Gli amici

Sono le 20:15, l’arrivo  a Milano Centrale era previsto per le 20:05, invece il treno è fermo a pochi metri dalla stazione.
Il vagone non è affollato, una decina di persone, il silenzio è stata la costante di tutto il viaggio. Sono in piedi da qualche minuto, mi sono già messo il giubbotto e guardo fuori per capire quanto manca. Davanti a me una coppia giovane, lei è una delle ragazze alla moda di questi tempi.
Converse ai piedi, risvoltino ai jeans, borsa che vale uno stipendio, e quella sensazione che una del genere non abbia molto da offrire. Mentre il suo ragazzo le parla, uno che avrà sì e no vent’anni, ma ne dimostra dieci di più, lei controlla le notifiche sul telefono. Distratto dalle parole che lui le rivolge, non mi accorgo che il treno è ripartito e si sta fermando di nuovo perché finalmente siamo arrivati.
Quindici minuti di ritardo. E’ una sera di novembre, una leggera nebbia ha colorato Milano di grigio, non fa ancora freddo per fortuna. Attraverso la stazione camminando alla velocità che questa città richiede, è passato un po’ di tempo dall’ultima volta, ma più di vent’anni di abitudini milanesi saranno difficile da dimenticare.
Mi lascio la stazione alle spalle e mi dirigo verso la fermata del tram, in meno di dieci metri due venditori di accendini e altri oggetti mi si avvicinano, ma proseguo avanti senza degnarli di una parola. Prima di arrivare alla fermata vedo un senzatetto per terra, avvolto in una coperta di lana, davanti a lui un bicchiere di plastica quasi vuoto. Non gli lascio nessuna monetina, se aiuto lui dovrei aiutarli tutti, mi ripeto ogni volta. Dato che non posso aiutare tutti, allora non aiuto nessuno. Dopo averlo superato, penso che avrei potuto lasciargli un euro, se io aiuto lui, qualcun’altro aiuterà un altro senzatetto da qualche altra parte, non è di certo compito mio dare una mano a tutti, basta che io faccia qualcosa per chi incontro sulla mia strada.
Arrivo alla conclusione che sono una persona di merda, non aiuto mai nessuno e utilizzo sempre la solita scusa per pulirmi la coscienza.
La mia attenzione viene subito rapita dal fatto che il monitor alla fermata non funziona e non so tra quanto arriverà il tram.
Cerco di ambientarmi di nuovo a quella che è stata la mia quotidianità per anni.
C’è solo una donna che parla al telefono in fermata, ha le cuffie e sembra che abbia la videocamera accesa, cerca di fare facce simpatiche mentre parla. Nel frattempo arriva gente, è un continuo di clackson che suonano e macchine che non rispettano il semaforo rosso. Osservo l’entrata della stazione e mi accorgo che è piena di ragazzi di colore, chi vende qualcosa e chi vaga senza una meta.
Continuo ad osservare la vita milanese che mi scorre di fianco, è passato un anno dall’ultima volta, mi sembra un’eternità. Gli amici mi stanno aspettando a casa di Luca, tra una settimana parte per New York e ha voluto fare una cena come ai vecchi tempi per salutarci.
Non potevo assolutamente mancare.
Mentre cerco di immaginarmi come andrà la serata il tram arriva. Salgo, non ho il biglietto, me ne accorgo solo una volta dentro. Non ci saranno controllori in giro a quest’ora. Rimango in piedi, continuo a scrutare ogni minimo dettaglio. Penso di mettermi le cuffie ed isolarmi, ma preferisco continuare ad ascoltare ciò che succede. Solo riascoltare le persone che parlano in italiano mi dà l’idea di essere a casa. Anche se in realtà, è da un quarto di secolo che mi chiedo quale sia il posto che io debba considerare casa.
Mi mancavano i trami milanesi, sono su uno di quelli vecchi, con gli interni di colore marrone, quanto li amavo. Davanti a me due giovani ragazze parlano in inglese, saranno qui in Erasmus. Continuo a fissarle, sono veramente carine. Mi sento a disagio perché non ho la più pallida idea di che età possano avere, potrebbero anche essere minorenni. Allora cerco di guardare altro, osservo la città, ma continuo ad ascoltare ciò che accade sul tram. Un ragazzo parla al telefono con un amico, una certa Marta gli ha chiesto se una mattina è libero per una colazione assieme. Ha un sorriso a trentadue denti mentre parla, gli brillano gli occhi. Se solo Marta potesse vederlo, per rendersi conto di quanto lo ha reso felice.
Scende poche fermate dopo, insieme alle ragazze.
Dopo una ventina minuti sono finalmente arrivato, sicuro che i ragazzi avranno provato a chiamarmi, ma la scheda tedesca non funziona una volta passato il confine.
Fortunatamente c’è un supermercato di fianco a casa di Luca, non posso presentarmi a mani vuote. Compro il primo vino che costa più di cinque euro, sono stanco e in ritardo, per perdere tempo a scegliere. Arrivo alla cassa, davanti a me c’è un uomo di colore, non è africano, sarà Pakistano o Indiano. Ha una faccia sofferente, è stanco, la schiena chinata in avanti, i vestiti sporchi. Ha comprato cinque bottiglie di vino. Le inserisce tutte in un sacchetto, esegue due nodi e lo guarda con insicurezza. Lo sa che potrebbe rompersi, allora rimane fermo per qualche  minuto. Probabilmente è indeciso se spendere dieci centesimi per comprarne un altro, evidentemente per lui quei centesimi fanno la differenza. Decide di risparmiare ed esce dal supermercato. La gente di fianco a noi sta soffrendo, ma molte volte non ci accorgiamo di nulla. Bisognerebbe fermarsi ad osservare, per rendersi conto di quanto si è fortunati.
Pago la bottiglia, esco dal supermercato e mi dirigo verso il portone.
Citofono, aprono subito senza chiedere chi è. Luca mi ha scritto che l’entrata del suo condominio è la lettera E, do un’occhiata veloce e capisco che è quella davanti a me in fondo. Un altro citofono, la porta si apre e già sento le voci famigliari dei ragazzi.
Non faccio in tempo a fare i primi scalini che una porta al primo piano si apre:
“Quando vuoi è!!!!”
“Non sono ancora entrato che già rompi le palle”
E’ Luca, mi corre in contro, ci abbracciamo.
“Ho provato a chiamarti, ma rispondeva una voce tedesca”
“Eh sì, appena esco dalla Germania non sono più raggiungibile”
“Sarei venuto a prenderti, ma ho pensato che sarebbe stato inutile”
“Hai fatto benissimo, poi sono solo venti minuti di tram che sarà mai”
Saliamo insieme, la porta è aperta, entro e una botta di ricordi e sorrisi mi saltano addosso. Non manca nessuno, Clara, Greta, Jack e Pippo.
“E’ arrivato il cruccoooooo”
“Eccolooooo”
“Marcolinooo finalmenteee”
“Ohhh ragazzi che bello rivedervii”
Abbraccio tutti. Sembra passata una vita dall’ultima volta, eppure niente è cambiato. Neanche il tempo di mettere giù la borsa, che mi ritrovo con in mano un bicchiere di vino a parlare con quelli che sono stati i miei compagni di vita nel periodo universitario. Tutto riprende vita in modo naturale, in pochi minuti le distanze e i cambiamenti spariscono, tutto ricomincia da dove si era fermato.
Pensare che tre anni fa festeggiavamo tutti insieme la laurea, e da quel giorno ognuno ha preso una via diversa. Io l’unico ad aver lasciato l’Italia,  Clara e Pippo hanno trovato lavoro a Roma, Greta convive con il suo ragazzo a Verona, Jack si è dato al giornalismo e Luca dopo vari tentativi ha deciso di provare l’esperienza americana.
“Ragazze ditemi subito cosa mi avete cucinato”
“Indovina un po’?”
“Cozze gratinate?”
“ESATTO!!!”
“Ahhhhh quanto mi manca il cibo italiano”
“Solo il cibo è, gli amici no”
Risata collettiva, io e Jack ci picchiamo per gioco, come abbiamo sempre fatto.
La serata prende il via, apparecchiamo la tavola tutti insieme e ognuno di noi racconta le novità agli altri. Si inizia a mangiare e tra una bicchiere di vino e l’altro sembra di tornare indietro negli anni. Finiti i primi Jack riceve una telefonata e si rifugia in una stanza, io e le ragazze usciamo a fumare, Pippo e Luca restano dentro a bere. Mi metto in mezzo a Greta e Clara chiedendo a loro di raccontarmi cosa mi sono perso. Dopo qualche minuto smetto di ascoltarle, mi concentro sulle loro mani che mi scombussolano i capelli per farmi arrabbiare, guardo Pippo e Luca mentre bevono e ridono.
Un’ondata di ricordi invade la mia testa, ripenso a quegli anni passati insieme tra libri ed esami, quante gioie e delusioni, ma sempre  gli uni di fianco agli altri. Siamo stati una compagnia unita, e questa cena ne è l’ennesima dimostrazione.
Solo ora che mi ritrovo in mezzo a loro, mi accorgo di quanto mi mancano.
Perso nei pensieri, mi dimentico di fumare la sigaretta. Sento che tutti quei ricordi mi stanno facendo commuovere, ho gli occhi lucidi, fingo uno starnuto per non farlo notare alle ragazze.
Mi chiedo se ci sarà una prossima cena, a quante cose potranno cambiare nei prossimi anni, forse riusciremo tutti a farci una famiglia e ad avere figli. Racconterò di loro ai miei figli, quando mi chiederanno cos’è l’amicizia
La paragonerò ad un oggetto di cui loro non avranno mai sentito parlare, la cassetta a nastro. Un oggetto che è già introvabile adesso, figurarsi tra qualche anno. Gli racconterò di come funzionavano le cassette, gli spiegherò dei tasti che aveva una radio. Il Play, lo stop, le frecce per mandare avanti o tornare indietro. Dirò loro che l’amicizia è un bene prezioso, del quale bisogna prendersi cura. Proprio come facevamo noi da piccoli con le nostre cassette preferite, per poterle riascoltare ogni volta che ne avevamo voglia. Così è l’amicizia, se te ne prendi cura, puoi riascoltarla ogni volta che vuoi, perché non ci sarà distanza che tenga, il tempo per i tuoi amici riuscirai sempre a trovarlo.
Basterà schiacciare il tasto play e tutto ripartirà da dove si era fermato.

Gezim Qadraku.

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2 pensieri su “Gli amici

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