Una vita che non esiste

Il mal di testa era fortissimo. Innumerevoli e fastidiosissime fitte continuavano a premere incessantemente sul mio cervello.
La sensazione era che quel dolore stesse per spaccarmi il cranio.
Non avevo mai provato una sofferenza tale.
Non potei fare altro che chiudere gli occhi e lasciarmi cadere sul letto. Nonostante fossi caduto quasi a peso morto e mi sembrava di non essere in grado di controllare i muscoli, continuavo a tenere con la mano destra il mio smartphone.

Erano le 9 del mattino di una domenica qualunque. Ero sveglio dalle 8 e da quell’istante non avevo fatto altro che controllare i miei profili social.
Facebook, Instagram, WhatsApp, poi di nuovo Facebook, una controllata alla mail e ancora Instagram.
Non potevo farne a meno.
Mi era impossibile immaginare di perdermi anche il minimo avvenimento che stava accadendo online.
Avevo trascorso la prima ora di quella giornata senza bere, mangiare o andare in bagno. Sessanta minuti con lo sguardo concentrato su quello schermo.
Prima da sdraiato sotto le coperte e successivamente seduto sul letto.
La mia testa era riuscita a resistere un’ora.
Poi il buio.
Mi lasciai cadere sul letto e la sensazione fu di perdere i sensi.

Mi ripresi più tardi, circa un’ora e mezza dopo.
Non mi fu difficile comprendere che quel dolore era stato causato dall’eccessivo utilizzo del cellulare.
Il risveglio fu traumatico. Mi parve di essere scampato alla morte e la paura, il terrore di aver visto la fine di fronte agli occhi, mi fece dimenticare tutto il resto.
Per la prima volta dopo parecchio tempo mi fermai a pensare.

Da un paio di anni il mio unico interesse era la vita online.
Il mio profilo.
Le mie attività.
Le mie foto.
I miei “amici”.
I messaggi delle ragazze.
Le richieste di amicizia.
I “mi piace”.
I commenti.
Le condivisioni.
Gli apprezzamenti.
I nuovi follower.
Le nuove follower.
Le stories.
Chi le aveva visualizzate.
Chi non ancora.
Chi mi aveva taggato.

Trascorrevo le mie giornate connesso. Ogni secondo libero era buono per prendere in mano lo smartphone e osservare le vite degli altri.
Controllare cosa stava succedendo: chi aveva pubblicato una foto, chi era in viaggio, chi aveva ottenuto un nuovo lavoro, chi si era fidanzato, chi si era sposato, chi era nato, chi era morto, a chi piacevano le mie foto, come stava andando un mio post, chi voleva diventare mio amico, chi iniziava a seguirmi, quali ragazze rispondevano ai miei messaggi.

Qualsiasi cosa facessi: dal mangiare agli allenamenti, dal viaggiare alle uscite con gli amici era fatto esclusivamente con l’intento e la speranza che pubblicandolo avesse potuto fare di me un personaggio migliore secondo la prospettiva del web.
Sognavo di diventare un influencer. Impazzivo di felicità e mi sentivo importante, completo, arrivato quando qualcuno mi chiedeva consigli su qualsiasi argomento.

Uscivo con i miei amici e votavo sempre per andare nei locali più costosi per dare un’idea di ricchezza.
Andavo a mangiare due o tre volte alla settimana al ristorante, sempre per lo stesso motivo.
Successivamente iniziai anche a viaggiare, prima nei posti più vicini a casa e man mano mi allontanavo sempre di più, fino a varcare i confini.
Odiavo viaggiare e soprattutto prendere l’aereo.
Però le foto in aeroporto e dei monumenti delle città famose avevano un enorme seguito.
Non esitavo a condividere con i miei “amici” del web tutto ciò che mi succedeva.
Avevo un bisogno vitale della loro opinione. Ogni giorno era una lotta per farmi accettare e stare al passo con le mode del momento.
Fotografavo appunti e libri mentre studiavo oppure le scarpe sportive e i pesi prima di iniziare ad allenarmi.
Postavo le foto dei programmi televisivi che guardavo.
Arrivai a pubblicare una foto di me e Jessica sotto le lenzuola, nudi, dopo aver fatto l’amore.
Addirittura la bara di mio nonno mentre lo portavamo al cimitero.
Ebbe un enorme successo.

Dopo il risveglio compresi di aver un problema e quel trauma mi convinse che la cosa giusta da fare era rivolgermi a un dottore. Scoprii che soffrivo di nomofobia: la paura di restare disconnessi dalla rete.
Iniziai un percorso di guarigione. La base era cercare di ridurre al minimo, e ai soli momenti indispensabili, l’utilizzo dello smartphone.
I primi giorni furono un disastro assoluto. Semplicemente non ce la facevo.
Poi con il passare del tempo migliorai sempre di più, fino a sentirmi in grado di poter prendermi una pausa dai social.
Non cancellai i profili, disinstallai le app dallo smartphone e provai a vedere se era possibile vivere senza.
Era fattibile eccome, anzi, era una meraviglia.

Le riflessioni di quel periodo mi fecero capire che avevo buttato via gli ultimi anni della mia vita.
Svolgere un’attività, fare una foto, modificarla, trovare la frase giusta da scrivere, pubblicarla e aspettare. Sperare che la foto piaccia e dopo i primi apprezzamenti sentirsi appagati.

Mi sentivo felice e completo, ma per cosa?
In realtà tutto quello era un bel niente.
Solo pura immaginazione. Così forte da farmi perdere il contatto con la realtà.

Contavo i mi piace, giudicavo gli apprezzamenti a seconda di chi li aveva dati. L’apprezzamento di uno sconosciuto valeva molto di meno della ragazza che mi interessava. Eppure per l’algoritmo del social network sempre uno era.

Mi ero costruito una vita che non esisteva, fatta di foto ritoccate, false amicizie, apprezzamenti di circostanza.
Una vita immaginaria che per tutti ormai vale molto di più di quella reale.

A distanza di diversi mesi dall’inizio del percorso di guarigione mi sentii così bene e sicuro di me stesso, da provare la sensazione di poter essere in grado di controllare i social network.
Decisi di installare di nuovo le app sul mio smartphone.

Così ritornai sui social, i miei profili erano lì dove li avevo lasciati.
Era trascorso un sacco di tempo eppure nessuno sembrava essersi accorto della mia assenza.

Gezim Qadraku.

 

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