Un po’ di rispetto

Si suicida e lascia una lettera, i genitori decidono di pubblicarla per denunciare il precariato“.

Abbiamo letto tutti quelle parole, abbiamo percepito la sofferenza di Michele e ci stiamo permettendo di giudicarlo, apostrofarlo, di dargli consigli e di etichettarlo.
Questo sta succedendo da due giorni, da quando il Messaggero Veneto ha pubblicato le ultime parole di Michele. Eppure dopo aver letto quell’addio alla vita, non sono riuscito a provare altro che un immenso vuoto attorno a me. Ho provato ad immedesimarmi, ad essere Michele per qualche secondo, il tempo necessario per capire che non era quello il modo per comprendere a pieno il tragico fatto.

Allora ho optato per la riflessione e per la lettura. Ho letto tanti articoli di giornali e riviste, la maggior parte dei quali aveva immediatamente etichettato una persona della quale nessuno sapeva niente come: “precario”, “trentenne”, “debole”.
Debole, già. Ci vuole coraggio a giudicare una persona che decidere di compiere il gesto estremo, provateci voi adesso, fermatevi e immaginatevi di andare a prendere una corda, prendere le misure, avvolgervela intorno al collo e spingere via lo sgabello sotto di voi.
Ho i brividi su tutto il corpo. No, non so che tipo fosse Michele, ma non mi sento certo di definirlo con nessun aggettivo.

Vedo la solita corsa che contraddistingue questi fatti di cronaca, il bisogno di etichettare il soggetto e di trovare il colpevole. Non penso ce ne sia bisogno.
Bisognerebbe leggere e cercare di riflettere, stando in silenzio. La morte di una persona merita rispetto. Un’altra occasione persa per crescere, per capire un nostro simile.
Michele non era un precario trentenne debole,
Michele era un essere umano che stava cercando di superare gli ostacoli della vita,
come cerchiamo di fare tutti noi, ogni giorno.

Gezim Qadraku.

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