Un pomeriggio nella ex-Jugoslavia

Appena arrivato in aeroporto ricevo il messaggio del capo, “Com’è andato il viaggio?“, “vaffanculo” vorrei rispondergli. “Tutto bene grazie” gli scrivo. Non volevo fare il giornalista che va in giro per il mondo ad intervistare chiunque. Volevo solo starmene a Milano a raccontare i fatti di cronaca, le vicende politiche e soprattutto il calcio. Basta scrivere di calcio in Italia, e la gente ti legge. Dopo un anno di articoli sulla serie A e sulla vita quotidiana di Milano, mi è stato detto di andare nella Ex-Jugoslavia per vedere com’è la situazione dopo venti anni dalla fine della guerra. Capirai cosa cazzo può interessare alla gente di come stanno questi dopo la guerra. A nessuno è interessato nulla durante il conflitto, figuriamoci ora.
Il capo si è preoccupato di tutto, mi ha prenotato una camera in un appartamento. “Non ti faranno mancare nulla, avrai una camera enorme, letto matrimoniale, cucina, balcone ampio, condizionatore, e altri comfort“.
Fermo un taxi, una mercedes talmente vecchia che penso di vederla per la prima volta nella mia vita, l’autista scende di corsa e si catapulta sul mio bagaglio, lo prende e lo sistema nel baule. “Dobar dan, kamo cete?” mi chiede.
Sorry, i don’t speak your language“, mi sorride un po’ imbarazzato, tiro fuori dalla tasca il bigliettino e gli mostro la via dell’appartamento.
Ok” mi risponde. Passiamo per le stradine di questa città, si passa da un estremo all’altro. Posti nei quali sembra che la guerra non ci sia mai stata, ad altri dove la guerra sembra sia tutt’ora in corso. Dopo venti minuti sono arrivato a destinazione.
Lo ringrazio, mi saluta con un cenno della mano e sparisce tra le stradine di questo strano posto. Non c’è un campanello o qualcosa che gli assomigli nel cancello di questo appartamento, entro cercando di non fare troppo rumore, ma nella speranza che qualcuno mi senta. Neanche il tempo di fare il secondo passo che da una porta esce questo omone, vestito solo di una maglietta bianca che non riesce nell’impresa di nascondere tutta la sua pancia.
Sdravko, nice to meet you“, cazzo menomale che parla inglese. Mi presento, conosce il capo, dice che mi stavano aspettando. “Stavano?“, penso io. Arriva la moglie, Ana. Dio mio che bella. “Ma cosa ci fai con questo ciccione?” mi viene da chiederle, ancora prima di presentarmi.
È magra, al limite dell’anoressia, occhi azzurri ghiaccio, uno sguardo malvagio, fino a quando non decide di sorridermi e di farmi perdere il contatto con la realtà. Si parlano, incredibile come il loro timbro di voce cambi quando si esprimono nella loro lingua. Diventa diverso, naturale, sembra quasi cattivo, sembra che stiano litigando. Invece scoppiano a ridere. Mi staranno prendendo in giro. Si saranno accorti che sono rimasto folgorato dalla bellezza di Ana.
Scappo subito sopra, nella mia camera, meglio vederla il meno possibile, prima che mi venga qualche istinto da stupratore. Entro in camera, ci sono tutti i comfort che il capo mi aveva promesso. Mi serviva solo un letto, ma va bene. Due settimane saranno lunghe in questo strano posto. Mi faccio una doccia veloce e decido di uscire fuori a mangiare. Sono ancora le sei e mezza, ma il viaggio mi ha fatto venire fame. Scendo, non avendo la minima idea di dove andare, ma non mi va di chiedere. Mi avvio in questa stradina deserta, l’asfalto c’è, non è nuovo, abbastanza consumato, ma comunque c’è. Sento delle voci in lontananza, sembrano bambini, affretto il passo e dopo un centinaio di  metri, mi accorgo che sulla sinistra c’è un gruppo di bambini che giocano a calcio. Non è un campo da calcetto, non ci sono delle porte, non c’è neanche l’erba. La forma dello spiazzo è qualcosa che somiglia ad un rettangolo, c’è solo della terra e quella sfera che salta da un piede all’altro. Mi fermo a guardarli, rimango impietrito dalla scena. Siamo nel 2015, a Milano i loro coetanei giocano con gli smartphone e gli iPad. Non pensavo fosse possibile una cosa del genere. Non pensavo che i bambini giocassero ancora. Non c’è alcun segno di tecnologia, non vedo cellulari o apparecchi simili. Forse non se li possono permettere, non hanno idea di quanto sono fortunati. Ci sono sole delle biciclette, tutte buttate per terra, tutte vecchie a parte una. Una mountain bike che assomiglia ad un Chopper, è l’unica che ha il cavalletto e quindi l’unica che rimane su da sola. Continuo ad osservarli, la palla è nei piedi di questo bambino cicciotto, è mancino, è abbastanza elegante nei movimenti, stoppa bene la palla e fa dei buoni passaggi.
Stevaaaan, Stevaaaan” gli urlano gli altri. Scopro il suo nome e continuo a fissarlo, mi piace. Mi piace perché quando gli rubano la palla si ferma, mette i chiodi per terra e non si muove, segue l’azione con lo sguardo e si mette le mani sui fianchi, come se qualcuno gli avesse fatto un torto. Dopo qualche minuto avviene la tragedia. Un ragazzo sbaglia a calciare e la palla finisce in un prato recintato. La recinzione sarà alta quasi due metri, i bambini non ci potranno mai arrivare. Leggo la delusione nei loro volti, qualcuno se la prende con Milos. Danno la colpa a lui, Milos non ci sta e risponde a tono. E’ arrivato il momento di trasformarmi in un supereroe. Entro in campo, lascio la macchina fotografica nelle mani di uno dei bambini e scavalco la recinzione. Salto giù, prendo il pallone e lo rilancio in campo. I bambini urlano, qualcuno corre, qualcuno mi aspetta per ringraziarmi. Il volto di Milos è sollevato.
Scavalco e torno in campo, corrono ad abbracciarmi, continuano a dire “fala“, vorrà dire grazie. Accarezzo qualche testa e batto il cinque a qualcuno. Devo ancora scoprire cosa ha portato via e cosa ha lasciato la guerra, in questo strambo paese. Di certo la genuinità di chi ci abita è rimasta. I bambini interpretano ancora il ruolo dei bambini. I bambini nella ex-Jugoslavia giocano ancora in strada, questo è qualcosa di meraviglioso. Esco dal campo e rimango a guardarli, decido di scattare qualche foto. Qualcosa dentro di me, mi dice che potrei entrare a giocare con loro. Non mi va, voglio lasciarli al loro gioco, al loro divertimento, alla loro goduria. Sarei solo di intralcio. Vorrei andare da Stevan e dirgli di godersi questi momenti, dirgli di dare tutto quello che ha mentre gioca, dirgli di correre ad aiutare i suoi compagni quando perde la palla, vorrei dirgli tante cose. Ma rimango lì, dove una immaginaria linea bianca delimita la fine del loro campo. Sento una lacrima scendere dal mio occhio sinistro. Mi sono emozionato. Mi sono commosso senza neanche rendermene conto. Mi accorgo di aver salvato il loro pomeriggio. Loro sono inconsapevoli di aver salvato me. È bastato un pezzo di terra, con dei bambini felici che rincorrono un pallone, per farmi tremare il cuore.
Fala djeca, fala.

Gezim Qadraku.

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6 pensieri su “Un pomeriggio nella ex-Jugoslavia

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