Granit Xhaka, il gioiellino svizzero

Partiamo da una cosa importante, la pronuncia del cognome. Il suo xh in albanese si pronuncia come una g dolce (giorno), quindi Xhaka si pronuncia come se fosse Giaka.
Bene, ora possiamo iniziare a parlare di questo centrocampista, salito alla ribalta quest’estate per due motivi.
In primis, il suo trasferimento all’Arsenal, la squadra londinese ha sborsato 35 milioni di sterline per assicurarsi le prestazioni dell’elvetico. Secondo, il debutto della nazionale svizzera all’Europeo francese è stato un momento storico per il ragazzo.
Per la prima volta nella storia del calcio, si sono affrontati due fratelli. Tutti i riflettori erano puntati sui fratelli Xhaka, Granit con la maglia svizzera e Taulant con la maglia albanese.
La partita si è conclusa con la vittoria degli elvetici per uno a zero, nonostante la compagine albanese, allenata da De Biasi, abbia rischiato più volte di pareggiare i conti. Granit a fine gara è stato premiato come miglior giocatore.

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Xhaka vs Xhaka

L’immagine più bella di quella partita resterà per sempre la geniale maglietta indossata dalla madre dei due ragazzi, la scritta Xhaka sotto a una bandiera composta a metà da quella elvetica e a metà da quella albanese.

In molti si saranno chiesti come sia possibile che due fratelli, nati dagli stessi genitori, possano giocare per due nazionali diverse.
La storia di questi ragazzi è simile a quella di tantissime altre famiglie di origini albanesi emigrate all’estero. In Svizzera si trova una grande parte della diaspora degli albanesi dell’ex-Jugoslavia: sono infatti circa 300mila i cittadini svizzeri di origine kosovara.
Il processo di emigrazione iniziò già negli anni ’60, quando Berna e Belgrado strinsero un accordo per facilitare l’arrivo di numerosi lavorati in Svizzera.  L’accelerazione di questa ondata si è avuta negli anni ’80 e il boom nel decennio successivo, gli anni funesti della guerra nella ex-Jugoslavia. In questo caso però la motivazione dell’emigrazione è un po’ diversa.
Il padre di Granit, Ragip Xhaka, dopo essere stato costretto ad abbandonare, a soli 17 anni, il sogno di diventare calciatore a causa di un grave infortunio, venne arrestato all’età di 22 anni. Nel pieno della sua carriera universitaria, la partecipazione alle manifestazioni contro il regime serbo-jugoslavo costarono al giovane Ragip tre anni e mezzo di carcere. Dopo aver scontato la pena, si trasferì in Svizzera, a Basilea. Città natale dei suoi figli.
Allora perché Granit gioca per la Svizzera e Taulant per l’Albania? 

Naturalmente l’interesse della nazionale albanese ad avere entrambi i fratelli in rosa c’è stata, ma secondo le parole del tecnico De Biasi, la richiesta è stata inoltrata tardivamente ai giocatori. Soprattutto per quanto riguarda Granit, il quale aveva già scelto di giocare con la Svizzera e non ha cambiato idea. Il tecnico italiano invece è riuscito a convincere Taulant, il quale avrebbe sicuramente avuto pochissimo spazio tra gli elvetici.
Per molti Granit è il traditore, ma lui stesso ha dichiarato che avrebbe fatto volentieri a meno di giocare contro suo fratello e contro la sua nazione. Oltre a dichiarare l’amore verso la sua terra:

“Non ho bisogno di andare a Ibiza o Maiorca o Dubai, ogni volta che posso torno a Prishtina

Parole rilasciate nell’estate del 2014 all’aeroporto di Prishtina, dove il ragazzo era atterrato subito dopo l’uscita della nazionale svizzera dai mondiali brasiliani. Dimostrazione di quanto sia legato alla sua terra.
Inoltre il ragazzo, in tutti questi anni, ha sempre dimostrato il suo attaccamento alle proprie origini. Un episodio significativo si è verificato la prima volta in cui le due nazionali si sono incontrate, il modo in cui incespica sul pallone si commenta da solo:

 

Oltre a questo curioso caso, il ragazzo si è reso protagonista di un bellissimo gesto. Ha personalmente inviato alla FIFA un messaggio, richiedendo il riconoscimento della nazionale Kosovara di calcio, riconoscimento arrivato quest’anno, che permetterà alla nazionale del Kosovo di partecipare alle qualificazioni per i mondiali del 2018.

Il torneo Europeo di quest’estate era un appuntamento importante per il numero dieci, se l’inizio è stato dei migliori, con il premio di miglior giocatore ricevuto dopo la vittoria contro l’Albania, il finale è stato disastroso. Suo infatti l’errore decisivo durante i calci di rigore, che ha causato l’uscita della nazionale elvetica agli ottavi di finale, a favore della Polonia.
Il ragazzo ha dovuto dimenticare in fretta la delusione, a Londra tutti lo stavano aspettando. Sia i genitori che la fidanzata erano presenti nel primo giorno da Gunners del ragazzo. Visibilmente emozionato, Granit ha rilasciato le sue prime parole da giocatore dell’Arsenal, mostrando un discreto inglese:

La sua carriera inizia insieme al fratello nelle fila della Concordia, per passare dopo cinque anni al Basilea. Gli addetti ai lavori si accorgono subito delle qualità del ragazzo e la nazionale elvetica non se lo fa sfuggire. Appena sedicenne debutta nella squadra under 21 del Basilea e nella nazionale svizzera. Il primo prestigioso trofeo arriva l’anno successivo, quando la nazionale rossocrociata under 17 si laurea campione del mondo, Granit segna anche una rete durante il torneo.
La carriera del ragazzo si inserisce nel binario giusto, disputa due ottime stagioni nella prima squadra del Basilea, conquistando due campionati di fila. Nel 2011 esordisce a soli diciotto anni nella nazionale maggiore, a Wembley contro l’Inghilterra. Quel paese dove ha sempre sognato di giocare.
L’estate del 2012 è quella del primo salto di qualità, approda in Germania, accettando l’offerta del Borussia Mönchengladbach.
Sono anni importanti per il ragazzo, che viene impiegato diversamente nel club rispetto alla nazionale. In Bundesliga ricopre il ruolo di mediano, mentre in nazionale, Ottmar Hitzfeld lo utilizza come trequartista. Sono parole importanti quelle dell’allora commissario tecnico degli elvetici:

E’ un assoluto top player, che potrebbe giocare in qualsiasi top club del mondo.

Granit inizia a toccare con mano il calcio che conta, il debutto ai mondiali di Brasile 2014, impreziosito da un gol e la Champions League nella passata stagione con il proprio club. Annata, quest’ultima, densa di significato per il ragazzo. Dopo il pessimo inizio e il cambio di allenatore, gli viene assegnata  la fascia di capitano. Incarico importante per un ventiduenne, ma nessuno dei suoi allenatori ha mai avuto dubbi sul suo carisma.
Abituato ad assumersi compiti importanti sin da piccolo, era lui infatti a tenere le chiavi di casa e non il fratello maggiore. Il Borussia risale la china, ma il ragazzo si fa schiacciare dal peso della responsabilità e riceve tre cartellini rossi in quindici partite, aggiudicandosi il record di primo under 23 a ricevere cinque espulsioni in Bundesliga. Qualcuno gli consiglia addirittura di farsi curare, ma lui risponde a tono, dicendo che quello è semplicemente il suo modo di giocare. Non è uno che va per il sottile, quando c’è da usare le maniere forti non si fa problemi, finendo poi per pagarne le conseguenze.

Con il nuovo anno le cose cambiano, Granit impara a ridurre i suoi interventi e i cartellini diminuiscono vertiginosamente. Durante l’Europeo il ragazzo ha dimostrato di aver imparato la lezione, si fa comunque prendere dal vizio di intervenire in scivolata, ma cerca di non farlo fuori tempo. Una sola ammonizione nelle quattro gare giocate in Francia.

Che giocatore è Xhaka?
In questi anni ha ricoperto diversi ruoli, a mio modesto parere la posizione più consona per le sue doti è quella da lui ricoperta durante l’Europeo. Petkovic ha utilizzato un 4-2-3-1, schierando il numero 10 davanti alla difesa, affiancandogli Behrami, un giocatore di corsa propenso alla fase difensiva.
Il repertorio del centrocampista è piacevolmente ampio.
Vedendolo in azione saltano subito all’occhio la freddezza e la tranquillità con le quali gestisce il pallone. Le origini balcaniche si notano subito nella sua personalità. Chiede sempre il pallone, non disdegna a prendersi qualche rischio, ma lo fa sempre con una calma olimpica, anche in zone pericolose del campo. Ha in mano l’intera squadra, è lui che decide quando si accelera e quando si rallenta, se non ha la palla tra i piedi indica ai compagni la giocata da fare.
Il suo mancino è sublime e gli permette di giocare con estrema facilità sia sul corto che sul lungo. I suoi cambi di gioco sono un piacere per gli occhi dello spettatore, meno per i terzini avversari che puntualmente vengono scavalcati dal pallone.

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Ogni tanto si fa prendere la mano e si avventura in qualche incursione personale, nonostante non sia molto veloce.
Dotato di un’ottima visione di gioco, che utilizza al meglio in entrambe le fasi. Dal punto di vista difensivo questo gli permette di leggere le intenzioni degli avversari e di anticipare le giocate, mentre quando si tratta di offendere cerca e trova sempre lo spazio per attaccare il lato debole o verticalizzare rapidamente.
Ottimo saltatore di testa, altrettanto bravo ad utilizzare il proprio corpo, sia per difendersi dal pressing che per recuperare il pallone. Grinta e cattiveria sono due costanti del gioco del ragazzo, che non tira mai indietro la gamba.
Non è di certo uno da dieci a gol a stagione, ma con il suo mancino è in grado di far male ai portieri. Scagliando missili del genere per esempio.

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Ora Granit è chiamato a ripetere tutto quello che ha fatto finora nel campionato più difficile del mondo, dove i ritmi sono altissimi e dove sarà sicuramente soggetto ad un pressing maggiore rispetto al passato. Dovrà ambientarsi con la nuova realtà e conquistarsi un posto da titolare. Vedremo se il suo talento riuscirà a splendere anche in Inghilterra.
Precisione svizzera e classe balcanica, due fattori la cui unione ha dato vita ad un gioiello prezioso.

Gezim Qadraku.

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Com’è andato l’esame?

“Ragazzi mancano 5 minuti.”
“Professoressa!”
“Sì, mi dica.”
“Io consegno.”
“La ringrazio.”
“Arrivederci.”
“Arrivederci”.
Esco dall’aula, davanti al bar ci sono un gruppo di ragazzi che parlano dell’esame.
“Dai però che domande ha messo di teoria?”
“Sta stronza!!!!”
“Menomale che gli esercizi erano fattibili, io punto su quelli.”
“Oh, a sto giro pure un 18 lo accetto.”
“Va beh raga nel caso ha detto che fa l’appello a settembre”.
Esco dal cancello, tiro fuori l’ipod dalla tasca dei pantaloncini. Le cuffie sono annodate come sempre, cerco di slegarle mentre cammino.
Il sole picchia ancora forte, la gente è appena uscita dal lavoro e corre per fiondarsi a casa. Una scena di ordinaria amministrazione a Milano, qui si corre, sempre. Mattina, pomeriggio, sera, anticipo, ritardo, appuntamento di lavoro, semplice passeggiata. A Milano devi correre e ci metti poco a capirlo. E’ il 20 luglio, ultimo esame della sessione, da domani posso finalmente pensare alle vacanze. Sono le 18:20, il treno passa tra 22 minuti, ho tutto il tempo di godermi la camminata fino alla stazione. Dalle cuffie parte “io non ho paura” di Ezio Bosso. La paura, quella che puntualmente si presenta ad ogni esame. Ce l’ho avuta anche oggi, nel momento in cui la prof mi ha consegnato il foglio e dopo avergli dato una rapida occhiata ho pensato che non avrei mai passato l’esame. E’ sempre così, guardo al volo le domande e sono in grado di dirmi se riuscirò a farlo o meno. Questa volta mi sono preso del tempo per ragionare, ho letto per bene ogni domanda di teoria e ogni problema da risolvere, ho addirittura chiesto aiuto alla prof per un esercizio. Non lo faccio mai,mi vergogno e cerco di cavarmela da solo, ma ho finalmente imparato ad essere furbo. Infatti la domanda è servita, sono riuscito a svolgere tutto l’esercizio e penso di averlo fatto bene.
Arrivo al semaforo, dall’altra parte della strada una coppia attira la mia attenzione. Lui è un uomo sulla cinquantina, vestito tutto d’un pezzo, capelli brizzolati, abbronzato, nodo alla cravatta praticamente perfetto, parla al telefono dei suoi affari probabilmente. Anche lei abbronzata, tacchi alti, vestito rosa con una scollatura vistosa e occhiali enormi a coprirle metà del viso. Hanno entrambi la fede al dito, ma sembrano due estranei, non sono vicini, ho capito che sono una coppia, solamente perché sono gli unici su quel marciapiede. Saranno anche sposati, ma sono ben lontani dall’amarsi. Si saranno stufati uno dell’altra, come succede a molti. Scatta il verde per i pedoni, sono talmente lontani uno dall’altra che riesco a passare in mezzo. Attraverso la strada, passo davanti ai negozi di abbigliamento, cerco di dare un’occhiata fugace per vedere se c’è qualcosa che mi possa interessare, ma niente attira la mia attenzione. All’entrata dell’ultimo c’è un ragazzo di colore con un cappellino estivo in mano che chiede soldi. Non se lo fila nessuno, manco io. Mi sale un senso di colpa, ma non posso aiutare tutti. Mi avvicino all’entrata della metro, ci sono due ragazze di Greenpeace che cercano di fermare qualcuno, abbasso la testa e aumento l’andatura. Non ho nessuna voglia di fermarmi a parlare. Arrivo alle scale dell’entrata, alzo la testa,c’è un ragazzo che avrà la mia età che dà il giornale metropolitano. E’ stanco, sudato, ne ha in mano pochi, sarà lì da tutto il giorno. Ancora prima di avvicinarmi allungo la mano, me lo dà, ci guardiamo, accenno un sorriso e lui mi risponde facendo di sì con la testa. Come a dire: “grazie, almeno tu mi capisci“.
Scendo le scale, la canzone sta per terminare, la faccio ripartire.
Supero il tornello, tra un minuto passa la metro per Sesto, che culo.
Mi accorgo di non aver ancora acceso il cellulare. Sono tranquillo, non ho fretta di avvisare nessuno; anche perché c’è poco da dire oltre al solito “ho fatto tutto, spero sia andato bene“. Arriva la metro, entro, c’è l’aria condizionata, si sta bene. Resto in piedi, tanto devo fare solo due fermate. Le porte si chiudono e la metro parte, inserisco il pin e rimetto il cellulare in tasca. Fisso le porte davanti a me, fungono da specchio. Ieri ho fatto barba e capelli, lo faccio sempre prima dell’esame, come se i professori se ne stiano lì a guardare l’aspetto di ogni studente. Sento il cellulare vibrare, scorro in basso la barra delle notifiche, amore: “avvisami quando hai finito“.
Tempo di aprire il messaggio che sono arrivato a Porta Venezia. Scendo dalla metro, salgo le scale, c’è la fila davanti ai tornelli. Uno non va e nell’altro c’è una signora che non riesce a passare. Non sto pensando a niente, sono tranquillissimo, da quando sono uscito dall’aula non ho ancora pensato all’esame. Non ho voglia di calcolare quanti punti avrò fatto, i battiti del cuore sono bassi e questo è un segnale importante. L’ipod nel frattempo ha cambiato canzone, è partita “take it on” dei Sick Individuals feat jACQ, l’ho trovata guardando il video di un giovane calciatore turco, Emre Mor. Un 97 che ha debuttato agli europei, penso che potrei scrivere un articolo sui giovani promettenti. Il fatto che sia partita proprio questa canzone, lo prendo come un altro positivo legato all’andamento dell’esame, ogni piccolo dettaglio prima e dopo la prova ha la sua fondamentale importanza. Supero il tornello, altre scale da scendere, controllo lo schermo per vedere se per caso il treno è in ritardo, ma non funziona. Che novità. Altro tornello e altre scale da fare. Mancano 12 minuti all’arrivo del treno, lo schermo non segnala nessun ritardo, per ora. Mi siedo, è ora di rispondere a Chiara.
“Ho finito amore, ho fatto tutto, spero sia andato bene”.

Gezim Qadraku.