Direzione non so dove

Sono i primi giorni di maggio, ma a guardare l’abbigliamento delle persone sembra autunno inoltrato. Si notano ancora sciarpe e cappelli di lana.
Giornata odiosa quella di oggi. Pioggia incessante e vento pungente. La classica da trascorrere in salotto sotto le coperte, a mangiare fino a che non ne puoi più mentre ti guardi qualche programma inutile in televisione.

Invece mi trovo in questo piccolo paesino nel sud della Germania. Sono arrivato un paio di minuti fa e il prossimo treno è tra un’ora esatta. Faccio un giro di circospezione e mi accorgo che la stazione è dotata solo di una libreria e di un bar. Nient’altro.

Entro nel bar e ordino un espresso. Il ragazzo alla cassa mi domanda se voglio berlo “alla finestra“. Che starebbe per la serie di tavolini sistemati con vista verso l’esterno, ovvero il parcheggio della stazione, oppure in una zona più appartata in fondo al locale.

Opto per “la finestra“. Non voglio perdermi un panorama del genere. Prendo posto e osservo la combinazione di colori delle sedie e dei tavolini. Verde chiaro e marrone. Mi piace. Mi dà l’idea di uno spaccato tra nuovo e antico. Sorseggio l’espresso con un certo timore, ma rimango felicemente sorpreso. Non è per niente male. Forse la scarsa aspettativa gioca un ruolo importante nel giudizio. Tiro fuori dallo zaino il libro che sto leggendo: “The sympathizer“, premio Pulitzer del 2015.

Leggo in una lingua che non è la mia e vivo in un paese dove se ne parla un’altra. Sono arrivato al punto di maneggiare con abbastanza disinvoltura quattro idiomi. Uno non sa mai dove le sue capacità possano arrivare. Tra una riga e l’altra mi lascio distrarre dalla gente che arriva in stazione. Alzo sempre più spesso lo sguardo e mi godo lo spettacolo della vita quotidiana. Osservo le persone e provo a indovinare le loro vite. È un esercizio che faccio da sempre, sin da quando ero piccolo.

Creavo storie nella mia mente partendo dalla realtà, perché quest’ultima non mi è mai bastata. Nel frattempo una ragazza giovane, troppo giovane, che corre con un passeggino attira la mia attenzione. Mi chiedo sempre cosa spinga le persone a fare figli mentre si trovano in quella che è senza dubbio l’età migliore. Entra in stazione e sparisce in un battito di ciglia.

Nel frattempo una fiumara di adolescenti entrano ed escono dalla stazione come formiche. Osservo i loro volti e il modo in cui sono vestiti. Mi ricorda l’importanza che davo all’apparenza quando avevo la loro età e il totale disinteresse che provavo verso la scuola. Mentre riprendo la lettura sento un uomo dietro di me ordinare parlando in italiano. Conosce il cameriere. I due si scambiano un paio di battute. Mi piace la sensazione che provo quando capisco qualcuno che parla una lingua non del posto e questo non ha la più pallida idea che nei dintorni ci sia una persona sconosciuta in grado di comprenderlo. Mi dà una sensazione di potere e controllo.

Ho da sempre la necessità di tenere tutto sotto controllo. Soprattutto quando mi trovo in un luogo pubblico che non conosco. Continuo a leggere mentre tengo le cuffie, ma in realtà non faccio altro che controllare la situazione intorno a me. Sento un signore chiedere al cassiere dove sia lo zucchero. Ce l’ho io. Il cassiere presumo che indichi verso di me e percepisco l’uomo muoversi verso la mia direzione. Mi tocca una spalla e, quasi imbarazzato, mi chiede se può prendere lo zucchero. Io faccio finta di cadere dal pero e recito la parte. Sono un passo avanti, lo sono sempre stato. Nulla mi coglie impreparato. È impossibile farmi una sorpresa, so sempre cosa accade, soprattutto se si tratta di persone che conosco. La gente è diventata così prevedibile ai giorni nostri che non c’è nulla di interessante nell’instaurare rapporti. Basta un giro su ogni profilo social per avere una quasi perfetta conoscenza di un individuo. E poi sono tutti così interessati e focalizzati su loro stessi. Nessuno osserva o prova a comprendere chi gli sta attorno. Si impressionano quando racconti loro i minimi dettagli dopo un paio di uscite e non capiscono come tu abbia fatto a comprenderli in maniera così chiara. Ormai è diventato un gioco da ragazzi per me.

Continuo la lettura, insieme alle pause per osservare le persone all’esterno.
Mi piace. Per un attimo penso che potrei vivere nelle stazioni. Non sarebbe una brutta idea, visto che per lavorare ho bisogno soltanto del mio pc e di una connessione Wi-Fi. Controllo l’orologio e mi accorgo che sono trascorsi quaranta minuti. Tra venti minuti ho il treno. Tra dieci mi alzo dal tavolo.

Chiudo il libro e mi fermo a pensare alla prossima destinazione. Una città a sud-est della Germania, al confine con l’Austria. Una nuova realtà, nuove persone da conoscere e storie da raccontare, almeno spero. Non so come potrei chiamarlo questo periodo della mia vita.
Mentre mi alzo mi tornano alla mente le parole di Ghemon nella canzone: “Voci nella testa”.
Una rima dice: “direzione non so bene“.
La modifico, questo preciso istante della mia esistenza potrei intitolarlo direzione non so dove. Non so dove sto andando, ma va bene così.

Gezim Qadraku.

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