La più grande forma di povertà per un uomo.

Se ne andò, per sempre. Non la portò via nessuna malattia, ma la morte naturale. Quella per la quale si dice “è morta felice”. Non sentì alcun dolore, il cuore decise di fermarsi, così, da un momento all’altro. La natura aveva fatto il suo corso. Lui era lì, accanto a lei, come lo era stato per sessant’anni della sua vita. Prima di andarsene per sempre, lo aveva ringraziato, era riuscita ad emettere solo un grazie. Quello era stato il saluto all’uomo della sua vita. Quel grazie gli diede un coraggio e una forza enorme. Gli sarebbero serviti entrambi, per affrontare il funerale, le visite dei figi, nipoti, parenti e amici. Ripeteva a tutti le stesse parole, “sono forte”, “non sto soffrendo”, “sono orgoglioso di me stesso”. Iniziò a provare quel senso di gratitudine per l’uomo, il marito e il padre che era stato. Aveva trascorso una vita normale, non aveva fatto niente di eccezionale, mai un premio, nessun momento di gloria. Aveva amato la sua donna ogni giorno per tutti i sessant’anni trascorsi insieme. Non aveva fatto mancare niente ai suoi figli.
Aveva lottato per la sua famiglia, per una vita tranquilla. Quella tranquillità che gli era mancato da bambino, quando aveva patito la fame. Si ricordò di quei momenti, mentre da piccolo contava le briciole a tavola, nei quali si era promesso che non avrebbe mai fatto provare una sofferenza del genere ai suoi figli. La sua famiglia non avrebbe dovuto sapere cosa si prova ad essere poveri. Promessa che era riuscito a mantenere.
Superò bene i primi giorni che susseguirono la disgrazia. La vita andava avanti, ogni settimana si recava al cimitero a trovare la sua donna. Si preoccupava di sistemarle i fiori, voleva che la tomba fosse bella e ordinata, proprio come era sempre stata lei.
Dopo mesi di questa routine si accorsi di una cosa che dentro di sé aveva sempre saputo.
La più grande forma di povertà per un uomo, è la mancanza di una donna al suo fianco.

Gezim Qadraku.

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Ci stavamo amando

Eravamo pronti, finalmente era giunto il momento di farlo.
Di fare l’amore. Quel passo in più, un atto che sembrava un salto nel vuoto.
Avevo paura, pensavo a tutto quello che poteva andare storto.
Non sapevo da dove iniziare, cosa dovevo fare. Se toglierle i vestiti, se togliere prima i miei, andare subito al sodo o tergiversare. Non volevo mostrarle la mia insicurezza, ma ero nel panico totale.
Lei era lì, seduta sul letto, si era già tolta la maglietta. Mi dava le spalle, il reggiseno bordeaux, il tatuaggio sulle costole, i capelli sciolti, era pronta.
Entrai in camera e il panico prese il sopravvento.
L’ansia iniziò ad impossessarsi della testa, poi scese piano piano, prima si prese il respiro e poi tutto il resto del corpo.
Ero immobilizzato. Stavo perdendo l’uso di tutti i sensi, dei muscoli, degli arti. Cercai di emettere qualche suono dalla bocca, ma niente.
Si accorse di quello che stava accadendo e corse in cucina. Tornò con un bicchiere in mano, mi fece sedere e riuscì a farmi mandare giù un po’ di acqua naturale.
Mi sdraiai, lei appoggiò la testa sulla mia pancia.
Ero caduto in buco nero , ma lei era venuta a cercarmi. Mi aveva trovato e mi stava porgendo la mano per risalire insieme.
Il corpo iniziò a riprendere vita, il cervello si liberò di quel peso e il sangue ricominciò a circolare.
Fu tutto merito suo. Non aveva fatto niente di eccezionale, aveva semplicemente appoggiato la testa su di me, ma quel gesto significava molto. Mi stava dicendo che non dovevo preoccuparmi, che lei era lì e non aveva intenzione di andarsene.
Facemmo l’amore così. Senza fare niente.
Non ci parlammo, non ci accarezzammo, non ci baciammo.
Ci stavamo amando, come non ci eravamo mai amati prima.

Gezim Qadraku.

Con te sto bene

“Cosa sono io per te?”  chiese lei sottovoce.
“Ora cerco di spiegartelo.
Hai mai provato un’emozione fortissima?
Sei mai stata sul gradino più alto del podio?
Hai mai realizzato il tuo sogno?
Queste sono tutte sensazioni, emozioni fantastiche, ma brevi, sono un momento, un cumulo di adrenalina, felicità, gioia che svanisce dopo poco.
Tu non sei questo per me.
Prova ad immaginare quando i medici ti danno pochi giorni di vita.
Tu però, riesci a sconfiggere la malattia e la loro previsione.
Immagina il momento in cui ti rendi conto che ce l’hai fatta.
Quando capisci che finalmente stai bene e tutto è andato per il verso giusto.
Tu, per me sei esattamente questo.
Io con te sto bene,
e tutto è andato per il verso giusto”.

Gezim Qadraku.

Foxcatcher

Una storia americana.

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Poteva essere semplicemente il racconto di una carriera sportiva.
Quella di due fratelli, Dave e Mark Schultz, fenomeni della lotta olimpica.
Ma non lo è.
Il regista americano Bennet Miller, si spinge oltre, scava in profondità e supera i limiti.

E’ il sogno americano quello che viene descritto. Un sogno che prende la piega sbagliata e si trasforma in un incubo.
Channing Tatum, veste le parti di Mark Schultz.
Un ragazzo introverso, di poche parole, oscurato dalla fama del fratello maggiore (Mark Ruffalo).
Tanto forte fisicamente, quanto debole psicologicamente.
Dopo essersi aggiudicato la medaglia d’oro alle olimpiadi di Los Angeles nel 1984, viene a conoscenza di John du Pont.

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Un eccentrico milionario, un patriota, un allenatore, una guida per gli uomini.
Attanagliato da un unico obiettivo, ridare alla propria patria la speranza.
E’ John a chiamare il ragazzo, lo convince a trasferirsi nella sua tenuta, per allenarsi insieme ad altri campioni del mondo.
Diventa per Mark, il padre che non ha mai avuto, un mentore da seguire, capace di condizionare la sua vita.
Grazie a questa cura, il ragazzo si aggiudica i mondiali del 1987. Il primo gradino, verso le olimpiadi che si svolgeranno l’anno seguente, a Seul.
Qualcosa però si rompe, la fiducia tra i due viene a mancare. Gli allenamenti,  sempre più spesso sostituiti da cocaina e alcool.
La goccia che fa traboccare il vaso è l’arrivo alla tenuta in Pennsylvania del fratello di Mark, Dave.

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E’ un film intenso, caratterizzato da discorsi brevi, lunghi silenzi, sguardi profondi.
Le parole si possono misurare con il contagocce in certi momenti,
la tensione  fa da padrona.
Si ha la sensazione che da un momento all’altro debba accadere una tragedia.
Ambientato nella campagna della Pennsylvania, in una tenuta abitata anche da animali, cavalli e uccelli sopratutto. Il tutto condito dal silenzio. A tratti infinito.
Tutte caratteristiche che danno al film un aspetto inquietante.

Le interpretazioni sono formidabili.
Piacevole la scoperta di un Channing Tatum, completamente diverso da quello visto nei vari Magic Mike, Step Up.
La prova di Mark Ruffalo è qualcosa di pazzesco, soprattutto nella movenze  fisiche che caratterizzano la parte.
Steve Carrel è irriconoscibile esteticamente, impeccabile nell’introdursi nei panni di uno psicopatico.
E’ semplicemente uno di quei film da vedere!

Voto: 8.

Gezim Qadraku.

Il curioso caso di Zlatan Ibrahimovic

Il giorno in cui Dio decise di giocare a calcio.

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Ci troviamo a Malmò, una città della Svezia meridionale.
Il 3 ottobre del 1981, nasce Zlatan Ibrahimovic.
Figlio di immigrati jugoslavi, il padre Sefik è di origine Bosniaca e la madre Jurka è di origine croata. All’epoca entrambi erano considerati Jugoslavi.
Non si rendono conto di cosa hanno messo alla luce.
Non sanno che quel giorno, Dio ha deciso di impadronirsi del corpo di quel neonato.
Zlatan è un bambino vivace, esuberante, molto attivo.
Inizia a giocare a calcio da piccolo, la sua prima squadra è il Balkan. E’ proprio nel Balkan che Dio inizia a mandare segnali a tutti quelli che stanno guardando la partita.
Zlatan è in panchina, la sua squadra sta perdendo 4 a 0.
Entra in campo, segna otto gol. La partita finisce 8 a 5.
Gli avversari si lamentano dicendo che quel ragazzino è più grande.
Zlatan aveva due anni in meno degli altri.
Questo è solo l’inizio.

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All’età di tredici anni viene ingaggiato dal Malmo FF. La squadra nella quale debutterà in prima squadra e grazie ai suoi gol permetterà la risalita in serie A.
All’età di venti anni viene acquistato dalla squadra più blasonata dell’Olanda, il mitico Ajax.
E’ ad Amsterdam, il 22 agosto del 2004 che Dio manda un altro segnale agli spettatori.
Si gioca Ajax – Nac Breda, la squadra di casa è in vantaggio di quattro reti a una.
Zlatan riceve la palla girato di spalle verso la porta, si trova a una distanza di venticinque metri dal portiere avversario,  ha un difensore attaccato a lui.
Stoppa la palla, ma se la allunga un pochino, riesce lo stesso a vincere il contrasto. Punta la porta, finta di calciare di destro, se la porta sul sinistro saltando l’avversario.  Un altro difensore gli va in contro, finta di calciare di sinistro e poi subito altra finta di tiro con il destro, salta anche questo difensore. Sta per entrare in area, un avversario prova a fermarlo in scivolata, sposta la palla di esterno e lo salta.

Ormai è dentro l’area di rigore, ma c’è ancora un difensore, se la sposta di esterno destro, può calciare. Ancora l’ennesima finta di tiro, per portarsela sul sinistro, con questa giocata spiazza sia il difensore che il portiere. La porta è vuota, piatto sinistro e gol.
Un essere umano non può fare una cosa del genere.

Tutte le squadre più forti d’Europa si fiondano sul ragazzo.
Arsène Wenger, allenatore dell’Arsenal lo chiama. Zlatan si presenta a Londra con il suo procuratore, Mino Raiola. Gli viene proposto un provino.
Zlatan rifiuta, lui non fa provini per nessuno.

Nell’estate del 2004 il ragazzo approda alla Juventus.
Prima di avere l’ok dal giocatore , la dirigenza gli promette una Ferrari Enzo.
Zlatan firma, ma la macchina non c’è.
Ne erano rimaste solo tre in Italia e la lista delle persone in attesa per avere la fantastica Ferrari, era lunga. Dovette intervenire Montezemolo per mantenere la promessa che la società aveva fatto al ragazzo.
In Italia, incanta gli spettatori.
Gol, giocate pazzesche, finte, numeri di prestigio e continui battibecchi con gli avversari.
A causa dello scandalo del calcio italiano, lascia la Juventus e approda all’Inter.

Il ragazzo sta maturando e lo si vede in campo. I gol aumentano, le giocate e le pazzie ci sono ancora. Diventa sempre più decisivo e indispensabile per i suoi compagni.
Ultima giornata di campionato della stagione 2007-2008, si gioca Parma – Inter.
Zlatan è in panchina, perché reduce da una pausa di un mese e mezzo, causa infortunio.
In palio c’è il titolo di campione d’Italia, il primo tempo finisce a reti inviolate Nel frattempo la Roma sta vincendo per uno a zero. Se la partita finisse in quel momento, la Roma sarebbe campione d’Italia.
Inizia il secondo tempo, Roberto Mancini decide che è arrivato il momento di Ibrahimovic.
E’ il quindicesimo minuto del secondo tempo, ripartenza dell’Inter. La palla ce l’ha Dejan Stankovic, ha appena superato la lunetta della metà campo del Parma. Zlatan gli va in contro, riceve la palla, la lascia sfilare evitando l’intervento del difensore, la conduce per un paio di metri e da fuori area calcia di destro.
Gol, uno a zero.
Un quarto d’ora più tardi, da un cross dalla destra di Maicon, Zlatan di piatto sinistro chiude definitivamente la pratica scudetto.
L’Inter è campione d’Italia.

Nel bel mezzo dell’estate del 2009, Zlatan lascia il ritiro della squadra nero azzurra e approda al Barcellona. La sua avventura in blaugrana, dura solo un anno. Non riesce a convincere Guardiola del suo talento, nonostante questo, segna, sforna assist, decide il Clasico e vince il campionato per club. Diventando il beniamino del Camp Nou.
L’anno successivo ritorna a Milano, sponda rosso nera questa volta.
Fa tutto lui, vince praticamente da solo il campionato della stagione 2009/2010. E’ il suo ottavo campionato di fila. L’anno successivo non riesce a ripetersi, vince però la classifica marcatori, diventando il primo a vincerla con due squadre diverse in Italia.

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Nel 2012 sbarca a Parigi, è il Paris Saint Germain ad acquistarlo, firma un contratto di 14 milioni di euro a stagione. Naturalmente vince anche qui il campionato, ripetendosi anche nella stagione successiva.
A Parigi sembra che Dio abbia voluto farcelo capire senza mezzi termini, che in quel corpo non c’è un essere umano. Zlatan fa gol pazzeschi.
Il più incredibile è quello che letteralmente si inventa contro il Bastia.
Lucas parte in progressione sulla destra, crossa la palla in area, Matuidi in corsa la alza a campanile, la palla si dirige verso il dischetto del rigore, dove si trova Zlatan.
La palla è dietro di lui, in teoria non può fare molto, si ferma, guarda la palla e con la mossa dello scorpione,  la colpisce di tacco dandogli una potenza incredibile. GOL.
Portiere immobile, incredulo, il parco dei principi rischia di venire giù.
No, quello non è essere umano.

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Ma c’è un gol che conferma la mia teoria.
Svezia – Inghilterra, gli scandinavi stanno conducendo 3 a 2, siamo nei minuti di recupero.
Un centrocampista svedese rilancia dalla sua metà campo, la palla arriva fuori dall’area di rigore inglese. Esce Hart, il portiere, la colpisce di testa. La palla supera Zlatan, potrebbe girarsi e metterla giù. No. Si gira, e realizza una rovesciata pazzesca, siamo sui venti metri dalla porta, la palla incredibilmente entra in rete.
Eh no, un essere umano non può neanche pensarla una giocata del genere.
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Vi starete chiedendo perché nella bacheca di Zlatan Ibrahimovic non ci sia neanche un pallone d’oro.
Quello è un premio che danno agli esseri umani.

P.S: Spero abbiate colto la mia ironia nel paragonarlo a Dio.
E’ solo un modo simpatico per manifestare la mia stima verso questo campione.

Gezim Qadraku.