La felicità

La felicità la vedi ovunque.
Un bambino che mangia il suo primo gelato.
Due ragazzini che si scambiano il loro primo bacio.
Le persone ad un concerto.
Una famiglia al mare.
Il tuo amico che realizza il suo sogno.
Una coppia che si sposa e si giura amore eterno.
Tua madre quanto torni a casa.
Il tuo cane quando lo porti a giocare.
Il tuo vicino di casa che ha comprato la macchina nuova.
Il tuo collega che ha ricevuto l’aumento.
Un bambino che spegne le candeline del suo compleanno.
Il tuo compagno di squadra che ha segnato il gol decisivo.
La nonna quando la vai a trovare.
I tuoi parenti che hanno comprato la casa nuova.
Il tuo compagno di classe che ha preso un bel voto senza studiare.
La tua ragazza quando le dici che sei sotto casa ad aspettarla.
Le famiglie felici nei film.
Una scolaresca in gita.
Un gruppo di amici in vacanza.
Un anziano a passeggio con il nipote.
Un giovane nel giorno della sua laurea.
Una donna che ha appena scoperto di essere incinta.
Due amici che si ritrovano dopo tanto tempo.
I giovani in discoteca.
Tuo padre quando torna a casa dopo una giornata di lavoro.
Uno sportivo che frantuma un record.
I bambini la mattina di Natale.
I tuoi amici nelle foto dei social network.
La felicità è una cosa che vedi sempre negli altri.

Gezim Qadraku.

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La regola del gioco

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1996, Stati Uniti d’America. Gary Webb riceve una telefonata. Dall’altra parte della cornetta c’è una donna, la discussione dura pochi secondi. Il giornalista del “San Josè Mercury News” mette giù il telefono, incredulo di quello che ha sentito. Ha appena ricevuto una bomba. Oltre all’ordigno, si ritrova in mano anche la miccia per farlo esplodere.
Il governo americano sarebbe implicato nella vendita di cocaina per finanziare una guerra, illegale. Quella condotta dai Contras, in Nicaragua.
Inizia per il protagonista un lavoro duro, estenuante e infinito. Una ricerca complicata di notizie, di fonti, di prove.
Gary Webb non ha alcun dubbio, vuole farla scoppiare questa bomba.
Nonostante questa sia, “una storia troppo vera per essere raccontata,” nonostante metta a rischio il suo lavoro, la sua credibilità, i suoi colleghi, ma soprattutto la sua famiglia.

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E’ uno di quei film, in cui non ti interessano tanto le interpretazioni, gli attori, la regia, i discorsi. E’ un film positivo. È un film coraggioso. E’ un film utile.
Sì perché, verrebbe naturale pensare che leggere i giornali, vuol dire leggere la verità. Invece, la storia continua a dirci che non è così.
Che i giornali ci dicono la verità quando vogliono. Che i governi non sono poi così buoni. Che noi semplici cittadini siamo veramente distanti dalla verità.
E’ un film che ti apre gli occhi. Sì perché, ci hanno bendati e non vogliono farci vedere nulla.
Però, ogni tanto, per caso, salta fuori qualche pecora nera che non si accontenta. Che si sente obbligato a divulgare la verità.
Queste sono le persone come Gary Webb.
Persone che cambiano il mondo.

Voto: 7,5.

Gezim Qadraku.

Noi amanti del calcio

Noi amanti del calcio.
Noi che ancora prima di camminare, calciavamo.
Noi che abbiamo iniziato a giocare per strada, al parco, in oratorio.
Noi che bastava un pallone, il resto non era importante. Ci si arrangiava in qualsiasi modo.
Noi che il tango lo mettevamo sotto l’incrocio. (E non è facile con il tango)
Noi che se venivi scelto per primo nelle partite tra gli amici, eri di diritto il più forte di tutti.
Noi che se venivi scelto per ultimo, voleva dire che i tuoi amici avevano sentenziato che facevi schifo e potevi tranquillamente appendere le scarpe al chiodo. Anche se avevi solo cinque anni.
Noi che “Posso giocare?” “Non lo so, non è mia la palla.”
Noi che se la nostra squadra del cuore perdeva un big match, non se ne parlava di andare a scuola il giorno dopo.
Noi degli scarpini e delle esultanze dei nostri idoli.
Noi che a scuola eravamo bravi solo in geografia, grazie al calcio ovviamente.
Noi che a scuola ci andavamo carichi per la partita dell’intervallo contro le altre classi.
Noi che abbiamo provato ad arrivarci a giocare davanti alle telecamere.
Noi che poteva e doveva, andare diversamente.
Noi che nonostante tutto continuiamo a rincorrerla, quella palla.
Noi che non abbiamo mai giocato per i soldi.
Noi che ci alzavamo anche la domenica mattina per giocare.
Noi che ora ci riduciamo alle partite di calcetto, con gli stessi amici di sempre.
Noi che ci rendiamo conto di quanto siamo lontani da quel calcio che abbiamo sempre sognato.
Noi che abbiamo sognato di cantare l’inno della Champions.
Noi che abbiamo sognato di alzare la coppa del mondo.
Noi che se avessimo giocato la Domenica come giocavamo contro gli amici, saremmo arrivati tutti in serie A.
Noi che la serata perfetta è, divano, pizza, birra, amici e Champions League.
Noi che abbiamo per casa quel rettangolo verde.
Noi che siamo riusciti a spiegare il fuorigioco alle nostre ragazze.
Noi che la domenica senza calcio è insignificante.
Noi che viviamo da agosto a maggio. Ogni due anni anche per tutto il mese di giugno.
Noi che nel fantacalcio ci trasformiamo in osservatori e allenatori.
Noi del calciomercato d’estate.
Noi che i nostri idoli andiamo ad accoglierli in aeroporto.
Noi che alla Playstation, esistono solo due giochi. Fifa o Pes.
Noi dei brividi che proviamo ogni volta che andiamo allo stadio.
Noi che il nostro stato d’animo è direttamente collegato ai risultati della nostra squadra del cuore.
Noi che abbiamo sempre risolto i nostri problemi calciando quel pallone.
Noi che ci sentiamo tutti allenatori quando si discute di calcio.
Noi che abbiamo provato solo una sensazione dei nostri idoli. Quella peggiore. L’infortunio.
Noi che ci siamo dovuti rialzare da soli, senza l’aiuto di nessuno.
Noi che ci siamo sentiti dire quella maledetta frase. “Rischi di non poter giocare più.”
Noi che abbiamo preso quella frase e l’abbiamo scaraventata in porta.
Noi che siamo tornati a correre come prima.
Noi che se ci cade qualcosa dalle mani cerchiamo di salvarla con i piedi.
Noi che ora abbiamo davvero paura, che tra scandali e scommesse, ce lo rovinino per davvero, il nostro gioco preferito.
Noi del “Ma cosa ne sapete voi di cosa si prova a giocare a questo sport meraviglioso?”
Noi che il calcio è tutto, tranne che uno sport.
Noi che il pallone è il nostro cuore.
E come dice Johnny Depp in un famoso film.
“E tu sei il mio cuore, potrei vivere senza il mio cuore?”

Gezim Qadraku.

Il tempo con lei non bastava mai.

Fece quello che fanno tutti gli uomini privi di coraggio, decise di diventarle amico. Pur di non perderla, pur di poter passare il suo tempo con lei, prese la decisione peggiore che un uomo possa prendere. Diventare amico di una ragazza che ama.
Il bisogno di averla nella sua vita, era maggiore di qualsiasi altra cosa. Si vedevano poco, solo quando lei riusciva a trovare qualche sprazzo di tempo da poter dedicare a lui.
Dipendeva tutto da lei. Se fosse stato per lui, si sarebbero visti ogni giorno. Per lui ogni cosa passava in secondo piano. Smetteva di studiare per lei, tornava a casa tardi per lei, abbandonava gli amici per lei, restava sveglio le notti per lei.
La amava, perché le dedicava il suo tempo.
Ogni momento passato insieme rappresentava per lui, l’apice della felicità. Lei si prendeva il permesso di toccarlo, di abbracciarlo, di baciarlo. Lei aveva il pieno controllo su di lui, ma non se ne rendeva conto. Il culmine della felicità si trasformava in un fondo di infelicità, quando arrivava il momento di salutarsi e di ritornare a casa.
Era sempre quel momento a ricordargli che errore avesse commesso. A ricordargli che in questo modo non faceva altro che allontanarla da sé. Tornato a casa, tutti questi pensieri finivano nel dimenticatoio e ricominciava a pensare al prossimo appuntamento. Non ne voleva sapere di troncare il rapporto. Ogni tanto cercava di lanciarle qualche segnale. Le scriveva qualche messaggio un po’ più sentimentale, la abbracciava un po’ più forte del solito, la riempiva di complimenti, ma lei non capiva. Le donne capiscono sempre tutto, ma a volte fanno finta di niente. Ogni giorno era un miscuglio di gioia, abbattimento, speranza. Quella maledetta speranza che si impossessava di lui, se lei gli chiedeva di uscire. E via ad altri viaggi mentali, ad altri sogni in cui finalmente erano più che amici. I sogni però, rimanevano tali.
L’unica cosa sicura erano i momenti che trascorrevano vicini. Lui viveva grazie al tempo che passavano insieme. Anche se il tempo con lei non bastava mai.

Gezim Qadraku.

L’amico di famiglia

“Voglio essere coraggiosa. In fondo il coraggio è l’unica possibilità che abbiamo di cambiare le nostre vite quando non ci piacciono più. I rimpianti, invece, i rimpianti ci fanno morire tristi e soli.”

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Geremia De’ Geremi, è un uomo di una certa età, brutto, ricco, tirchio, cinico, ossessionato da tante, troppe cose. I soldi, la madre, il padre, le donne. Queste sono le caratteristiche che Sorrentino utilizza per creare il protagonista della storia. Geremia l’usuraio, per tutti l’amico di famiglia.
Lui è l’amico che ti aiuta nel momento del bisogno, che avrà il suo ultimo pensiero per te, che pone le condizioni, che tratta solo determinate cifre, che c’è anche quando non ti serve, se tu non rispetti le condizioni.
Un uomo che vive in una straziante monotonia. La madre da curare, in una casa da morto di fame. Gli affari, gestiti in una sartoria. L’ossessione per il padre, che lo ha abbandonato da piccolo, e fa il suo stesso lavoro, con cifre molto più importanti. E non ultimo, il suo amore per i gianduiotti. Un uomo convinto di non avere amici, di essere solo, che si autodefinisce un mostro. Tra gli affari di Geremia, capita un matrimonio. La bella Rosalba (Laura Chiatti) si sposa, ma la famiglia non può permettersi determinate spese. L’unica soluzione è chiedere un favore all’amico di famiglia. Il quale non rifiuta, ma si ritrova ad avere a che fare con qualcosa che non aveva, forse , mai incontrato.
Il sentimento. Ciò che si può provare nei confronti di un altro essere umano.

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Un film bello, vivo, in diverse parti ironico, vero, diretto, estroverso. Con un finale splendido.
Uno dei primi film di Sorrentino, nel quale si rivede la stessa idea del regista, che abbiamo potuto notare negli ultimi due film. Molto più acclamati. “La grande bellezza” e “Youth”.
Una telecamera che cerca di mostrare tutta la bellezza possibile che sta intorno agli attori. Un inserimento e un utilizzo delle colonne sonore, quasi perfetto. Scene di silenzio, condite da panorami e musica, che sono una delle caratteristiche del regista. Discorsi mai banali.
Un cast ristretto, ma ottimo nell’interpretazione dei ruoli.
Da sottolineare, la notevole prova di Giacomo Rizzo, nei panni dell’usuraio. Ottime anche le interpretazioni di Fabrizio Bentivoglio e Laura Chiatti.
Una pellicola che mostra la realtà, senza scorciatoie, senza mezze misure, ma la scaglia addosso allo spettatore.
La capacità di Sorrentino nel farci riflettere, è favolosa.

Voto: 8

Gezim Qadraku.

La partita mai giocata

Questa storia è ambientata in un paese che non esiste più. Un paese che potreste ritrovare solo nei film, nei racconti di chi ci è vissuto o negli atlanti di geografia precedenti al 1991.
Il paese in questione è la Jugoslavia.
Sei stati, cinque nazioni, quattro lingue, tre religioni, due alfabeti, un Tito. Questa filastrocca riassume molto brevemente ciò che era la Jugoslavia. Tenetevi bene a mente l’ultimo dettaglio, un Tito.
Questa storia parla di una partita, una partita di calcio. La quale si rivelerà un evento fondamentale per il corso della storia dei Balcani.

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13 maggio 1990, allo stadio Maksimir di Zagabria è previsto il big match, che mette di fronte la squadra di casa, la Dinamo di Zagabria. La quale annovera tra le sue fila giocatori come, Zvonimir Boban e Davor Suker. Dall’altra parte c’è la Stella Rossa di Belgrado, a proteggere la maglia a strisce verticali, bianco e rosse, ci sono talenti come Stojkovic, Prosinecki e Savicevic.
Oggi sarebbe naturale pensare ad un Croazia contro Serbia, ma all’epoca non era così. Fino a quei giorni, croati e serbi erano Jugoslavi. Giocavano insieme nella stessa nazionale, accompagnati da sloveni, montenegrini, bosniaci e macedoni.
La partita non inizia. Non inizierà mai. A nascere in quel pomeriggio di maggio è una guerra che avrà ripercussioni devastanti. L’incontro non viene disputato perché sugli spalti le tifoserie danno vita a scontri di una ferocia mai vista in uno stadio di calcio.
Mi correggo, mi sono limitato a dire “le tifoserie.”
Da una parte ci sono i Bad Blue Boys, gli ultrà della Dinamo di Zagabria. In quel periodo i Croati vogliono l’indipendenza, le elezioni sono state vinte da un nazionalista, Franjo Tudman (presidente dell’Unione Democratica Croata ed appoggiato dai tifosi bianco-blu) . Il quale non esita a utilizzare il calcio come strumento di propaganda.
Dall’altra parte ci sono i Delije, gli eroi, comandati da Željko Ražnjatović, per tutti Arkan. Uno degli uomini più ricercati dall’interpol negli anni ottanta per crimini commessi in vari paesi d’Europa (la sua prima rapina fu ai danni di un ristorante milanese, nel 1974). Successivamente sarà incriminato dall’ONU per crimini contro l’umanità, tra i quali genocidi e pulizie etniche. Morirà prima del processo.
I Delije si trovano proprio sotto ai tifosi croati, cominciano a cantare canzoni nazionalistiche per provocarli. Ci riescono. Iniziano lanci di oggetti, pietre e tutto quello che è possibile lanciare. I serbi rompono la barriera che li separa dai loro rivali e danno il via agli scontri. La polizia, pro serba, inizialmente non interviene. E’ obbligata ad intervenire quando, dall’altra parte dello stadio, gli ultrà Croati invadono il campo per dirigersi verso gli uomini di Arkan.
Gli scontri continuano e aumentano di cattiveria ed intensità, poliziotti contro ultrà, ma anche contro i giocatori. L’immagine simbolo di quel pomeriggio è quella di Boban che tira un calcio ad un poliziotto. Il popolo contro il potere.
Questo gesto lo renderà automaticamente eroe nazionale nel suo paese.

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La polizia, solo dopo l’arrivo dei rinforzi riuscirà a disperdere i tifosi, con l’utilizzo di lacrimogeni, cannoni ad acqua e gas.
La partita vine sospesa. Non si giocherà mai più.
Il commentatore , preoccupato e indignato dai fatti, preavvisa che quello che sta succedendo in campo potrebbe succedere anche fuori. Così sarà.
Quelle che prima ho citato come tifoserie, si ritroveranno un anno più tardi con uniforme e fucili, al posto di magliette da calcio e bandiere. Gli ultrà non canteranno più i cori, ma saranno protagonisti di uccisioni, pulizie etniche, stupri.
Ma perché queste tensioni? Perché questo bisogno di indipendenza solo ora?
Per capire meglio la vicenda bisogna andare indietro di dieci anni.
Ancora una volta nel mese di maggio, ancora una volta in un campo di calcio, ancora una volta una partita che vede contrapposte una squadra croata e una squadra serba. Si sta giocando Hajduk Spalato – Stella Rossa. La partita viene fermata, è successo quello che nessun Jugoslavo avrebbe voluto sentire. E’ morto Tito. Vi avevo detto di tenerlo a mente. Tito è stato il presidente della repubblica socialista federale di Jugoslavia per ventisette anni. L’unico in grado di tenere insieme una popolazione così diversa. E’ riuscito nell’impossibile.
Non ho vissuto in quell’epoca e mi sono sempre domandato come avesse fatto solo un uomo a tenere in ordine tutto quanto. A rendermi le idee un po’ più chiare ci è riuscito Pirandello.
“Quando il potere è in mano d’uno solo, quest’uno sa d’esser uno e di dover contentare molti; ma quando i molti governano, pensano soltanto a contentar se stessi, e si ha allora la tirannia più balorda e più odiosa: la tirannia mascherata da libertà”. Sia chiaro stiamo comunque parlando di un dittatore, però ancora oggi tutti lo rimpiangono. I miei genitori me lo dicono sempre, “si stava bene quando c’era Tito”.
Dopo la tragica notizia la Jugoslavia si ferma, la partita anche. C’è un silenzio surreale allo stadio, rotto solo dai pianti dei tifosi. La morte della Jugoslavia è iniziata proprio in quel lontano maggio del 1980.

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Le conseguenze della guerra sono state tragiche dal punto di vista umano. I Balcani sono stati il palcoscenico di pulizie etniche, genocidi, torture, massacri, stupri. Migliaia i morti. I due paesi che hanno subito più di tutti la strage sono stati la Bosnia e il Kosovo. La guerra è terminata solo dieci anni dopo il suo inizio.
L’esito cruciale è stata la disarticolazione della Jugoslavia. Ne sono nati sette paesi indipendenti. Slovenia, Croazia, Serbia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro, Macedonia e Kosovo.
E’ stata anche la definitiva morte del Brasile d’Europa. Ovvero, la nazionale di calcio della Jugoslavia. Quella squadra era composta da gente come, Stojkovic, Prosinecki, Boban, Pancev, Katanec, Savicevic. Il fax inviato dalla UEFA nel giugno del 1992 affermava che, “in osservanza della risoluzione 757 del consiglio di sicurezza delle nazioni unite, la Jugoslavia non potrà essere accettata in alcuna competizione sportiva”. Non parteciparono così all’europeo del 1992, al quale si erano qualificati. Il loro posto lo prese la Danimarca, che si aggiudicò il torneo. Che strano il destino scritto dagli dei del calcio. Il calcio Jugoslavo, aveva toccato il suo apice nel 1991, quando la Stella Rossa si aggiudicò la Champions League.

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Un’altra grande nazionale a morire è stata quella del Basket, con una storia che non sentireste da nessuna parte, se non nei Balcani. Quella di Vlade Divac e Drazen Petrovic, passati dall’essere amici fraterni a non rivolgersi più la parola. E’ sempre stata una vera miniera di talenti la Jugoslavia. E da quella zona continuano ad uscirne.
Modric, Mandzukic, Markovic, Pjanic, Dzeko, Kovacic, Halilovic. Per citarne alcuni.
Proviamo, per gioco, a formare quella che potrebbe essere oggi la nazionale Jugoslava.
Handanovic, Kolarov – Ivanovic – Nastasic – Srna , Modric – Pjanic – Rakitic – Kovacic, Dzeko – Mandzukic.
La situazione ora è decisamente più tranquilla rispetto all’epoca. Ma non si può affermare che tutto sia stato sistemato. L’esempio eclatante è la Bosnia ed Erzegovina, contenente tre etnie differenti dopo la guerra. Bosniaci-musulmani, Croati-cattolici e Serbi-ortodossi.
Un caso curioso è la città di Mostar, la quale è divisa in due dal fiume Neretva. Il ponte costruito per collegare le due sponde, in realtà viene utilizzato come strumento di divisione tra i musulmani e i cattolici. Un ponte che la popolazione non utilizza mai, sono solo i turisti ad usufruirne. Scuole nelle quali ci sono entrate e classi differenti per i Croati cattolici e per i Bosniaci musulmani. Addirittura l’insegnamento delle materie è diverso in base all’etnia. La storia insegnata nella federazione Serba è diversa a quella che viene insegnata nella federazione Croato-Bosniaca. L’orgoglio e il senso di appartenenza alle proprie origini, sono radicati in ogni persona in quantità eccessiva, in questa parte del mondo.
Per finire, torniamo da dove siamo partiti. Croazia – Serbia. I due paesi si sono affrontati di nuovo. In palio le qualificazioni per i mondiali brasiliani. In Brasile ci è andata la Croazia. Inutile che vi stia a dire qual’era il clima durante le due partite. Guardate questo fallo di Simunic, vi aiuterà ad avere un’idea più chiara.

https://www.youtube.com/watch?v=-nwIpMMBR_Q

Un altro incrocio pericoloso è stato quello tra Serbia e Albania, valido per le qualificazioni agli europei dell’anno prossimo in Francia. Durante il primo tempo, un drone con una bandiera dell’Albania, è stato fatto scendere sul terreno di gioco. Un giocatore serbo ha preso la bandiera e ha cercato di strapparla. Questo ha provocato la reazione dei giocatori albanesi, causando una rissa che ha reso impossibile la continuazione della gara.
L’equilibrio è così instabile in questa parte del mondo.
Non sorprendetevi se vi dico che un’altra guerra potrebbe scoppiare da un momento all’altro.

Gezim Qadraku.

Fury

“Le idee sono pacifiche, la storia è violenta”.

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Germania, 1945. A pochi attimi dalla fine della seconda guerra mondiale, gli americani sono nel territorio nemico e contano di conquistarlo. Il compito è difficile, i tedeschi sono più sviluppati nel settore bellico.  Fury è il nome del carro armato che fa da “casa” ai protagonisti. Un cast niente male. Brad Pitt,Shia La Beouf, Logan Lerman e John Brenthal.
I requisiti per un gran film ci sono tutti, purtroppo il regista decide di farli restare tali.
La storia è incentrata sul sergente Don e i suoi uomini. Interpretato da Brad Pitt, un sergente duro, amante della patria e pronto a dare la vita per la causa. Accompagnato da Boyd (Shia La Beouf) impegnato tra granate e versi della Bibbia. Poi ci sono il Messicano Gordo (Micheal Pena) e un Grady (John Brental), che il più delle volte sembra più farci che esserci. Sono loro la squadra migliore e vengono chiamati a guidare l’inserimento nel cuore della Germania per sterminare gli ultimi nazisti rimasti.
Dopo una grave perdita, alla squadra si aggiunge Brandon (Logan Lerman).
Un giovane dattilografo, uno che dovrebbe stare lontano da bombe, fucili, pistole, sangue e morte. Vittima del cameratismo presente nell’ambiente, fatica molto ad ambientarsi. Nonostante non ne voglia sapere di uccidere nazisti, il ragazzo si adegua a quello che la guerra lo obbliga. Ottima l’interpretazione di Logan Lerman, che dimostra di starci bene nei panni del cattivo, a dispetto del ragazzino problematico visto in “Noi siamo infinito.”

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Non succede niente di eccezionale per i tre quarti del film. Discorsi abbastanza vuoti, le scene degli scontri lasciano a desiderare per la bassa qualità, la noia la fa da padrona.
David Ayer ci mostra semplicemente che la guerra è un inferno. Questo però già lo sapevamo.
Presentato come il miglior film di guerra degli ultimi trent’anni. Beh, assolutamente no.
La pellicola sarebbe dovuta uscire nei cinema a gennaio, ma il fallimento della casa di distribuzione ne ha posticipato l’uscita a giugno. Se non fosse uscito, nessuno ci sarebbe rimasto male.
Uniche note di gradimento sono, il finale. Capace di dare un po’ di pepe e di sorpresa alla storia e l’ottima tempistica nella quale vengono inserite le colonne sonore, perfette.
Comunque niente di che.

Voto: 5,5

Gezim Qadraku.

The Winner Takes It All

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La Champions League 2014/2015 va al Barcellona. Battuta per tre a uno la Juventus, nella finale giocatasi all’Olympiastadion di Berlino. Tanto caro agli italiani.
Una partita dominata largamente dai Blaugrana, i quali si sono portati in vantaggio subito, dopo tre minuti, con il gol del Croato Ivan Rakitic. Una vera e propria prodezza di Buffon, nel primo tempo, sul tiro di Dani Alves, ha tenuto in vita i bianconeri.
Nel secondo tempo è successo un po’ di tutto. L’equilibrio della gara si è spostato verso la Juventus, quando Morata sulla respinta di Ter Stegen ha spinto il pallone in rete, per l’uno a uno che ha risvegliato i tifosi bianconeri.
Nei minuti successivi, si è visto un Barcellona in difficoltà e una Juventus rinvigorita dal gol. Un presunto rigore, un brutto tiro di Tevez da ottima posizione e una bella parata del portiere tedesco su un tiro di Marchisio. La Juve ha rischiato l’impossibile.
Poi è arrivata un’accelerazione del prossimo pallone d’oro, dopo la respinta di Buffon sul tiro di Messi, Suarez si è avventato sulla palla prima di tutti e ha riportato i suoi in vantaggio.
Inutili i cambi di Mister Allegri. Soprattutto quello tra Morata e Llorente. Dopo il gol annullato a Neymar, per un tocco di mano, lo stesso brasiliano ha definitivamente chiuso la pratica, all’ultimo secondo con un sinistro rasoterra, sul quale Buffon non ha potuto fare niente.

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Ha vinto la squadra favorita, la squadra più forte, la più completa, con più esperienza, la squadra con più campioni in rosa. Questa volta il destino del calcio non ha riservato sorprese.
I complimenti nei confronti di questo gruppo di alieni ormai risultano banali.
Quattro Champions League in dieci anni, sono qualcosa di sensazionale. Come lo è tutto quello che c’è dietro a quello che noi vediamo in televisione.
Per questa volta i veri complimenti li meritano i vinti.
I complimenti ad una società che in nove anni è passata dall’incubo della serie B a sfiorare la coppa dalle grandi orecchie. A uomini come Gianluigi Buffon, che dopo essersi laureato campione del mondo, ha accettato la serie B ed è arrivato a giocarsi un’altra volta la possibilità di diventare campione d’Europa. Al mister, Massimiliano Allegri.  Accolto da cori come “Allegri non lo vogliamo“. Capace di dare a questa squadra la consapevolezza di poter essere in Europa, quello che era stata per tre anni in Italia. Ai dirigenti, che negli ultimi anni hanno avuto la capacità di compiere due acquisti fantastici. Due giocatori giovani come Pogba e Morata, che non hanno deluso le attese, ma anzi, si sono dimostrati decisivi e già pronti per palcoscenici importanti.
Però, come recita il titolo della canzone degli ABBA, il vincitore si prende tutto.
Questa sarà ricordata come la quinta Champions del Barcellona, quella che ha permesso di vincere il secondo triplete, quella del trio mostruoso composto da Messi-Neymar-Suarez.
Nessuno avrà tempo di spendere parole di elogio nei confronti della squadra sconfitta.
Allora facciamolo prima che sia troppo tardi, perché deve essere stata una figata essere uno juventino in una serata del genere. Essere lì, a giocarsela contro gli extraterrestri.
Hanno vinto gli alieni, sono più forti, è giusto così. Se la sono meritata.
Ma giù il cappello davanti alla vecchia signora.

Gezim Qadraku.

Messi – Storia di un campione

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“Un genio”, “un diamante” , “un mostro”.
Questi sono solo alcuni degli appellativi che vengono utilizzati nel documentario, per descrivere Lionel Messi.
Il palcoscenico questa volta , non è il solito rettangolo verde, ma un ristorante. Orario di cena, i tavoli si riempiono. Le persone che vengono inquadrate hanno solo una cosa in comune.
Tutte conoscono bene il protagonista del documentario.
I suoi compagni di squadra, Iniesta, Pique, Macherano, Pinto. I suoi amici di infanzia, i suoi allenatori, Sabella e l’allenatore dell’Argentina under 20. I suoi ex compagni di squadra del Newell’s Old Boys, un paio di giornalisti, i suoi insegnanti delle elementari e per ultimi, due mostri sacri come Valdano e Cruijff.
Il regista concentra l’attenzione della telecamera soprattutto sui discorsi degli ospiti, che tra un bicchiere di vino e una bistecca, ricordano, analizzano, elogiano, le gesta del numero dieci del Barcellona. Il tutto mescolato alle riprese di repertorio che mostrano un Leo piccolissimo ai suoi primi passi nei campi da calcio.
Pardon, ai suoi primi dribbling e gol, nei campi da calcio. Oltre alle vere riprese delle magie del ragazzo, ci sono anche ricostruzioni ad hoc eseguite con attori professionisti. Quattro, per le varie fasi della storia.

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E’ un racconto che si svolge in ordine cronologico. Si parte dall’inizio, da quel giorno in cui la nonna portò il piccolo Leo in un campetto di calcio e fu lei a decidere di farlo giocare.
Quel giorno il pallone si attaccò a quel piede sinistro e non si staccò più.
E’ a lei che il ragazzo dedica ogni goal, alzando le dita al cielo.
Si passa per i ricordi degli insegnanti delle scuole elementari.
“L’unico momento importante per Leo era la ricreazione.”
“I suoi compagni volevano due palloni, uno ce l’aveva sempre lui,  nessuno riusciva a toglierglielo.”
I primi gol con la sua squadra, le prime vittorie e poi la stangata. La scoperta della malattia e quel viaggio della speranza. Direzione Barcellona.
Ostacoli a prima vista insormontabili. Il difficile ambientamento, la lontananza dalla famiglia e quella responsabilità di dover dimostrare a tutti che i soldi spesi per lui, non erano sprecati.
Poi, Rijkaard e la protezione che ebbe nei confronti del ragazzo, un momento cruciale della carriera di Leo. Il debutto in prima squadra. Il primo gol, l’abbraccio con l’amico Ronaldinho. L’arrivo di Guardiola e l’idea di cambiargli ruolo. Un mossa vincente.
C’è anche il Leo versione albiceleste. Criticato perché non canta l’inno, perché poco attaccato alla maglia.

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Un documentario che non mette in prima fila le abilità del ragazzo con la palla, ma ci mostra che cosa è Messi al di fuori del rettangolo di gioco.
Un ragazzo timido, educato, umile e ostinato.
Il regista ci mostra tutta la semplicità di un artista.

Voto : 8.

Gezim Qadraku.