Trovati un lavoro e metti su famiglia.

Controllo di aver pulito e messo gli attrezzi a posto prima di uscire, lascio la luce accesa e chiudo la porta dando tre giri di chiave. Non riesco ad andarmene senza prima dare un’occhiata veloce all’insegna luminosa. Mi piace un sacco, dà quel tocco personale al negozio.
Sono quasi le otto di sera, fa caldissimo, un’umidità incredibile. Tutto questo non mi sfiora minimamente, oggi sono troppo felice.
Una di quelle giornate lavorative che aspettavo da sempre. Sette clienti in totale, quasi cinquecento euro di guadagno. Ripenso ad un anno fa, quando decisi di mollare quell’indeterminato al supermercato e utilizzare tutto quello che avevo messo da parte per creare qualcosa di mio, sembrava un salto nel vuoto senza paracadute. Nessuno che mi appoggiò, tutti a dirmi di non farlo, di stare attento, che me ne sarei pentito.
Quante giornate passate da solo in negozio ad aspettare un cliente, per poi arrivare un anno dopo al punto di dover cercare qualcuno che sia in grado di aiutarmi perché sono pieno di prenotazioni per i prossimi tre mesi, e da solo non penso di farcela. Sembra un sogno.
Sono felicissimo, mi godo la mezz’ora di camminata che mi separa da casa e nella mia testa proietto il film di questo anno di sacrifici. Ho i brividi e riesco a stento a trattenere le lacrime di gioia. Sento che per la prima volta nella vita sto riuscendo a concludere qualcosa.
Arrivo finalmente a casa, citofono, sento la stanchezza solo mentre salgo le scale, non vedo l’ora di raccontare questa giornata ai miei.
“BUONASERA!”
Chiudo la porta, non c’è nessuno in sala, sono entrambi in cucina. La cena è pronta, hanno già iniziato entrambi senza aspettarmi, la cosa mi dà un po’ fastidio ma cerco di non farci caso. Mi sembra che la felicità che ho addosso sia in grado di superare tutto. Mi siedo a tavola e ci metto poco a capire che il clima non è dei migliori, nessuno dei due mi ha rivolto la parola, papà è concentrato sul telegiornale e mamma pare che abbia litigato con il mondo intero.
Provo a far partire una conversazione:
“Com’è andata oggi?”
“Solito” risponde papà, senza neanche guardarmi.
“Ho visto la madre di Elena” dice mamma.
“Non la vedo da una vita Elena, probabilmente da quando si è sposata”
“Lo sai che ha partorito pochi giorni fa?”
“Davvero?”
“Sì, una bambina. L’ha chiamata Ginevra”
“Mi fa piacere, sono contento per lei”
Il comportamento di mia madre è un po’ strano, lo so che è felicissima per Elena, ma allo stesso tempo sembra arrabbiata.
“Mamma tutto a posto?”
“Insomma!”
“Che è successo?”
“Hai anche il coraggio di chiedermelo? Non riesci proprio a capirlo da solo?”
“Cosa dovrei capire scusa?”
Mio padre si ricorda della nostra esistenza, smettono entrambi di mangiare e iniziano a fissarmi. La cosa mi turba, non riesco a capire dove voglia arrivare mia madre.
“Non riesci proprio a pensare di trovarti un lavoro normale per poi crearti una famiglia? Tutti i tuoi amici hanno un lavoro sicuro, hanno comprato una casa e stanno mettendo su famiglia”.
Voglio morire, non ci posso credere che stia intavolando di nuovo  questo discorso.
“Per tua informazione ho aperto il mio negozio quasi un anno fa”
“Un negozio di tatuaggi nel quale non entra mai nessuno, se non ci fossimo noi moriresti di fame!”
“Ha ragione tua madre!”
“Oggi ho avuto ben sette clienti, un guadagno di quasi cinquecento euro!”
“Sarà stato un giorno fortunato, e comunque non è un lavoro sicuro. Il poco che guadagni ti serve per pagare l’affitto e saldare il prestito che hai con la banca”
Sono riusciti a distruggere la migliore delle mie giornate lavorative. Vorrei smaterializzarmi all’istante, ma mamma continua imperterrita.
“Non puoi andare avanti così Luca, hai quasi trent’anni e dipendi ancora da noi. Quando deciderai di mettere la testa a posto?”
“MAMMA MA COSA DIAVOLO STAI DICENDO?”
“NON PERMETTERTI DI URLARE A TUA MADRE LUCA!!”
“NO ADESSO URLO A CHI MI PARE, PERCHE’ NON CE LA FACCIO PIU’!
CI STO PROVANDO VA BENE? STO PROVANDO A REALIZZARE IL MIO PICCOLO SOGNO. SCUSATE SE A SCUOLA FACEVO SCHIFO E NON HO AVUTO UNA CARRIERA UNIVERSITARIA, SE ORA NON TORNO A CASA IN GIACCA E CRAVATTA E SONO STATO UN PESO PER VOI. SCUSATEMI TANTO SE NON SONO STATO IL FIGLIO CHE AVRESTE VOLUTO. PERCHE’ NON VI HO MAI DATO NESSUNA SODDISFAZIONE, PERCHE’ ERO QUELLO CHE SI COMPORTAVA MALE, CHE VENIVA SOSPESO A SCUOLA, CHE FUMAVA, CHE ANDAVA IN GIRO IN MOTORINO SENZA CASCO, CHE TORNAVA A CASA TARDI UBRIACO. INVECE VOI AVRESTE VOLUTO UN FIGLIO COME QUELLI DEI VOSTRI AMICI.
IO NON LA VOGLIO UNA VITA COME QUELLA DEGLI ALTRI, NON POSSO PASSARE TUTTA LA MIA ESISTENZA A FARE UN LAVORO CHE NON MI PIACE. NON ME NE FREGA UN CAZZO DI COSTRUIRMI UNA FAMIGLIA, NON SO NEANCHE COME TENERLO IN BRACCIO UN BAMBINO.
SCUSATE SE NON VOGLIO DIVENTARE COME VOI”
Mi guardano entrambi malissimo, mio padre si alza in piedi.
“Cosa vorresti dire scusa?”
“NON VI VEDETE? NON CI PENSATE MAI A CHE VITA AVETE FATTO? SIETE DELLE FOTOCOPIE. AVETE PASSATO LA VOSTRA ESISTENZA A FARE QUELLO CHE FACEVANO GLI ALTRI. UN BUON PERCORSO DI STUDI, POI L’UNIVERSITA’, UN LAVORO SICURO COME LO CHIAMATE VOI, IL MUTUO PER LA CASA, LA MACCHINA NUOVA OGNI CINQUE ANNI, LE VACANZE SEMPRE NELLA STESSA SPIAGGIA, LE CENE TRA PARENTI DOVE BISOGNA FINGERE DI VOLERSI BENE. QUESTO PER VOI SIGNIFICA VIVERE?
VOI NON VI VEDETE MA STATE MORENDO, SIETE DEI MORTI CHE CAMMINANO, LA VOSTRA VITA NON HA SENSO. AVETE VISSUTO PER GLI ALTRI, NON PER VOI STESSI”.
Mio padre è infuriato, tira un pugno al tavolo che fa sobbalzare mia madre. I suoi occhi versano lacrime di rabbia. Si guardano e riescono a trovare un accordo anche senza parlarsi.
Papà si prende la responsabilità della decisione.
“Prepara le tue cose e vattene da questa casa. Non possiamo mantenerti per tutta la vita”.
Sentire quelle parole mi rincuora, mi tolgo un peso di dosso e lo levo anche a loro.
“Che coraggio che avete, fare la parte delle vittime solo perché non vi aiuto a pagare le bollette”.
Mi alzo, vado in camera e prendo le mie cose il più in fretta possibile. Cerco di non dimenticare niente, solo all’idea di dover ritornare mi viene la nausea. Riempio una valigia e due zaini. Prima di uscire entro in cucina per salutarli definitivamente:
“Ora sì che siete proprio una bella famiglia. Una famiglia normale”. Nessuno dei due dice niente.
Scendo le scale di corsa, apro il portone, ho il fiatone. Non ho messo niente sotto i denti, penso a dove mangiare, a dove andare a dormire stanotte, a cosa mi aspetta. Non sono lucido, ho troppi pensieri per la testa. Inizio a camminare a caso senza una vera destinazione, ora il caldo e l’umidità li percepisco e come se non bastasse, il mio cervello continua a riprodurre le parole che ho dovuto ascoltare per tutta la vita:
“Trovati un lavoro, compra una casa, metti su famiglia”.

Gezim Qadraku.

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Hai mai amato?

Mi chiesero se avessi mai amato in vita mia.
Risposi loro di sì.
Domandarono com’era stato.
“Terribile” dissi.
“Perché?” vollero sapere.
“Ho amato una persona che non esisteva” replicai.
Mi guardarono straniti, non capirono, non potevano.
Non vollero sapere più niente, si alzarono e mi lasciarono solo con i miei pensieri. Pagarono ciò che dovevano, mi salutarono con sguardi ancora dubbiosi riguardo le mie dichiarazioni e tornarono ognuno a casa propria.
Il proprietario iniziò a pulire il locale, mentre aspettava che io finissi l’ultimo sorso di whisky. L’orologio segnava le 3:43, una fitta nevicata aveva imbiancato tutta la città, per strada non c’era anima viva. Di fronte al pub passò uno dei signori che mi avevano tenuto compagnia, la testa abbassata e il passo rapido, per cercare di avere la meglio contro le gelide folate di vento.
Pensai a quanti segreti avevo riferito a quegli sconosciuti quella sera. Come avevo finito, raccontando loro la più grande delle mie sofferenze sentimentali. Mi accorsi di aver compiuto un’azione che viene naturale a molte persone, quella di confidarsi con uno sconosciuto. Accade spesso, nascondere il dolore ai nostri cari, per poi espellerlo quando ci troviamo di fronte qualcuno che non ci conosce minimamente. Lo facciamo perché abbiamo paura che i nostri conoscenti ci possano giudicare.  Comportandoci in questo modo, compiamo contemporaneamente un altro errore, caratteristico di noi uomini: cercare di palesarci forti dinnanzi all’amore. Impauriti come siamo, di non dover mostrare il nostro lato umano, che come stupidi riteniamo sia il più debole, ma che in realtà, è la caratteristica più bella che abbiamo.
Andò proprio così la mia disavventura sentimentale, amai una donna che non era mai esistita. Succede di commettere questo tipo di errore, innamorarsi di una persona e costruire intorno ad essa ciò che vorremmo che lei fosse.
Poi, ai più fortunati, capita di accorgersi che si sta amando solo il frutto della propria immaginazione, ovvero il nulla. Così, inevitabilmente, si arriva alla conclusione che in questi casi, amare, è terribile. Un atto da non consigliare a nessuno, un sentimento dal quale stare alla larga.
Cosa fareste voi, se vi accorgeste che il momento più importante della vostra vita non è stato niente di reale?
Un interrogativo, questo, che mi ponevo da parecchio tempo.
Il cubetto di ghiaccio nel bicchiere si era sciolto, il proprietario aveva ormai sistemato tutti i tavoli e stava aspettando solo me.  Mandai giù quello che era rimasto del whisky, ma non mi fece alcun effetto, troppo annacquato. Prima di alzarmi diedi un’ultima occhiata al locale, guardai le mura, convinto che avessero assorbito la mia storia e avrebbero potuto raccontarla agli ospiti dei giorni seguenti. Decisi che non sarei mai più tornato in quel posto, anche se mi piaceva da sempre. Era uno di quegli ambienti che sembravano appartenere ad un’altra epoca: il marrone era il colore predominante e tutto era fatto di legno. Sulle mura c’erano quadri storici e le frasi di diversi mostri sacri della letteratura. Una, in particolare, era quella che attirava sempre la mia attenzione.
Ne parlai quasi tacendo. Io sono un maestro nel parlare tacendo, ho parlato tacendo per tutta la mia vita e ho vissuto delle vere tragedie dentro me stesso tacendo” di Fedor Dostoevskij. Mi alzai, e mentre mi dirigevo verso il bancone, pensai a come questo uomo era stato in grado di descrivere la mia vita, e quella di tutti gli esseri umani, meglio di quanto ognuno di noi avrebbe potuto fare. Pagai il conto e salutai.
Il vento gelido mi ricordò di abbottonarmi per bene il cappotto, ma non riuscì a distrarmi dai pensieri che continuavano a girarmi per la testa.
Continuavo a chiedermi cosa avrei dovuto fare della mia vita dopo una delusione del genere, ma era una domanda che mi ponevo da ormai troppo tempo. Il dolore della tragedia d’amore era nullo, se confrontato ad un’intera esistenza, la mia, passata a cercare una risposta.

Gezim Qadraku.