Voglio litigare con te per il resto dei miei giorni

Litigarono, di nuovo, ma questa sembrava essere l’ultima volta.
Quella decisiva, quando volano gli oggetti di casa e si cerca di ferire l’altro in maniera definitiva, facendogli pesare tutti i difetti possibili.
Quella in cui si esagera. Quella dalla quale poi, non si può più tornare indietro.
Addio, non tornerò mai più” le disse uscendo di casa senza neanche chiudere la porta.
Salì in macchina e partì in fretta.  Aveva bisogno di un posto sicuro, che lo riportasse alla calma. Guidò per qualche ora ma si rese presto conto che non sapeva dove andare. Continuava a girovagare senza una meta, non esisteva alcun luogo nel quale poteva rifugiarsi.
Capì che continuando a guidare, la situazione sarebbe solo peggiorata.
Decise di fermarsi ad un distributore di benzina. Fece il pieno e comprò una bottiglia di birra. Non rientrò in autostrada, parcheggiò e rimase in macchina, seduto, a bersi la birra e guardare le auto che sfrecciavano davanti ai suoi occhi.
In quell’istante, provò quella strana sensazione che si prova quando ci si fa male ad una parte del corpo che non consideriamo importante.
Come può essere il mignolo della mano, le dita dei piedi o qualche ossicino del quale non eravamo neanche a conoscenza. Nei giorni successivi al trauma, la sensazione è che la parte malata sia il centro del nostro corpo, dal quale passa tutto.
Ci si sente contratti, si ha paura di fare qualsiasi movimento che implichi l’utilizzo dell’organo infortunato. Allora avviene automaticamente un altro meccanismo. Iniziamo a dargli la giusta importanza, ci sembra che non potremmo vivere, sprovvisti di quella parte del corpo.
Così si sentì lui senza di lei, gli parve di non poter vivere.
Qualche ora dopo tornò a casa , la porta era ancora aperta e lei era ancora seduta sul divano.
“Che ci fai qui? Non era mica un addio quello di prima?”
“Voglio litigare con te per il resto dei miei giorni”.

Gezim Qadraku.

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