagio? Mmm, ancora peggio. Molte volte detto da persone che a loro volta erano cresciute e ancora vivevano in un villaggio. Giusto per fare il primo esempio che mi è venuto in mente.
Un fattore in questo contesto era la distanza che separava la città o il villaggio con quello della sposa. Vicini? Ok. Lontani? No, perché allora lei e la sua famiglia sono “diversi”.
Ma come, mica siamo tutti albanesi?
Ecco, siamo albanesi quando ci fa comodo, poi quando il figlio si sposa è bene che la moglie abiti nelle vicinanze. In tutto questo provate a immaginare cosa può pensare l’albanese medio di tutti coloro che non sono albanesi. Ecco, buona fortuna.
Per non parlare di cosa potranno dire di me che critico la mia gente. Va beh, questa è un’altra storia.

Questo discorso sul razzismo della nostra ha avuto un effetto su mia madre. È rimasta in silenzio per un po’. Presumo non avesse mai pensato a questa cosa.

Ora continuo con voi. Ho visto il razzismo in Kosovo, ma l’ho visto anche in Italia, dove ho vissuto per vent’anni.
In Italia è stato a tratti comico, perché ho scoperto come le credenze sulle quali un razzista costruisce i suoi ideali possano essere smontate con una facilità irrisoria e non abbiamo alcuna coerenza.
Vi spiego. Ho avuto amici che col passare degli anni ho scoperto essere razzisti. Nel momento in cui l’ho scoperto ho chiesto a loro perché con me non lo fossero stati, perché non mi avessero mai insultato, perché non mi avessero mai chiesto di tornare al mio paese. Nel loro caso non si trattava di un razzismo soltanto contro persone dal colore della pelle differente, era un razzismo (lo è ancora) contro qualsiasi straniero vivesse in Italia. Insomma, i famosi immigrati che porterebbero via il lavoro ai figli di papà.
Dopo aver fatto notare a questi miei amici che io facevo parte di quel gruppo di persone che loro avevano e tutt’ora insultano, la risposta ricevuta ogni volta è stata la medesima.

 

“No ma tu sei diverso.”

 

No, non sono e non ero diverso. Mi è andata bene perché non ho mai avuto l’accento da straniero o da albanese. Non calcavo la elle o la erre. Se mi sentite parlare e non mi conoscete penserete che io sia di Milano.
Mi è andata bene perché giocavo a calcio ed ero bravo, quindi ero utile alla società.
Mi è andata bene perché mi vestito più o meno come i miei amici. Se c’era da avere le Adidas avevo le Adidas, se c’era da avere le Nike avevo le Nike. Insomma, ero parte del gruppo ed era impossibile capire che non fossi italiano. Sembravo uno di loro, ma non lo ero.
Quindi non meritavo gli insulti razzisti solo perché il mio accento e i miei vestiti erano conformi a quelli del gruppo dei miei amici italiani?

A quanto pare è proprio così. Il mio caso trova conferma nella storia di questo ragazzo di colore, che dopo essere stato malmenato da ragazzi bianchi perché nero, fa di tutto per diventare bianco e viene accettato dal gruppo che lo aveva malmenato.
Lui si integra, loro però continuano ad avere un atteggiamento razzista contro i neri, ma non contro di lui, perché lui nel frattempo – secondo loro – è diventato diverso da quelli neri. Per diverso si intende che veste come i suoi amici bianchi, ascolta la loro musica e parla come loro, ma è pur sempre nero. Quindi il fattore che ha fatto sì che loro lo menassero è ancora presente, ma ora loro lo considerano diverso, lo considerano come uno del gruppo. È un cortocircuito e mostra la stupidità di questo fenomeno.

Ecco il link del documentario:

https://www.internazionale.it/video/2019/02/20/black-sheep-razzismo-oscar

Questo per dire che non dobbiamo commettere l’errore di puntare il dito contro gli Stati Uniti e pensare che sia un problema esclusivamente loro. No, il razzismo c’è ovunque. Leggendo e studiando ho scoperto di odi tra etnie, popoli, Stati, regioni e religioni che non mi sarei mai immaginato. Perché non è solo una questione di bianco e nero. È un fenomeno che si attacca alla minima differenza fisica, culturale o religiosa e finisce per diventare violenza. Perché si inizia ammanettando una persona per aver commesso un reato, poi dato che è nero si finisce per ucciderlo. È un attimo.

Ho visto ebrei razzisti contro i musulmani. Ho letto di europei razzisti contro gli asiatici. Ho letto di neri razzisti contro i bianchi. Ho visto albanesi razzisti contro gli albanesi. Ho visto italiani del nord essere razzisti contro gli italiani del sud.

Quindi pare che siamo tutti razzisti. Scomodo, vero?

Ero razzista anch’io, avevo dei preconcetti pure io da piccolo. Non sono cresciuto in un ambiente dove la cultura, lo studio e la ricerca stavano al primo posto, anzi. Se non avessi avuto il privilegio di studiare sarei ancora razzista. Sì, proprio io che sono cresciuto in un paese straniero.

Ho letto, ho studiato, mi sono interessato a culture e popoli diversi. Questo mi ha permesso di conoscere l’altro, per quanto sia possibile farlo senza visitare un posto, ma è comunque un buon primo passo leggere degli altri, delle usanze, delle credenze di un altro popolo.
Ciò che mi ha aiutato più di tutto è il fatto di conoscere almeno una persona di ogni continente. Questa è stata la scintilla, parlare con persone di ogni parte del mondo e rendermi conto che non ci sia nessuna differenza tra noi, che tutti quei pregiudizi e quelle convinzioni ci sono state inculcate da fattori come l’educazione in famiglia, la preferenza politica di nostro padre, le amicizie, il periodo storico nel quale stiamo vivendo, ecc…

Quindi, il razzismo c’è ovunque.
Si risolverà? Io non credo. Purtroppo sono realista e non mi piace sognare troppo, soprattutto se si parla di un problema come questo radicato nell’essere umano da tanto, troppo tempo.

Se c’è qualcosa che mi sento di consigliarvi è di dare un peso minore alle foto che postate su Instagram e a concentrarvi di più sulla vita reale. Pubblicare una foto con lo sfondo nero non vi dà nulla. È un esercizio troppo facile che non cambia la vostra mentalità. Dopo i primi like che ricevete vi sentite appagati e non colpevoli, vi siete già dimenticati della storia. Trascorrere una serata a parlare con una persona di un altro continente può cambiarvi la vita. Ok, magari la vita no, ma di sicuro modificherà radicalmente l’idea che avete delle persone che ritenete diverse da voi.

Vi auguro di poter avere, come me, almeno un amico per ogni continente.

Gezim Qadraku

 

Do not ask for help

I’m six years old, and I’m in first grade.
It’s spring, almost summer now.
After school, Mom takes me to the park to play with my classmates.
I’m happy, it’s sunny and the days all seem good to me. The school will be over in a while, too, finally.
At the park we have fun on the swings, we run after the ball, and then we finish playing hide and seek. At a certain hour, however, we all have to go home, mothers are inflexible.

Daddy’s home, he just got home from work. He’s had a shower, he smells good. He’s tired, but I don’t notice it. I’m a child, I can’t see it. Mom always tells me to ask him if he’s tired. He always says no, that he’s not tired and caresses my forehead with smiling. I don’t understand why I have to ask him if he says no. I will understand it later when I’ll grow up, when I’ll try to work too, and I’ll feel tired as soon as I walk through the door. I will realize how much having someone who cares if you are tired or not, that that simple question, can drive away all the tiredness.

I took a shower, and then I sit on the couch next to Daddy. He’s got a book in his hand and his face looks confused. He’s studying for his driver’s license. I like the book. It has a lot of colourful pictures that catch my attention. Daddy’s asking me for help. He asks me what the word “roadway” means. It’s the first time I’ve heard that word. I’m six years old, I’m in the first grade, my vocabulary’s restricted. I find that word very difficult. I can’t help Dad, and I’m sorry. Then he goes and asks our neighbour. She tells him that a roadway is a road, but he doesn’t seem happy with the explanation.

I try to understand what that word means, and in the meantime, I wonder why Dad doesn’t know why he asked me for help? Why did he have to go and ask the neighbour? What about mom? Why doesn’t mom know what the roadway means either?
I’m six years old, I’m in first grade, and that word shows me that mom and dad don’t really know the language of the country we are living. I should have figured that out sooner, I guess. We speak a different language at home than people use on TV. Mom and Dad only use Italian when we’re out. Why can I speak both of them? Maybe I have superpowers.

I will spend that period of my childhood thinking that I am a superhero. That I can speak both the language of my parents and the language of my teachers, my classmates and people on television.
Dad will get his license the first time.
Growing up, I’m going to realize that for some things I can’t ask my mom and dad for help with. There are things about life in Italy they can’t help me with. I should ask my classmates or my teachers for help, but I’d be ashamed to do it because I don’t want to show myself to be different or inferior. Then I’ll end up never asking for help, for any obstacle I have to overcome. Linguistic, physical or psychological.

It will be the others who will ask me for help, who will trust my support, my knowledge. Not me, never.
I like to say that I am a guy who prefers to listen, that makes me uncomfortable asking someone for help.
To be honest, I really have no idea how it works, what needs to be done and whether it’s really worth it.
I haven’t learned how to do it yet, to ask for help.

Gezim Qadraku

Non chiedere aiuto

Ho sei anni e sono in prima elementare.
È primavera, quasi estate ormai.
Dopo scuola mamma mi porta al parco a giocare con i miei compagni.
Sono felice, c’è il sole e le giornate mi sembrano tutte belle. Tra un po’ anche la scuola sarà finita, finalmente.
Al parco ci divertiamo sulle altalene, corriamo dietro al pallone e poi concludiamo giocando a nascondino. A una certa ora però dobbiamo tutti andare a casa, le mamme sono inflessibili.

A casa c’è papà, è da poco tornato dal lavoro. Si è fatto la doccia, profuma di buono. È stanco, ma io non lo noto. Sono un bambino, non posso accorgermene. Mamma mi dice sempre di chiedergli se è stanco. Lui mi risponde sempre di no, che non è stanco e mi accarezza la fronte sorridendo. Non capisco perché devo chiederglielo se poi lui mi dice di no. Lo capirò più tardi, quando sarò grande, quando proverò a lavorare anch’io e mi sentirò stanco non appena varcherò la porta di casa. Mi accorgerò quanto avere qualcuno che si preoccupa se sei stanco o meno, che quella semplice domanda, sia in grado di scacciare via tutta la stanchezza.

Mi faccio la doccia e poi vado a sedermi sul divano, di fianco a papà. Ha un libro in mano e la sua faccia ha un’espressione confusa. Sta studiando per la patente. Il libro mi piace, ha un sacco di immagini colorate che attirano la mia attenzione. Papà mi chiede aiuto. Mi domanda cosa vuol dire la parola “carreggiata“. È la prima volta che sento quella parola. Ho sei anni, sto frequentando la prima elementare, il mio vocabolario è ridotto. Quella parola mi sembra difficilissima. Non riesco ad aiutare papà e mi dispiace. Allora lui va a chiederlo alla nostra vicina di casa. Lei le dice che una carreggiata è una strada, però lui non sembra soddisfatto della spiegazione.

Io cerco di capire a cosa voglia dire quella parola e nel frattempo mi chiedo perché papà non lo sappia, perché mi ha chiesto aiuto? Perché è dovuto andare a chiederlo alla vicina? E mamma? Perché neanche mamma sa cosa vuol dire carreggiata?
Ho sei anni, sto frequentando la prima elementare e quella parola mi mostra che mamma e papà non sanno bene la lingua del posto dove stiamo vivendo. Avrei dovuto capirlo prima, penso. A casa parliamo una lingua diversa da quella che le persone usano in televisione. Mamma e papà utilizzano l’italiano solo quando siamo fuori. Perché io invece riesco a usarle tutte e due? Forse ho i superpoteri.

Passerò quel periodo della mia infanzia a pensare che sono un supereroe, che io so parlare sia la lingua dei miei genitori che quella delle maestre, dei miei compagni e delle persone in televisione.
Papà prenderà la patente al primo colpo. Non verrà bocciato né alla teoria né alla pratica.
Crescendo mi accorgerò che per certe cose non potrò chiedere aiuto a mamma e papà. Ci sono cose della vita in Italia per le quali loro non possono aiutarmi. Dovrei chiedere aiuto ai miei compagni di classe o alle mie maestre, ma mi vergognerò di farlo perché non vorrò mostrarmi diverso o inferiore. Allora finirò per non chiedere mai aiuto, per qualsiasi ostacolo io dovrò superare. Linguistico, fisico o psicologico.

Saranno gli altri a chiedermi aiuto, a fidarsi del mio supporto, delle mie conoscenze. Io no, mai.
Mi piace dire che sono un tipo che preferisce ascoltare, che mi mette a disagio chiedere aiuto a qualcuno.
In realtà non ho idea di come funzioni, di cosa bisogna fare e se ne valga la pena davvero.
Non ho ancora imparato a farlo, a chiedere aiuto.

Gezim Qadraku

23 years old

I’m 23 years old.
Some of my peers have already married and had a child. Most of the others share their lives with another person and are just waiting for the right moment to take the vital step. I, on the other hand, am alone. I who at family dinners always have to be asked the same question by relatives, “so are you seeing someone?”

I’m not even afflicted by a strange disease that prevents me from having relationships.
I am twenty-three years old, and I spend my life reading, preparing exams and trying to understand what I want to do when I grow up. Yes, I know I should already know what to do once I’ve finished my studies, in reality, I do nothing but change my mind every day that passes. So I use the line from the movie The Big Kahuna as an excuse:
Don’t feel guilty if you don’t know what to do with your life, the most interesting people I know at 22 didn’t know what to do with their life, the most interesting 40-year-olds I know still don’t.

I’m one of those who, once finished the studies, would leave with a backpack to travel the world. This could be a great job, going around the world at random. Without a goal. Go explain it to parents and relatives that your dream is not to have a house, get married, have children, have a quiet life. If you just try to bring it up, you’re labelled as the strange, crazy one, the one who doesn’t know what to do with his life, the unripe one, the one who doesn’t want to work, the one who studies so much that he becomes a fool.

I’m twenty-three years old, and for now, I’ve only done a few casual jobs, to try to have some kind of independence and not become a burden for my parents. Comfortable with money, it doesn’t bring happiness but makes everyday life less burdensome. Despite this, the idea of doing the same thing five days a week for years makes me nauseous and afraid.

I am twenty-three years old, and certainties frighten me, although perhaps I would also like to have some assurance.
I am twenty-three years old, and I take refuge in novels, with the hope of finding, between the lines of Dostoevsky or Bukowski, an idea of what I can become when I grow up.
I’m twenty-three years old, and in the evening I willingly stay home and watch an episode of the television series of the moment. My idols are Heisenberg (Bryan Cranston in breaking bad) and Rustin Spencer (Matthew McConaughey in True Detective). By dint of watching TV series, my prototype woman has become Meredith Grey (starring in Grey’s Anatomy). My only interest right now is the start of the second season of Better Call Saul.

I’m twenty-three years old, and I’ve discovered that alcohol, taken in acceptable doses, can become a great life companion.
I’m twenty-three years old, I’ve known love, and I carry my wounds on my heart. We meet different people every day. Some mornings we wake up in a bed that is not our own wondering where the hell we are. Then we turn our heads and connect that this was yet another late evening ended in a bed of a stranger until a few hours before. We all had one true love, and although we do everything we can, we will find it hard to forget it.
I’m twenty-three years old, and I screwed up diets and the mirror, I realized that if there is someone who wants me, he will have to be content with who I am.

I’m twenty-three years old, and I was lucky enough to grow up with very little technology, I realize how sad the adolescence of future generations is.
Ten-year-old children wander around me with their heads already fixed on the screen and their brains wholly lost.
I’m twenty-three years old, and I’m part of the middle generation, the ones who used technology first and now try to use it sparingly. I laugh in the face of my parents’ inability to use apps, and I cry when I watch children fiddling around on the computer better than I do.

I’m twenty-three years old, a lot has changed since high school; with some old friends we don’t say greet anymore, some friends stayed, some decided to move, to go to another country. So I stop and think, my parents’ words come back to my mind…
“enjoy life, because every moment is unique and never comes back.”
I think back to all the moments I spent with my friend, who now lives thousands of miles away from me. I wonder if I enjoyed them enough if I could have seen him more often when he lived across the road if it was worth keeping his face for some nonsense he had done.
I get lost in these thoughts. Then I come to the conclusion that if I can’t wait to hear or see him, then despite those miles, friendship is still there and maybe it will be there forever. Despite the distance, despite the daily problems, despite all the friendship remains and this allows me to sleep quite calmly.

I am twenty-three years old. I don’t follow any model, I don’t want to look like anyone. I would like to leave home as soon as possible, to become independent, to do something with my life, but I don’t know what.
I’m twenty-three years old, I don’t have bright ideas, but I’m one of those with whom a simple beer at the bar on a mid-week evening can be much more interesting than you can imagine.

I’m 23 years old, and I have no desire to grow up.

Gezim Qadraku

This article was written in 2016.

Those summers in Kosovo

Returning to Kosovo every summer meant being able to finally breathe the air of freedom. After nine months of inflexible hours, school, homework, tests and questions, I always had at least a month of pure fun. I spent most of my time in the village where my father was born and raised. There, togethere with my cousin and other boys, I am sure I reached the peak of happiness.

We were a group of six or seven children. I was the youngest. We spent our afternoons playing in the endless meadows of the countryside. They’d take the cows out to pasture, and one always had the ball with him. We’d go and challenge the other children in the village. I used to play football in Italy, I trained twice a week and did everything according to the rules. But there, among them, I looked like a fish out of water. I thought I was playing another game. They were better, faster, stronger. Growing up, I always wondered where they’d get to if somebody gave them a chance.

Those afternoons were beautiful. We didn’t just play football, we stole the cobs and ate them together. We’d divide up our duties. Three went to take the cobs. Two were the field workers, while one was outside to check if the owner arrived. The other three or four stood at the base, which was nothing but the shadow of an oak tree. Down there we prepared the wood and the fire. We grilled the cobs. By looking at our faces, it was like someone had opened us the doors of a starred restaurant. Those weren’t just cobs. It was the organization of a theft, the anxiety of waiting, the adrenaline of those who had to carry out the plan and then the happiness of being able to enjoy them together.

I felt good in their midst, even though I was totally different. I had everything: original shoes, beautiful, clean and ironed clothes. A simple life in Italy and the possibility to think of a rosy future. They had nothing, but I didn’t know that.
How I cried every time I had to go back to Italy. I wanted to stay with them, and I would have given everything just to stay in Kosovo.
They never told me anything, but who knows how they envied me. And I was so stupid to barter my wealthy life for their nothing.

I liked everything about them. Even when they got dirty playing, I had the feeling that their dirt was more beautiful than mine, more original. Even the mud or dust looked good on them. How many times I think back to those moments listening to the beautiful notes of “Il ragazzo della via Gluck“. I get emotionally touched every time.

The memory of the best food I’ve ever eaten is also linked to those moments. No, I’m not talking about grilled cobs.
When we went out to play, our mothers knew we’d be late, and at some point, we’d be hungry. So Mom would always make me a sandwich with sliced tomatoes and a generous amount of salt. A simple sandwich, actually, quite a thin one if I think about it.
It was the end of the world, believe me. When the tomato juice wet the bread, and there was salt in that piece, a mixture came to life that made me literally fly.
God, what happiness.

Mom used to yell at me when I went out too often to play with my friends. She used an expression that can’t be translated into English, Sokak. The word refers to the narrow streets that separate houses in a village or town. But it is the way it is used and all the meaning it is given to create a world of its own. Mom always told me not to stay in Sokak all day. It was like, to try to say it in English, a sort of reminder not to spend the whole day walking around the village wasting time.

She wanted me to study to do my homework, but all I cared about was playing football with my friends. They protected me from that world of unwritten rules, pride and courage. Something far away from the concept of fun that there was in Italy when I played after school in the park with my classmates.

They were all wearing old, ugly, dirty clothes and I wanted them. I dreamed of being like them, but instead, I had much more beautiful stuff. I was ashamed of myself.
One day I realized where they were buying those bad things I liked so much. I also saw that they were really cheap, and I began to understand something of their reality. I was at the market with my parents, which in Albanian we call pazar, from bazaar. You should spend a day in this place, you would understand so much about our people. The manners of the salesmen, the kindness and willingness to give you credit for one, two or three weeks. The atmosphere, the smells and the sounds. Try to ask to buy a single pepper and receive all the crate that will contain at least thirty.

“Oh no, they’re too many. I only need one.”
“But ma’am, you don’t want to buy a single pepper, do you? Come on, one euro and take it all.”

And you can’t say no. And it’s nice that way.

Now it happens, when I come back, less and less, unfortunately, to meet those boys again. They’ve grown, they’ve become men. They’ve started a family, a home and their lives have taken an acceptable path. But it’s as if nothing has changed when they see me. We meet in the most unthinkable places, even if for me every time it is as if someone catapults us on the meadows of our beloved countryside. We talk, discuss the present and how things have changed. They are even kinder than before, and I feel uncomfortable every time. I wonder why I deserved such a blessed life, and they didn’t.

I meet Amir, and I’m reminded of what his reality was like as a child. He lived about 50 yards away from my cousin. We were separated by a hill that people used to take out the garbage. Behind the trash was Amir and his family. One afternoon we went to his place. I don’t remember why. They didn’t have a house, they lived in a shack. The roof was open, and the place was tiny. I don’t remember how many members there were in total, also because every day I discovered a new brother or sister. You should see it now Amir and his two-floor house built with who knows how many sacrifices. He takes me in there proudly and introduces me to his wife Jetmira, who is pregnant.

It’s a boy,” he tells me excited. There are a lot of photos in the living room. The biggest one is of his father, who left too soon. I’m in one also. That’s us in the group, all together in front of my cousin’s house. I get touched, can barely keep my tears inside. I didn’t expect that picture. It’s an avalanche of emotion that’s hard to handle.

We drink coffee, eat some dessert, and they’re all trying to hold me back for dinner. I tell Amir that I’m already invited for dinner elsewhere. That’s the only reason that convinces him to give up. I greet Jetmira with a handshake and give Amir a big hug. I leave their nest and head towards my cousin, who is waiting for me for dinner.

While walking, I think about the life I have led in Italy and that of my Italian friends. Sometimes I wonder what happened to our childhood if we did nothing but complain about what we missed. The Play-Station game, the branded shoe, the moped, etc…

I grew up among people who were economically well, who could afford everything a human being needs to live well. Still, I realize that they gave me nothing. They taught me how to choose restaurants, how to eat certain dishes and how to dress on certain occasions.
Poor people have given me so much. I always feel comfortable with them, even if I’ve never been poor. They have suffered, they have something to tell you, you can find life in their eyes. And if fate was not too cruel and they still have the strength to laugh; well, in those smiles, you will understand why life is the best thing that could have happened to you. The poor have taught me and shown me the meaning of the word happiness.

I arrive at the gate, and before entering, I take a look around. A lot of things have changed. The houses are all more beautiful now. The colours of the walls are bright, the road has been paved, an acceptable amount of water flows in the river, and there is no longer any sign of war. Despite all these differences, my mind recreates the images of those summer days. I see myself as a child running out of the courtyard to meet the boys in the group. I savour the taste of those sandwiches and hear our happy voices as we chase the ball. I’m reminded of the words at the end of the movie Stand by Me.

“I never had any friends later on like the ones I had when I was twelve. Jesus, does anybody?”

I walk into the courtyard and see my cousin on the balcony smiling at me. He tells me dinner’s ready. In my heart, I hope there are bread, tomatoes and salt.

Gezim Qadraku

Quelle estati in Kosovo

Tornare in Kosovo ogni estate significava poter finalmente respirare aria di libertà. Dopo nove mesi di orari inflessibili, scuola, compiti, verifiche e interrogazioni, mi aspettava sempre almeno un mese di puro divertimento. Passavo la maggior parte del tempo nel villaggio in campagna dov’è nato e cresciuto mio padre. Lì, insieme a mio cugino e altri ragazzi, sono sicuro di aver toccato l’apice della felicità.

Eravamo un gruppo di sei, sette bambini. Io ero il più giovane. Trascorrevamo i pomeriggi a giocare negli infiniti prati di campagna. Loro portavano le mucche al pascolo e uno aveva sempre con sé il pallone. Si andava così a sfidare gli altri bambini del villaggio. Io giocavo a calcio in Italia, mi allenavo due volte a settimana e facevo tutto secondo le regole. Ma lì, in mezzo a loro, sembravo un pesce fuor d’acqua. Mi pareva di fare un altro gioco. Loro erano più bravi, più veloci, più forti. Crescendo mi sono sempre chiesto dove sarebbero potuti arrivare, se qualcuno avesse dato loro una possibilità.

Che belli quei pomeriggi. Non si giocava soltanto a calcio, si andava anche a rubare le pannocchie per poi mangiarle insieme. Ci suddividevamo i compiti. Tre andavano a rubarle. Due erano gli addetti ad entrare nel campo, mentre uno stava fuori a controllare che non arrivasse qualcuno. Gli altri tre o quattro stavano alla base, che non era altro che l’ombra di una quercia. Lì sotto preparavamo la legna e il fuoco. Le mangiavamo alla griglia e a guardare le nostre facce pareva che ci avessero aperto le porte di un ristorante stellato. Non erano solo pannocchie quelle. Era l’organizzazione di un furto, l’ansia dell’attesa, l’adrenalina di coloro che dovevano mettere in atto il piano e poi la felicità di potercele gustare assieme.

Stavo bene in mezzo a loro, anche se ero totalmente diverso. Io avevo tutto: scarpe originali, vestiti belli, puliti e stirati. Una vita semplice in Italia e la possibilità di poter pensare a un futuro roseo. Loro non avevano nulla, ma io mica lo sapevo. Quanto piangevo ogni volta che bisognava tornare in Italia. Volevo restare con loro e avrei dato tutto quello che avevo pur di poter rimanere in Kosovo.
Loro non mi hanno mai detto niente, ma chissà quanto mi invidiavano. E io stupido che avrei barattato la mia vita agiata per il loro nulla.

Tutto mi piaceva di loro. Anche quando ci si sporcava giocando avevo la sensazione che il loro sporco fosse più bello del mio, più originale. Anche il fango o la polvere stava bene su di loro. Quante volte ripenso a quegli istanti ascoltando le meravigliose note de “Il ragazzo della via Gluck“. Mi emoziono ogni volta.

A quei momenti è legato anche il ricordo del cibo più buono che io abbia mai mangiato. No, non mi sto riferendo al mais alla griglia.
Quando uscivamo a giocare le nostre madri sapevano che avremmo fatto tardi e che a una certa ora avremmo avuto una fame da lupi. Allora mamma mi preparava sempre un panino con del pomodoro tagliato a fette e una generosa quantità di sale. Un panino semplice, anzi, piuttosto scarno se ci penso.
Era la fine del mondo, credetemi. Quando il succo del pomodoro bagnava il pane e in quel pezzo c’era del sale, prendeva vita un miscuglio che mi faceva letteralmente volare.
Dio che felicità.

Mamma però mi sgridava quando esageravo nell’uscire a giocare con gli altri. Usava un’espressione intraducibile in italiano, Sokak. La parola fa riferimento alle stradine strette che separano le case in un villaggio o in una città. Ma è il modo con cui viene utilizzata e tutto il significato che le viene dato a creare un mondo a sé stante. Mamma mi diceva sempre di non stare n’sokak tutto il giorno. Era come, per provare a dirla in italiano, una sorta di richiamo a non passare tutta la giornata a spasso per il paese a perdere tempo.

Voleva che studiassi, che facessi i compiti, ma a me interessava soltanto giocare a pallone con i miei amici. Loro mi proteggevano da quel mondo fatto di regole non scritte, orgoglio e tanto coraggio. Qualcosa di distante anni luce dal concetto di gioco e divertimento che c’era in Italia, quando trascorrevo il post scuola al parco con i miei compagni di classe. Loro indossavano tutti indumenti vecchi, brutti, sporchi e io li volevo. Sognavo di essere come loro, ma invece avevo tutta roba molto più bella. Me ne vergognavo.

Un giorno capii dove compravano quelle cose brutte che a me tanto piacevano. Vidi anche che costavano veramente poco e iniziai a comprendere qualcosa della loro realtà. Mi trovavo al mercato con i miei genitori, che in albanese chiamamo pazar, da bazar. Dovreste passarci una giornata in questo posto, capireste tanto del nostro popolo. I modi di fare dei venditori, la gentilezza e la disponibilità nel farti credito per una,due o tre settimane. L’atmosfera che si respira, gli odori, i suoni e i profumi. Provare a chiedere di avere un peperone e ricevere tutta la cassa che ne conterrà almeno una trentina.

“Ma no, tutti sono troppi. Me ne serve solo uno.”
“Ma signora, non vorrà mica comprare un solo peperone? Su dai, un euro e si prenda tutto.”

E non puoi mica rifiutare. Ed è bello così.

Ora capita, quando ritorno, sempre meno purtroppo, di incontrare di nuovo quei ragazzi. Sono cresciuti, sono diventati uomini. Hanno messo su famiglia, una casa e le loro vite hanno preso una via accettabile. Ma è come se nulla fosse cambiato quando mi vedono. Ci si incontra nei posti più impensabili, anche se per me ogni volta è come se qualcuno ci catapultasse sui prati della nostra amata campagna. Parliamo, discutiamo del presente e di come le cose siano cambiate. Sono ancora più gentili di prima e io mi sento a disagio ogni volta. Mi domando perché ho meritato una vita così fortunata e loro no.

Incontro Amir e mi torna in mente com’era la sua realtà da bambino. Abitava a una cinquantina di metri da mio cugino. A separarci c’era solo una collinetta che la gente usava per buttarci la spazzatura. Dietro all’immondizia c’era Amir e la sua famiglia. Un pomeriggio andammo da lui, non ricordo il motivo. Non avevano una casa, vivevano in una baracca. Il tetto era scoperto e il posto era minuscolo. Non ricordo quanti membri fossero in totale, anche perché ogni giorno scoprivo un fratello o una sorella nuova. Dovreste vederlo adesso Amir e la sua villa a due piani costruita con chissà quanti sacrifici. Mi ci porta dentro orgoglioso e mi fa conoscere sua moglie Jetmira, che è in dolce attesa.

È un maschio“, mi dice emozionato. Nel salotto ci sono un sacco di fotografie. La più grande è quella del padre, andato via troppo presto. Ci sono anch’io in una.  Siamo noi del gruppo, tutti insieme di fronte alla casa di mio cugino. Trattengo a stento la commozione. Non me l’aspettavo quella foto. È una valanga di emozioni difficile da gestire.

Beviamo il caffè, mangiamo qualche dolce e loro le provano tutte a trattenermi per cena. Dico ad Amir che sono già ospite da un’altra parte. È l’unico motivo che lo fa desistere. Saluto Jetmira con una stretta di mano e abbraccio forte Amir. Lascio il loro nido e mi dirigo verso mio cugino che mi aspetta per cena.

Durante il tragitto penso alla vita che ho condotto in Italia e quella dei miei amici italiani. A volte mi chiedo cosa ne è stata della nostra infanzia, se non abbiamo fatto altro che lamentarci di ciò che ci mancava. Il gioco della Play-Station, la scarpa di marca, il motorino, ecc…

Sono cresciuto in mezzo a persone che stavano bene economicamente, che potevano permettersi tutto ciò che serve a un essere umano per vivere bene, ma mi rendo conto che non mi hanno dato nulla. Mi hanno insegnato a scegliere i ristoranti, come si devono mangiare determinati piatti e come ci si deve vestire in certe occasioni. 

I poveri invece mi hanno dato tanto. Con loro mi sento sempre a mio agio, anche se io povero non lo sono mai stato. Loro hanno sofferto, hanno qualcosa da raccontarti, ci trovi la vita nei loro occhi. E se il destino non è stato troppo crudele e hanno ancora la forza di ridere; beh, in quei sorrisi capirai perché la vita sia la cosa migliore che possa esserti capitata. I poveri mi hanno insegnato e mostrato il significato della parola felicità. 

Arrivo al cancello e prima di entrare do un’occhiata intorno. Sono cambiate tante cose. Le case sono tutte più belle ora, i colori delle mura sono vivaci, la strada è stata asfaltata, nel fiume scorre una quantità d’acqua accettabile e non c’è più nessun segno della guerra. Nonostante tutte queste differenze, la mia mente ricrea le immagini di quei giorni d’estate. Vedo me stesso da piccolo che corre fuori dal cortile per incontrare i ragazzi del gruppo. Riassaporo il gusto di quei panini e risento le nostre voci felici mentre inseguiamo il pallone. Mi tornano in mente le parole del finale del film Stand by me.

Non ho mai più avuto amici come quelli che avevo a dodici anni. Gesù, ma chi li ha?

Entro nel cortile e vedo mio cugino sul balcone che sorride nel vedermi. Mi dice che la cena è pronta. In cuor mio spero ci sia del pane, dei pomodori e del sale.

Gezim Qadraku

 

Residence permit

I remember every detail of that moment. Feelings, smells, clothes I wore, music I was listening to and what was going on in my head. Just like my approach to elementary school. When at the age of five, I had to face the shock of being the only child in class who didn’t have the pencil case.

I’m sitting on the floor of Milan’s police headquarters at via Fatebenefratelli waiting for my turn. No, I haven’t committed any crime. I will leave this country in a few years with an immaculate record. I’m not here because the police brought me here. I came of my own free will. My residence permit expires soon, and I have to renew it. I have to renew it so that I can reside in Italy so that I can study so that I can continue to play football so that I can live and do the same things that my friends do.

I am sitting, tired, and mentally exhausted. I woke up at five this morning, and at six I was out here. The queue was already long, and after an hour, I was only one or two metres ahead. Knowing what was waiting for me, I decided to commit something unacceptable, something I should be ashamed of now. Still, I feel no remorse. I crossed the queue; I made a shield of my appearance as a white-skinned boy, of my blue pants to which I matched a blue shirt and an innocent face to look like an Italian. To look at me, anyone would have thought I was just any Italian student. I grabbed the card with the number 181 and sneaked in. It was 7:00, and a few minutes later, I thought I’d get out of here after lunch. I was too optimistic.

It’s 16:30, and I just texted the girl I’m dating that our date has to be postponed for tomorrow. I’m still waiting for my turn, and from the moment I walked in, I’ve been doing nothing but looking at the people around me. The air stinks. It smells like sweat, like bad food, like exhaustion.

Some children cry, others play to deceive time.
Some mothers breastfeed, others try to put their babies to sleep.
Some fathers lose their patience and others who don’t give any hint of nervousness. There’s the whole world in this immigration office. Latin America, Africa, Eastern Europe, the Middle East and Asia. We’re all here. Nobody’s missing.

The number 150 has appeared on the screen; my turn is coming up. Thirty or so numbers and this hellhole will be over. There’s nothing left for me to do but think about all the time I’ve spent here since I’ve been in Italy. It’s the first time I’ve been here on my own; it’s the first time since I came of age. Before it was a hell I used to share with my parents. Going to police headquarters meant missing a day of school. It meant going to Milan and then taking the train and the subway. These were all things that I liked, and I feel like an idiot when I think about how much coming to the police headquarters to renew my residence permit was a good day for me.

I always liked Milan. The trains, the subway, the crowds of people, the shops, the kind of life you breathe here. I’ve always wanted to live here. I don’t know yet, but after a few years I will have the chance to study in Milan, and I will finally take away all that desire to enjoy this city in every corner.

There’s a family that attracts my attention. They must be Indian or Pakistani. The family consists of five members: father, mother and three little girls. The father figure has just received what I think is the renewal of the residence permit for himself and everyone else. He does a liberating run towards his women. Their faces, smiles, and the hugs they give themselves are the best representation of the happiness I could give right now if anyone asked me.

I look at them, and instead of empathizing their joy and being happy, I feel strong compassion. I pity them, as I do myself. I would like to get up, join them and tell them to leave. To leave this country and go back to live in theirs. I’m so tired of all this that I’d go back to mine, even now. On foot, if I had to. It was a life spent like that: renewing the residence permit. According to the laws that governments enjoy changing every time, the merry-go-round changes. Sometimes the renewals last longer, sometimes less. They say that after certain years you are entitled to citizenship. Some people have been waiting for it for so long that they forgot the date’s application.

No one forced you to come, some might rightly say. I’d be inclined to agree with a fierce statement like that right now. I’d go back and do anything to stop my father. I’d tell him to stay, not to convince my mother to go after him. I’d try to persuade them to stay in a place where even if you want to work there’s no job. A place where the war will come and who knows if you’ll be lucky to survive or not. Because after hearing the war stories, I think it’s all about luck. But this waiting, this bureaucracy, this constant spotlight reminding you that you’re not like the locals has tired me out. And now, as I stretch my legs and try to relax my muscles, I almost give a shit about all the things a developed country puts at your disposal. I’d like to close my eyes and catapult myself back to where I was born.

As if that wasn’t enough, you grow up in an environment where you always hear locals saying that we are all the same, that we are all in the same boat. Bullshit. I needed a residence permit to go to school, to play with my friends and to register for the football team. No, we’re not all the same. We never will be. That’s the sad, raw truth. But it’s okay.

As I follow that family out of the police station with my eyes, I tell myself I don’t even want to be the same as the locals. I don’t care anymore. Because you get to a certain point where it takes away your strength and you accept it passively. You come in here, you get in line, and you wait for your number. You get your permit renewed, and you go home.

It’s been an hour, and finally, it’s my turn. The guy at the counter is a few years older than me. I give him everything he asks for, and after about ten minutes, he makes me sign a paper with an orange card on it. My new residence permit. It is valid from 2009 until 2014. It’s 2010; a year has already passed. Five years, I’ve never had a residence permit this long. Before I leave, the guy reminds me that the next one will be indeterminate. He expects me to be pleased, to smile and react in who knows what way. I thank him and leave.

I don’t give a shit“, I’d like to say. But it’s not his fault; he had nothing to do with it. It’s nobody’s fault. I wish I could find someone to blame for all this. Who makes some people have to leave their places and spend their lives in places like police headquarters to renew residence permits.

All I can do is get out of this place. I went in there ten hours ago. It was dark; it’s dark again. I’m texting to mom that I’m out, that I’m stopping for something to eat because I’m exhausted. There’s a McDonald’s down the road. I get thrown in. I order a big menu and try to enjoy it with all the calm in the world. After a couple of fries and the first sip of Coke, I can hear my cell phone vibrating. He’s my best friend.

“Football in an hour or so?”
“I can’t, I’m in Milan.”
“What are you doing in Milan at this hour?”
“I was at police headquarters. I just finished.”
“At police headquarters? What the fuck did you do?”
“Nothing, calm down. I had to renew my residence permit.”

I take the first bite of the burger, and I smile. My Italian friends know the police headquarters as the place where you are taken if you have committed a crime. They don’t know that there is an immigration office, a room where foreigners spend their lives renewing their residence permits. The burger’s good, I’ll take another bigger bite. I think in four years I’ll still be here, another time.
It will be the last one, but I don’t know yet.

Gezim Qadraku

The highlighted image was taken by Claudio Furlan.

Permesso di soggiorno

Questo è uno di quei momenti della mia vita di cui ricordo ogni particolare. Le sensazioni, gli odori, i vestiti che indossavo, la musica che ascoltavo e ciò che mi frullava per la testa. Esattamente come per il mio approccio alla scuola elementare, quando a cinque anni dovetti affrontare lo shock di essere l’unico bambino in classe a non avere l’astuccio.

Sono seduto sul pavimento della questura di Milano di via Fatebenefratelli che aspetto il mio turno. No, non ho commesso nessun reato. Me ne andrò da questo paese tra qualche anno con la fedina penale completamente pulita. Non mi trovo qui perchè mi ci hanno portato i Carabinieri, ci sono venuto di mia spontanea volontà. Il mio permesso di soggiorno scade a breve e devo rinnovarlo. Devo rinnovarlo per poter risiedere in Italia, per poter studiare, per poter continuare a giocare a calcio, per poter vivere e fare le stesse cose che fanno i miei amici.

Sono seduto, stanco, esausto, mentalmente sfinito. Mi sono svegliato alle 5 questa mattina e alle 6 ero qua fuori. La coda era già bella lunga e dopo un’ora ero avanzato solo di uno o due metri. Sapendo cosa mi aspettava, ho deciso di commettere qualcosa di inaccettabile, qualcosa di cui ora mi dovrei vergognare, ma non provo nessun rimorso a essere sincero. Ho superato la coda, mi sono fatto scudo del mio aspetto di ragazzo dalla pelle bianca, dei miei pantaloni blu ai quali ho abbinato una camicia azzurra e del faccino innocente per sembrare un italiano. A guardarmi, chiunque avrà pensato che dovevo essere un qualsiasi studente italiano. Ho afferrato in fretta e senza farmi notare il bigliettino con il numero 181 e mi sono intrufolato dentro. Erano le 7 e qualche minuto, ho pensato che dopo pranzo sarei uscito da qua. Ero troppo ottimista. 

Sono le 16:30 e ho appena scritto alla ragazza con la quale mi sto sentendo che sono ancora qua, che il nostro appuntamento deve essere rimandato a domani. Sto ancora aspettando il mio turno e dal momento in cui sono entrato non sto facendo altro che scrutare le persone che mi stanno attorno. C’è puzza, puzza di sudore, di cibi, di sfinitezza. C’è puzza di qualsiasi cosa. Ci sono bambini che piangono, altri che giocano per ingannare il tempo, mamme che allattano, altre che cercano di far addormentare i propri bambini. Padri che perdono la pazienza e altri che non danno alcun cenno di nervosismo. C’è tutto il mondo in questo ufficio immigrazione. America latina, Africa, Europa dell’est, Medio Oriente e Asia. Ci siamo tutti, non manca davvero nessuno.

Sullo schermo è apparso il numero 150, si avvicina il mio turno. Una trentina di numeri e sarà finito questo inferno. Non mi resta altro da fare che pensare a tutto il tempo che ho trascorso qua dentro sin da quando sono in Italia. È la prima volta che ci vengo da solo, è la prima volta da maggiorenne. Prima era un inferno che condividevo con i miei genitori. Andare in questura significava perdere un giorno di scuola. Significava andare a Milano e quindi prendere il treno e la metro. Erano tutte cose che mi piacevano e mi sento un idiota, se ripenso a quanto venire in questura a rinnovare il permesso di soggiorno fosse un giorno bello per me.

Mi è sempre piaciuta Milano. I treni, la metro, la folla di gente, i negozi, il tipo di vita che si respira qui. Ho sempre desiderato viverci. Non lo so ancora in quel momento, ma dopo qualche anno avrò la possibilità di studiare a Milano e finalmente mi toglierò tutto quel desiderio di godermi questa città in ogni angolo.

C’è una famiglia che attira la mia attenzione. Devono essere indiani o pakistani. La famiglia è composta da cinque membri: padre, madre e tre bambine. La figura paterna ha appena ricevuto quello che penso sia il rinnovo del permesso di soggiorno per sé e tutti gli altri. Accenna una corsetta liberatrice verso le sue donne. Le loro facce, i sorrisi e gli abbracci che si danno sono la miglior rappresentazione della felicità che potrei dare in questo momento, se qualcuno me lo chiedesse.

Li guardo e invece di empatizzare la loro gioia ed essere felice, provo una forte compassione. Mi fanno pena, come mi fa pena me stesso. Vorrei alzarmi, raggiungerli e dire a loro di andarsene. Di lasciare questo paese e tornare a vivere nel loro. Io sono così stanco di tutto questo che ci tornerei nel mio, anche subito. A piedi, se fosse necessario. È stata una vita trascorsa così: a rinnovare il permesso di soggiorno. In base alle leggi che i governi si divertono a cambiare ogni volta, la giostra cambia giro. A volte i rinnovi durano più a lungo, altre volte di meno. Dicono che dopo determinati anni hai diritto alla cittadinanza, ma c’è gente che la aspetta da così tanto che si è dimenticata della data di quando l’ha richiesta.

Nessuno ti ha obbligato a venire, potrebbe giustamente dire qualcuno. Mi verrebbe da dare ragione a un’affermazione feroce del genere in questo momento. Tornerei indietro e farei di tutto per fermare mio padre. Gli direi di restare, di non convincere mia madre a seguirlo. Proverei a convincerli a stare in un posto dove anche se vuoi lavorare il lavoro non c’è. In un posto dove arriverà la guerra e chissà se sarai fortunato o no da sopravvivere. Perché dopo aver ascoltato i racconti di guerra penso che sia tutta questione di fortuna. Ma queste attese, questa burocrazia, questo continuo riflettore che ti ricorda che non sei come quelli del posto mi ha stancato. E ora, mentre allungo le gambe e cerco di rilassare i muscoli, quasi me ne fotto di tutte le cose che un paese sviluppato ti mette a disposizione. Vorrei chiudere gli occhi e catapultarmi là dove sono nato.

Come se non bastasse, cresci in un ambiente dove costantemente ti senti ripetere che siamo tutti uguali, che siamo tutti sulla stessa barca. Cazzate. Io per poter andare a scuola, per giocare al parco con i miei amici e potermi registrare alla squadra di calcio del mio paese avevo bisogno di un permesso di soggiorno. No, non siamo tutti uguali. Non lo saremo mai. È la triste e cruda verità. Ma va bene così.
Mentre seguo con gli occhi quella famiglia uscire dalla questura mi dico che non voglio neanche essere uguale agli altri. Che non me ne frega più niente in realtà. Perché arrivi a un certo punto che tutto questo ti toglie la forza e lo accetti passivamente. Vieni qui, ti metti in fila e aspetti il tuo numero. Ricevi il tuo permesso rinnovato e te ne torni a casa.

È passata un’ora e finalmente è il mio turno. Il ragazzo allo sportello avrà qualche anno in più di me. Gli do tutto quello che mi chiede e dopo una decina di minuti mi fa firmare un foglio sul quale c’è una tessera di colore arancione. Il mio nuovo permesso di soggiorno. È valido dal 2009 fino al 2014. Siamo nel 2010, un anno è già trascorso.
Cinque anni, mai avuto un permesso di soggiorno così lungo. Prima di andarmene mi ricorda che il prossimo sarà indeterminato. Si aspetta che la notizia mi faccia piacere, che io sorrida e reagisca in chissà quale maniera. Lo ringrazio e me ne vado.
“Non me ne frega un cazzo”, gli vorrei dire. Ma non è colpa sua, lui non c’entra niente. Non è colpa di nessuno in realtà, vorrei poter trovare un colpevole a tutto questo. A chi fa sì che certi popoli debbano lasciare i propri luoghi e passare una vita in posti come le questure a rinnovare permessi di soggiorno. 

Non posso fare altro che uscire da questo posto. Ci sono entrato dieci ore fa. Era buio, lo è di nuovo. Scrivo a mamma che ho finito, che mi fermo a mangiare qualcosa perché sono distrutto. C’è un McDonald’s a pochi passi dalla questura e mi ci catapulto dentro. Ordino un menù grande e cerco di godermelo con tutta la calma del mondo. Dopo un paio di patatine e il primo sorso di Coca Cola sento il cellulare vibrare. È il mio migliore amico.

“Calcetto tra un’oretta?”
“Non ce la faccio, sono a Milano”
“Che ci fai a Milano a quest’ora?”
“Ero in questura. Ho appena finito.”
“In questura? Che cazzo hai combinato?”
“Niente tranquillo. Dovevo rinnovare il permesso di soggiorno.”

Do il primo morso all’hamburger e sorrido. I miei amici italiani conoscono la questura come il posto dove vieni portato se hai commesso qualche reato. Non lo sanno che c’è un ufficio immigrazione, una sala dove gli stranieri trascorrono la propria vita a rinnovare il permesso di soggiorno. L’hamburger è buono, do un altro morso più grande. Penso che tra quattro anni sarò ancora qui, un’altra volta.
Sarà l’ultima, ma non lo so ancora.

Gezim Qadraku

 

L’immagine in evidenza è stata scattata da Claudio Furlan.

 

Pezzi di puzzle

È un venerdì di metà dicembre e le temperature sono più alte del previsto. Dovrebbe fare molto più freddo in questo periodo dell’anno. Io vorrei tanto vedere un po’ di neve e invece niente, solo una nebbia inutile e fastidiosa. C’è qualcosa che non va, ma sembra che nessuno se ne preoccupi, tanto meno io in realtà.
Ci sto pensando solo perché mi sono appena tolto la felpa e sotto ho una di quelle magliette estive leggerissime. Mi vestirei così a settembre, normalmente, non a dicembre. Sono un tipo freddoloso, al minimo abbassamento delle temperature corro subito a coprirmi. Invece eccomi qui, con un classico abbigliamento autunnale e ora rimango addirittura in maglietta a maniche corte.

Mi sono alzato tardi oggi, ho trascorso la giornata a fare ricerca per la presentazione del corso di relazioni internazionali. È tra una settimana e non ho la più pallida idea di come organizzarla. Il tema sono i rapporti tra Stati Uniti e Cina, fino ad arrivare ai giorni nostri e alla guerra dei dazi. Ne parlano tutti così incessantemente che ho la sensazione di ripetere cose già fritte e rifritte.

È stato il professore ad assegnarci i temi, altrimenti avrei optato per altro, qualcosa di cui nessuno è interessato. Sono rimasto davanti al pc per non più di due ore, giusto il tempo di trovare un paio di pubblicazioni abbastanza affidabili sulle quali basare il mio lavoro.
Per pranzo ho preparato una pasta al pesto, accompagnata da una bistecca senza contorno, buttata su un piatto troppo grande, sul quale sembrava ancora più piccola di quello che era.
Poi ho preparato il caffè e mangiato un Ferrero rocher. Non mangio mai dolci, cerco di lasciare il cibo poco salutare per il weekend, ma mentre mi scottavo le labbra assaggiando il caffè, mi sono accorto che il pranzo non era stato abbastanza. Avevo ancora fame e l’unico modo per riempire il buco, in questi casi, è divorare qualcosa di dolce.

Ho lavato le stoviglie e poi le ho asciugate, il tutto mentre Spotify riproduceva musica tranquilla, come dal nome della playlist. Ho portato fuori la spazzatura e perso un po’ di tempo su YouTube, prima che arrivasse il momento di prepararmi per andare in Università. Mi sono messo il primo paio di jeans che ho trovato,  una maglietta nera che ho abbinato alla felpa verde scuro. Si è ristretta un po’ dopo vari lavaggi e ora mi calza a pennello, le maniche arrivano giuste ai polsi e sento che sto incominciando a riempirla all’altezza delle spalle. Non avevo molta voglia di venire a lezione oggi, sarà per il fatto che è nel tardo pomeriggio. Inizia alle 16 e finisce alle 17:30. Quel periodo della giornata che in università trascorreresti molto più volentieri a berti un caffè con un amico, parlando di discorsi futili, lamentandoti della mole di studio, per poi passare a commentare l’ultimo episodio della serie del momento di Netflix. Il tutto accompagnato dal senso di colpa che ti travolge in questi casi, mentre ti accorgi che stai buttando il tuo tempo e la sensazione è che tu stia facendo lo stesso con la tua vita.

Invece sono qui che mi levo la felpa per il caldo, mentre faccio finta di seguire la presentazione di quattro compagni. Stanno parlando della storia dell’Iran e non mi sembra che abbiano colto in pieno il significato di quegli eventi. Li ascolto solo di sfuggita, so già tutto e lo so piuttosto bene. Ma non è merito mio, sono solo stato fortunato ad avere un padre che per lavoro doveva muoversi da un continente all’altro e io e mia madre non avevamo altra scelta che seguirlo. Teheran è una di quelle città che non dimenticherò mai. Ho finito per tornarci una volta, per i fatti miei, senza mamma e papà. Penso siano gli occhi di quel popolo a essermi rimasti impressi, come se mi avessero rapito, in un certo senso. L’unica città nella quale ho provato il desiderio di rimanere, come se mi fossi sentito a casa, nonostante io non abbia idea di cosa significhi sentirsi a casa.

Guardo le slide dove appaiono le facce di Mossadeq, dello Shah e di Khomeini. Poi muovo lo sguardo verso di lei, la ragazza mora con gli occhi verdi che ha appena finito di esporre la sua parte. Si è spostata verso sinistra, di fianco alla cattedra, per lasciare la scena al suo compagno. Un ragazzo minuto con una voce così dolce e insicura che se non fosse per una barba non curata e senza senso, non gli si potrebbe dare neanche la maggiore età. Continuo a fissarla, quasi impotente e fregandomene che lei o qualcun altro se ne possa accorgere. Cerca gli occhi del suo ragazzo, seduto un paio di sedie davanti a me, e li trova. Lui le fa un cenno con la testa, non riesco a vedere il suo volto, solo la sua nuca che si muove in avanti e indietro lentamente, in maniera quasi impercettibile. Emana sicurezza quel movimento, ma anche il suo modo di fare e pure il suo abbigliamento. Ha addosso la felpa dell’università e un paio di pantaloni di colore oliva semi eleganti. Non è di certo l’abbinamento che avrei fatto io, ma su di lui sta bene. Quella felpa su di me starebbe bene solo in casa, per dormire. Forse. 

Si cercano e si trovano in maniera così facile e naturale che viene da commuoversi osservandoli. Lei sorride e si copre le mani allungando le maniglie del maglioncino color crema che le sta divinamente. È quasi imbarazzata, impaurita che qualcuno si stia accorgendo delle loro effusioni in lontananza. Fatica a nascondere la felicità per aver esposto bene, in maniera chiara e sicura, senza mai permettere all’ansia che le si era dipinta in volto di avere la meglio. È soddisfatta, leggo nella sua espressione una certa fierezza.
Il corso è iniziato da due mesi e con lei ho avuto solo un brevissimo scambio di battute. Non sono riuscito ad andare oltre. Quando mi ha rivolto la parola mi è sembrato di perdere tutte le difese immunitarie. È incredibile in che condizione riesca a metterti una persona che ti interessa, quanto potere siamo in grado di darle. Le ho risposto, non ricordo come e poi sono rimasto in silenzio, impaurito e preoccupato.
Li guardo e provo un misto di invidia e gioia. Li invidio perché sono entrambi del posto, ho scoperto che hanno studiato assieme e sono nati qui. Ci faccio sempre caso a questi dettagli, non per un motivo in particolare, ma per il semplice fatto che quando cresci come sono cresciuto io, sballottato da un paese all’altro, finisci per non vedere nessuno che ti assomiglia.

Chi c’è, là fuori, che è cresciuto come me?
Che non ha mai vissuto nello stesso paese per più di tre anni di fila?
Che ha frequentato più di dieci scuole diverse?
Nessuno, vero?

Continuo nell’esercizio di guardarli, fissarli, provare a entrare nelle loro teste, nelle loro vite. Mi piacerebbe essere così, essere nato in un posto ed esserci cresciuto. Avere un forte senso di appartenenza verso un paese o una città. Insomma, avere delle radici. Che poi ce le ho anch’io le mie radici, ma parlano lingue diverse e si muovono per tutti i continenti. Da Gerusalemme a Teheran, per poi andare a Tokyo, fare una sterzata a Mosca e saltare a New York. Poi l’Europa, prima Roma, poi Madrid e ora Berlino. Andando in giro per il mondo l’inglese è stata la lingua che ho imparato per prima e ho sempre frequentato le scuole in inglese, anche se a mamma piaceva molto farmi seguire dei corsi intensivi sulla lingua del posto. So un po’ di persiano, arabo, spagnolo e italiano, mentre con il giapponese sono proprio bravo. Con quei suoni e quei caratteri è stato amore a prima vista. Con il russo odio totale.


Ricordo che quando eravamo in Asia, il periodo dai 10 ai 15 anni, chiedevo a mamma perché tutti mi fissassero e perché non c’era nessuno chi mi assomigliasse esteticamente. Mi facevano un po’ ridere gli occhi a mandorla dei bambini giapponesi e cinesi. Un giorno le chiesi che cosa ci facevamo lì, perché dovevamo stare in un posto così strano. Mamma non utilizzò, come sempre faceva, la scusa del lavoro di papà.
Quella volta mi raccontò di un giornalista italiano che si chiamava Tiziano Terzani, il quale aveva trascorso gran parte della sua vita in Asia. Aveva raccontato le guerre che si erano svolte in quel periodo storico e si era portato sempre la famiglia con sè. Mi raccontò che i suoi figli avevano frequentato la scuola in cinese ed erano in grado di parlare perfettamente la lingua. Fu come ascoltare una favola e in quel momento pensai di aver trovato una sorta di supereroe, qualcuno da imitare o comunque qualcuno da considerare come noi, persone strane senza casa che abitano ovunque nel mondo.

Anche papà col passare del tempo si è accorto di questo mio malumore, questo mio problema d’identità. Sono sicuro che erano a conoscenza del rischio che avrebbe rappresentato crescere un figlio sapendo che avrebbero trascorso la loro vita girando il mondo. Ma non erano due sprovveduti, avevano entrambi le basi per gestire una situazione del genere.
Quando era lui a parlarmi della mia situazione, diceva che la mia esistenza così diversa e particolare, mi avrebbe portato a diventare qualcosa di unico, qualcosa che tutti avrebbero invidiato. Guardavamo le partite di NBA insieme e mi faceva sempre l’esempio di Kobe Bryant. Mi diceva che il fatto di essere cresciuto in Italia e aver imparato a giocare in un paese dove si insegnava quello sport dando tantissimo valore ai principi tecnici, gli aveva permesso di diventare ciò che era.
Concludeva sempre alla stessa maniera, papà: “immagina se fosse cresciuto negli states, sarebbe stato un altro giocatore straordinario come gli altri“.
Papà, ma allora Micheal Jordan?“, ribattevo io, quando ne avevo voglia.
E lui, puntuale e ripetitivo, mai domo, rispondeva sempre: “Jordan, Alì, Maradona e Federer non sono esseri umani. Loro fanno parte di un’altra categoria. Non commettere l’errore di paragonarli agli altri“.
Era un appassionato bulimico di qualsiasi sport, guardava gli eventi con una passione vorace. Il gesto tecnico, misto alla tensione emotiva e fisica, lo trasportava su un’altra dimensione. Perdeva qualsiasi pudore e contegno. A volte era più bello ammirare da vicino le sue reazioni a un canestro o a un rovescio, piuttosto che l’atto stesso eseguito dall’atleta, per quanto poteva essere stato magnifico.

Era lo sport che gli aveva fatto incontrare mamma. A Parigi, durante il Roland-Garros. Lei faceva la giornalista, lui invece era a caccia di clienti ed emozioni dal vivo. Trovò l’emozione più grande della sua vita, trovò l’amore.
“Tua madre mi ha reso umano“, diceva sempre quando parlava del loro incontro.
Amava gli articoli di mamma. Penso che lei l’abbia conquistato prima con le sue parole che con l’aspetto fisico.
Tua madre ti racconta una partita che hai visto e ti fa credere di esserti perso ogni secondo. Lei vede di più, vede meglio, va a fondo in ogni cosa. Da una partita di tennis è in grado di tirare fuori un compendio sulla vita e su come affrontare gli ostacoli.

Mamma invece seguiva solo il tennis. Con quello sport era un rapporto di amore e odio. Come con un qualcosa che ti fa del male, che ti tira via gran parte dell’ossigeno di cui hai bisogno per vivere, ma senza di esso sei a conoscenza di non poter andare avanti.
È uno sport individuale“, diceva, sottolineando ancora di più il fatto di non prendere in considerazione tutti gli altri sport individuali, i quali riteneva di relativa importanza.
Sei solo, nudo e hai tutti gli occhi puntati addosso, con il tuo avversario che vede dove colpire per ucciderti. Devi essere forte, non hai altre possibilità.
Iniziai ad amare anch’io i suoi pezzi. Ci trovavo tutto quello che avrebbe voluto dirmi da figura materna, ma che non riusciva o non voleva. Mi sembrava quasi imbarazzata, a tratti. Lo era diventata sempre di più mentre crescevo, come se le parole fossero diventate inutili nel nostro rapporto, bastavano gli sguardi.
Non le ho mai chiesto di mandarmi i suoi pezzi, andavo a cercarmeli mentre si svolgevano i grandi tornei. Diceva che se avessi voluto fare l’artista, qualsiasi fossero state le mie opere, non avrei mai dovuto inviarle a qualcuno e chiederne il parere.
La gente ti dice che sai fare qualcosa per compassione, se glielo chiedi. Non è un giudizio attendibile. Lascia che siano loro a trovare le tue opere. Solo di quei commenti ti potrai fidare.

Il frastuono rumoroso di un fulmine improvviso mi riporta alla realtà. Sono a Berlino, e in una grigia giornata di dicembre, mentre quattro compagni parlano di Iran e medio oriente, guardo una coppia di ragazzi tedeschi e mi sembra di vedere due pezzi di puzzle che si incastrano. La sensazione di piacere che mi danno mentre si amano, lascia il posto a un sentimento misto tra timore e scoraggiamento. Vorrei essere come loro, vorrei essere come quel ragazzo, essere in grado di conquistare e amare una ragazza del genere.
Il mio sguardo scende in basso verso le mie scarpe e mi accorgo che ho una scarpa slacciata. Quella stringa che tocca per terra mi fa sentire così sbagliato e fuori posto. Non ha senso, lo so. Come non ha senso giudicare una relazione amorosa in base alla nazionalità dei due protagonisti, ma non lo faccio apposta, è più forte di me.
Sono tanti i fattori che ti condizionano nella tua crescita. I genitori, gli amici, le persone che incontri, chi ti ama, chi ti ferisce, e ciò che per te è normalità. Per me normale è stato crescere e sentirmi la pecora nera del posto.
Ripenso a tutti quei viaggi con mamma e papà, a tutte le persone che ho avuto la fortuna di incontrare in questo arco di tempo che è stata la mia esistenza e mi accorgo di come tutti, in qualche modo, fossero dei pezzi di puzzle che si trovavano nel posto giusto ed era solo questione di tempo affinché incontrassero la parte nella quale incastrarsi. Noi invece ci distinguivamo sempre per qualcosa, che fosse il colore della pelle o la lingua. Mi ci sono abituato, in qualche modo, a non avere nulla a che fare con chi mi circonda. Però a volte sono stanco, molto stanco. Come oggi per esempio.

Mi tocco l’orologio, ci passo il pollice sopra come per pulirlo, ma in realtà non faccio altro che inumidirlo. Mi lascio letteralmente andare sullo schienale della sedia, infilo le mani nelle tasche della felpa e continuo ad ascoltare i miei compagni. Sono già arrivati all’accordo nucleare siglato dall’amministrazione Obama, hanno finito. Eravamo solo a Khomeini, mi dico, mentre cerco di capire quanto tempo ho trascorso vagabondando senza meta nei miei pensieri.
Si fermano, hanno terminato. Il silenzio copre l’aula ed è la voce profonda del professore a risvegliarci dai nostri pensieri. Si congratula con il gruppo, aggiunge un paio di considerazioni sull’accordo nucleare e sugli avvenimenti odierni.
Poi ci racconta una curiosità, chiede a tutti gli studenti internazionali se sanno come si dice “scacchi” in tedesco. Nessuno risponde.
Poi lui, con un sorriso inebriato, ci dice: “Shach”. E tutti noi capiamo il riferimento che vuole fare con l’Iran e la figura dello Shah.
Riprende in fretta le vesti di professore accademico e chiede se qualcuno di noi ha domande. Nessuno ha niente da chiedere. Il professore mette la parola fine alla lezione, ci augura un buon weekend e il rumore delle sedie che si muovono copre la stanza.

Butto il quaderno in cartella, indosso il giubbotto con un movimento veloce e sistemo le cuffie altrettanto in fretta. Esco senza cercare lo sguardo di nessuno, non ho alcuna voglia di parlare in questo momento. Dopo un paio di passi rapidi nel corridoio principale dell’università, rallento l’andatura e continuo a pensare a quei due. Quei due pezzi di puzzle così belli e naturali. Mi verrebbe voglia d’andare e abbracciarli, dire a loro di mettere su famiglia e fare un sacco di figli. Un sorriso forzato accompagna questo pensiero, mentre mi accorgo che ho le cuffie infilate nelle orecchie, ma non ho voglia di ascoltare nessuna canzone.

Arrivo all’uscita e il primo impatto con l’ambiente esterno è più freddo del previsto. Abbasso la testa e nascondo la bocca sotto il bavero del giubbotto. Tremo un paio di secondi, prima che il corpo si abitui alla temperatura esterna. È già buio e penso che non prenderò la metro per tornare a casa. Ho voglia di camminare e continuare a pensare. Passo davanti a un negozio di alimentari africano così colorato che mi viene da chiedermi come sia possibile che esistano alimenti dai colori così intensi e vivaci.
La vetrata mi permette di guardarmi. Mi fermo per un paio di secondi, facendo finta di dare un’occhiata all’interno, in realtà cerco solo i miei occhi e osservo il riflesso della mia immagine. Mi accorgo che è da un po’ di tempo che non mi guardavo allo specchio. Ciò che vedo continua a non convincermi del tutto, mi sembra di essere diventato il pezzo di un puzzle che non ha alcuna caratteristica per incastrarsi da un’altra parte. C’è un contrasto enorme tra i colori degli alimenti e il grigio opaco che vedo su di me. Questo fatto mi urta, mi colpisce all’interno e per un attimo non vedo più niente riflesso sul vetro.

Sento tutto il mio peso scivolare verso le gambe. Non ho più alcuna forza in corpo, soltanto rassegnazione. Vorrei essere arrabbiato, vorrei piangere, ma non ne ho neanche la forza per farlo. Smetto di guardarmi e continuo a camminare, con la vista che si annebbia sempre di più. Dovrei fermarmi, dovrei bere un bicchiere d’acqua e sedermi, ho la sensazione di poter cadere da un momento all’altro, ma continuo imperterrito. Sento un paio di gocce di pioggia bagnarmi i capelli. Diventano sempre più fitte col passare dei secondi. Ho l’ombrello in cartella, ma non lo prendo. Mi lascio bagnare dall’acqua con un atteggiamento passivo e disinteressato alla vita. Voglio tornare a casa fradicio, farmi una doccia bollente infinita, andare a dormire e stare a letto per tutto il weekend.
Arrivo a un semaforo, è rosso, mi fermo. Dall’altra parte della strada scorgo una ragazza, il suo cappellino di lana di un arancione troppo acceso mi colpisce. Sembra carina, ma non riesco a captare i suoi lineamenti. In un batter d’occhio arriva un sacco di gente, sia dalla mia parte che dalla sua. Mi sembra che il suo corpo minuto sparisca in mezzo agli altri, riesco a fatica a scorgere il suo cappellino ora. Scatta il verde e attraversiamo la strada. Riesco nel miracolo di non vederla e lei di sparire tra folla. Forse non sono concentrato abbastanza.

Arrivo dall’altra parte della strada e dopo pochi passi sono di nuovo solo. Mi chiedo dove siano finite tutte quelle persone che hanno appena attraversato le strisce pedonali con me. Ma la mia mente torna ancora a quell’idea, quel concetto dei pezzi di puzzle, quel più che incontra il meno, lo yin che bacia lo yang, la luce e l’ombra.
D’improvviso la memoria fa un salto carpiato fino al meraviglioso documentario su quel fisico italiano che scoprì la particella senza antiparticella.
Una particella che si differenzia dalle altre, perché in fisica ogni cosa ha il suo opposto, invece questa è ombra e luce nello stesso momento, si completa da sé. Se non sbaglio è un argomento legato alla fisica quantistica o qualcosa del genere.
Nel documentario uno scienziato americano dice di averla ribattezzata “la particella angelo“, quella che non ha nessun demone. Forse dovrei smetterla di pensare alle persone come a dei pezzi di puzzle, ma piuttosto come a queste particolari particelle fisiche. C’è chi ha bisogno del suo opposto e chi si completa da solo.

Mi fermo e mi accorgo che ho sbagliato strada. Sono davanti all’ambasciata britannica, lontanissimo da casa. Ma perché sono finito qui? 

Che domanda, è da oggi in classe che ho il cervello disconnesso. Non ho altra scelta se non prendere la metro. Nel frattempo ha smesso di piovere e sono quasi fradicio, non il livello che speravo di raggiungere però. Do un’occhiata alla luna, è piena, luminosa, enorme, resterei tutta la notte a guardarla, ma non posso. Scendo le scale e al penultimo gradino mi accorgo che le porte della metro si sono appena aperte. Affretto il passo e mi immergo nella folla. Entro e mi siedo immediatamente. La metro riparte, accendo la musica. I Kodaline cantano “follow your fire” e finalmente sento il sangue tornare a circolare in maniera naturale, come se avessi ricominciato a vivere, come se la fiamma dentro di me non si fosse ancora spenta. Non poteva partire canzone migliore in questo preciso istante.
È un caso? Non penso. Mi piace pensare che la vita sia un disegno in parte già compiuto e noi possiamo soltanto migliorarlo o peggiorarlo.

Giro la testa verso sinistra senza un motivo preciso e incrocio il viso di una ragazza. Ha gli occhi color nocciola, rossetto rosso acceso e veste in maniera elegante. Ha in mano un Kindle. Starà tornando a casa dal lavoro. Giovane e già in carriera. Qualcosa di troppo lontano per me, mi dico, mentre sto per voltare la testa dall’altra parte. Poi però è lei a girare il volto verso di me, le sue pupille incontrano le mie e ho la sensazione che il fuocherello al mio interno divampi in un incendio. Vorrei distogliere lo sguardo dalla vergogna, ma rimango su di lei, è troppo bella. Non riesco fisicamente a fare a meno di guardarla. 

Mi sorride.
Le sorrido anch’io.

Gezim Qadraku.

Ero felice

Mentre osservavo il miscuglio di colori che dipingevano il cielo, mi tornò alla mente il passaggio di un libro che avevo letto tempo addietro. Non ricordavo esattamente le parole che l’autore aveva utilizzato, ma descriveva la magia di essere felici ed essere in grado di accorgersene.
Non succede quasi mai, se ci si pensa.
Fa sempre più clamore l’infelicità o un periodo negativo che un bel momento.
In quegli istanti mi resi conto che mai mi sarei potuto dimenticare quel periodo.

Quella era stata una di quelle giornate che preghi affinché possano durare per l’eternità. Mancavano ancora una manciata di minuti prima che le persone terminassero la propria giornata lavorativa e intasassero le strade.
Pareva che la poca natura ancora presente in città si stesse godendo l’ultimo respiro prima di assistere alla solita corsa degli esseri umani.

Era ancora inverno secondo il calendario, ma il calore che i raggi di sole sprigionavano davano la sensazione che la primavera volesse iniziare il suo corso in anticipo.
Tutto pareva essersi vestito dell’indescrivibile colore del cielo, un arancione roseo che lasciava senza fiato.
Non vi erano dubbi, sarebbe stato un tramonto coi fiocchi. Ero uscito a fare due passi dopo una calda e infinita doccia rigenerante. Ero solito provare dei brividi di freddo quando uscivo a quell’ora, soprattutto dopo essermi lavato. Quel giorno però si stava divinamente.

Il leggero giubbottino primaverile si era rivelata la scelta giusta. Camminavo senza una vera e propria destinazione, lasciandomi colpire dai raggi di sole e cercando di godermi i suoni di ciò che mi circondava. Le grida dei bambini al parco giochi, i freni delle automobili al semaforo rosso, il cinguettio degli uccelli e il leggero venticello che mi accarezzava i capelli. Decisi che la cosa migliore da fare era trovare un posto che mi permettesse di avere una visuale dall’alto della città. Volevo trovarmi nel posto più alto possibile per godermi l’arrivederci del sole e l’arrivo del buio.

Ero proprio felice in quel periodo e la cosa buffa è che non vi era un motivo ben preciso. Per anni, come penso tutti, avevo erroneamente collegato la felicità a un traguardo, a una persona o comunque sempre a un qualcosa. Quello è sicuramente stato il periodo più felice della mia vita, nonostante fossi lontano da tutto ciò che di più caro avevo. Eppure di niente e di nessuno più mi importava e per la prima volta la persona che guardavo allo specchio mi piaceva.

Era una felicità inspiegabile e che nessuno avrebbe potuto comprendere. Non persi tempo per provare a condividerla. Mi ricordai delle parole di Oscar Wilde, scrisse che quando una persona gli piaceva non ne rivelava il nome per gelosia.
Lo stessi feci io con quella parte della mia vita, non la manifestai a nessuno e provai a godermela fino all’ultima goccia. Ricordo un particolare di quei momenti, guardavo sempre in alto.
Fissavo il cielo e provavo ad accarezzare le stelle.
Ero felice e tutto mi sembrava possibile.

Gezim Qadraku