Non chiedere aiuto

Ho sei anni e sono in prima elementare.
È primavera, quasi estate ormai.
Dopo scuola mamma mi porta al parco a giocare con i miei compagni.
Sono felice, c’è il sole e le giornate mi sembrano tutte belle. Tra un po’ anche la scuola sarà finita, finalmente.
Al parco ci divertiamo sulle altalene, corriamo dietro al pallone e poi concludiamo giocando a nascondino. A una certa ora però dobbiamo tutti andare a casa, le mamme sono inflessibili.

A casa c’è papà, è da poco tornato dal lavoro. Si è fatto la doccia, profuma di buono. È stanco, ma io non lo noto. Sono un bambino, non posso accorgermene. Mamma mi dice sempre di chiedergli se è stanco. Lui mi risponde sempre di no, che non è stanco e mi accarezza la fronte sorridendo. Non capisco perché devo chiederglielo se poi lui mi dice di no. Lo capirò più tardi, quando sarò grande, quando proverò a lavorare anch’io e mi sentirò stanco non appena varcherò la porta di casa. Mi accorgerò quanto avere qualcuno che si preoccupa se sei stanco o meno, che quella semplice domanda, sia in grado di scacciare via tutta la stanchezza.

Mi faccio la doccia e poi vado a sedermi sul divano, di fianco a papà. Ha un libro in mano e la sua faccia ha un’espressione confusa. Sta studiando per la patente. Il libro mi piace, ha un sacco di immagini colorate che attirano la mia attenzione. Papà mi chiede aiuto. Mi domanda cosa vuol dire la parola “carreggiata“. È la prima volta che sento quella parola. Ho sei anni, sto frequentando la prima elementare, il mio vocabolario è ridotto. Quella parola mi sembra difficilissima. Non riesco ad aiutare papà e mi dispiace. Allora lui va a chiederlo alla nostra vicina di casa. Lei le dice che una carreggiata è una strada, però lui non sembra soddisfatto della spiegazione.

Io cerco di capire a cosa voglia dire quella parola e nel frattempo mi chiedo perché papà non lo sappia, perché mi ha chiesto aiuto? Perché è dovuto andare a chiederlo alla vicina? E mamma? Perché neanche mamma sa cosa vuol dire carreggiata?
Ho sei anni, sto frequentando la prima elementare e quella parola mi mostra che mamma e papà non sanno bene la lingua del posto dove stiamo vivendo. Avrei dovuto capirlo prima, penso. A casa parliamo una lingua diversa da quella che le persone usano in televisione. Mamma e papà utilizzano l’italiano solo quando siamo fuori. Perché io invece riesco a usarle tutte e due? Forse ho i superpoteri.

Passerò quel periodo della mia infanzia a pensare che sono un supereroe, che io so parlare sia la lingua dei miei genitori che quella delle maestre, dei miei compagni e delle persone in televisione.
Papà prenderà la patente al primo colpo. Non verrà bocciato né alla teoria né alla pratica.
Crescendo mi accorgerò che per certe cose non potrò chiedere aiuto a mamma e papà. Ci sono cose della vita in Italia per le quali loro non possono aiutarmi. Dovrei chiedere aiuto ai miei compagni di classe o alle mie maestre, ma mi vergognerò di farlo perché non vorrò mostrarmi diverso o inferiore. Allora finirò per non chiedere mai aiuto, per qualsiasi ostacolo io dovrò superare. Linguistico, fisico o psicologico.

Saranno gli altri a chiedermi aiuto, a fidarsi del mio supporto, delle mie conoscenze. Io no, mai.
Mi piace dire che sono un tipo che preferisce ascoltare, che mi mette a disagio chiedere aiuto a qualcuno.
In realtà non ho idea di come funzioni, di cosa bisogna fare e se ne valga la pena davvero.
Non ho ancora imparato a farlo, a chiedere aiuto.

Gezim Qadraku

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