Insieme

È domenica, il rumore delle gocce di pioggia contro la finestra mi ha svegliato. Allungo la mano per prendere il cellulare, sono da poco passate le nove e mezza, attivo il wi-fi. Non ho bisogno di guardare fuori per capire che è una di quelle grigie giornate autunnali senza alcun significato. Come si sta bene sotto le lenzuola, sono indeciso se alzarmi subito o godermi un po’ di dolce far nulla. Opto per la prima alternativa, ma solo perché ho un’ottima motivazione.
Mi alzo, salto il passaggio del bagno e vado subito in cucina. Asia è seduta vicino alla finestra, si gusta il suo cappuccino mentre guarda la pioggia. Mi sente entrare, sorride.
“Buongiorno dormiglione”
“Buongiorno amore”
I capelli sciolti, indossa un canottiera bianca troppo grande per lei, infatti le arriva quasi alle ginocchia. Si intravede un po’ di reggiseno nero, che contrasta con la sua pelle chiara. Mi piego su di lei, la bacio, le stringo la mano e con l’altra le accarezzo la faccia. Mi chiedo se esista un modo migliore per iniziare la giornata.

“Vieni a stare da me” glielo dissi senza neanche pensarci, fu un gesto istintivo. Come il giorno che la vidi uscire dalla biblioteca e la fermai chiedendole se potevo offrirle qualcosa. Lei rifiutò perché era di fretta e aveva un impegno, allora ne approfittai per accompagnarla all’uscita. Mi innamorai ascoltandola parlare velocemente, mi disse che faceva giurisprudenza ed era all’ultimo anno, mentre toglieva il lucchetto al motorino e si metteva il casco. Le presi il cellulare dalle mani e salvai il mio numero.
“Chiamami”
Sorrise e sparì tra le vie della città.
Mi chiamò una settimana dopo, facendomi passare i giorni più lunghi della mia vita.
“Non ci speravo più”
“Mai perdere la speranza”
Mi laureai poco tempo dopo,  la invitai alla festa, ma non se la sentì di venire, le sembrava di essere fuori luogo. Ci conoscevamo da sole tre settimane e non eravamo ancora andati oltre a coccole e baci. Stavamo iniziando a conoscerci, anche se ci eravamo innamorati uno dell’altra già dal primo incontro.
Dopo poco più di un anno si laureò anche lei, non ebbe il bisogno di invitarmi, ormai ero parte della sua vita. Mi presentò ufficialmente alla famiglia e festeggiammo il suo traguardo, tutto così normale e piacevole.

Avevo trascorso la mia carriera universitaria concentrato sui miei obiettivi, cercando di non farmi distrarre in alcun modo. Ero single quando mi iscrissi, e non ebbi alcun tipo di relazione seria durante quegli anni. Nel corso di quel periodo ero sempre stato sicuro di non aver bisogno di una persona, pensando che mi avrebbe solamente portato via del tempo. Mi piaceva quel tipo di vita fatto di serate con gli amici  e giornate di letture in solitaria, quando non avevo voglia di compagnia. Mi ero quasi convinto che quello fosse il prototipo di esistenza ideale.
Mi sbagliavo, mi sbagliavo di grosso.
Non me ne ero reso conto, ma avevo sempre avuto bisogno di Asia. Durante la mia piacevole solitudine, da qualche parte avevo letto che non si può pretendere di vivere restando soli. Al momento mi sembrò una gran cavolata, ma in realtà – chiunque l’avesse scritto – aveva pienamente ragione. Solo ora che abbiamo deciso di convivere, dopo quasi due anni di relazione, capisco quanto mi sia sempre mancata una persona con la quale condividere la quotidianità. Delle labbra da baciare e delle mani da accarezzare.
Una persona da amare, per la quale valga la pena vivere.

Le do un bacio sulla fronte e vado in bagno. Mi sciacquo la faccia, il mio asciugamano ha già assorbito il suo profumo. Mi spalmo un po’ di crema idratante per svegliarmi definitivamente.
Ritorno in cucina, la brioche è nel microonde e la tazza è già pronta sul tavolo. L’aria profuma di caffè e amore, è tutto perfetto.
Sì, questo è il modo migliore per iniziare la giornata.

Gezim Qadraku.

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Un po’ di rispetto

Si suicida e lascia una lettera, i genitori decidono di pubblicarla per denunciare il precariato“.

Abbiamo letto tutti quelle parole, abbiamo percepito la sofferenza di Michele e ci stiamo permettendo di giudicarlo, apostrofarlo, di dargli consigli e di etichettarlo.
Questo sta succedendo da due giorni, da quando il Messaggero Veneto ha pubblicato le ultime parole di Michele. Eppure dopo aver letto quell’addio alla vita, non sono riuscito a provare altro che un immenso vuoto attorno a me. Ho provato ad immedesimarmi, ad essere Michele per qualche secondo, il tempo necessario per capire che non era quello il modo per comprendere a pieno il tragico fatto.

Allora ho optato per la riflessione e per la lettura. Ho letto tanti articoli di giornali e riviste, la maggior parte dei quali aveva immediatamente etichettato una persona della quale nessuno sapeva niente come: “precario”, “trentenne”, “debole”.
Debole, già. Ci vuole coraggio a giudicare una persona che decidere di compiere il gesto estremo, provateci voi adesso, fermatevi e immaginatevi di andare a prendere una corda, prendere le misure, avvolgervela intorno al collo e spingere via lo sgabello sotto di voi.
Ho i brividi su tutto il corpo. No, non so che tipo fosse Michele, ma non mi sento certo di definirlo con nessun aggettivo.

Vedo la solita corsa che contraddistingue questi fatti di cronaca, il bisogno di etichettare il soggetto e di trovare il colpevole. Non penso ce ne sia bisogno.
Bisognerebbe leggere e cercare di riflettere, stando in silenzio. La morte di una persona merita rispetto. Un’altra occasione persa per crescere, per capire un nostro simile.
Michele non era un precario trentenne debole,
Michele era un essere umano che stava cercando di superare gli ostacoli della vita,
come cerchiamo di fare tutti noi, ogni giorno.

Gezim Qadraku.