La paranza dei bambini

Paranza è il nome delle barche che vanno a caccia di pesci da ingannare con la luce.
Se i pesci vengono ingannati con la luce, i bambini – i protagonisti di questo romanzo – vengono ingannati dalla bella vita che si può fare guadagnando un mucchio di soldi.
Già, ma come fare la vita dei grandi se hai solo 13-14 anni?
La possibilità arriva dalla mafia, perché adesso i bambini sono diventati comodi per vendere la droga in piazza, per fare da pali durante certe operazioni, ma anche per ammazzare qualcuno.
Perché questi piccoletti non hanno paura, nonostante la giovanissima età ragionano già da grandi, con la mente del mondo che gli circonda e il loro unico obiettivo è quello di arrivare in cima il prima possibile. Neanche la morte gli intimorisce. Sono consapevoli che morire, soprattutto in giovane età, significa essere ricordati per sempre come eroi.

La paranza dei bambini è un romanzo ispirato a fatti veri, alle storie dei bambini di Napoli, ma che potrebbero essere quelle dei ragazzini di tantissime altre città del mondo. Bambini che sfrecciano in scooter alla conquista della città che fino a poco tempo prima era in mano ai boss storici, i quali iniziano a perdere colpi. Ragazzini che dopo l’orario di scuola si arrampicano sui tetti e imparano ad utilizzare l’AK-47, proprio come nel loro gioco preferito: Call of Duty. Figli di genitori che faticosamente cercando di arrivare alla fine del mese, mentre loro non ne vogliono sapere di sacrifici. Loro voglio tutto e subito.

Saviano ci porta tra le strade di Napoli, raccontandoci la quotidianità di un gruppetto di ragazzini dai nomi Maraja, Dentino, Lollipo, Pesce, Moscio, che vogliono a tutti i costi entrare nel mondo della mafia e sognano di comandare la propria città. A rendere ancora più reale il racconto è la scelta dell’autore di utilizzare il dialetto napoletano, che fa da ciliegina sulla torta alla perfezione con la quale vengono descritte le avventure della Paranza. Un libro che permette al lettore di scoprire una realtà altrimenti difficile da immaginare. Non ci sono mezze misure in questo romanzo, proprio come nelle vite dei protagonisti.
Tutto è crudo e violento. Tanto da che risulta impossibile immaginare che dei minorenni siano capaci di fare tutto ciò.

Concludo con il pezzo che meglio identifica questo romanzo:
“E ti pare che mi metto paura di un bambino come te?”
“Io per diventare bambino c’ho messo dieci anni, per spararti in faccia ci metto un secondo.”

Link per acquistare il libro: https://www.ibs.it/paranza-dei-bambini-libro-roberto-saviano/e/9788807032073

Gezim Qadraku.

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25 anni

25 anni.
Un quarto di secolo.
Il momento in cui la crisi, secondo gli studi,  colpisce il il 90% dei Millenial.
Crisi di cosa? Di esistenza.
25 anni e ci si ferma a porsi qualche domanda:
Chi sono?
Cosa ho fatto fino ad ora?
Sono felice?
Era questo ciò che sognavo?
Abbiamo 25 anni e la verità è che molti di noi hanno smesso di sognare. Dopo aver trascorso un’infanzia impeccabile, con genitori che ci hanno cresciuto in una bolla sicura ed accogliente, ed aver puntato il futuro sugli studi, la maggior parte di noi è disposta ad accettare qualsiasi mansione pur di raggiungere la fine del mese.
25 anni e l’aspirazione di tanti è diventata una vita tranquilla.
Ma come? Mica volevamo tutti cambiare il mondo? Come siamo arrivati al punto di accontentarci di cosi poco? Com’è stato possibile?
Siamo i figli di sacrifici e sacrifici, di lavori pesanti, di qualsiasi mansione pur di non farci mancare nulla. Siamo i figli di persone che hanno lasciato da parte la loro vita, pur di vederci brillare in alto, un domani. E noi che stiamo facendo ora che quel domani è arrivato? Ci stiamo accontentando di vivere come loro. Questa è una sconfitta, sia per noi, che soprattutto per i nostri genitori.
La colpa, se si è arrivati a questa situazione, è sia di chi ci governa, ma anche nostra.

25 anni ed alcuni se ne sono andati. Via, all’estero. Stesso continente o addirittura un oceano o di distanza. Ma non fa la differenza, perché una volta usciti di casa si lasciano alle spalle famiglia, amicizie e posti nei quali si è cresciuti. E fa male. Ma l’unico modo che l’uomo ha scoperto per andare avanti, è lasciarsi qualcosa alle spalle. Come ci ricorda Newton.
25 anni e i più coraggiosi sono coloro che hanno deciso di restare. Quelli che giorno dopo giorno accettano di andare avanti in qualche modo, nonostante tutto.
Nonostante i coeateni che hanno trovato subito un lavoro appropriato dopo gli studi, un appartamento e anche un macchina nuova di zecca. Senza dirci che il lavoro è arrivato grazie alla conoscenza del padre, che la spesa e le bollette le paga la madre. Non ce lo dicono che in realtà, di merito loro, c’è ben poco. Non suonerebbe bello! Ma tranquilli, a questi non c’è nulla da invidiare. Perché c’è ben poco di gratificante nel raggiungere un traguardo grazie all’aiuto di qualcuno.

25 anni e la crisi arriva perché non ci hanno preparato a questo, perché non ci hanno insegnato i sacrifici, la pazienza. Ci hanno dato tutto quello che volevamo, e quando loro hanno smesso ci ha pensato la tecnologia.
25 anni e da casa, con un click, compriamo ciò che ci serve, rompiamo il ghiaccio con una ragazza, fingiamo di essere felici tramite una vita social immaginaria, che è diventata la nostra realtà e ci sta pian piano distruggendo.
La crisi, se arriva, è anche condizionata dall’era in cui viviamo. Quella dell’apparenza.  Delle foto di amici che sono in viaggio, dei loro anniversari con i propri partner, della loro corsa mattutina prima di andare in ufficio, del weekend al mare, del concerto infrasettimanale, del dolce preparato dalla nonna. L’era della condivisione, dell’assenza di privacy. L’era della recitazione e del falso, di quelle foto tutte ritoccate minuziosamente, in maniera tale da sembrare sempre perfette.
L’era in cui ci si crede felici se si ricevono notifiche, se si è belli, se si ha ogni giorno qualcosa da pubblicare. Quasi fosse una sfida, come se ad ogni post il soggetto in questione ti stesse dicendo: “Guardami, io sto vivendo! E tu che stai facendo? Sei solo a casa che guardi i miei post, vero?
Non riusciamo più a goderci le emozioni che derivano da ogni istante, nonostante queste siano l’unica cosa che ci tenga in vita.

25 anni e se la crisi è arrivata è un’ottima notizia, perché forse capiremo che questo è solo un ostacolo da superare, un punto di partenza per quella che sarà la nostra vita.
25 anni e non è mica una tragedia se non sappiamo che lavoro fare, se non ci siamo sposati, se viviamo con i nostri genitori e se abbiamo sbagliato la facoltà. No,  perché è la nostra vita, non quella degli altri. Le cose belle arrivano solo per chi sa aspettare. Perché non si costruisce tutto con un click.  Ci vuole tempo e pazienza, un’infinita pazienza. Chiedetelo ai vostri genitori.
E ricordatevi che dal letame nascono i fiori, non dai diamanti, come ha scritto un certo de André.
25 anni e non saremo mai il nostro lavoro, la nostra macchina o la nostra casa. No, saremo i viaggi che abbiamo fatto, le frasi dei libri che abbiamo sottolineato, i film che ci riguardiamo per la millesima volta, le esperienze che abbiamo vissuto, le persone che abbiamo amato e tradito, gli ostacoli che abbiamo superato, i pezzi di cuore che abbiamo perso per strada. Questo siamo, e saremo.
25 è solo un numero, mica un traguardo. Chi l’ha detto che dobbiamo avere già un posto fisso? Che dobbiamo avere già un figlio? Che dobbiamo essere tranquilli e sicuri? Chi?

25 anni e siamo abituati a volere la luna, pensando di poterla raggiungere volando. Umiltà e piedi per terra, ma sguardo sempre rivolto in avanti. E guai permettere alla fiamma che c’è in ognuno di noi di spegnersi. Non diventiamo passivi alla vita, non permettiamo a governi, giornali e telegiornali di abbatterci.
Impariamo ad apprezzare ciò che abbiamo, perché la felicità  è una famiglia con la quale trascorrere le vacanze, degli amici da andare a trovare, un lavoro faticoso dal quale partire per costruirsi il proprio futuro, una macchina che si rompe un giorno sì e uno no,  una ragazza che alla frase “Ci sentiamo di nuovo allora!” risponde “certo”.
I 25 anni non sono un traguardo, ma solo l’inizio del viaggio.

Leggi anche il pezzo dell’anno scorso: 24 anni.

Gezim Qadraku.