Abbiamo tutti paura

Abbiamo tutti paura, da sempre, da quando abbiamo incominciato ad instaurare un rapporto con il mondo esterno. Dalle scuole elementari, le nostre prime valutazioni, i primi di indizi di ciò che saremmo diventati.
Poi lo sport, calcio, basket, nuoto o qualsiasi altro, la competizione, il bisogno di vincere per essere il migliore. La televisione e il continuo bombardamento delle immagini dei nostri idoli. Le pubblicità, quei maledetti secondi che ti ricordano che ciò che sei non va bene, che per essere apprezzato dal mondo che ti circonda devi diventare come il protagonista dello spot di turno. E allora via, da quei momenti inizia la recita che ci accompagnerà per tutta la vita. Una continua lotta per essere qualcosa che non siamo, qualcosa che realmente non vogliamo essere, qualcosa che non potremo mai essere, solo per poter essere apprezzati da chi ci circonda.
Alle medie si trascorre quel periodo in cui si pensa di essere diventati magicamente adulti, chi non si è sentito grande in quegli anni. Quando sei l’idolo della folla sei hai una ragazza oppure sei la più invidiata se i ragazzi ti guardano. Mentre se non sei al centro dell’attenzione impegni tutto il tuo tempo per cercare di entrare a farne parte. Perché l’importante è ricoprire un ruolo apprezzato dalla collettività. Siamo cresciuti così e non abbiamo fatto altro che spendere tutto il nostro tempo per essere ammirati.
Cercare di far colpo sulla ragazza più bella della classe, avere il motorino più veloce, seguire la moda dell’anno per non essere isolato dalla folla.
Conseguire il diploma con un voto alto per potersene vantare per il resto della vita, avere la macchina più bella da distruggere subito dopo aver preso la patente, andare a ballare nella discoteca rinomata, bere quanti più alcolici possibili, perché si, sarà proprio bere un drink in più del tuo amico che ti fa fare la figura dell’uomo vissuto.
Poi è arrivata la scelta dell’università, privata è meglio, così non hai bisogno di dire altro per dimostrare che tu i soldi ce li hai e quindi non ti distingui dal branco.
Ora siamo nel periodo delle foto, le istantanee, ultimo fottuto bisogno per dimostrare la nostra appartenenza al mondo che conta. La foto con il cane, la foto della cena, la foto con il neonato di turno per far vedere a tutti che hai un cuore (che spero vi denuncerà quando crescerà e vedrà che ci sono centinaia di sue foto sui social network, ma sicuramente avrà preso da voi e quindi sarà così stupido da esserne felice) la foto dei fiori a primavera, come se non crescessero se tu non li fotografassi, la foto con il/la  tuo/a ragazzo/a per dimostrare che nella vita non ti manca proprio niente.
Tutto questo lo facciamo perché abbiamo una fottuta paura di mostrare ciò che realmente siamo, perché se il mondo non ci accettasse la nostra vita smetterebbe di avere senso. Allora guardiamo bene quali sono le figure che la collettività approva e ci impegniamo per avvicinarci il più possibile.
Al mondo non interessa chi sei, quali sono i tuoi sogni, i tuoi gusti, cosa ti piacerebbe fare della tua vita, a tutti interessa sapere cosa hai fatto fino ad oggi.
Ad un colloquio di lavoro tu sei soltanto i tuoi voti scolastici e le tue esperienze lavorative, nient’altro. Per i social network sei le foto che pubblichi e il numero di persone che ti seguono. Per i parenti i risultati che hai raggiunto, o meglio, quelli che secondo loro avresti dovuto raggiungere. Per chi non ti conosce sei l’abito con il quale esci di casa, giacca e cravatta è meglio naturalmente.
Arrivi ad un certo punto della tua esistenza che non hai la più pallida idea di chi tu sia, e lo scopri quanto incontri qualcuno che nota qualcosa di te che hai sempre avuto paura di mostrare, in quell’istante tutto quello che è stato il tuo rifugio per anni va in corto circuito. Inizi a domandarti chi sei realmente, ti chiedi se ne vale la pena continuare a recitare, ma ponendo fine al ruolo che ti sei creato potresti non far più parte del branco e questo ti porterebbe a non essere più accettato dal mondo.
Abbiamo paura, abbiamo paura di essere noi stessi, abbiamo paura di mostrarci per ciò che siamo. Eppure dovrebbe essere la cosa più facile del mondo, vivere la propria vita interpretando la propria parte, ma non siamo abituati, perché quello che siamo ci viene descritto come sbagliato sin dai primi momenti di lucidità mentale.
Ci hanno mostrato una strada da seguire e non abbiamo fatto altro che abbassare la testa e accettare.
Siamo stati creati per sbagliare, siamo umani non siamo perfetti, è nostro dovere imparare dagli errori per non commetterli di nuovo. Però nel gioco al quale abbiamo deciso di partecipare gli errori non sono previsti, nonostante da essi siano nati i più grandi successi della storia, ma questo non ci viene detto. Ci viene mostrato solo il risultato finale, un bel sorriso, il numero di zeri sul conto corrente e il trofeo in mano al vincitore.
Siamo esseri umani, dobbiamo sbagliare strada per trovare quella giusta.
La nostra vita è diventata un  continuo bisogno di essere come chi ce l’ha fatta, un continuo inseguimento della vetta del successo. Un continuo confrontarsi con amici, parenti e conoscenti a chi ce l’ha più lungo, a chi ha il portafoglio più corposo, a chi è riuscito meglio in qualcosa.
Una continua corsa che ci impedisce di goderci la vita, di spendere il nostro tempo per ciò che ci interessa realmente, di provare a realizzare i nostri sogni.
Eppure vivere è così facile, bisogna semplicemente essere se stessi.
In quanti possono permettersi un lusso del genere?

Gezim Qadraku.

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