Non ho avuto paura

Il Mediterraneo. Per qualcuno un mare dove passare le estati, per altri un muro da superare per sognare un futuro migliore.
Il mio racconto per ROA.

ROA

Solo una volta nella mia vita mi è capitato di avere paura.
Quella sensazione di terrore e di perdita delle proprie sicurezze che ti porta a guardarti intorno e chiedere aiuto.
Mi trovavo in ospedale ed ero appena stato operato alla caviglia.
Me l’ero rotta giocando nel villaggio con una bicicletta nuova. L’avevano portata gli europei, quelle persone dalla pelle bianca che vengono in Africa per aiutarci. Aprono scuole, ospedali, ci permettono di studiare, di avere dell’acqua potabile e molti di loro restano così colpiti dalla nostra realtà che non riescono più a tornare a casa.
Non ho mai capito perché tutti rimanevano sbalorditi alla stessa maniera la prima volta che venivano in Africa: alla fine da noi non c’è niente di così bello da lasciarti senza parole.

Quella volta un gruppo di olandesi aveva portato una bicicletta verde fluorescente, mountain bike la chiamavano. Io ero il più grande dei…

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Direzione non so dove

Sono i primi giorni di maggio, ma a guardare l’abbigliamento delle persone sembra autunno inoltrato. Si notano ancora sciarpe e cappelli di lana.
Giornata odiosa quella di oggi. Pioggia incessante e vento pungente. La classica da trascorrere in salotto sotto le coperte, a mangiare fino a che non ne puoi più mentre ti guardi qualche programma inutile in televisione.

Invece mi trovo in questo piccolo paesino nel sud della Germania. Sono arrivato un paio di minuti fa e il prossimo treno è tra un’ora esatta. Faccio un giro di circospezione e mi accorgo che la stazione è dotata solo di una libreria e di un bar. Nient’altro.

Entro nel bar e ordino un espresso. Il ragazzo alla cassa mi domanda se voglio berlo “alla finestra“. Che starebbe per la serie di tavolini sistemati con vista verso l’esterno, ovvero il parcheggio della stazione, oppure in una zona più appartata in fondo al locale.

Opto per “la finestra“. Non voglio perdermi un panorama del genere. Prendo posto e osservo la combinazione di colori delle sedie e dei tavolini. Verde chiaro e marrone. Mi piace. Mi dà l’idea di uno spaccato tra nuovo e antico. Sorseggio l’espresso con un certo timore, ma rimango felicemente sorpreso. Non è per niente male. Forse la scarsa aspettativa gioca un ruolo importante nel giudizio. Tiro fuori dallo zaino il libro che sto leggendo: “The sympathizer“, premio Pulitzer del 2015.

Leggo in una lingua che non è la mia e vivo in un paese dove se ne parla un’altra. Sono arrivato al punto di maneggiare con abbastanza disinvoltura quattro idiomi. Uno non sa mai dove le sue capacità possano arrivare. Tra una riga e l’altra mi lascio distrarre dalla gente che arriva in stazione. Alzo sempre più spesso lo sguardo e mi godo lo spettacolo della vita quotidiana. Osservo le persone e provo a indovinare le loro vite. È un esercizio che faccio da sempre, sin da quando ero piccolo.

Creavo storie nella mia mente partendo dalla realtà, perché quest’ultima non mi è mai bastata. Nel frattempo una ragazza giovane, troppo giovane, che corre con un passeggino attira la mia attenzione. Mi chiedo sempre cosa spinga le persone a fare figli mentre si trovano in quella che è senza dubbio l’età migliore. Entra in stazione e sparisce in un battito di ciglia.

Nel frattempo una fiumara di adolescenti entrano ed escono dalla stazione come formiche. Osservo i loro volti e il modo in cui sono vestiti. Mi ricorda l’importanza che davo all’apparenza quando avevo la loro età e il totale disinteresse che provavo verso la scuola. Mentre riprendo la lettura sento un uomo dietro di me ordinare parlando in italiano. Conosce il cameriere. I due si scambiano un paio di battute. Mi piace la sensazione che provo quando capisco qualcuno che parla una lingua non del posto e questo non ha la più pallida idea che nei dintorni ci sia una persona sconosciuta in grado di comprenderlo. Mi dà una sensazione di potere e controllo.

Ho da sempre la necessità di tenere tutto sotto controllo. Soprattutto quando mi trovo in un luogo pubblico che non conosco. Continuo a leggere mentre tengo le cuffie, ma in realtà non faccio altro che controllare la situazione intorno a me. Sento un signore chiedere al cassiere dove sia lo zucchero. Ce l’ho io. Il cassiere presumo che indichi verso di me e percepisco l’uomo muoversi verso la mia direzione. Mi tocca una spalla e, quasi imbarazzato, mi chiede se può prendere lo zucchero. Io faccio finta di cadere dal pero e recito la parte. Sono un passo avanti, lo sono sempre stato. Nulla mi coglie impreparato. È impossibile farmi una sorpresa, so sempre cosa accade, soprattutto se si tratta di persone che conosco. La gente è diventata così prevedibile ai giorni nostri che non c’è nulla di interessante nell’instaurare rapporti. Basta un giro su ogni profilo social per avere una quasi perfetta conoscenza di un individuo. E poi sono tutti così interessati e focalizzati su loro stessi. Nessuno osserva o prova a comprendere chi gli sta attorno. Si impressionano quando racconti loro i minimi dettagli dopo un paio di uscite e non capiscono come tu abbia fatto a comprenderli in maniera così chiara. Ormai è diventato un gioco da ragazzi per me.

Continuo la lettura, insieme alle pause per osservare le persone all’esterno.
Mi piace. Per un attimo penso che potrei vivere nelle stazioni. Non sarebbe una brutta idea, visto che per lavorare ho bisogno soltanto del mio pc e di una connessione Wi-Fi. Controllo l’orologio e mi accorgo che sono trascorsi quaranta minuti. Tra venti minuti ho il treno. Tra dieci mi alzo dal tavolo.

Chiudo il libro e mi fermo a pensare alla prossima destinazione. Una città a sud-est della Germania, al confine con l’Austria. Una nuova realtà, nuove persone da conoscere e storie da raccontare, almeno spero. Non so come potrei chiamarlo questo periodo della mia vita.
Mentre mi alzo mi tornano alla mente le parole di Ghemon nella canzone: “Voci nella testa”.
Una rima dice: “direzione non so bene“.
La modifico, questo preciso istante della mia esistenza potrei intitolarlo direzione non so dove. Non so dove sto andando, ma va bene così.

Gezim Qadraku.

Come ai vecchi tempi

Non curanti dell’orario abbiamo deciso di sederci su un marciapiede.
Era molto tardi e il giorno dopo avremmo dovuto alzarci presto, ma c’erano cose più importanti da fare.
C’era da sedersi, prendere fiato e parlarsi.
Ci siamo accesi una sigaretta e non ricordo quante ne abbiamo fumate in totale.
Erano buone quelle sigarette. Avevano il sapore di un sentimento che durava da anni ed era riuscito a superare i peggiori ostacoli possibili.
Sapevano di risate e segreti condivisi, di fiducia, pacche sulle spalle e di lacrime versate insieme. Sapevano di amicizia.
C’è qualcosa che ha un sapore migliore?
Abbiamo parlato di tutto ciò che ci passava per la testa, ne avevamo di tempo da recuperare. Le telefonate a distanza non riusciranno mai a colmare una conversazione dal vivo.
Abbiamo notato come lo trascorrere dell’età aveva spostato la nostra attenzione su argomenti che mai avevamo toccato prima.
La famiglia, i figli, la casa, gli investimenti, i rapporti sul lavoro e i sogni.
I sogni, quelli che ci hanno allontanato. Il rispetto dei desideri dell’altro, ciò che continua a mantenerci vicini.
Potrete nominare come vostro amico solo colui che apprezzerà le vostre scelte e tiferà per voi. Mettendo il vostro rapporto al primo posto, invece del proprio io.
Capita a pochissimi questa fortuna.
Abbiamo finito per aspettare l’alba, decidendo di non andare a dormire. Era il miglior finale possibile.
Ci siamo accorti che da un sacco di tempo non facevamo una “ragazzata” del genere. Mentre cercavamo di andare indietro negli anni e ricordarci qual’era stata l’ultima, i primi innocui raggi di sole ci hanno colpito il viso. Abbiamo accompagnato quell’evento con una risata delle nostre, guardandoci negli occhi e assaporando quella felicità.

Un’altra giornata stava iniziando e quello era il miglior modo per darle il benvenuto. Anche se purtroppo ciò significava che era arrivato il momento di lasciarci.
Ci siamo alzati, ci siamo guardati negli occhi e ci siamo dati un abbraccio intimo e profondo. Non ci siamo detti nulla, non abbiamo mai avuto bisogno di parlare in momenti come quello.
Siamo stati bene quella notte, ci siamo divertiti.
Proprio come ai vecchi tempi.

Gezim Qadraku.