Storie di calcio: quando Stimac augurò la morte alla famiglia di Mihajlovic

22 marzo 2013, Zagabria.
Allo stadio Maksimir la Croazia affronta la Serbia, ci si gioca la qualificazione ai mondiali del 2014. Già di per sé non è una partita normale, non può esserlo, tra due nazioni che vent’anni prima hanno dato il via a una sanguinosa e orribile guerra civile.
Ma come se non bastasse il rancore storico, c’è un’altra vicenda, tutta balcanica, a rendere questa partita fuori dal comune.
Prima della gara i due allenatori si stringono la mano e si abbracciano, si potrebbe pensare al solito saluto che si vede sempre prima di ogni fischio iniziale, invece è tutto l’opposto di quello che sembra.
L’allenatore della Croazia è Igor Stimac, mentre l’allenatore della Serbia è Sinisa Mihajlovic.
Per farvi capire quanto il c.t serbo sentisse la gara vi riporto le sue dichiarazioni:
per giocare questa partita darei due o tre anni della mia vita“.
Per l’allenatore croato invece, il calcio d’inizio della gara avrebbero dovuto darlo Ante Gotovina e Mladen Markac, due generali croati assolti dal tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia, per crimini di guerra contro la popolazione serba in Croazia. Una volta tornati in patria, sono stati accolti come eroi di guerra da migliaia di persone scese appositamente in piazza.
La partita finisce 2 a 0 per la Croazia, decisive le reti di Olic e Mandzukic, saranno proprio i croati ad aggiudicarsi un posto ai mondiali brasiliani, ma tutto questo è parzialmente importante nel contesto di questa storia.
Il fulcro sono i due commissari tecnici e quel loro abbraccio che significa la pace, una volta per tutte. Sì perché fino a quel giorno, tra Stimac e Mihajlovic c’era stato di tutto, tranne che la pace.
Bisogna andare indietro nel tempo, esattamente l’8 maggio del 1991.
A Belgrado va in scena la finale della coppa di Jugoslavia, se la contendono l’Hajduk Spalato e la Stella Rossa. L’anno precedente, sempre in uno stadio di calcio, si capì che la Jugoslavia aveva ormai i giorni contati. Quella che ancora oggi viene ricordata come la famosa partita mai giocata.

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Igor Stimac (con la maglia numero 4) e Sinisa Mihajlovic

Questa volta la partita si gioca, la coppa se la aggiudica l’Hajduk Spalato vincendo per una rete a zero, con gol decisivo di Boksic. Durante i novanta minuti avviene qualcosa di difficile da spiegare.
La gara è sentitissima da entrambe le squadre, sei giorni prima, a Borovo Selo, è avvenuto un incidente che costituisce uno dei prodromi delle guerre jugoslave.
In questo piccolo villaggio a nord di Vukovar, quattro poliziotti croati hanno cercato di sostituire la bandiera della Jugoslavia con quella croata, gesto che ha provocato la reazione dell’esercito e della popolazione serba.
Borovo Selo è il villaggio dove Mihajlovic è nato e cresciuto, una situazione complicata la sua. Nato da madre croata e padre serbo, per lui quelli erano momenti tutt’altro che facili, dato che nessuno riusciva ad avere notizie di quello che stava accadendo nel suo villaggio.
Come se non bastasse, durante gli innumerevoli scontri sul terreno di gioco, Sinisa si trovò di fronte Stimac, il quale gli disse:
PREGO DIO CHE I NOSTRI UCCIDANO I TUOI A BOROVO“.
Queste parole sono impossibili da spiegare, impossibili da comprendere, risulta difficile dare una spiegazione logica ad un’espressione del genere. Questa frase va oltre ogni immaginazione, oltre a tutto ciò che ci si potrebbe aspettare in un campo di calcio.
La reazione di Mihajlovc fu furibonda, entrambi vennero espulsi. Il serbo dichiarò che avrebbe potuto ucciderlo a morsi. Il rapporto rimase teso anche negli anni successivi, nel 2003 Stimac lasciò la seguente dichiarazione:
Sua madre è croata, sua moglie è italiana, si è sposato e ha battezzato i suoi figli in una chiesa cattolica: i serbi non lo accetteranno mai“.
Qualche anno dopo Mihajlovic lo invitò a risolvere la questione davanti ad un bicchiere di vino, ma il croato rifiutò rispondendo:
Non potrei mai bere con lui. Sicuramente non avremo più contatti“.

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Un giovane Mihajlovic con il suo amico Arkan

Dopo lo scoppio della guerra lo zio materno di Sinisa minacciò di uccidere il padre, perché era serbo. La sua famiglia venne portata in salvo grazie all’intervento di Arkan, che li trasferì a Belgrado.
Un evento che ha contribuito a far sì che Mihajlovic optasse per la parte serba del suo sangue. Un Mihajlovic che durante il suo periodo da commissario tecnico della nazionale serba impose un codice di comportamento, che tutti i giocatori dovevano firmare e rispettare. Il primo ad accorgersi che il c.t faceva sul serio fu Ljajic, il quale non cantò l’inno nazionale e venne escluso dalla rosa.

Le porte della nazionale sono aperte a tutti, anche per Ljajic. Ma lui sa che la nostra rappresentativa ha i propri principi che nulla hanno a che vedere con il gioco. Tutti devono rispettare l’inno nazionale, il paese, la maglia. Se Ljajic canta l’inno e se è in forma io lo convoco. Se non vuol cantare, non può giocare.

Anche il capitano Ivanovic rischiò di fare la stessa fine, quando contestò la decisione del tecnico di applaudire l’inno degli avversari, una gesto che al giocatore del Chelsea sembrava stupido. L’allenatore non esitò a dirgli che se quello era il suo pensiero, poteva tranquillamente fare a meno di lui, il difensore cambiò idea e rimase nella rosa.
Di certo Mihajlovic non verrà ricordato per la sua deludente esperienza da commissario tecnico, una cosa che rimarrà della sua guida sarà l’importanza che diede ai valori umani rispetto a quelli tecnici.
Quei valori di appartenenza alla propria nazione, che hanno reso possibile una storia come questa. Il significato di quell’abbraccio, dopo anni di astio, è importantissimo. Per quanto possa essere stato forzato, ha dato un segnale fondamentale ad entrambe le nazioni. Il rancore probabilmente non cesserà mai, ma tutti si sono accorti che di buono, nel farsi la guerra, c’è ben poco.
Una storia così, poteva accadere solo nei Balcani.

Gezim Qadraku.

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