Reportage

Bukowski ha scritto che solo i poveri conoscono il significato della vita, chi ha soldi e sicurezza può soltanto tirare a indovinare. Penso che questa frase sia stata decisiva nella  mia scelta di intraprendere la carriera da giornalista. Il vecchio Buko ha sempre raccontato di persone ai margini della società, trovando in loro  le migliori storie possibili. Tutto ciò, col tempo, mi ha fatto venire una voglia matta di incontrare quel tipo di gente e di scoprire le loro vite.

Continuo a ripetermi le sue parole mentre esco dall’ostello di Stoccarda dove io e il mio cameramen abbiamo passato la notte. È il mio primo servizio, un ex compagno di Università che si è trasferito qui, mi ha consigliato di venire a fare un giro e guardare con i miei occhi come in una delle città più ricche della Germania, di notte saltino fuori dei veri e propri fantasmi viventi. Immigrati da tutto il mondo, arrivati qui in cerca di fortuna e finiti a vivere in strada, tra una siringa e l’altra.

Sono le undici di sera passate quando usciamo dalla stanza, mancano pochi giorni all’arrivo dell’estate, ma certe folate di vento mi fanno venire i brividi. Ci stiamo dirigendo verso la stazione centrale – Hauptbahnof –  e c’è veramente poca gente in giro. Ci impieghiamo una buona mezz’oretta a piedi, ma una volta arrivati sembra di essere in un supermercato. C’è tutto quello di cui ho bisogno, vedo in diversi punti dei senzatetto e ragazzi che si nascondono alla nostra vista, mentre cercano di prendere la propria dose di droga.

Dopo una rapida occhiata dico a Francesco di accendere la telecamera e di segurmi. Ho scelto il mio obiettivo, da lontano mi sembra l’unico a non aver avuto una reazione dopo averci visto. Mi avvicino a lui e mentre faccio per salutarlo mi fa un cenno con la testa, lo prendo come un consenso ad essere filmato.
Si chiama Ivica, è di Sarajevo. Faccio fatica a presentarmi, il primo ragazzo che intervisto arriva da uno dei miei paesi preferiti. Francesco mi fa un segno con la mano per ricordarmi che stiamo girando e sono in silenzio da troppi secondi. Iniziamo a parlare, il suo inglese è pazzesco, non si ferma mai e sembra uno di quelli che ha superato l’IELTS a pieni voti. È arrivato in Germania circa un anno fa, dopo averle provate tutte in Bosnia per ricostrursi una vita, ma là non c’è più niente mi dice.
Inizia a raccontarmi della guerra senza che glielo abbia chiesto. È riuscito a sopravvivere ai 1421 giorni di assedio che la capitale bosniaca dovette subire.
“Come hai fatto?”
“Non ne ho idea. Ti abitui alla guerra, non puoi fare altro”.
Mi racconta che dopo neanche un anno il cibo iniziò a scarseggiare e allora incominciarono a mangiare l’immangiabile, come la colla dei cartelloni pubblicitari o qualsiasi pianta trovassero per terra.
“Era meglio morire a Srebrenica insieme a tutti gli altri”.
Al suono di quel nome, Srebrenica, mi si blocca anche il respiro. Non ho il coraggio di chiedergli niente. Mentre osservo i suoi jeans bucati all’altezza delle ginocchia, le  converse di color grigio sporco e la felpa strettissima, lui inizia a prepararsi una  dose di eroina da iniettarsi in vena.

“Perché lo fai?”
“Perché per un po’ mi dimentico della mia vita di merda”
“Come fai a guadagnarti i soldi per comprarla?”
“Non te lo posso dire”
È passato dall’essere cordiale e gentile, al carattere glaciale e riservato tipico dei Balcani che ho sempre letto nei libri. La nostra conversazione si interrompe dopo che Ivica si inietta in vena la sua dose. Passa più di un minuto nel quale il suo sguardo è perso e non risponde più alle mie domande. Penso di essermi giocato il servizio, quando all’improvviso ha un sussulto:
“Lo conosci il viale dei cecchini?”
È come se mi avesse acceso la lampadina, ho scritto la tesi sulla guerra in Bosnia, so praticamente tutto di quel conflitto. Con un tono fin troppo sicuro glielo riferisco:
“Certo, io so tutto della guerra in Bosnia”
Lui mi guarda per mezzo secondo, fa un tiro di sigaretta e sorridendo mi risponde:
“Voi non sapete niente della guerra”.
Si alza immediatamente e se ne va’ senza dire più niente. Rimango di sasso, ero pronto a proseguire l’intervista e cercare di scoprire qualcosa di più, ma lui ha deciso di distruggermi con quelle poche parole.
Restiamo in giro con Francesco fino alle 3 di notte, riusciamo ad intervistare altri tre ragazzi giovani provenienti tutti dall’este. Poi una donna e un uomo, entrambi tedeschi nati nella DDR, che tirano avanti chiedendo l’elemosina appostati di fronte ai negozi di marca, dato che la pensione non basta più.

Dopo quattro ore di lavoro ci dirigiamo verso l’ostello, Francesco mi sembra entusiasta di quello che abbiamo fatto, io invece non potrei essere più deluso di così.
Ho guardato un video di Federico Buffa prima di partire e raccontava come Kobe Bryant abbia passato la sua carriera a cercare di farsi accettare dai suoi colleghi di colore, come se ogni volta provasse a dire loro: “Guardate che sono come voi”.
Avrebbe tanto voluto esserlo, ma non poteva. Il suo passato parla chiaro, lui  è cresciuto in Italia, figlio di un giocatore di basket professionista, non ha dovuto fare la fame e rischiare la morte come la maggior parte dei ragazzi di colore americani.  Non puoi diventare qualcosa che non sei.

Domani monteremo le interviste e ci occuperemo di inserire i sottotitoli. Il servizio dovrebbe andare in onda tra una settimana, sarà il mio debutto in televisione, tutta Italia scoprirà un nuovo giornalista. Dovrei essere felice, ma non lo sono. Ho provato per anni la stessa volontà di Kobe Bryant, ovvero essere come loro: i poveri, i rifugiati di guerra, i senza tetto. Stasera ho capito che non potrò mai esserlo.
Mi è bastato il primo incontro per comprendere a pieno le parole di Bukowski, mezz’oretta di intervista con un ragazzo bosniaco reduce dalla guerra è stata più interessante di 26 anni della mia vita agiata.
Cosa abbiamo di interessante noi persone fortunate? Un bel niente.
Sin dal momento in cui veniamo alla luce, la nostra vita è già segnata in maniera precisa dai nostri genitori.
Le migliori scuole, i vestiti di un certo spessore, le compagnie di un certo rango, le vacanze in determinati posti. Tutto sempre per il meglio.
Una vita invidiabile, ma per nulla interessante.

Mi butto sul letto, socchiudo gli occhi e continuo a riflettere. Sto pensando ad un titolo da dare al servizio, quando arrivo alla conclusione che il mondo, fondamentalmente, si divide in due: noi, i privilegiati e loro, i dimenticati.

Gezim Qadraku.

(Questo racconto è frutto della fantasia dell’autore, nulla di ciò che è stato scritto è accaduto realmente)

 

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2 pensieri su “Reportage

  1. Intorno a quella Hauptbahnhof ogni sera e ogni mattina ci sono le persone che hai raccontato. Alcune gentilmente ti fermano per chiederti un euro. Quando vai a prendere la metro, su qualche banchina trovi qualcuno a preparasi la dose. Parlo della Haupbahnof di Francoforte, ma non dovrebbe essere tanto diversa da quella di Stoccarda. Contraddizioni viventi. Vedi il giovane bosniaco di cui hai parlato e vedi passare accanto a lui un altro giovane in giacca e cravatta. Tu parli di bordelli, io alcune volte ho passeggiato nel quartiere rosso. Ogni tanto sento parlare in rumeno, la mia lingua madre. Mi rendo conto di comprendere la lingua, ma non la donna più giovane di me di almeno 5 anni.

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    • Il racconto l’ho completamente inventato, anche se non tanto tempo fa sono passato per Stoccarda è ho solo potuto intravedere qualcosina.
      Ovvero persone per strada, di fianco ai migliori negozi, che chiedono soldi e vivono per terra.
      Spero un giorno di poter documentare il tutto e farne un vero reportage.

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