Il profeta del calcio

Gli uomini, per legge di natura, si dividono, in generale, in due categorie: la categoria inferiore (quella degli uomini ordinari), che è, per così dire, composta di materiali che servono unicamente a procreare individui simili a loro, e quella degli uomini veri e propri, che hanno il dono o la capacità di dire nel loro ambiente una parola nuova. La prima categoria è sempre padrona del presente, la seconda è padrona dell’avvenire. Gli uomini della prima conservano il mondo e lo aumentano numericamente; quelli della seconda muovono il mondo e lo conducono verso la meta“.
Scriveva così, lo scrittore russo Fedor Dostoevskij.
C’è stato un calciatore, che più di tutti, è riuscito nell’impresa di rivoluzionare il calcio e condurlo verso la meta, si chiamava Johan, era olandese e vestiva la maglia numero 14.

Johan-Cruijff

Nacque due anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, il padre gestiva un negozio di frutta e verdura, la madre faceva la lavandaia, abitavano a soli 300 metri dallo storico stadio dell’Ajax, il De Meer.
L’attrazione fu fatale per il piccolo Johan, decise che il calcio sarebbe stato il suo sport, non poteva essere altrimenti.
A scuola non andava benissimo: “potrebbe impegnarsi di più“, scrivevano i professori sulla pagella.
Sì, poteva, ma le sue energie le custodiva per le partitelle in strada con gli amici.
La strada fu il suo primo palcoscenico, lì dove sei costretto a pensare in fretta, perché di spazio non ce n’è abbastanza e devi essere intelligente a trovarlo, lì dove devi stare attento a non cadere, altrimenti ti fai male.
Si innamorò dell’Ajax, diventò la mascotte della squadra, seguiva le partite, aiutava il magazziniere a sbrigare le faccende del campo e a dieci anni, senza fare alcun provino, venne tesserato dai Lancieri.
A soli dodici anni perse la figura paterna, la prima squadra adottò il piccolo Johan e la società trovò un lavoro alla madre. Era ancora un bambino dai piedi piatti e le caviglie deformi, ma tutti si erano accorti di avere tra le mani un vero e proprio diamante.
Il debutto tra i professionisti arrivò a soli 17 anni, era il 1964 e ad Amsterdam si incominciava a respirare profumo di rivoluzione. L’anno successivo infatti, i Provos anticiparono i movimenti di massa socialmente eterogenei del sessantotto.
Avevano come simboli, le biciclette bianche e le mele, trattavano temi che nessuno sembrava conoscere, in un paese ricco come l’Olanda, pacifismo, ecologia, libertà sessuale e liberalizzazione delle droghe leggere.
Amsterdam divenne la capitale della controcultura. L’ennesima prova di una paese sempre un passo avanti rispetto agli altri, da lì a pochi anni dimostrò di esserlo anche nel calcio.
All’Ajax arrivò colui che verrà eletto allenatore del XX secolo, Rinus Michels.
Un genio che diede il via alla rivoluzione calcistica più importante della storia di questo sport, il padre del calcio totale, fu lui il primo a portare la coppa dei campioni ad Amsterdam, prima di lasciare i Lancieri nel loro miglior momento.
L’Ajax di Cruijff vinse tre Coppe dei Campioni di fila, l’Europa venne conquistata dai bianco rossi, la rivoluzione era riuscita, il calcio era stato completamente cambiato.
C’è stato un prima e un dopo Cruijff, il simbolo di questo cambiamento non poteva che essere il suo numero di maglia, il 14. Diverse sono le leggende dietro a questa decisione, si dice che l’avesse scelto lo stesso Johan perché a quattordici anni aveva vinto il primo campionato, altri dicono che in una partita, ad un suo compagno mancasse la maglia, lui gli prestò la sua e prese la 14.
Qualsiasi sia la verità, questo è stato un ulteriore simbolo in grado di descrivere chi era Cruijff. All’epoca i titolari utilizzavano i numeri dall’uno all’undici, lui decise per il 14 e “obbligò” gli altri ad accettare la sua decisione.
Con la rigidità delle regole non ebbe mai un buon rapporto l’olandese.

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Dopo aver conquistato l’Europa, lasciò l’Ajax e firmò per il Barcellona. Venne accolto come un Dio, e come tale si comportò in campo. Permise ai Blaugrana di vincere la Liga e poi volò in Germania per disputare i mondiali di calcio.
Era all’apice della sua carriera, oltre ai successi in Europa aveva vinto due palloni d’oro e mancava solo quella coppa oro nella sua bacheca. L’Olanda mostrò un calcio stupendo, incantò e distrusse tutti gli avversari e naturalmente si qualificò per la  finale.
L’avversario era la Germania ovest, nel primo minuto di quella partita andò in scena la più bella rappresentazione del calcio, mai vista nella storia.
Furono gli olandesi a battere il calcio d’inizio, effettuarono sedici passaggi in un minuto, Cruijff ricevette la palla a centrocampo (in quel momento era l’uomo più basso degli Orange), effettuò un’accelerazione in verticale, entrò in area e venne steso, calcio di rigore. Neeskens segnò, uno a zero Olanda. La Germania non aveva ancora toccato palla.
Nonostante la superiorità olandese e la lezione di calcio impartita all’inizio del match, a vincere la competizione furono i tedeschi. Perché, come scrisse Dimitrijevic:
il calcio è un gioco che si gioca con due squadre di undici giocatori, un pallone e un arbitro, in cui, alla fine vince la Germania“.
Vinse un altro pallone d’oro, la sua carriera continuò tra Spagna, un’avventura negli States e il ritorno in Olanda.
In campo fu ossessionato dallo spazio, non aveva una posizione fissa, vagava per il rettangolo di gioco e riguardando le sue immagini sembra che avesse una calamità che attirava su di sé tutto quanto, palla, avversari, tifosi e arbitri.
Dava l’idea di avere tutto sotto controllo, disse che aveva la capacità di capire in anticipo cosa sarebbe accaduto. Era avanti di due o tre pensieri rispetto agli altri, era in grado di ricoprire qualsiasi ruolo.
Non è un attaccante, ma fa tanti gol; non è un difensore ma non perde mai un contrasto; non è un regista ma imposta il gioco in ogni zona del campo e gioca il pallone sempre per i compagni“.  (Alfredo di Stefano).
Faceva tutto quello che voleva con la palla, ma anche senza perché era dotato di un intelligenza tattica che pochi hanno, aveva la visione di gioco del miglior regista, ciò gli permetteva di dispensare palle al miele per i propri compagni.
Ogni sua azione era accompagnata da eleganza e naturalezza sublimi.

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Fu in grado di cambiare anche la concezione del calciatore come mestiere, il primo a trasformarsi in un calciatore-azienda, il primo a dare importanza agli interessi dell’atleta.
Riuscì a mettere a disagio anche gli sponsor. Nel mondiale del 1974, l’Olanda aveva come sponsor l’Adidas, ma il giocatore più rappresentativo, Johan, vestiva Puma. Fu l’unico ad indossare maglietta e calzoncini con due strisce, invece che le tre storiche del marchio tedesco. Non era l’unico a vestire Puma, il suo compagno Haan condivideva con lui questa scelta. Haan però giocò con la maglia e calzoncini a tre strisce, giusto per farvi capire cosa voleva dire essere Cruijff.
Conclusa la carriera da calciatore, si sedette in panchina.
Non fu da meno neanche da allenatore, vinse con l’Ajax, ma con il Barcellona riuscì nel miracolo. Portare la prima Coppa dei Campioni in Catalogna. Era il Dream Team, con Koeamn, Guardiola, Laudrup, Romario e Stoickov.
Da allenatore arrivò la sconfitta più bruciante della sua vita, nella finale di Champions League del 1994, contro il Milan di Capello. Prima della gara l’olandese si autoproclamò vincitore della competizione e gli spagnoli si fecero fotografare con la coppa.
Il Milan vinse quattro a zero.
Johan era fatto così, se doveva cadere lo faceva con le sue idee, così ha fatto per tutta la vita. Anche da allenatore portò avanti l’idea di un gioco divertente, spregiudicato, totale, per lui era importante mostrare un bel gioco, non solo vincere.
Alla radice di tutto c’è che i ragazzini si devono divertire a giocare a calcio“, sembra quasi banale questa sua dichiarazione, ma questa è la vera forza di chi nel calcio è riuscito a fare la differenza. Giocare divertendosi, senza pressione, lui poteva farlo perché
era consapevole di essere un genio, questo lo ha portato ad avere una forza interiore che è stata la sua caratteristica più importante. In egual misura alla dedizione e alla tenacia che dimostrava negli allenamenti, era ben consapevole dell’importanza fondamentale che l’allenamento ha per un atleta.
La natura pensò bene di dotarlo anche di tecnica e intelligenza smisurate, in modo tale da permettere agli amanti del calcio di poter osservare in lui la personificazione del calcio.
In un uno scambio di battute, Jorge Valdano si sentì dire dall’olandese “ragazzino, a ventun anni a Cruijff si da del lei“.
Su questo non sono d’accordo con Johan; a Cruijff, del lei, bisogna darglielo sempre.

Gezim Qadraku.

 

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Una persona innamorata

Lo capisci subito quando una persona è innamorata.
Ha un sorriso naturale, splendido, contagioso.
Una persona innamorata luccica, i suoi occhi brillano di una luce interiore infinita.
Una persona innamorata è sempre persa nei suoi pensieri, puoi chiederle qualcosa e ti sembrerà di riportarla sulla terra; ti risponderà comunque sorridendo, nonostante ti sia permesso di sospendere il suo sogno ad occhi aperti.
Una persona innamorata non cammina semplicemente, levita in aria.
La osservi e la invidi, per un momento provi anche un sentimento di odio nei suoi confronti, perché vorresti essere al suo posto.
La riconosci una persona innamorata, sprigiona vita.
La guardi e stai bene anche tu.

Gezim Qadraku.

Il piede destro di Dio

È la mattina del 17 luglio 2008, ricevo una telefonata da mio padre:
Abbiamo preso Ronaldinho, è ufficiale. Stasera lo presentano a San Siro, vado a vederlo”.
In quel momento non provai proprio del sentimento di affetto per mio padre, mi trovavo in vacanza insieme a mia madre e a mio fratello, mi stavo perdendo la presentazione del giocatore che tutti gli appassionati di calcio volevano avere nella propria squadra.
Fu una presentazione incredibile, un stadio gremito di milanisti in visibilio, show di calcio freestyle e tante speranze di vittoria riposte sul brasiliano.
In certi momenti della vita è un bene non sapere ciò che ci riserverà il futuro, questo fu uno di quelli per i tifosi milanisti. Sì perché il Dinho che arriva al Milan, è un giocatore ben diverso da quello visto con la maglia del Barcellona.

AC Milan's newly signed player Ronaldinho attends his presentation at San Siro Stadium in Milan

Italian soccer club AC Milan’s newly signed player Ronaldinho of Brazil attends his presentation at San Siro Stadium in Milan July 17, 2008. REUTERS/Alessandro Garofalo

Non è cresciuto nell’oro, ma neanche nella miseria di tanti suoi connazionali. Il padre si faceva in quattro, da un lavoro all’altro, per portare a casa i soldi. Un destino legato al pallone quello della famiglia; papà Joào era stato un centrocampista della squadra dilettante del Cruzeiro Porto Alegre, la carriera di Dinho invece inizia a soli sei anni, quando insieme al fratello Roberto (quello che diventerà il suo procuratore) entra nella scuola calcio del Gremio. Club per il quale il padre faceva il parcheggiatore dello stadio, nei giorni delle partite. L’approdo dei fratelli al Gremio sembra la svolta verso un futuro migliore, la società infatti regala alla famiglia una villa con piscina.
Il sogno si trasforma in incubo, è proprio in piscina che perde la vita il padre. È una tragedia che non fa altro che cementificare il rapporto tra i figli e la madre. Tutti si preoccupano del più piccolino, tutti lo coccolano e lo proteggono. Il padre se ne va presto, ma i suoi insegnamenti resteranno per sempre nella testa del ragazzo.
Le ripetizioni degli esercizi tecnici, l’imposizione del gioco a due tocchi e l’idea di mettere in mostra un calcio pieno di destrezza. Con una tecnica del genere ci nasci, non la apprendi con nessun allenamento, però i dribbling e la rapidità di esecuzione, il ragazzo li perfeziona con il suo cane, dato che dopo un po’ tutti i suoi amici si stufavano di essere messi a sedere e lui restava solo col suo pallone. Avete mai provato a scartare un cane? Provateci e capirete quanto è difficile.

“Ad un certo punto i miei amici si stancavano di giocare a calcio, allora io mi allenavo tra le sedie e con il mio cane; è anche grazie a lui se so fare quello che faccio”

Debutta tra i grandi a diciotto anni e in tre stagioni con il Gremio convince tutti, anche suo fratello, che gli consiglia di intraprendere lo stesso percorso di Ronaldo, ovvero il viaggio verso l’Europa.
È il Paris Saint Germain a credere nel suo talento, il brasiliano non fa cose eccezionali in Francia, ma dopo la prima stagione fa parte della formazione titolare carioca nel mondiale nippo-coreano. Il protagonista assoluto di quella competizione sarà Ronaldo, Dinho però riesce a ritagliarsi il suo momento di gloria.
Nei quarti di finale il Brasile incontra l’Inghilterra di Owen e Beckham. A sorpresa sono gli inglesi a portarsi in vantaggio, con un gol di Owen su errore di Lucio.
Poi però Ronaldinho decide di salire in cattedra. È l’ultimo minuto del primo tempo, quando prende palla a centrocampo e punta la difesa avversaria, Ashley Cole prova a contrastarlo, il brasiliano esegue un doppio passo rapido che mette a terra il difensore inglese, potrebbe anche calciare, ma decide di servire Rivaldo sulla destra, il quale con un piatto sinistro riapre la partita. Nel secondo tempo arriva la giocata da fuoriclasse, una punizione dai trentacinque metri, defilata sulla destra, dalla quale ci si potrebbe aspettare solamente un cross al centro. Seaman è fuori dai pali, Ronaldinho lo vede e calcia in porta, il pallone si insacca sotto l’incrocio dei pali.
Un gol impensabile.
“Ho visto 30 cm di spazio e ci ho provato”.
Non contento di essersi conquistato tutta l’attenzione del pubblico, riesce anche a farsi espellere.
Il Brasile si laurea per la quinta volta campione del mondo, ci ricorderemo della doppietta di ronnie in finale, con annessa una mezzaluna come capigliatura, alquanto rivedibile. Quella competizione fu il trampolino di lancio di Dinho, ancora un anno a Parigi e poi la grande scommessa, Barcellona.

Soccer - UEFA Champions League - First Knock Out Round - Second Leg - Barcelona v Celtic - Camp Nou

Gaucho Ronaldinho, Barcelona


È l’ambiente ideale per il brasiliano, a Barcellona si canta, si balla e si gioca il calcio che piace a lui. È con la maglia blaugrana che il Gaucho esprime il suo massimo potenziale.
È qui che perfeziona tutto il suo repertorio, a partire dalla posizione in campo. Si stazione largo a sinistra, da dove può rientrare per calciare con il suo piede più forte, ma è anche una posizione questa, che gli permette di avere più spazio per far rendere al meglio i suoi dribbling. Le due pedine inamovibili del tridente d’attacco sono lui ed Eto’o, che staziona al centro, il nome del terzo a destra è superfluo.
È in quel momento che diventa Ronaldinho, che diventa il giocatore più forte del mondo per qualche anno. Arrivano i primi riconoscimenti accompagnati da coincidenze importanti, miglior giocatore della FIFA nell’anno del centenario, vince il pallone d’oro nel cinquantesimo anniversario. Prima di ricevere il premio di France Football, toglie qualsiasi dubbio su chi sia il giocatore più forte del momento.
Lo fa nella tana del nemico, al Bernabeu. È una fredda serata di novembre, il Clasico mette di fronte Ronaldo e Ronaldinho, gli occhi di tutto il mondo sono puntati su Madrid.
I blaugrana si portano in vantaggio nel primo tempo, grazie ad Eto’o, nella ripresa ci pensa il brasiliano a mettere al sicuro il risultato. I due gol sono molto simili, ma il primo è un misto di tecnica, velocità, rapidità di esecuzione mai vista prima. Riceve palla alla linea di centrocampo, defilato sulla sinistra, punta verso l’area di rigore, salta secco Sergio Ramos con una finta che lo porta all’esterno, rientra velocemente verso il centro del campo, entra in area di rigore dove fa fuori Helguera con una finta di corpo e poi spiazza Casillas, con un tiro preciso sul primo palo. Un gol pazzesco, tutto di proprietà del brasiliano, che dopo qualche minuto si ripete. La base del gol è sempre la stessa, ripartenza dalla sinistra, questa volta però rimane defilato e non rientra al centro, riesce comunque a segnare una volta entrato in area di rigore e aver saltato il povero Sergio Ramos.
La consacrazione definitiva arriva dagli applausi che il pubblico madridista gli tributa

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L’anno successivo arriverà la Champions League, dopo una cavalcata trionfale, nella quale il protagonista più in vista non può che essere il Gaucho. Nella finale di Parigi, la notizia è che la star della gara non sia lui. Sono infatti le reti di Eto’o e Belletti a decidere la partita. È da lì, dall’apice raggiunto con una squadra di club che inizia il declino di Ronaldinho.
Da Parigi, da dove tutto era cominciato. Il primo indizio arriva pochi giorni dopo, al mondiale tedesco. Il Brasile è favorito, dispone di un arsenale d’attacco stratosferico, Ronaldo, Ronaldinho, Adriano e Kakà. La Francia è nel destino del Gaucho, sono i transalpini infatti ad eliminare la nazionale carioca dalla competizione.
Ancora due stagioni a Barcellona, dove con l’arrivo di Guardiola avviene il passaggio di consegna, il brasiliano lascia il numero dieci a quello che diventerà dopo di lui il più forte del mondo.
L’arrivo al Milan è contraddistinto da tante speranze e pochi fatti. Si sblocca con un gol di testa nel derby, giusto in tempo per far impazzire di gioia i tifosi milanisti e poi una lunga e inesorabile caduta. Gioca da fermo, non lo si vede più scattare e dribblare tutti come qualche anno prima, la movida milanese fa un’altra vittima. Riesce nonostante tutto a far divertire, peccato che lo faccio durante il riscaldamento, dove mostra ai tifosi milanisti numeri da circo, che valgono da soli il prezzo del biglietto.
Lascia il Milan dopo due stagioni e mezzo, per ritornare in Brasile, dove può permettersi di fare la differenza anche giocando da seduto. È stato il primo calciatore a rendere efficace il binomio, pubblicità e calcio. I suoi dentoni sproporzionati, tanto da farlo assomigliare ad un personaggio dei fumetti, quel sorriso spontaneo e contagioso insieme ai suoi numeri da circo, sono stati il mix perfetto. Erano i tempi di joga bonito, del video virale delle quattro traverse, delle scarpe bianche e oro, era l’inizio di quello che sarebbe poi diventato il calcio di lì a pochi anni, un vero e proprio business pubblicitario.

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Ha giocato sorridendo, questo potrà sembrare soltanto un simpatica caratteristica del calciatore, in realtà ritengo sia stato il vero motivo della sua forza.
Per molti calciatori si sente tutt’oggi dire, “in partita ha mostrato la metà di quello che era in allenamento”.
La pressione ha ridimensionare molti presunti fuoriclasse, la paura di sbagliare, il timore di provare a fare la giocata difficile, la perdita di fiducia dopo qualche errore, la tensione dei grandi eventi ha portato diversi calciatori a perdersi nel dimenticatoio.
Cambia tutto vivere sotto pressione. Certe persone le spremi e si svegliano, altre crollano“, diceva Al Pacino ne “L’avvocato del diavolo”.
Evidentemente nella testa di Dinho l’idea di pressione non esisteva. Sembrava che il Camp Nou fosse il campetto del nostro oratorio, dove tutti noi eravamo dei fenomeni; per lui il Clasico o una partita di Champions erano semplici partite di calcio nelle quali divertirsi.
Non ho mai visto un giocatore più naturale di lui sui campi di calcio. In molti imitano giocate di altri, a tratti sembrano quasi recitare una parte che non gli si addice. Nonostante lui stesso abbia ammesso che certe giocate le abbia prese da Ronaldo, il suo gioco e la sua interpretazione di questo sport, rimarranno sempre qualcosa di diverso e inimitabile. Come tutti i più grandi ha avuto il suo marchio di fabbrica, il passaggio no look. Non c’è spiegazione migliore per descrivere le capacità di questo calciatore. Eseguire un passaggio, nella maggior parte dei casi perfetto, guardando da tutt’altra parte. Come se stesse partecipando ad una gara di salto in alto, questo era il suo modo per alzare il coefficiente di difficoltà del suo gioco. Voi guardate pure nella direzione dove va la palla, io guardo dall’altra parte. Ah, ovviamente la palla la metto sui piedi del mio compagno.
Nessuno è riuscito a rendere così utili, nel contesto di una partita, dribbling e numeri da circo. Nessuna giocata era fine a sé stessa, qualsiasi numero mettesse in pratica, gli permetteva di creare una situazione di favore per la sua squadra.
Penso sia inutile stare qui a cercare di descriverlo tecnicamente. Se Maradona è il sinistro di Dio, beh il piede destro non può che essere quello di Ronaldinho.
Sarebbe stato il calciatore ideale per il pubblico jugoslavo, il quale chiedeva indietro i soldi del biglietto se in campo non c’era qualcuno in grado di mettere a sedere gli avversari. È stato uno di quei calciatori dei quali si parlerà, non semplicemente narrando le sue gesta, ma ricordandolo come un’epoca.
Forse l’ultima, di un calcio normale con un campione “umano”, prima che i due marziani si impadronissero di questo sport.
Verrà ricordato come il periodo del brasiliano che diventò il più forte di tutti sorridendo.
Lui si è divertito giocando a pallone, noi guardandolo, ci siamo divertiti più di lui.

Gezim Qadraku.

Un messaggio

Lascio sempre il cellulare acceso quando dormo, non c’è un motivo particolare, penso sia solo una stupida abitudine. Ieri nel bel mezzo della notte ho sentito una vibrazione, mi sono svegliato subito ho il sonno leggero, mi basta un niente.
Era un messaggio, numero sconosciuto. L’ho aperto, incuriosito e abbastanza incazzato.
“Sono io, come stai?”.
Era lei, non poteva essere nessun altro. Erano le tre di notte, il cuore ha iniziato a battermi all’impazzata, per un momento ho pensato di chiamarla, ma le mani continuavano a tremare. Il cervello non riusciva a connettere un pensiero che fosse degno di una logica sensata. Riuscivo solamente a fissare lo schermo e a ripetere a bassa voce il testo del messaggio. L’avrei chiamata volentieri, quanto mi manca la sua voce. Dopo qualche minuto i battiti del cuore sono diminuiti, il cervello si è rimesso in moto e ho iniziato a pensare ad una risposta sensata da scriverle. Ho trovato la frase giusta subito, non mi ci è voluto molto.
Ho spento il telefono e mi sono rimesso a dormire.
“Senza di te non posso stare bene”.
Questo però è giusto che lo sappia solo io.

Gezim Qadraku.

Il leone indomabile

Guarda qui che cicatrice mi sono fatto. Me lo ricordo ancora, il profumo del pane mi piaceva da matti. Il problema è che piaceva anche a lui, al cane gigantesco che comincia a rincorrermi. Ero soltanto un bambino, ho iniziato a correre quel giorno e non mi sono fermato più. Io andavo avanti per quella strada piena di polvere, scalzo e con il sacchetto di pane in mano, e le poche monete di resto. L’ho seminato il disgraziato, ma ho colpito in pieno un palo di ferro che spuntava da non so dove. Le strade di Nkon non sono mica perfette come il Camp nou o San Siro”.
Correre è stato il filo conduttore della sua esistenza. Da piccolo il premio della sua corsa era il pane, poi negli anni per correre è arrivato a ricevere 20,5 milioni di euro.
Ha toccato con mano due estremi molto distanti tra loro, ciò che gli ha permesso di raggiungere due distanze così lontane è stata la voglia di arrivare che solo uno nato in un continente come l’Africa può avere.

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Cresciuto nel nulla, tra polvere e povertà, tra una corsa per scappare dai cani ad un’altra per inseguire il pallone. In mezzo a tutto questo c’era il suo sogno, diventare un calciatore.
A quindici anni viene acquistato dal Real Madrid, dove incontra il suo idolo, Raul.
Alla guida dei blancos c’era Fabio Capello, che gli permise di allenarsi con la prima squadra, Samuel lo salutava con un inchino. L’allenatore italiano gli disse che gli ricordava George Weah e che avrebbe dovuto allenarsi di più, doveva fare doppie sedute perché non calciava bene. Il ragazzo prese alla lettera queste parole e incominciò ad allenarsi sui tiri, ogni giorno; se c’era solo la seduta del mattino Samuel restava in campo anche al pomeriggio.
Calciava, calciava e calciava. Quelle fatiche saranno poi ripagate durante la sua carriera. La sua avventura a Madrid non è di certo da ricordare, le presenze sono pochissime e non arriva nessun gol. Vogliono venderlo, mandarlo dove vogliono senza chiedergli niente, ma lui non ci sta. È uno tosto Samuel, è uno che non si fa mettere in piedi in testa neanche dal Real Madrid. Non accetta di andare al Deportivo la Coruna, sceglie Maiorca. Sarà l’incubo dei blancos, ogni volta che incontrerà la sua ex squara Eto’o farà danni.
A Maiorca incontra quello che lui considera un Dio, l’allenatore Luis Aragones. Un padre putativo, uno che si conquista la fiducia del giovane ragazzo a suon di bastoni e carote.
Quando c’era da sgridarlo lo sgridava, ma poco dopo gli dimostrava tutto l’affetto che provava per lui.
Mi ha amato, non solo come un giocatore, ma come un figlio”. A Maiorca arriva il primo trofeo per il camerunense, la coppa del Re, con una doppietta in finale. Gli piaceva stare a Maiorca perché non c’era pressione, poteva andare al supermercato e scherzare tranquillamente con la commessa, ma era arrivato il momento di fare il salto di qualità, di dimostrare agli altri come si gioca sotto pressione. È proprio il suo amato allenatore a consigliare ai dirigenti del Barcellona l’acquisto di Samuel.
Volete vincere nei prossimi anni? Io ho il giocatore che fa per voi”.
Nell’estate del 2004 Eto’o è un giocatore del Barcellona, si presenta subito vincendo la Liga. È il Barcellona di Rijkaard, del 4-3-3, con davanti Ronaldinho – Eto’o e il terzo non è mai importante, visto che bastano loro due. Si trovano, sia in campo che fuori, sono affiatati, forti e veloci. Distruggono le difese spagnole e quelle europee.
Due anni dopo arriva finalmente l’occasione di dimostrare ai suoi colleghi come si gestisce la tensione delle gare importanti.
17 maggio 2006, a Parigi a contendersi la coppa dalle grandi orecchie ci sono Barcellona e Arsenal. I londinesi si portano in vantaggio nel primo tempo, nonostante l’inferiorità numerica resistono fino al 76’ minuto, quando è proprio Samuel, con un destro sul primo palo, a dare il via alla rimonta blaugrana. Quattro minuti dopo sarà Belletti a firmare il 2 a 1. Gol in finale, una costante nella carriera di Eto’o.

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Nel 2008 alla guida della squadra catalana arriva Guardiola, dopo aver fatto cedere sia Ronaldinho che Deco, risulta chiaro che il camerunense non rientra al centro del progetto.
Ma Samuel non sa perdere, dopo essersi sorbito una lezione tattica di come bisogna attaccare dal neo allenatore, gli risponde a tono:
Tu sei stato un centrocampista, neanche uno dei migliori e mi vieni a parlare a me di come si attacca?”.
Non sarà di certo il preferito di Pep, ma Eto’o gioca e ovviamente risulta decisivo. È subito triplete e in finale naturalmente segna Samuel. È lui ad aprire le danze a Roma contro i red devils, con un tiro di punta che si insacca dietro le spalle di Van der Sar.
Due finali di Champions giocate, due finali vinte, due gol segnati.
Samuel ringrazia  e capisce che la stagione successiva la passerà altrove. Di certo non si immagina con la maglia nero azzurra. In una giornata di quell’estate riceve un messaggio da un numero sconosciuto:
Sei il miglior attaccante del mondo. Questa è una grande famiglia. Sarebbe bello se tu venissi nella nostra famiglia perché sei il migliore. Sarebbe davvero un piacere giocare con te”.
Il numero è di Marco Materazzi.
Muorinho lo chiama e gli chiede che numero di maglia vuole, “La numero nove va bene?”.
È fatta, Samuel Eto’o è un giocatore dell’Inter. Ma questo non è tutto, i dirigenti nero azzurri non si rendono conto dell’affare che hanno appena concluso. Samuel entra nella trattativa che vede la cessione di Zlatan Ibrahimovic al Barcellona, pagato 50 milioni più il cartellino del camerunense. Il miglior colpo della storia dell’Inter.
Lo svedese sceglie i blaugrana per vincere la Champions, i destini delle due squadre si incroceranno e ad avere la meglio sarà proprio Eto’o. Il primo a gioire per la sua partenza è Iker Casillas, “da un lato sono felice che Eto’o sia andato in Italia, per me era un incubo”.
È il giocatore ideale per lo special One, “È un uomo-squadra, che è la cosa più importante. C’è bisogno di difendere? Lui lo fa. Bisogna attaccare? Lui lo fa”.
E’ una stagione pazzesca quella della squadra di Mourinho, irripetibile, suggellata da un triplete da sogno.
Il camerunense è uno dei più decisivi di quella cavalcata trionfale, insieme a Milito formano una coppia mostruosa che nessuno è in grado di fermare.
L’allenatore portoghese lo inventa come esterno sinistro nel 4-2-3-1, da quella posizione punisce il Chelsea negli ottavi di finale; a Barcellona dopo l’espulsione di Thiago Motta si trasforma praticamente in un terzino e in finale si danna l’anima fino all’ultimo secondo. Tre finali di Champions, tre vittorie. A Madrid non segna, basta la doppietta di Milito. L’unico giocatore al mondo ad aver vinto per due volte il triplete.

Bayern Muenchen v Inter Milan - UEFA Champions League Final
Ancora un anno in nero azzurro per poi salutare Milano e andare a giocare nell’Anzhi Makhachkala, dove guadagna 20,5 milioni a stagione.
Sono venuto qui perché credo nel progetto”. E sì certo. Cosa saranno mai tutti quei soldi?
Trascorre due stagioni in Russia, segna 36 gol e guadagna giusto qualche soldino. Poi passa al Chelsea dove ritrova Mourinho, il portoghese lo bolla come “vecchio” e lui risponde segnando e imitando la camminata di un anziano. L’anno successivo veste la maglia dell’Everton, poi il ritorno in Italia, a Genova sponda blu cerchiata. Giusto in tempo per mostrare a Mihajlovic il suo carattere fumantino e complimentarsi con Sarri per il gioco espresso dall’Empoli.
Ora si trova in Turchia, dove oltre a giocare come capitano fa anche l’allenatore. Il palmares del ragazzo parla chiaro, nella sua bacheca c’è tutto.
Il finalizzatore ideale per qualsiasi squadra, agile, veloce, dotato di un’ottima forza fisica, nonostante una struttura corporea non imponente. Capace di utilizzare entrambi i piedi, in grado di segnare sia da rapinatore d’area, sia partendo da lontano. Dotato di un ottimo senso tattico, che gli ha permesso di giocare anche più indietro rispetto al suo ruolo naturale. Bravo anche nell’uno contro uno, la sua velocità di esecuzione gli ha consentito di mettere in difficoltà chiunque.
Solo giocando contro di lui mi viene il mal di testaThiago Silva.
La sua miglior caratteristica è stata sicuramente la capacità di essere decisivo nei momenti importanti. Ha avuto un vero e proprio rapporto d’amore con le finali, 11 giocate e 15 gol realizzati. Sono numeri mostruosi.
E’ stato un leone anche fuori dal campo, soprattutto nella lotta contro il razzismo, l’episodio più famoso risale a quando era in forza ai blaugrana.
In un Real Saragozza-Barcellona del 2006, ad ogni suo tocco di palla alcuni tifosi della squadra di casa iniziarono ad imitare il verso della scimmia. Samuel dopo un po’ non riuscì a reggere l’offesa e cercò di abbandonare il campo. Prima di farlo però, si girò verso i tifosi e indicò la pelle di Alvaro (giocatore del Real Saragozza) come per dire,
non vedete che abbiamo la pelle dello stesso colore?”.
Accorsero tutti, gli avversari, l’arbitro, i suoi compagni e l’allenatore Rijkaard. Riuscirono a convincerlo a restare in campo, non doveva darla vinta ad un gruppo di ignoranti.
Si è sempre fatto rispettare, non ha mai abbassato la testa di fronte a nessuno. Non si è mai tirato indietro neanche se si trattava di mostrare la sua vita lussuosa. Quando arrivò a Milano, comprò una casa di mille metri quadri, di fronte alla sede del Milan. Ci fece subito costruire una piscina. Sempre a Milano i paparazzi lo immortalarono mentre litigava con una vigilessa per una multa. Un divieto di sosta non rispettato, costo della contravvenzione? 38 euro. Chissà che fatica a pagarla..
Durante l’ultimo mondiale brasiliano scelse di soggiornare in una lussuosa suite da 193mq attrezzata con piscina privata, jacuzzi, terrazza vista mare, palestra pesi e una sala cinema. A Mosca soggiornò in una casa da 80mila euro al mese.  Va matto per le macchine sportive e per la Coca Cola con ghiaccio e limone, almeno tre al giorno.
Ha cercato il lusso sin da piccolo, quando si faceva tre docce bollenti in un giorno, voleva stare da comodo. Ci è riuscito.
“Correrò come un negro per guadagnare come un bianco”. Samuel Eto’o.

Gezim Qadraku.

Ti aspetto

Eccomi qui, a fare una cosa che mai mi sarei immaginato. Scriverti.
Lo faccio perché voglio raccontarti tutto quello che sono riuscito a combinare da quando te ne sei andata. Mi sono sistemato. Per prima cosa, ho iniziato a leggere e la lettura mi ha portato a voler fare l’università. Non mi sono fermato solamente al desiderio, mi sono iscritto, mi sono messo sotto e ora mi ritrovo in mano una laurea in economia e commercio.
Strano vero? Dalle canne sulle panchine dietro a casa mia ad un ufficio in banca.
Te l’ho detto che mi sono sistemato. Ho imparato l’inglese, ho passato tante di quelle sere a guardare i film in lingua originale con i sottotitoli, proprio come mi suggerivi ogni volta. Ho imparato a vivere da solo. Mi sono trasferito in centro, ho preso un monolocale in affitto. Ho imparato a fare i mestieri di casa, a lavare le stoviglie, a far andare la lavatrice, sto cercando di migliorare la stiratura (non è facile) e inoltre non sono niente male ai fornelli. Difficile da credere vero? Pensare che dovevo aspettare te per farmi un semplice piatto di pasta. Sono diventato un uomo maturo. So badare a me stesso, arrivo in orario al lavoro, leggo i giornali, sono in grado di mantenere un discorso di un certo livello culturale. Ho messo la testa a posto. Sono diventato l’uomo con il quale avresti voluto avere dei figli. Per questo te ne sei andata, perché io non sapevo fare niente, perché il mio unico pensiero era l’erba, perché ero inaffidabile, perché ragionavo come un bambino, perché avevo bisogno di una baby-sitter e ti eri stancata di esserlo.
Penso di essere diventato ciò che avevi sempre sognato, ora sono veramente l’uomo che avevi sempre desiderato. Vorrei che sognassi quello che sogno io, così potresti vedere che nei miei sogni, tu ci sei sempre.
Niente, tutto questo era per dirti che se decidessi di tornare io sarò qui ad aspettarti.
Per sempre.

Gezim Qadraku