Il mio secondo padre

Sono sempre stato un ragazzo fortunato.
Tanti, i motivi che mi portano ad affermarlo. Uno di questi è il fatto che nella vita, ho avuto la fortuna di avere due padri. Uno naturale, biologico, di sangue, come tutti. E uno acquisito.
Un uomo che si è preso cura di me, come lo ha fatto e lo fa, il mio padre naturale. Per parecchi anni ho ricevuto il doppio dell’amore che una persona normale può ricevere. E’ stato un secondo padre, un maestro, un nonno saggio, un amico, un allenatore, un angelo custode. Il mio secondo padre si chiamava proprio Angelo. Angelo Bianchi.

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Era un dirigente del c.s Vittuone ( che oggi si chiama Accademia Calcio Vittuone), lo vidi per la prima volta nella mia vita, nel parchetto della scuola elementare. Un omone, non molto anziano, capelli bianchi, con la tuta dell’Inter e l’aria molto seria. Iniziai a vederlo ogni giorno, mi faceva quasi paura. Scoprii che portava e veniva a prendere suo nipote Riccardo, che aveva appena iniziato la prima elementare. Io ero in quarta. Il mio compagno Andrea, che giocava come portiere proprio nel C.s Vittuone, mi disse che ora faceva il dirigente, ma che prima aveva fatto l’allenatore. Passarono due anni, nei quali non feci altro che ascoltare le leggende che sentivo sul C.s Vittuone.
“Loro sono affiliati all’Inter, sono fortissimi. Fanno una selezione su quaranta giocatori. Devi essere un mostro per essere preso”.
Più passavano i giorni, più volevo vedere cosa avessero di così tanto forte i ragazzi che militavano in questa squadra. Poi un giorno, quasi per scherzo, Andre mi propose di andare a giocare da loro. Aveva già parlato con l’Angelo, abitavano uno di fianco all’altro. Tant’è che Andre non ha mai avuto bisogno della sveglia per le partite che si giocavano di mattina, ci pensava l’Angelo a svegliarlo, urlandoglielo.
L’angelo mi disse: “vieni a vedere una partita, vedi com’è il posto, conosci l’allenatore, i compagni e poi decidi”. Gli dissi di sì. Naturalmente. All’epoca giocavo nell’altra squadra di Vittuone, l’Oratoriana Vittuone. Avevamo appena vinto il campionato ed ero al culmine della felicità. Uscii da scuola con Andre, Angelo ci stava aspettando. Mi disse che sarebbe passato a prendermi a casa, più tardi. Qualche ora dopo il citofono di casa suonò, uscii, davanti al cancello c’era parcheggiata l’Audi di quell’omone. Andre era seduto davanti che mi sorrideva e l’Angelo era di fianco a lui. Salii. Mi sembrò di essere diventato improvvisamente una star, un giocatore di serie A. Erano venuti a prendermi a casa. Arrivammo al campo, mi prese e mi fece vedere gli spogliatoi, i campi, mi presentò al mister Arnaldo e ad uno a uno a tutti quelli che sarebbero diventati i miei compagni. Mi fecero sedere in panchina, per vedere meglio la partita. Mi accorsi che di alieno lì non c’era nessuno, avrei potuto far parte anche io di questa squadra affiliata all’Inter. Così fu.
Passai subito al C.s Vittuone, riuscii ad andare anche in Spagna per partecipare ad un torneo estivo. La location del torneo era la bellissima Barcellona, il torneo durava una settimana. Fui l’unico ragazzino a non essere accompagnato dai genitori. Mio padre non poteva lasciare il lavoro e mia madre doveva prendersi cura di mio fratello più piccolo. Nessun problema, avevo appena acquisito un altro padre. L’Angelo fece di tutto per portarmi. E ci riuscì. L’avventura a Barcellona fu fantastica, avevamo solo dieci anni, alloggiavamo in un bellissimo Hotel con piscina, la spiaggia era a pochi metri da noi, avevamo appena dato gli esami di quinta elementare e sapevamo solo divertirci. Mi ricordo due situazioni particolari di quella settimana. La prima si verificò nella sala giochi dell’Hotel, stavamo giocando a biliardo e l’Angelo stava giocando con noi, da buoni italiani non lasciavamo cadere le palline in buca, per poter giocare un’infinità di partite. Dopo una buona ora di gioco, una signora di non so quale nazionalità, ci urlò “finish, finish”, voleva giocare con i suoi bambini. L’angelo, con un inglese di circostanza e la sua voce sonante le rispose a tono, “NO FINISH”. La signora, insieme ai suoi figli lasciarono la sala con la coda tra le gambe. L’altro evento furono le partite di carte. C’era una saletta angusta fatta apposta per chi volesse giocare a carte. Quando giocava l’Angelo, se ne accorgeva tutto l’Hotel. Non oso immaginare la pressione che aveva addosso il suo compagno. Non voleva mai perdere, era un perfezionista. La ciliegina sulla torta fu la vittoria del torneo.
Tornammo in Italia da campioni. Un giornale locale scrisse un articolo su di noi, “piccoli ma già vincenti”. Per la felicità dell’Angelo, in finale indossammo la maglia della sua amata Inter.

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In quel torneo riuscii anche a segnare una rete, furono partite difficili per me. Non avevo mai giocato a undici, solo a sette. I miei compagni erano più pronti di me, avendo fatto un anno a nove. Nella registrazione delle partite, dopo il mio gol si sente l’Angelo dire:
“E’ bravo, gioca a testa alta.”
Diventò il mio secondo padre inconsapevolmente. Stravedeva per me, gli piaceva il mio modo di giocare, mi aveva scoperto lui. Non lo sapevo, ma era venuto a vedermi durante i tornei di maggio, mentre giocavo ancora all’Oratoriana. Ero la sua scoperta e partita dopo partita, non facevo altro che segnare e migliorare. Spendeva sempre parole al miele per me. Guai a chi si permetteva di dirmi qualcosa. Aveva l’abitudine di guardare le nostre partite a bordo campo e quando qualcuno di noi sbagliava, il suo rimprovero arrivava bello potente alle nostre orecchie. A tutti, tranne che a me. I miei amici ancora mi fanno pesare simpaticamente un episodio.
Un giorno sbagliai un passaggio malamente. L’Angelo non era riuscito a capire chi avesse sbagliato e ad alta voce, molto arrabbiato, chiese:
“CHI HA SBAGLIATOOO?”
Qualcuno, con non so quale coraggio, gli disse:
“Eeee Angelo, è stato Jimmy.”
La sua risposta fu secca.
“E’ STANCO”.
Io ero quello da accarezzare, da coccolare, da non sgridare. Si emozionava quando mi vedeva giocare. Me ne accorsi in due situazioni. La prima fu durante un torneo internazionale, che giocammo proprio in casa nostra. Nella partita decisiva del girone, segnai il due a zero, contro una squadra tedesca, che ci permise di andare in semifinale. Dopo aver segnato mi misi a correre verso la tribuna, lui era a bordo campo, sulla pista di atletica. Era immobile. Gli occhi lucidi e un sorriso enorme. Successe ancora, in un torneo importante che disputammo a Cusano Milanino. Dopo essere arrivati secondi, in un torneo che prevedeva più di trenta squadra. Giocammo un triangolare con due squadre professionistiche. Il vincitore del triangolare sarebbe andato in finale, contro l’altra vincente del triangolare. Nella prima partita vincemmo contro il Monza. Due a zero. Il secondo gol lo segnai ancora io. Questa volta Angelo era in panchina, non vidi la sua reazione dopo il gol, ma tutti mi dissero che si era messo a piangere. Rischiammo di distruggerlo, l’anno in cui giocammo il playout per non retrocede dai regionali.
Non venne a vedere la partita, glielo impedimmo. Rischiavamo di perdere la categoria, non avrebbe retto ad una catastrofe del genere. Rimase a casa. Penso che abbia chiamato ogni minuto, per sapere il risultato. Segnai anche in quella partita, il primo gol, vincemmo tre a uno. Dopo il loro pareggio, il mio compagno Alessio, mise a segno una doppietta che ci permise di evitare la tragedia. Eravamo salvi, menomale cazzo. Non potevamo dargli una delusione del genere.
Dopo la partita andai con mio padre a casa sua, per dargli le magliette della partita e tutto il materiale. Uscì di casa, aveva gli occhi lucidi, sembrava incapace di intendere e di volere. Mio padre lo abbracciò, capii dai suoi occhi quanto era importante per lui il C.s Vittuone, quanto eravamo importanti noi, i suoi ragazzi. E quanto era importante quel maledetto oggetto sferico. Non riuscì a parlare, biascicò un grazie in qualche modo. Viveva per il calcio, viveva per il C.s Vittuone, apriva e chiudeva lui il cancello. Per qualsiasi cosa, bisognava chiedere all’Angelo. Sapevo tutto di tutte le varie squadre, dai primi calci alla prima squadra. Era il database del Vittuone. Non esisteva problema che non potesse risolvere. I palloni doveva gonfiarli assolutamente lui, era l’unico a conoscenza della pressione giusta che dovevano avere. Riconosceva all’istante un pallone che non era stato gonfiato dalle sue mani. Tutti lo amavano. Dai bambini, agli allenatori, ai dirigenti, ai genitori.
Poi c’ero io che miglioravo a vista d’occhio. Ero il suo motivo di orgoglio. “L’ho scoperto io”. Diceva sempre. Aveva anche la capacità di prevedere il mio futuro. Al terzo anno mi disse: “quest’anno esploderai, questo sarà il tuo anno migliore”. Prima arrivò il provino all’Inter, poi la convocazione per la rappresentativa regionale. Lo fece sapere a tutti. Mi prese per mano e mi portò a spasso per il centro sportivo ad avvisare tutti quelli che si stavano allenando. Le convocazioni della rappresentativa erano frequenti, ad un orario difficile per un lavoratore. Mio padre non avrebbe potuto lasciare il lavoro, ma non c’era problema. C’era l’altro padre. Come arrivava il fax dalla federazione, la scena era sempre la stessa. Veniva negli spogliatoi ad avvisarmi e mi diceva che mi avrebbe aspettato fuori da scuola.
“Preparati un panino, lo mangi in macchina. Ti accompagno io”. Il viaggio in macchina era sempre un divertimento. Io ero sempre convinto che l’Angelo sapesse la strada, fino al momento in cui indeciso e arrabbiato mi chiedeva: “Jimmy dove dobbiamo andare?”
Capite che non potevo rispondergli, “non lo so”. Era più teso di me in quelle situazioni. Dopo la prima partita mi disse che gli osservatori della Juventus mi avevano fatto i complimenti. Era più felice lui di me. Le convocazioni continuarono per un anno, fino a maggio. Quando la federazione stilò, quella che secondo loro, era la lista dei venti più bravi della Lombardia. Io ero tra quelli. Se avesse potuto, avrebbe messo i cartelloni pubblicitari con la notizia per tutta Vittuone. Ad una delle ultime convocazioni, uno degli allenatori della rappresentativa lo prese da parte, per parlargli bene di me. Non potete capire in che condizioni era. Gli occhi gli brillavano dalla felicità, aveva un sorriso che non finiva più, sembrava levitasse da terra. Stavo compiendo una sorta di miracolo. Stavo rendendo fieri di me, entrambi i miei padri.  Previde anche un’altra cosa. All’epoca giocavo sempre davanti, come punta, seconda punta, trequartista o ala. Mi ripeteva sempre: “tu sei un centrocampista”. Ebbe ragione anche su questo.
Ha sempre dato tutto per  questo sport. Viveva il calcio con tutti gli organi. Non era solo uno sport con  il quale riempire il proprio tempo libero. Quel pallone è sempre stata la sua vita. Dietro a quel pallone era arrivato a giocare per squadre importanti. Dietro a quel pallone si era preso una squalifica a vita, poi ridotta a qualche anno. Il suo rapporto con gli arbitri non è mai stato facilissimo. Anche se, quando ci narrava le sue gesta, si ricordava nome cognome e sezione dell’arbitro. Ci raccontava sempre il suo errore, voleva essere sicuro che noi non lo avremmo commesso.
Si arrabbiava spesso con noi, ci riprendeva sempre. Ripeteva che lui, con i suoi piedi da falegname, era arrivato in alto. Non ce lo diceva, ma voleva farci capire che se ci fossimo impegnati come lui, avremmo potuto raggiungere anche noi quei livelli. Ci riprendeva per tante cose. Le scarpe prima di tutto. Odiava che ci allacciassimo le scarpe da seduti, bisognava alzarsi in piedi, appoggiare il piede sulla panchina e allacciarle. Bisognava tenera la caviglia bloccata negli esercizi dei passaggi al volo. Trovava sempre qualcosa che non gli andava bene. Lo amavamo proprio per questo. Arrivavi al campo e lo sentivi urlare, qualcuno riusciva sempre a farlo arrabbiare. Era il cuore, l’anima di quel centro sportivo.
Il destino ha deciso di portarcelo via proprio lì, dove ha trascorso la maggior parte dei suoi giorni, in quel prato verde in mezzo ai palloni. Quel posto che gli ha fatto da casa, per tutta la sua vita.
Avevamo giocato fuori casa quel sabato . Tornammo al campo per ridare il materiale e vidi l’elisoccorso.
“E’ per l’Angelo. Si è sentito male”. Speravo che fosse una cosa da niente. Era forte, non si sarebbe di certo fatto buttar giù da un malore. E poi era il mio secondo padre. Le cose brutte succedevano sempre agli altri, mai alla mia famiglia. Tornai a casa, convinto di vederlo agli allenamenti la settimana successiva.
Durante la cena, il padre di un mio compagno ci diede la tragica notizia. La morte aveva colpito anche me, aveva colpito la mia famiglia. Non riuscii a mettere a fuoco l’accaduto. Durante il funerale continuavo a ripetermi che era uno scherzo, che l’avrei visto lunedì al campo, che si sarebbe arrabbiato con tutti per questo scherzo.
Lunedì andai al campo ad allenarmi. C’era un silenzio irreale, non si sentiva l’Angelo urlare. Tutti avevano la testa bassa. Nessuno aveva voglia di parlare, purtroppo non era uno scherzo. L’Angelo non c’era più. Me ne andai dal C.s Vittuone l’anno successivo. Prima di cambiare squadra, con i miei compagni vincemmo il primo Memorial organizzato per lui. Non poteva essere altrimenti. Non si poteva perdere. Tutti ad unanimità, decisero che la coppa avrei dovuto tenerla io. La alzai al cielo e la portai a casa.
Per qualche anno non sono riuscito ad andare al cimitero. Non volevo fare i conti con la realtà. Non volevo avere la prova, che veramente il mio secondo padre non c’era più. Ci ho messo un po’, ma dopo tanto tempo sono riuscito ad andare a trovarlo. Non gliel’ho mai detto, perché sono sicuro che lo farei arrabbiare, ma una parte del giocatore che lui ha cresciuto e coccolato, se n’è andata con lui quel giorno. Non sono più stato lo stesso Jimmy, da quel maledetto giorno.
Non posso dirglielo, mi sgriderebbe per davvero questa volta. Allora mi fermo ad osservare la sua foto e me lo immagino, in piedi davanti alla panchina della sua nuova squadra, mentre se la prende per il minimo errore dei suoi giocatori. Poi sorrido alla sua foto e mi avvio verso casa, cercando a stento, di trattenere le lacrime.

Gezim Qadraku.

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