Com’è andato l’esame?

“Ragazzi mancano 5 minuti.”
“Professoressa!”
“Sì, mi dica.”
“Io consegno.”
“La ringrazio.”
“Arrivederci.”
“Arrivederci”.
Esco dall’aula, davanti al bar ci sono un gruppo di ragazzi che parlano dell’esame.
“Dai però che domande ha messo di teoria?”
“Sta stronza!!!!”
“Menomale che gli esercizi erano fattibili, io punto su quelli.”
“Oh, a sto giro pure un 18 lo accetto.”
“Va beh raga nel caso ha detto che fa l’appello a settembre”.
Esco dal cancello, tiro fuori l’ipod dalla tasca dei pantaloncini. Le cuffie sono annodate come sempre, cerco di slegarle mentre cammino.
Il sole picchia ancora forte, la gente è appena uscita dal lavoro e corre per fiondarsi a casa. Una scena di ordinaria amministrazione a Milano, qui si corre, sempre. Mattina, pomeriggio, sera, anticipo, ritardo, appuntamento di lavoro, semplice passeggiata. A Milano devi correre e ci metti poco a capirlo. E’ il 20 luglio, ultimo esame della sessione, da domani posso finalmente pensare alle vacanze. Sono le 18:20, il treno passa tra 22 minuti, ho tutto il tempo di godermi la camminata fino alla stazione. Dalle cuffie parte “io non ho paura” di Ezio Bosso. La paura, quella che puntualmente si presenta ad ogni esame. Ce l’ho avuta anche oggi, nel momento in cui la prof mi ha consegnato il foglio e dopo avergli dato una rapida occhiata ho pensato che non avrei mai passato l’esame. E’ sempre così, guardo al volo le domande e sono in grado di dirmi se riuscirò a farlo o meno. Questa volta mi sono preso del tempo per ragionare, ho letto per bene ogni domanda di teoria e ogni problema da risolvere, ho addirittura chiesto aiuto alla prof per un esercizio. Non lo faccio mai,mi vergogno e cerco di cavarmela da solo, ma ho finalmente imparato ad essere furbo. Infatti la domanda è servita, sono riuscito a svolgere tutto l’esercizio e penso di averlo fatto bene.
Arrivo al semaforo, dall’altra parte della strada una coppia attira la mia attenzione. Lui è un uomo sulla cinquantina, vestito tutto d’un pezzo, capelli brizzolati, abbronzato, nodo alla cravatta praticamente perfetto, parla al telefono dei suoi affari probabilmente. Anche lei abbronzata, tacchi alti, vestito rosa con una scollatura vistosa e occhiali enormi a coprirle metà del viso. Hanno entrambi la fede al dito, ma sembrano due estranei, non sono vicini, ho capito che sono una coppia, solamente perché sono gli unici su quel marciapiede. Saranno anche sposati, ma sono ben lontani dall’amarsi. Si saranno stufati uno dell’altra, come succede a molti. Scatta il verde per i pedoni, sono talmente lontani uno dall’altra che riesco a passare in mezzo. Attraverso la strada, passo davanti ai negozi di abbigliamento, cerco di dare un’occhiata fugace per vedere se c’è qualcosa che mi possa interessare, ma niente attira la mia attenzione. All’entrata dell’ultimo c’è un ragazzo di colore con un cappellino estivo in mano che chiede soldi. Non se lo fila nessuno, manco io. Mi sale un senso di colpa, ma non posso aiutare tutti. Mi avvicino all’entrata della metro, ci sono due ragazze di Greenpeace che cercano di fermare qualcuno, abbasso la testa e aumento l’andatura. Non ho nessuna voglia di fermarmi a parlare. Arrivo alle scale dell’entrata, alzo la testa,c’è un ragazzo che avrà la mia età che dà il giornale metropolitano. E’ stanco, sudato, ne ha in mano pochi, sarà lì da tutto il giorno. Ancora prima di avvicinarmi allungo la mano, me lo dà, ci guardiamo, accenno un sorriso e lui mi risponde facendo di sì con la testa. Come a dire: “grazie, almeno tu mi capisci“.
Scendo le scale, la canzone sta per terminare, la faccio ripartire.
Supero il tornello, tra un minuto passa la metro per Sesto, che culo.
Mi accorgo di non aver ancora acceso il cellulare. Sono tranquillo, non ho fretta di avvisare nessuno; anche perché c’è poco da dire oltre al solito “ho fatto tutto, spero sia andato bene“. Arriva la metro, entro, c’è l’aria condizionata, si sta bene. Resto in piedi, tanto devo fare solo due fermate. Le porte si chiudono e la metro parte, inserisco il pin e rimetto il cellulare in tasca. Fisso le porte davanti a me, fungono da specchio. Ieri ho fatto barba e capelli, lo faccio sempre prima dell’esame, come se i professori se ne stiano lì a guardare l’aspetto di ogni studente. Sento il cellulare vibrare, scorro in basso la barra delle notifiche, amore: “avvisami quando hai finito“.
Tempo di aprire il messaggio che sono arrivato a Porta Venezia. Scendo dalla metro, salgo le scale, c’è la fila davanti ai tornelli. Uno non va e nell’altro c’è una signora che non riesce a passare. Non sto pensando a niente, sono tranquillissimo, da quando sono uscito dall’aula non ho ancora pensato all’esame. Non ho voglia di calcolare quanti punti avrò fatto, i battiti del cuore sono bassi e questo è un segnale importante. L’ipod nel frattempo ha cambiato canzone, è partita “take it on” dei Sick Individuals feat jACQ, l’ho trovata guardando il video di un giovane calciatore turco, Emre Mor. Un 97 che ha debuttato agli europei, penso che potrei scrivere un articolo sui giovani promettenti. Il fatto che sia partita proprio questa canzone, lo prendo come un altro positivo legato all’andamento dell’esame, ogni piccolo dettaglio prima e dopo la prova ha la sua fondamentale importanza. Supero il tornello, altre scale da scendere, controllo lo schermo per vedere se per caso il treno è in ritardo, ma non funziona. Che novità. Altro tornello e altre scale da fare. Mancano 12 minuti all’arrivo del treno, lo schermo non segnala nessun ritardo, per ora. Mi siedo, è ora di rispondere a Chiara.
“Ho finito amore, ho fatto tutto, spero sia andato bene”.

Gezim Qadraku.

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