Il cecchino bosniaco

I cecchini, quelli che accerchiarono la capitale della sua Bosnia, tanto che la via principale di Sarajevo durante la guerra venne rinominata il viale dei cecchini, tennero in assedio la città per 1425 giorni, l’assedio più lungo della storia recente.
Nasce in un anno difficile, il 1990. La situazione in Jugoslavia è in continuo peggioramento, un mese dopo la sua nascita a Zagabria va in scena la partita mai giocata. L’anno successivo scoppia ufficialmente la guerra. Suo padre prende una decisione importante, lasciare tutto e scappare. Destinazione Lussemburgo. Fuggono nel 91, la guerra in Bosnia inizierà esattamente un anno dopo.
“Quando ero bambino siamo partiti presto dalla Bosnia, c’era la guerra che cominciava e mio padre ha avuto l’idea di andarcene in Lussemburgo nel ’91. Mio padre giocava a calcio ed avevamo i documenti per spostarci là. Era un momento molto difficile per la mia famiglia, io ero molto piccolo e mi ricordo poco, ma era per loro molto ostico. Hanno lasciato la loro famiglia per iniziare tutto da capo, non era facile”.
Nel Lussemburgo il padre fa l’operaio per mantenere la famiglia e il piccolo Miralem inizia a dare i primi calci al pallone già all’età di cinque anni. Col passare del tempo impara parecchie lingue, oltre alla lingua madre, aggiunge al suo curriculum, il lussemburghese, l’inglese, il tedesco (ora parla anche il francese e l’italiano, per un totale di sei lingue).  La sua carriera inizia nella squadra lussemburghese del  Fc Schifflange, l’allenatore nota subito il suo talento e lo lancia immediatamente in prima squadra, nonostante la giovanissima età del ragazzo.
Nel 2004 passa al Metz, “Ho scelto il Metz a 14 anni. Ho lasciato la mia casa in Lussemburgo e l’inizio non era facile. Non sapevo come stare da solo, non parlavo benissimo la lingua, ma appena ho fatto 2-3 amici ed abbiamo iniziato a vincere le partite, è diventato tutto più facile. Ancora oggi i miei migliori amici sono a Metz”.
Due stagioni passate tra le giovanili e il debutto in prima squadra nella stagione 2007-2008 gli bastano per convincere gli emissari del Lione ad acquistarlo. Non lo conosce ancora nessuno, è giovane ha solo diciotto anni, il Lione ha in squadra gente come Juninho e Benzema, Miralem è solo uno dei tanti.

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Il primo anno di Pjanic alla Gerland purtroppo non è dei migliori perché a inizio ottobre nella gara Lione-Sochaux si frattura il perone: l’infortunio lo tiene fuori dal campo per diversi mesi, compromettendo la sua stagione. L’evento più importante di quell’anno è l’incontro con Juninho Pernambucano. Miralem impara molto dal brasiliano, prima di tutto la professionalità da mantenere negli allenamenti e poi naturalmente su come calciare le punizione.
“Il mio maestro è stato Juninho, ma lui calciava in modo diverso dal mio. La palla ballava, come quella di Pirlo. Io mi esercito, provo spesso i tiri in allenamento per migliorare la precisione. Ma non le traiettorie, quelle le ho in testa, conosco le distanze dalla porta”.
Passano solamente un anno insieme i due, il brasiliano nella stagione successiva si trasferisce in Qatar. Mire vorrebbe indossare la maglia del suo maestro, ma prima di farlo vuole avere il via libera ufficiale.
“Ho chiamato Juni prima del campionato per chiedergli il permesso di indossare la sua maglia”. Permesso accordato.
Nella seconda stagione francese tutta l’Europa si accorge del  Bosniaco. Il ragazzo migliora a vista d’occhio, si conquista il posto fisso da titolare e arrivano anche gol importanti.
In Francia lo ricorderanno soprattutto per il gol al Santiago Bernabeu, che permise al Lione di passare gli ottavi di finale di Champions League. All’andata i francesi si erano imposti in casa per uno a zero. Al ritorno in Spagna, i blancos passano in vantaggio con Cristiano Ronaldo nel primo tempo, ma il Bosniaco rovina la festa segnando a quindici minuti dalla fine il gol qualificazione.
“Era una partita molto difficile, loro ti mettono una pressione incredibile in casa. Abbiamo fatto molto bene, abbiamo avuto qualche occasione ed al 75′ circa è arrivato questo gol incredibile che mi ha fatto pensare subito alla mia famiglia ed a mio padre che era allo stadio. È stato un momento davvero molto incredibile”.
Il Lione si fermerà solo in semifinale contro il Bayern Monaco, nonostante la stagione successiva non sia da ricordare, nell’estate del 2011 la Roma acquista il gioiello Bosniaco.

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Nella capitale è arrivato Luis Enrique, è lui a volerlo fortemente e non viene deluso.
Tutto fumo e niente arrosto, il progetto spagnolo fallisce, le idee e i cambiamenti che l’allenatore ha in mente non funzionano e non convincono. Il calcio italiano non sa aspettare e così Enrique viene esonerato e automaticamente anche il debutto del ragazzo non è di quelli da ricordare.
“Luis Enrique è stato uno degli allenatori che mi ha aiutato di più ed insegnato di più di calcio; aveva idee diverse dagli altri allenatori che ho avuto, giocava un calcio diverso. Mi è piaciuto lavorare con lui, per me è stato un anno molto positivo perché ho appreso tanto, sia dentro che fuori dal campo e come comportarmi durante la settimana. Anche gli altri vi diranno al stessa cosa, che è una persona molto ligia che pensa sempre al meglio per te. È un allenatore molto bravo e buono”.
L’anno successivo è quello del ritorno di Zeman. Niente da fare, i due non si trovano. L’allenatore riserva al ragazzo tanta panchina. Che tra i due non scorra buon sangue se ne accorgono tutti nel derby di andata del 2012. E’ una giornata piovosa di novembre, la Roma sta perdendo tre a uno, a cinque minuti dalla fine viene fischiata una punizione per i giallo rossi a centrocampo. Tutti penserebbero ad un cross, cosa puoi fare da lì se non calciarla in area?
Miralem ha qualcos’altro in mente, Marchetti commette l’errore di posizionarsi in mezzo all’area ancora prima che il Bosniaco calci, il ragazzo prende un solo passo e calcia di collo esterno forte, la palla prende un giro strano e scavalca il portiere laziale. Gol. Un gol pazzesco. Non esulta, si gira verso la panchina e non gliele manda a dire al suo allenatore. Zeman chiede al suo collaboratore se ce l’ha con lui, il collaboratore conferma. Sì ce l’ha con te.
Altra pessima stagione, altro esonero. Due delusioni di fila per Miralem, due stagioni da dimenticare.
Il terzo anno è quello decisivo, non si può più sbagliare. Non può sbagliare la Roma e nemmeno Mire. Nella capitale arriva il francese Rudi Garcia.  Il feeling tra i due è immediato, l’inizio della stagione ne è la prova, Miralem si ripresenta all’olimpico con un cucchiaio bellissimo da fuori area contro il Verona, anche Mandorlini applaude la giocata meravigliosa. La Roma si aggiudica il secondo posto e prende il pass diretto per la Champions League.
Il bosniaco ritrova il palcoscenico europeo dopo tre anni, ma i giallo rossi non riescono a passare il turno, da dimenticare la cocente sconfitta contro il Bayern Monaco, con le sette reti subite all’olimpico. Anche l’Europa League finisce male, eliminati dalla Fiorentina nei quarti di finale. Ci vuole tempo per creare una grande squadra, ma sembra che le basi ci siano. L’organico della squadra è buono, l’intesa tra i giocatori continua a migliorare, sul mercato la società giallo rossa si è mossa bene. Mire è uno dei titolari inamovibili, mette d’accordo tutti. Quest’anno ha già deliziato l’Italia e l’Europa con tre punizioni meravigliose. Contro Juventus, Empoli e Bayer Leverkusen.

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Avrebbe potuto scegliere un’altra nazionale, per esempio quella francese, di sicuro più blasonata di quella bosniaca, ma Miralem dopo aver giocato per l’under 17 e l’under 19 del Lussemburgo ha deciso di giocare per la sua Bosnia, il richiamo della sua terra è stato troppo forte. Nonostante se ne sia andato da piccolissimo e la vita l’abbia portato a vivere sempre lontano dalla sua amata terra, Mire ha scelto di difendere i suoi colori, la sua patria. Nel 2013 si è materializzato il  miracolo, la nazionale bosniaca si è qualificata per i mondiali disputatisi in Brasile l’anno seguente. La generazione dei fenomeni, allenata dal FENOMENO, quel Safet Susic che incantò la Jugoslavia e la Francia negli anni 70-80.  Dopo aver battuto la Lituania nella partita decisiva, chiamato a commentare la storica qualificazione nella consueta intervista post-partita Pjanic non ha retto all’emozione ed è scoppiato in lacrime.

“Quando ero piccolo, a 13 o 14 anni, ho fatto un viaggio di venti ore in pullman dal Lussemburgo fino alla Bosnia per vedere una partita della nazionale. Quando sono stato allo stadio, il mio sogno era diventato quello di indossare questa maglia per me ed anche per la gente”.
Purtroppo la selezione bosniaca non è riuscita a superare i gironi, due sconfitte  contro l’Argentina e la Nigeria e una vittoria contro l’Iran, partita nella quale il ragazzo ha messo a segno il suo primo gol nella competizione mondiale.

during the FIFA 2014 World Cup Qualifying Group G match between Slovakia and Bosnia-Herzegovina at the MSK Zilina stadium on September 10, 2013 in Zilina, Slovakia.
Gli piace avere la palla tra i piedi,  potrebbe anche giocare da fermo per le doti tecniche che ha. Rispetta molto la palla, come tutti i giocatori dei Balcani. La accarezza, la coccola,  ha instaurato un rapporto di amore con quell’oggetto sferico e quando gli dice dove deve andare, la palla non lo delude mai. Altra caratteristica che ha ereditato dalla sua terra è la personalità, non ha paura di niente, se c’è da prendersi un rischio non ci pensa su due volte. Quando gli dei del calcio passarono da quelle parti, lasciarono tanta personalità e altrettanta tecnica.
È intelligente, non  è uno di quelli bravi a difendere o che rincorrono l’avversario, ma sa prevedere le giocate, capisce in anticipo il pensiero del suo avversario e lo anticipa.
Leggero, agile, silenzioso, non fa rumore, non sbraita, non urla, alza la voce con i piedi. Quando ha la palla, in quei momenti lo senti eccome. Dal nulla si inventa cose come questa :

Sempre elegante, concentrato, non forza mai la giocata non interviene in modo scorretto. Un giocatore pratico che non perde tempo nel guardarsi allo specchio o a fare giocate per compiacere al pubblico. Riceve la palla, la controlla, la sistema e la gioca. Verticalizza, si appoggia, chiede gli uno due, cambia gioco, addormenta la partita e appena vede la porta calcia, perché lo sa fare. Se c’è la possibilità di calciare da fermo ancora meglio.
Le sue punizioni non assomigliano a nessuno. Nessun effetto strano, nessun modo di calciare particolare, la caratteristica principale dei suoi tiri da fermo è la precisione chirurgica, la palla va dove il portiere non può neanche provare a buttarsi.
Un cecchino buono Miralem, un cecchino che quando spara crea traiettorie magiche.

Gezim Qadraku.

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Sguardo innamorato

Penso di essermi innamorato di lei da quel giorno in cui è entrata al bar.
“Buongiorno, potrei avere un caffè? Per favore”, è stata lei a rivolgermi la parola.
Ero girato, stavo pulendo il frullatore, non mi sono accorto della sua presenza.  Non l’ho vista entrare, ma come ho sentito la sua voce, mi è parso che un’entità meravigliosa fosse dall’altra parte del bancone. Mi sono voltato rapidamente, lei era lì ferma con una sorta di sorriso cucito sul viso, che aspettava una mia risposta. Io invece avevo appena perso le mie capacità cognitive, sono riuscito in qualche modo a chiederle se lo voleva liscio o macchiato. Per il resto del tempo non ho fatto altro che guardarla, cercando di non farmi notare.
Non è stato difficile, non mi ha degnata della minima attenzione.  Dopo quel finto sorriso che ha sfoggiato all’inizio, ha mantenuto un’espressione seria per tutto il tempo. Non è una che sorride spesso.
Ormai viene quasi tutti i giorni a fare colazione da noi. Le piacerà il caffè, non di certo il cretino che glielo fa ogni volta.  Faccio sempre finta di nulla, cerco di mantenere il ruolo del barista nei confronti di un cliente. Nonostante per il cliente in questione, io abbia completamente perso la testa.  Lei non prova neanche per scherzo ad intavolare una conversazione, io ho troppa paura di disturbarla per farlo. Cosa le dico? Non mi sento in grado di fare un discorso che possa interessarla.  Magari è una di quelle che ha due o tre lauree. Io invece, che ho dovuto fare i corsi serali per accaparrarmi un diploma.
Mi limito a guardarla, a sognare una relazione che mai ci sarà. La accarezzo e la bacio con gli occhi. E’ sempre elegante, non di un’eleganza vistosa. Non esagera mai nell’abbigliamento. Non si mette lo smalto sulle unghie, il suo viso è sempre pulito e colorato da un filo di trucco. I capelli a caschetto, color nocciola. Come gli occhi, quegli occhi sempre seri. E’ una ragazza semplice, una di quelle che se venisse al bar in pigiama, tutti si girerebbero a guardarla.  Oltre che a fissarla per la mezz’ora che  passa al bar, ho iniziato a parlarne con Luca. Il ragazzo che fa il turno del pomeriggio. Non riuscivo a tenermi dentro tutte quelle emozioni, dovevo condividerle con qualcuno. Abbiamo tutti bisogno di condividere le cose belle con qualcuno.
“Non hai idea della curiosità che mi hai messo per questa ragazza, domani mattina vengo a fare colazione solo per vederla. Ne parli come se fosse una dea”.
“Lo è. E’ la mia bellissima dea”.
“Se solo vedesse come brillano i tuoi occhi quando parli di lei”.

Gezim Qadraku.

La notte più bella della mia vita

E’ venuta a trovarmi, si è sorbita sei ore di aereo solo per vedermi. Non glielo avevo chiesto, stavo cercando di trovare io un weekend libero per andare a trovarla, quando è stata lei a dirmi che sarebbe venuta. Non me l’aspettavo, ma questa notizia mi ha messo addosso una felicità immensa. Abbiamo  un ottimo rapporto, sin da quando ci siamo conosciuti.
Purtroppo il lavoro ci ha allontanati di parecchi chilometri. Siamo comunque rimasti in contatto, non una cosa assidua, qualche conversazione ogni tanto. Né troppo, né niente.
Anche se le uniche giornate che vale la pena vivere sono quelle in cui ci sentiamo. Quanto mi fa piacere quando è lei a farsi sentire, il fatto che  pensi a me e che spenda del suo tempo per scrivermi, mi rende un uomo felice per qualche giorno.
È arrivata giusta in tempo per cena, mamma ha riempito la tavola come se fosse Natale.
L’idea che una ragazza venisse a trovare suo figlio, le ha dato alla testa. Erano felici entrambi, sia mamma che papà, è stato inutile ripetere  per tutto il giorno che siamo solo amici.
Che poi amici non lo siamo mai stati, abbiamo avuto un rapporto che non ha una vera e propria classificazione. Mi è piaciuta dal primo momento in cui l’ho vista, ma quando ci siamo conosciuti  era fidanzata, non ci sentivamo mai all’epoca, nessuno aveva il numero dell’altro. Ci ho rinunciato sin da subito, cercando di pensare a lei il meno possibile,  ma quando il lavoro ci faceva incontrare, provavo una sensazione di benessere irripetibile.
Dopo aver cenato, ci siamo spostati in sala e abbiamo trascorso la serata a parlare, a ridere e scherzare. Il camino ci ha riscaldato, abbiamo tenuto la televisione spenta, volevamo sentire solo le nostre voci. Sembravamo una di quelle coppie assodate, le iniziava le mie frasi io terminavo le sue.  Mamma e papà, verso la mezzanotte sono andati a dormire e noi siamo rimasti da soli sul divano. Mi sono sdraiato e lei si è messa davanti a me, con il mio petto che sfiorava la sua schiena. I nostri copri si sono toccati, senza che noi avessimo fatto niente per farlo accadere. Eravamo entrambi immobili, come se nessuno dei due voleva andare oltre a quel sfiorarsi.  Non ho fatto in tempo ad accendere la tv, per cercare qualche film carino, che aveva già chiuso gli occhi. Le sei ore di viaggio l’avevano distrutta. L’ho presa in braccio e l’ho portata in camera mia. L’ho messa a dormire come se fosse la cosa più cara che avessi mai avuto, cercando di fare piano per non svegliarla. L’ho coperta e le ho sistemato la testa sul cuscino.
Ha aperto gli occhi e con un filo di voce mi ha ringraziato, mi è venuto l’istinto di baciarla, ma non potevo farlo. Allora ho avvicinato la mia bocca alla sua fronte e le ho stampato un bacio. Neanche il tempo di staccarmi che la sua mano aveva preso il mio mento e lo tirava verso la sua bocca, i nostri visi si sono avvicinati e ci siamo baciati. Le nostre labbra sono rimaste appiccicate per parecchi secondi, ero paralizzato, ero su di lei che cercavo di trattenermi, non riuscivo a capire se stessi sognando o meno. Avevo pensato di dormire in salotto, ma non sarei mai riuscito a lasciarla lì da sola, uscire dalla camera e chiuderle la porta.
Mi sono infilato sotto le lenzuola, mi ha sorriso, mi sono avvicinato a lei, siamo diventati una cosa sola e abbiamo continuato a baciarci. Prima di riaddormentarsi si è girata, mi ha dato le spalle e mi ha chiesto di abbracciarla.
Sono rimasto sveglio tutta la notte, ho cercato di fare sin da subito il mio dovere.
Prendermi cura di lei. Non le ho staccato gli occhi di dosso neanche per un secondo.
È stata una notte insonne, ma è stata la notte più bella della mia vita.

Gezim Qadraku.

Tempesta perfetta

La triscaidecafobia (dal greco τρεισκαίδεκα treiskaídeka, “tredici” e φόβος phóbos, “paura”) è la paura irragionevole del numero 13, principalmente legata alla cultura popolare e alla superstizione. In alcune culture, specie quelle anglosassoni, esistono varie credenze riguardanti il venerdì 13. Molte compagnie aeree non inseriscono sui loro mezzi la fila numero 13, passando direttamente dalla numero 12 alla numero 14. Lo stesso vale per alcuni palazzi e hotel, che passano dal dodicesimo al quattordicesimo piano.
Il tredici è stato il numero di maglia di Alessandro Nesta, che evidentemente non soffriva di triscaidecafobia. Il numero per il quale verrà ricordato, il numero che molti suoi idoli avrebbero voluto vestire nelle partite di categorie dilettantesche, dove i titolari indossano i numeri dall’uno all’undici.

Manchester United's Brazilian player Fabio (R) fights for the ball with AC Milan's defender Alessandro Nesta during their UEFA Champions League round of 16 match on February 16, 2010 at San Siro stadium in Milan. Manchester United defeated AC Milan 3-2. AFP PHOTO / Damien Meyer (Photo credit should read DAMIEN MEYER/AFP/Getty Images)

E’ un osservatore della Roma a scoprire il  talento del ragazzo, ma il padre tifoso laziale ringrazia e rifiuta l’offerta.  La sua carriera bianco celeste inizia all’età di nove anni, gira un po’ per tutto il campo prima di trovare la sua sistemazione. Nel principio della sua crescita calcistica avviene un fatto che avrebbe potuto tagliare le gambe a chiunque. A causa di un suo duro intervento,  la stella della squadra, Paul Gascoigne, si infortuna.
“All’epoca avevo 14 anni, ero alle prime sessioni di allenamento con la prima squadra. Lui era stato l’acquisto più costoso nella storia della Lazio e quel giorno stavamo lavorando a campo ridotto. Mi fece un paio di brutti falli ma io, essendo un giovane, non dissi una parola e continuai a giocare. Ad un certo punto ho provato a fermarlo con un tackle un po’ troppo duro e gli causai la frattura di tibia e perone. Nessuno mi disse niente e Paul, una volta tornato dall’intervento alla gamba mi tranquillizzò dicendo che non era colpa mia e mi diede cinque paia di scarpe e un kit da pesca. Non ho idea del perché del gesto, ma era proprio da lui”.
Debutta in prima squadra pochi giorni prima di compiere il suo diciottesimo compleanno,  a Udine, dove subentra a Casiraghi a pochi minuti dalla fine.
Non si tira mai indietro il ragazzino, entra forte anche in allenamento, nonostante i compagni si lamentino. Gli hanno insegnato che solo se ti alleni duramente, puoi diventare qualcuno. In partita sei quello che fai in allenamento, e il Sandro della partita è lo stesso dell’allenamento.  Nella stagione 97-98 arriva il primo trofeo, la coppa Italia, in finale contro il Milan. E’ proprio suo il gol decisivo. Disputa un’altra finale, nello stesso anno, quella di coppa Uefa contro l’Inter.  A Parigi si incontrano l’attaccante più forte del mondo e quello che viene considerato il difensore più forte del mondo. Ronaldo contro Nesta.  Vincerà l’Inter per tre a zero. Il ragazzo rasato è troppo forte, ma Sandro non si tira mai indietro. Perde la sfida a testa alta. E nel momento in cui il brasiliano inizia ad esagerare con i numeri, non perde un attimo per fargli capire che è meglio se la smette.  Le stagioni 98-99 e 99-00 sono stagioni importanti per la sua Lazio. Nella prima arriva la coppa delle coppe contro il Maiorca  e la super coppa Europea contro il Manchester United. In quella successiva il double, campionato e coppa Italia.

06 Jan 2002: Alessandro Nesta of Lazio in action during the Serie A match between Inter Milan and Lazio, played at the Giuseppe Meazza Stadium, Milan. DIGITAL IMAGE Mandatory Credit: Allsport UK/Getty Images

Una storia d’amore con la Lazio che sarebbe andata avanti all’eternità, ma i problemi economici obbligano il presidente Cragnotti a vendere il gioiello della squadra, nell’estate del 2002. Così Alessandro dopo essersi allenato la mattina a Formello, si sentì dire che era stato venduto al Milan. La sera stessa si trovò a San Siro davanti a sessantamila persone che gli davano il benvenuto.  Formerà  con Maldini una delle coppie difensive più forti che si siano mai viste su un campo di calcio. Nascerà con Andra Pirlo un’amicizia bellissima, compagni di camera per nove anni. Passavano il tempo libero a sfidarsi  alla playstation. Prima Milan – Juventus ( Pirlo faceva il Milan, Nesta la Juve) e poi Barcellona – Barcellona, perché a detta di Nesta, Eto’o era troppo forte e per evitare polemiche decisero di utilizzarlo entrambi.
La prima stagione è trionfale. E’ un grande Milan quello, il Milan che si aggiudica la finale di Champions League tutta italiana contro la Juventus. Viene decisa ai rigori. Sandro è il quarto,  il risultato è di uno a uno,  il quarto della Juventus, Montero, ha sbagliato, Nesta ha la possibilità di portare il Milan in vantaggio. Tira un rigore a mezza altezza alla sinistra di Buffon, Gigi intuisce, ma per qualche millimetro non ci arriva. Gol. Un urlo liberatorio. Sappiamo tutti com’è andata a finire.
In quell’anno arriva anche la coppa Italia, vinta in finale contro la Roma. La stagione successiva  è quella del primo campionato con la maglia del diavolo e della super coppa Europea.  Un inizio coi fiocchi, ma quando il calcio ti da così tanto poi inizia a toglierti tutto.
La tragedia arriva nel maggio del 2005. La finale contro il Liverpool è una di quelle cose che fatichi a spiegare tu che non l’hai giocata, figurarsi chi era in campo. Il 2006 è l’anno del mondiale, non ha mai avuto un buon rapporto con la maglia azzurra Sandro.
Da bambino per i mondiali di Italia 90, era nella lista dei ragazzini  che potevano essere sorteggiati per fare i raccattapalle, una di quelle cose che ti fa sognare, lui non venne sorteggiato. Nel 98, dove doveva dimostrare di essere uno dei più forti si ruppe il ginocchio e nel 2002 un piede che si gonfiava continuamente gli impedì di giocare. La sua personalissima sfiga lo perseguita, nella terza partita del girone, contro la Repubblica Ceca si ferma ancora. Si tocca la gamba, esce. Il suo sguardo dice tutto, non è possibile. Non ancora. Non può andare sempre così. Tre mondiali su tre saltati.  Al suo posto entrerà Marco Materazzi, uno dei più decisivi in quel torneo.
Diventa campione del mondo Nesta, lo diventa dalla tribuna, guardando i suoi compagni distruggere ogni squadra. No, non è bello vincere così, non è bello diventare campione del mondo senza dare il proprio contributo. Possono dire quello che vogliono, che si vince tutti insieme, che tutti sono importanti, ma la verità è che  se la tua squadra vince e tu non hai giocato, non ti sentirai mai addosso quella vittoria. I problemi fisici lo seguono ancora,  nella stagione successiva. Si ferma di nuovo, è la spalla questa volta ed è grave. Prende una decisione coraggiosa, andare a Miami a curarsi. I titoli su di lui sono infiniti, ci si aspetta di vederlo stravaccato in spiaggia a godersi il mare, viene criticato per quella scelta, ma lui non risponde. Si prende il suo tempo, si fa curare dai medici migliori  e nel momento giusto si ripresenta, e lo fa alla grande.

NESTA

Il destino permette al Milan di prendersi la rivincita contro i Reds, i ragazzi di Ancelotti  non si fanno pregare. Sandro gioca una partita impeccabile, il Milan vince due a uno.  Le immagini più belle della serata sono quelle che mostrano il ragazzo ridere e scherzare con Maldini e Ancelotti, prima di salire in tribuna per sollevare la coppa.  Vince anche la super coppa Europea e segna uno dei quattro gol nella finale Intercontinentale contro il Boca Juniors. Vince nel 2011 il suo secondo campionato, lascia il Milan e il calcio italiano nel maggio dell’anno seguente. In una giornata tragica per i tifosi rossoneri, che nello stesso giorno dovettero salutare oltre a Sandro, anche Inzaghi, Seedorf e Gattuso.  Finisce la carriera in Canada e in India.
Non è stato uno da copertine,  non gli è mai piaciuto parlare troppo. Nonostante già dalla giovane età venisse accreditato come uno dei migliori al mondo nel suo ruolo, e il suo cartellino valesse già tantissimo. E’ stato uno di quei professionisti che preferiscono parlare con i piedi, sul campo, tramite le prestazioni. E’ stato cresciuto a pane, pallone, Lazio e umiltà.  Da bambino dopo la partita andava sempre dal padre a chiedere come avesse giocato, e se la prestazione era stata positiva come premio arrivavano tre mila lire. Il prezzo di un gelato. Un padre che lo ha accompagnato ad ogni allenamento, ad ogni partita, con una costanza che solo un genitore può avere. Dietro ad un uomo ed un campione del genere, non poteva che esserci  famiglia immensa. 

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Quello che era in grado di fare in campo è lampante, oltre alle eccelse capacità difensive era uno dei pochi difensori al mondo che avrebbe potuto giocare in qualsiasi altra posizione, grazie alle sue capacità tecniche. Quello che lo rendeva insuperabile era il fatto che, anche quando il pallone era nei piedi dell’attaccante, lui aveva in mano la situazione. Come se avesse una sorta di campo di magnetico intorno a lui, nei contrasti, nelle scivolate, la sensazione è che la palla andasse dove decideva lui. Era dotato di un tempismo e di una coordinazione dei migliori attaccanti. Ha cambiato la concezione del ruolo di difensore come il ruolo per piedi non educati e uomini bruti. Nesta era di un’eleganza che ti faceva venir voglia di fare il difensore, fermava gli avversari con la stessa bellezza di una punizione a giro che finisce sotto l’incrocio.
Il suo pezzo forte era la scivolata. Tre tipi di scivolata, quella per vincere un rimpallo o allontanare la palla in rimessa laterale o in calcio d’angolo, la scivolata  per fermare l’avversario tenendo il pallone vicino e rialzarsi con una reattività felina e l’ultima, la specialità. Ovvero quando Nesta, aveva scelto talmente bene il tempo che scivolando, oltre a fermare l’avversario faceva in modo che la palla arrivasse sui piedi del suo compagno. Trasformare l’azione da difensiva a offensiva con un solo intervento, no, non è roba da tutti.  Quando c’era non lo sentivi, ma se mancava te ne accorgevi eccome. Con lui in campo le squadre subivano il 30% in meno dei gol.
Anche un certo Messi ha avuto vita difficile con di lui.

https://www.youtube.com/watch?v=w6ik2G9TemM

E’ sempre stato corretto Nesta, come ci ricorda anche Zlatan Ibrahimovic, che in un intervista ha parlato dei trattamenti che i difensori gli hanno riservato durante la sua carriera:
“Alcuni difensori cercano di buttarmi giù moralmente o mi aggrediscono fisicamente per cercare di incutere timore. Alcuni insultano la mia famiglia, altri mi chiamano “zingaro”. Il segreto di un attaccante è però quello di concentrarsi esclusivamente nel gioco, non badare a quello che si sente. Quando i difensori si comportano così è perché hanno paura, sono consapevoli di essere inferiori e ricorrono a queste escamotage. Ma non tutti sono così, Maldini e Nesta non lo erano. Li rispetto molto per questo e anche perché con loro era sempre difficile prevalere. “
Ora i giovani difensori  vengono paragonati a lui, e se vieni utilizzato come termine di paragone significa che incarni l’ideale del calciatore più forte in quel ruolo.
Temo che per molti anni Sandro rimarrà il difensore col quale verranno paragonati i nuovi talenti, la frase “ricorda Nesta” la sentiremo ancora tante volte.
Ci sarà mai qualcuno in grado di ESSERE come Nesta?

Gezim Qadraku.

Sopravvissuto – The Martian

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Ingannevole il trailer di The Martian.
Ci si aspetterebbe una di quelle apocalissi drammatiche, colme di suspense, di colpi di scena e invece..
L’ultima creazione di Ridley Scott finisce per essere la più umana delle odissee.
L’equipaggio della missione Ares 3 sul suolo di Marte, è costretta a fare le valigie prima del previsto, a causa di una grave tempesta. Tutto l’equipaggio riesce a portarsi in salvo, tranne Mark Watney. Il quale inizialmente viene creduto morto, solo qualche giorno dopo la NASA si accorge della sua errata constatazione.
Il regista si concentra molto sulla solitudine dell’astronauta, sulle sue vicissitudini giornaliere, sui suoi lampi di genio che lo rendono un MacGyver dello spazio. C’è molta scienza in questo film, ci viene spiegato come sia possibile coltivare del cibo in un pianeta dove non cresce nulla, come creare una bomba utilizzando zucchero e ossigeno liquido, ma siamo ben lontani dalle inquadrature mozzafiato e dalle colonne sonore di Interstellar. La musica che accompagna le due ore di film è a dir poco rivedibile, in certi momenti sembra quasi che il botanico Watney sia ad una gita scolastica sul pianeta rosso. L’apprensione, l’attesa, l’adrenalina arrivano a piccole dosi solo verso il finale. Matt Damon si prende completamente la scena, non lasciando neanche le briciole al resto del cast. Non c’è altro da segnalare infatti, oltre alla superba prova dell’attore americano. Che dimostra ancora una volta di saperlo fare proprio bene il suo lavoro

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Un finale che ci mostra l’intera popolazione di New York per vie della città, in trepida attesa del ritorno dell’astronauta. Un’ottima descrizione della società attuale, ovvero la preoccupazione della maggior parte della popolazione mondiale è incentrata su presunti problemi.
Si spendono soldi per cercare l’acqua su pianeti che distano anni luce dal nostro, mentre sul nostro suolo ci sono persone che muoiono perché non hanno acqua potabile a disposizione.
Sì è solo un film, non sarà compito di un regista cercare di risolvere i problemi del pianeta, ma forse bisognerebbe iniziare a concentrarsi sui problemi veri che ci circondano.
Sarà inutile andare su Marte o cercare tutta l’acqua che c’è nella galassia, se di fianco a noi la gente muore perché ha sete.
Un film comunque apprezzabile, due ore che sfilano gradevolmente, senza che lo spettatore debba scervellarsi per capire cosa stia accadendo. L’intenzione di fare un film per il grande pubblico è chiara, una pellicola che nel complesso risulta un po’ troppo semplice.

Voto: 6,5.

Gezim Qadraku.

Presunta felicità da social

Noi che cerchiamo di avere tra gli amici solo chi effettivamente conosciamo.
Noi che non diventiamo idoli improvvisati della star morta al momento.
Noi che non diventiamo sostenitori di una causa improvvisamente, solo perché lo fanno tutti.
Noi che non siamo diventati Charlie e che non abbiamo modificato la nostra foto coi colori della pace.
Noi che non abbiamo intrapreso  la carriera da presunti fotografi del cibo.
Noi che quando ci sediamo a tavola mangiamo.
Noi che quando ci succede qualcosa di bello ce lo godiamo, prima di avvertire il mondo.
Noi che non passiamo le giornata a cercare frasi poetiche da aggiungere alla foto di rito.
A noi che non interessa far sapere dove siamo, cosa stiamo facendo e che emozione stiamo provando.
Noi che non ostentiamo ricchezza facendoci fotografare in discoteca, con una bottiglia di superalcolico.
A noi che se un locale non ha il Wi-Fi ce ne facciamo una ragione. Vogliamo semplicemente farci due risate con i nostri amici.
Noi che non usiamo i nostri parenti defunti per ottenere qualche “mi piace” in più.
Noi che il dolore lo custodiamo e lo viviamo in silenzio.
Noi che le condoglianze le facciamo di persona e non scrivendo un messaggio misero e inutile sulla bacheca del diretto interessato.
Noi che se prendiamo un bel voto all’esame universitario, non corriamo a scriverlo in bacheca a caratteri cubitali.  (Quando non passate l’esame però non scrivete niente eh?)
Noi che non compriamo i cani per fotografarli ogni fottuto giorno.
Noi che ci godiamo il nostro amore senza sventolarlo ai quattro venti.
Noi che cerchiamo di vivere oltre a quella pagina del social network.
Noi che guardiamo gli stati, gli avvenimenti e le foto dei nostri amici, chiedendoci come facciano ad essere così felici.
Dimenticandoci  che quelli felici siamo noi.
Ci sbattono in faccia la loro presunta felicità,
ma una foto al giorno accompagnata dagli hashtag, non è sinonimo di felicità.

Gezim Qadraku.

Il mio secondo padre

Sono sempre stato un ragazzo fortunato.
Tanti, i motivi che mi portano ad affermarlo. Uno di questi è il fatto che nella vita, ho avuto la fortuna di avere due padri. Uno naturale, biologico, di sangue, come tutti. E uno acquisito.
Un uomo che si è preso cura di me, come lo ha fatto e lo fa, il mio padre naturale. Per parecchi anni ho ricevuto il doppio dell’amore che una persona normale può ricevere. E’ stato un secondo padre, un maestro, un nonno saggio, un amico, un allenatore, un angelo custode. Il mio secondo padre si chiamava proprio Angelo. Angelo Bianchi.

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Era un dirigente del c.s Vittuone ( che oggi si chiama Accademia Calcio Vittuone), lo vidi per la prima volta nella mia vita, nel parchetto della scuola elementare. Un omone, non molto anziano, capelli bianchi, con la tuta dell’Inter e l’aria molto seria. Iniziai a vederlo ogni giorno, mi faceva quasi paura. Scoprii che portava e veniva a prendere suo nipote Riccardo, che aveva appena iniziato la prima elementare. Io ero in quarta. Il mio compagno Andrea, che giocava come portiere proprio nel C.s Vittuone, mi disse che ora faceva il dirigente, ma che prima aveva fatto l’allenatore. Passarono due anni, nei quali non feci altro che ascoltare le leggende che sentivo sul C.s Vittuone.
“Loro sono affiliati all’Inter, sono fortissimi. Fanno una selezione su quaranta giocatori. Devi essere un mostro per essere preso”.
Più passavano i giorni, più volevo vedere cosa avessero di così tanto forte i ragazzi che militavano in questa squadra. Poi un giorno, quasi per scherzo, Andre mi propose di andare a giocare da loro. Aveva già parlato con l’Angelo, abitavano uno di fianco all’altro. Tant’è che Andre non ha mai avuto bisogno della sveglia per le partite che si giocavano di mattina, ci pensava l’Angelo a svegliarlo, urlandoglielo.
L’angelo mi disse: “vieni a vedere una partita, vedi com’è il posto, conosci l’allenatore, i compagni e poi decidi”. Gli dissi di sì. Naturalmente. All’epoca giocavo nell’altra squadra di Vittuone, l’Oratoriana Vittuone. Avevamo appena vinto il campionato ed ero al culmine della felicità. Uscii da scuola con Andre, Angelo ci stava aspettando. Mi disse che sarebbe passato a prendermi a casa, più tardi. Qualche ora dopo il citofono di casa suonò, uscii, davanti al cancello c’era parcheggiata l’Audi di quell’omone. Andre era seduto davanti che mi sorrideva e l’Angelo era di fianco a lui. Salii. Mi sembrò di essere diventato improvvisamente una star, un giocatore di serie A. Erano venuti a prendermi a casa. Arrivammo al campo, mi prese e mi fece vedere gli spogliatoi, i campi, mi presentò al mister Arnaldo e ad uno a uno a tutti quelli che sarebbero diventati i miei compagni. Mi fecero sedere in panchina, per vedere meglio la partita. Mi accorsi che di alieno lì non c’era nessuno, avrei potuto far parte anche io di questa squadra affiliata all’Inter. Così fu.
Passai subito al C.s Vittuone, riuscii ad andare anche in Spagna per partecipare ad un torneo estivo. La location del torneo era la bellissima Barcellona, il torneo durava una settimana. Fui l’unico ragazzino a non essere accompagnato dai genitori. Mio padre non poteva lasciare il lavoro e mia madre doveva prendersi cura di mio fratello più piccolo. Nessun problema, avevo appena acquisito un altro padre. L’Angelo fece di tutto per portarmi. E ci riuscì. L’avventura a Barcellona fu fantastica, avevamo solo dieci anni, alloggiavamo in un bellissimo Hotel con piscina, la spiaggia era a pochi metri da noi, avevamo appena dato gli esami di quinta elementare e sapevamo solo divertirci. Mi ricordo due situazioni particolari di quella settimana. La prima si verificò nella sala giochi dell’Hotel, stavamo giocando a biliardo e l’Angelo stava giocando con noi, da buoni italiani non lasciavamo cadere le palline in buca, per poter giocare un’infinità di partite. Dopo una buona ora di gioco, una signora di non so quale nazionalità, ci urlò “finish, finish”, voleva giocare con i suoi bambini. L’angelo, con un inglese di circostanza e la sua voce sonante le rispose a tono, “NO FINISH”. La signora, insieme ai suoi figli lasciarono la sala con la coda tra le gambe. L’altro evento furono le partite di carte. C’era una saletta angusta fatta apposta per chi volesse giocare a carte. Quando giocava l’Angelo, se ne accorgeva tutto l’Hotel. Non oso immaginare la pressione che aveva addosso il suo compagno. Non voleva mai perdere, era un perfezionista. La ciliegina sulla torta fu la vittoria del torneo.
Tornammo in Italia da campioni. Un giornale locale scrisse un articolo su di noi, “piccoli ma già vincenti”. Per la felicità dell’Angelo, in finale indossammo la maglia della sua amata Inter.

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In quel torneo riuscii anche a segnare una rete, furono partite difficili per me. Non avevo mai giocato a undici, solo a sette. I miei compagni erano più pronti di me, avendo fatto un anno a nove. Nella registrazione delle partite, dopo il mio gol si sente l’Angelo dire:
“E’ bravo, gioca a testa alta.”
Diventò il mio secondo padre inconsapevolmente. Stravedeva per me, gli piaceva il mio modo di giocare, mi aveva scoperto lui. Non lo sapevo, ma era venuto a vedermi durante i tornei di maggio, mentre giocavo ancora all’Oratoriana. Ero la sua scoperta e partita dopo partita, non facevo altro che segnare e migliorare. Spendeva sempre parole al miele per me. Guai a chi si permetteva di dirmi qualcosa. Aveva l’abitudine di guardare le nostre partite a bordo campo e quando qualcuno di noi sbagliava, il suo rimprovero arrivava bello potente alle nostre orecchie. A tutti, tranne che a me. I miei amici ancora mi fanno pesare simpaticamente un episodio.
Un giorno sbagliai un passaggio malamente. L’Angelo non era riuscito a capire chi avesse sbagliato e ad alta voce, molto arrabbiato, chiese:
“CHI HA SBAGLIATOOO?”
Qualcuno, con non so quale coraggio, gli disse:
“Eeee Angelo, è stato Jimmy.”
La sua risposta fu secca.
“E’ STANCO”.
Io ero quello da accarezzare, da coccolare, da non sgridare. Si emozionava quando mi vedeva giocare. Me ne accorsi in due situazioni. La prima fu durante un torneo internazionale, che giocammo proprio in casa nostra. Nella partita decisiva del girone, segnai il due a zero, contro una squadra tedesca, che ci permise di andare in semifinale. Dopo aver segnato mi misi a correre verso la tribuna, lui era a bordo campo, sulla pista di atletica. Era immobile. Gli occhi lucidi e un sorriso enorme. Successe ancora, in un torneo importante che disputammo a Cusano Milanino. Dopo essere arrivati secondi, in un torneo che prevedeva più di trenta squadra. Giocammo un triangolare con due squadre professionistiche. Il vincitore del triangolare sarebbe andato in finale, contro l’altra vincente del triangolare. Nella prima partita vincemmo contro il Monza. Due a zero. Il secondo gol lo segnai ancora io. Questa volta Angelo era in panchina, non vidi la sua reazione dopo il gol, ma tutti mi dissero che si era messo a piangere. Rischiammo di distruggerlo, l’anno in cui giocammo il playout per non retrocede dai regionali.
Non venne a vedere la partita, glielo impedimmo. Rischiavamo di perdere la categoria, non avrebbe retto ad una catastrofe del genere. Rimase a casa. Penso che abbia chiamato ogni minuto, per sapere il risultato. Segnai anche in quella partita, il primo gol, vincemmo tre a uno. Dopo il loro pareggio, il mio compagno Alessio, mise a segno una doppietta che ci permise di evitare la tragedia. Eravamo salvi, menomale cazzo. Non potevamo dargli una delusione del genere.
Dopo la partita andai con mio padre a casa sua, per dargli le magliette della partita e tutto il materiale. Uscì di casa, aveva gli occhi lucidi, sembrava incapace di intendere e di volere. Mio padre lo abbracciò, capii dai suoi occhi quanto era importante per lui il C.s Vittuone, quanto eravamo importanti noi, i suoi ragazzi. E quanto era importante quel maledetto oggetto sferico. Non riuscì a parlare, biascicò un grazie in qualche modo. Viveva per il calcio, viveva per il C.s Vittuone, apriva e chiudeva lui il cancello. Per qualsiasi cosa, bisognava chiedere all’Angelo. Sapevo tutto di tutte le varie squadre, dai primi calci alla prima squadra. Era il database del Vittuone. Non esisteva problema che non potesse risolvere. I palloni doveva gonfiarli assolutamente lui, era l’unico a conoscenza della pressione giusta che dovevano avere. Riconosceva all’istante un pallone che non era stato gonfiato dalle sue mani. Tutti lo amavano. Dai bambini, agli allenatori, ai dirigenti, ai genitori.
Poi c’ero io che miglioravo a vista d’occhio. Ero il suo motivo di orgoglio. “L’ho scoperto io”. Diceva sempre. Aveva anche la capacità di prevedere il mio futuro. Al terzo anno mi disse: “quest’anno esploderai, questo sarà il tuo anno migliore”. Prima arrivò il provino all’Inter, poi la convocazione per la rappresentativa regionale. Lo fece sapere a tutti. Mi prese per mano e mi portò a spasso per il centro sportivo ad avvisare tutti quelli che si stavano allenando. Le convocazioni della rappresentativa erano frequenti, ad un orario difficile per un lavoratore. Mio padre non avrebbe potuto lasciare il lavoro, ma non c’era problema. C’era l’altro padre. Come arrivava il fax dalla federazione, la scena era sempre la stessa. Veniva negli spogliatoi ad avvisarmi e mi diceva che mi avrebbe aspettato fuori da scuola.
“Preparati un panino, lo mangi in macchina. Ti accompagno io”. Il viaggio in macchina era sempre un divertimento. Io ero sempre convinto che l’Angelo sapesse la strada, fino al momento in cui indeciso e arrabbiato mi chiedeva: “Jimmy dove dobbiamo andare?”
Capite che non potevo rispondergli, “non lo so”. Era più teso di me in quelle situazioni. Dopo la prima partita mi disse che gli osservatori della Juventus mi avevano fatto i complimenti. Era più felice lui di me. Le convocazioni continuarono per un anno, fino a maggio. Quando la federazione stilò, quella che secondo loro, era la lista dei venti più bravi della Lombardia. Io ero tra quelli. Se avesse potuto, avrebbe messo i cartelloni pubblicitari con la notizia per tutta Vittuone. Ad una delle ultime convocazioni, uno degli allenatori della rappresentativa lo prese da parte, per parlargli bene di me. Non potete capire in che condizioni era. Gli occhi gli brillavano dalla felicità, aveva un sorriso che non finiva più, sembrava levitasse da terra. Stavo compiendo una sorta di miracolo. Stavo rendendo fieri di me, entrambi i miei padri.  Previde anche un’altra cosa. All’epoca giocavo sempre davanti, come punta, seconda punta, trequartista o ala. Mi ripeteva sempre: “tu sei un centrocampista”. Ebbe ragione anche su questo.
Ha sempre dato tutto per  questo sport. Viveva il calcio con tutti gli organi. Non era solo uno sport con  il quale riempire il proprio tempo libero. Quel pallone è sempre stata la sua vita. Dietro a quel pallone era arrivato a giocare per squadre importanti. Dietro a quel pallone si era preso una squalifica a vita, poi ridotta a qualche anno. Il suo rapporto con gli arbitri non è mai stato facilissimo. Anche se, quando ci narrava le sue gesta, si ricordava nome cognome e sezione dell’arbitro. Ci raccontava sempre il suo errore, voleva essere sicuro che noi non lo avremmo commesso.
Si arrabbiava spesso con noi, ci riprendeva sempre. Ripeteva che lui, con i suoi piedi da falegname, era arrivato in alto. Non ce lo diceva, ma voleva farci capire che se ci fossimo impegnati come lui, avremmo potuto raggiungere anche noi quei livelli. Ci riprendeva per tante cose. Le scarpe prima di tutto. Odiava che ci allacciassimo le scarpe da seduti, bisognava alzarsi in piedi, appoggiare il piede sulla panchina e allacciarle. Bisognava tenera la caviglia bloccata negli esercizi dei passaggi al volo. Trovava sempre qualcosa che non gli andava bene. Lo amavamo proprio per questo. Arrivavi al campo e lo sentivi urlare, qualcuno riusciva sempre a farlo arrabbiare. Era il cuore, l’anima di quel centro sportivo.
Il destino ha deciso di portarcelo via proprio lì, dove ha trascorso la maggior parte dei suoi giorni, in quel prato verde in mezzo ai palloni. Quel posto che gli ha fatto da casa, per tutta la sua vita.
Avevamo giocato fuori casa quel sabato . Tornammo al campo per ridare il materiale e vidi l’elisoccorso.
“E’ per l’Angelo. Si è sentito male”. Speravo che fosse una cosa da niente. Era forte, non si sarebbe di certo fatto buttar giù da un malore. E poi era il mio secondo padre. Le cose brutte succedevano sempre agli altri, mai alla mia famiglia. Tornai a casa, convinto di vederlo agli allenamenti la settimana successiva.
Durante la cena, il padre di un mio compagno ci diede la tragica notizia. La morte aveva colpito anche me, aveva colpito la mia famiglia. Non riuscii a mettere a fuoco l’accaduto. Durante il funerale continuavo a ripetermi che era uno scherzo, che l’avrei visto lunedì al campo, che si sarebbe arrabbiato con tutti per questo scherzo.
Lunedì andai al campo ad allenarmi. C’era un silenzio irreale, non si sentiva l’Angelo urlare. Tutti avevano la testa bassa. Nessuno aveva voglia di parlare, purtroppo non era uno scherzo. L’Angelo non c’era più. Me ne andai dal C.s Vittuone l’anno successivo. Prima di cambiare squadra, con i miei compagni vincemmo il primo Memorial organizzato per lui. Non poteva essere altrimenti. Non si poteva perdere. Tutti ad unanimità, decisero che la coppa avrei dovuto tenerla io. La alzai al cielo e la portai a casa.
Per qualche anno non sono riuscito ad andare al cimitero. Non volevo fare i conti con la realtà. Non volevo avere la prova, che veramente il mio secondo padre non c’era più. Ci ho messo un po’, ma dopo tanto tempo sono riuscito ad andare a trovarlo. Non gliel’ho mai detto, perché sono sicuro che lo farei arrabbiare, ma una parte del giocatore che lui ha cresciuto e coccolato, se n’è andata con lui quel giorno. Non sono più stato lo stesso Jimmy, da quel maledetto giorno.
Non posso dirglielo, mi sgriderebbe per davvero questa volta. Allora mi fermo ad osservare la sua foto e me lo immagino, in piedi davanti alla panchina della sua nuova squadra, mentre se la prende per il minimo errore dei suoi giocatori. Poi sorrido alla sua foto e mi avvio verso casa, cercando a stento, di trattenere le lacrime.

Gezim Qadraku.

Il miracolo albanese

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“Mamma diceva che i miracoli accadono tutti i giorni”. Così parlava  Tom Hanks, nel film “Forrest Gump”.
E’ un vero e proprio miracolo quello che si è materializzato la sera dell’11 ottobre a Yeravan, capitale dell’Armenia. In programma c’era l’ultima partita valida per le qualificazioni agli europei 2016, tra Armenia e Albania. Agli albanesi serviva una vittoria, per scavalcare la Danimarca e aggiudicarsi la qualificazione diretta. Così è stato, le aquile rossonere si sono imposte vincendo per tre a zero.
L’iniziale autogol di Hovhannisyan è stato seguito dalle reti di Xhimsiti e Sadiku. La galoppata albanese è iniziata la sera del 7 settembre 2014 ad Aveiro, dove gli uomini di De Biasi compirono il primo piccolo miracolo della loro cavalcata, battendo per uno a zero il Portogallo.
Il girone era uno dei più difficili, oltre ai compagni di Cristiano Ronaldo, c’era l’ottima Danimarca e i rivali per eccellenza, la Serbia. Il fanalino di coda era l’Armenia.
E’ stato un cammino durato otto partite, lungo, faticoso, caratterizzato da spirito di sacrificio, cuore, impegno, sudore, un pizzico di fortuna e tanto tatticismo italiano. Questo probabilmente è stato uno dei fattori determinanti, l’allenatore italiano ha insegnato ai suoi ragazzi a stare in campo. Solo due le sconfitte rimediate dai rossoneri, entrambe arrivate negli ultimi minuti di recupero. Solo cinque i gol subiti, a testimonianza di quanto il lavoro di De Biasi sia stato appreso dai ragazzi. Ci si ricorderà per sempre del derby con la Serbia giocatosi a Belgrado. Sospeso per la rissa che si accese in campo tra i giocatori, dopo che un drone era atterrato sul terreno di gioco con la bandiera della grande Albania. La bandiera raffigurava il territorio albanese, comprensivo delle regioni che attualmente non ne fanno parte.
Inoltre, i volti di Isa Boletini e Ismail Qemali, i due personaggi più rappresentativi dell’indipendenza albanese dall’impero ottomano, ottenuta nel 1912.
Dopo la sospensione, l’UEFA ha condannato la Serbia, il risultato della partita è stato infatti deciso a tavolino,  tre a zero per l’Albania.

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Tutti si aspettavano di festeggiare la qualificazione nella partita di ritorno proprio contro la Serbia all’Elbasan Arena, la nazionale serba però ha avuto la meglio, vincendo per due a zero. Sarebbe stato veramente troppo, qualificarsi all’europeo battendo i serbi. Si sarebbe festeggiato per una vita intera, il destino invece ha solamente ritardato di qualche ora il miracolo. Tutte le strade albanesi sono state prese d’assalto al triplice fischio, una popolazione intera ha potuto fare finalmente festa. Sono state aperte le porte dello stadio Elbasan a tutti i tifosi, Prishtina (capitale del Kosovo) dove era stato installato un maxi schermo è stata inondata dalle bandiere albanesi e dai fuochi d’artificio. Oltre metà della nazionale, è composta da ragazzi di origine Kosovara.
Festa che durerà molto probabilmente fino all’inizio dell’europeo, “stiamo ancora festeggiando, non abbiamo smesso un secondo di bere e di mangiare”, ha affermato Erjon Bogdani, ex attaccante della nazionale e di Verona, Cesena e Siena (fra le altre) ora vice allenatore della nazionale. Il fatto che in questa qualificazione ci sia un po’ di italiano rende tutto ancora più suggestivo. Nessuna potrà mai dimenticarsi di quello che successe nel 1991.
Quando sulle coste italiane arrivarono un numero infinito di albanesi, che scappavano dalla dittatura comunista, dalla crisi economica e cercavano l’America in Italia. La migrazione iniziò a marzo, ma le immagini che tutti ricorderanno sono quelle della nave Vlora, che attraccò al porto di Bari l’otto agosto. Portava con sé più di ventimila persone, stipate all’invero simile. La nave era completamente ricoperta di uomini e di donne. Cercavano tutti un futuro migliore, in molti l’hanno trovato. Tanto che sono ritornati nella loro terra, dopo aver completato gli studi in Italia e aver impiegato al meglio i sacrifici dei propri genitori. E’ cambiato tanto da quell’estate di ventiquattro anni fa, tanto che ora ci sono italiani che vanno a lavorare in Albania. Chi l’avrebbe mai detto.  Questo è il momento di rivalsa per un popolo intero. Additato sempre come fanalino di coda del continente, etichettati come immigrati, ladri, criminali, mafiosi.
Il presidente della repubblica albanese, Bujar Nishani, ha concesso la medaglia “Onore della nazione”, alla nazionale di calcio. Precisando di aver preso questa decisione come “riconoscimento per lo storico traguardo, e per aver portato in alto l’immagine dell’Albania e degli albanesi nel mondo, rendendoci più che mai fieri e uniti”.

Albania supporters cheer for their team before their Euro 2016 Group I qualifying soccer match against Serbia in Elbasan, Albania October 8, 2015. REUTERS/Arben Celi
Il prossimo dieci giugno, sarà il debutto assoluto per l’Albania in una competizione internazionale. Le strade francesi saranno rossonere, non ci sarà albanese che non andrà a godersi dal vivo la propria nazionale, il proprio orgoglio, i propri colori.
Quindi Europa occhio, che gli albanesi stanno arrivando.
E come si dice dalle nostre parti,
RROFT SHQIPERIA.

Gezim Qadraku.